Isaotta Guttadàuro ed altre poesie

Chapter 4

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Veggo pe 'l lume le donne entro i burchielli: vanno su 'l fiume, date all'acqua i capelli, tra i gridi delli uccelli.

Tende ogni amante all'amante le braccia e a sè l'allaccia entro la bianca traccia de l'astro radiante.

Passan li uccelli. Oh chiome feminili, chiome gentili, lunghe reti sottili tratte dietro i burchielli!

Oh di roseti profondi laberinti ove i poeti in giacigli segreti stanno alle belle avvinti!

La nostra nave, cui non pinse Ki-Tsora, va con soave andare; e su la prora tu ti stendi, o signora.

I tuoi capelli sciolti hanno il fresco odore dei ramoscelli che ondeggian lenti, in fiore, con sommesso romore.

La tua man breve, passando, i fiori coglie: par tra le foglie, tra i calici di neve una farfalla, lieve.

Ma, come pieno è il grembo, ti riposi: palpita il seno, bevono il gran sereno li occhi meravigliosi;

e dolcemente stan su i fiori adagiate le mani.--Oh fate, belle mani adorate, il gesto che consente!

LAI

La Luna diffonde pe' cieli suo latte: a lei, chiuse e intatte, sospiran le selve, profonde.

Un murmure, lento, si spande ne 'l piano; e giunge un lontano di cervi bramire su 'l vento.

Discende ne l'ode la dea che m'è dolce; e a me i suoni molce de 'l verso. Ma l'altra non ode.

Ma quella ch'io amo non ode. I roseti ancora han quieti misteri e fan lungi richiamo;

e ancor ne' giacigli rimangono l'orme recenti e le forme recenti tra i fiori vermigli.

Ma quella ch'io bramo non meco vi giace... O cuor senza pace, ed occhi miei lassi, moriamo.

RONDÒ

Com'api armoniose uscenti a 'l novo sole per le felici aiuole de' gigli e de le rose,

queste che Amor compose delicate parole, com'api armoniose uscenti a 'l novo sole,

su le chiome odorose che Amor cingere suole di sogni e di viole spìrino dolci cose, com'api armoniose.

DONNE

Per l'antico viale de l'Aurora....

NYMPHA LUDOVISIA.

Disegno di ONORATO CARLANDI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

NYMPHA LUDOVISIA

Per l'antico viale de l'Aurora, mentre i cipressi dormono al mattino, o nova principessa di Piombino, tu passi; e a te d'intorno il vento odora.

Vive d'intorno a te la grande flora ludovisia crescendo a 'l sol latino, bionda Napea di Rafael d'Urbino, ne la beatitudine de l'ora.

E le fontane vivono; e l'intensa voluttà de la vita, a 'l tuo passare, urge fino i cipressi alti e quieti;

e te brama ed a te canta l'immensa anima de la villa secolare, o diletta ne' sogni dei poeti.

VIVIANA

O Vivïana May de Penuele, gelida virgo prerafaelita, o voi che compariste un dì, vestita di fino argento, a Dante Gabriele, tenendo un giglio ne le ceree dita,

Vivïana, non più forse a la mente il ricordo di me vi torna omai. E pure allora, quando io vi parlai, mi sorrideste a lungo e dolcemente. Fiorían, Villa Farnese, i tuoi rosai

ne 'l mattino di maggio e su le antiche mura il sole una veste aurea mettea: tra le liete ghirlande si svolgea la bellissima favola di Psiche; navigava in trionfo Galatea.

O Vivïana May de Penuele, or vi sovviene de 'l lontan mattino? Voi sceglieste le rose ne 'l giardino ove un tempo convenne Rafaele, muta, con lento gesto, a capo chino.

Non vidi allor la Primavera iddia? Disser la vostra lode a me li uccelli; fiori parvero nascer da' capelli, come ne la divina Allegoria cui pinse in terra Sandro Botticelli.

Poi su l'accolta de le vive rose reclinando la testa agile e bionda, avidamente, come sitibonda, tutte beveste l'anime odorose --oh voluttate mistica e profonda!

Poi, smarrita in un sogno, alta levaste la faccia ove le azzurre ésili vene languíano, e mi volgeste (or vi sovviene?) le pupille ne 'l sogno umide e caste. Non così pura in cielo è mai Selene.

Io sol dissi a la notte alma e felice, solo dissi a le stelle il novo amore. Secreto in me de' vostri occhi il fulgore io custodii, beata Beatrice. Tale un raggio di luna il silfo ha in cuore.

Or cantarti m'è dolce, o Vivïana. Splendimi ne la chiara ode, vestita de la tunica verde e redimita d'argentei fiori, in calma sovrumana tenendo un giglio tra le ceree dita!

GORGON

L'Asïatico già tende le braccia trepidamente verso l'imo ignoto: attonito, fra i calici de 'l loto ei vede arguta ridere una faccia.

HYLA! HYLA!

Disegno di CESARE FORMILLI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

I.

Ella avea diffuso in volto quel pallor cupo che adoro. Le splendea l'alma ne li occhi quale in chiare acque un tesoro.

Ne la bocca era il sorriso fulgidissimo e crudele che il divino Leonardo perseguì ne le sue tele.

Quel sorriso tristamente combattea con la dolcezza de' lunghi occhi e dava un fascino sovrumano a la bellezza

de le teste feminili che il gran Vinci amava. Un fiore doloroso era la bocca, e un misterioso odore

esalava ne 'l respiro. I capelli aridi in onde s'accoglieano su le tempie, su la nuca, di profonde

voluttà larghi a l'amante che scioglieali ne l'alcova, forse; e avean talor riflessi di viola, come a prova

de la fiamma il puro acciaio.

II.

Questa nobil donna un giorno io conobbi. Era l'estate ampia; e dolce il mare intorno

diffondevasi nel sole, come un drappo suntuoso. Templi, portici, obelischi partoria l'imaginoso

vespro; e a fior de 'l mare pénsili le sottili architetture si moveano lentamente: emergean lunghe figure

fra li intercolonni, a un tratto, mostri umani o bestiali; s'immergeano li edifizi ne le fredde acque natali.

Ella, sola, su la loggia, tutta involta da i prestigi de 'l tramonto, in attitudine d'indolenza, li occhi grigi

tenea quasi semichiusi. Quando Alberto Delle Some, conducendomi cortese presso a lei, disse il mio nome,

ella volse il capo e li occhi grandi aprì su la mia faccia. Poi mi porse ambo le mani sorridendo. Avea le braccia

sino al gomito scoperte, bianche, pure, di squisite forme; a' bei polsi rotondi eran finamente unite,

come a stel fiori, le mani. Oh divine mani, oh bianche mani ch'io non ho baciate! Si posavan, come stanche,

su 'l marmoreo davanzale; e le lunghe ésili dita risplendevano di anelli. Io sentia dolce la vita

mia fluire ed i capelli divenir gelidi, quasi per un'ideal carezza, da sottil fremito invasi.

III.

Ella, semplice, parlava, con la sua voce sonora, lievemente roca a tratti. Una preziosa flora

nascea lenta ora da 'l mare, a' nostri occhi. Li edifizi giacean spenti in fondo a l'acque. Pe' i mirabili artifizi

de la luce ora sorgevano, come calici di gigli, alte trombe, e si spandevano; e nutrite dai vermigli

fumi in cielo prendean tutte forma d'alberi. Viole d'improvviso da le arboree forme piovvero, e ne 'l sole

tutto il mare allora parve brulicante di meduse. Ella tacque. Io la guardava. In quell'attimo confuse

le nostre anime rimasero. Io non seppi dirle:--V'amo. Ella, forse paventando l'ora, disse:--Rientriamo;

è già tardi. Io vi saluto.-- E, tendendo la sicura man, sorrise un'altra volta. Quindi uscì.

IV.

La sua figura

ondeggiava alta ne 'l passo, con un ritmo affascinante. Un pensier dolce mi venne: --Io sarò forse l'amante;

io felice le mie notti dormirò sopra il suo cuore!-- Ah, perchè voi mi fuggiste? Ebro, come d'un liquore

troppo forte, ebro di voi, de 'l ricordo di voi, sento da quel giorno in tutti i baci, sento in ogni blandimento

feminile, sento in ogni voluttà più desiata, o signora, voi, voi sola; voi che tanto avrei amata!

ATHENAIS MEDICA

Nobili e puri, splendono quali forme di luce.

ROMANZA.

Disegno di VINCENZO CABIANCA.

[Illustrazione]

I.

Poichè su la campagna salutare era venuta la dolce stagione e un gran disío di vivere e d'amare in me tornava con la guarigione, ella talvolta a le mattine chiare tutta ridente apriva il mio balcone. Il suo riso e la luce in un sol getto m'inondavan di gioia: álacre in petto balzava il cuore. Oh mie memorie buone!

Vedea composti in fila li alberelli su 'l cielo azzurro come il fior de 'l lino, dritti, con rare foglie, e lunghi e snelli, quali eran cari a Pietro Perugino; e a quando a quando udia di tra' ramelli gittar suoi trilli dotti un lucherino. Mi veniva ne 'l cuor sì gran diletto da quella vista, ch'io m'ergea su 'l letto alquanto, a riguardar più da vicino.

Ben ella avea que' miei palpiti istessi. Talvolta io mi sentia li occhi velare. Le lacrime facean sì ch'io vedessi tutte le forme a l'aria tremolare confusamente, simili a riflessi vani di cose in fondo a un roseo mare. Ella, ne le sue man présomi stretto il capo, susurrava:--Oh mio diletto! Amor mio dolce!--Io mi credea mancare.

II.

1.

Io ricordo, Atenái. Lungo il sentiere de' pioppi bianchi e de le tamerici, maga possente contro i maleficj, guida voi foste a 'l debil cavaliere.

Ilare, accanto a voi, senza temere, io respirava l'aure innovatrici: mi battean ratte ne le cicatrici l'onde de 'l sangue tiepide e leggere.

Or co 'l vento giungean quasi a riviere i profumi da l'ultime pendici; e, sentendosi il vento a le narici, i cavalli fremevan di piacere.

Su l'argine de i fossi aride e nere, fuor de la terra uscendo, le radici si distendean con lotte ed artificj meravigliosi a l'ime acque per bere.

Ma salivan ne' tronchi e ne le intiere membra correvan l'acque avvivatrici; contendeva il germoglio i beneficj de la luce, bramando di godere;

e, in alto, a 'l Sole un coro di preghiere mormoravano li alberi felici, espandendo le chiome ai vènti amici, crescendo a le future primavere.

2.

Io ricordo, Atenai. Voi, con un mite sorriso di bontà su le fiorenti labbra, i miei gesti e i vari atteggiamenti de 'l mio cavallo seguivate.--Oh dite,

maga Atenai, voi che le mie ferite curaste di sì dolci lenimenti; voi che le mani tenere ed aulenti posaste ne le mie piaghe inasprite;

voi che le insonni mie notti infinite, piene di mille acuti patimenti, confortaste d'amor co' pazienti balsami de la voce umile, dite,

adorata sorella, oh dite, dite la gran soavità di quei momenti, allor che li occhi in lacrime ridenti vi baciai con le labbra impallidite!

3.

Noi, muti, a lungo cavalcammo ancora quella terra benigna ove fioriva la pace tra le umane opre. E s'udiva de' cavalli la lenta orma sonora.

Poi, ne la grave santità de l'ora, sorse un cantico lungi da la riva de 'l Mar, subitamente. E il sol moriva. Ma quel tramonto a noi parve un'aurora.

Io ricordo. Infinito, da le chiare comunïoni de le cose, a 'l giorno emanava non so qual senso umano

di dolcezza e di oblìo. Proni d'intorno stavano i poggi e risplendea lontano, non anche sazio de la luce, il Mare.

DONNA FRANCESCA

Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale de 'l balcon fiorentino, la Titania di Shakspeare;....

DONNA FRANCESCA, IV.

Disegno di GIUSEPPE CELLINI.

[Illustrazione]

I.

Se dentro i favolosi orti vermigli adunava la Luna i suoi misteri (per lei presi d'amore, alti e leggeri tremolavano in doppio ordine i Gigli),

il capo ergeano su da li origlieri le Belle, a tesser rai: lungo i giacigli di rose, propagavansi i bisbigli richiamanti a l'agguato i Cavalieri.

In quelle notti, o Bella, de 'l lunare argento una fatal rete voi forse tesseste con le vostre dolci dita?

Sentendomi da voi tutto legare, questo ne 'l mio pensier dùbito sorse; e ancor ne trema l'anima smarrita.

II.

Odor di rose, forse da i giardini chiusi del Re, venìa confusamente; e splendea ne la fredda ora, imminente, la Luna su 'l palazzo Barberini.

Mormoravan con voci roche e lente le fontane invisibili tra i pini: or sì or no li stocchi adamantini oltre i rami balzavan di repente.

Noi, chinati da l'alta loggia, soli, (ella rabbrividìa) de le fontane ascoltavamo i languidi racconti.

Non così dolce cantan li usignuoli! Vago ne l'alba suono di campane giungeva da la Trinità de' Monti.

III.

Più chiara su 'l palazzo Lorenzana la Luna risplendea, Donna Francesca, quella vostra beltà raffaellesca guardando con dolcezza quasi umana.

La fontana di Giacomo, a la fresca serenità, con voce roca e piana mettea parole, come una fontana magica de l'età cavalleresca.

Scintillavano l'acque; le figure prendean vive attitudini, a l'albore danzando in tondo con rapide fughe.

Per tale ausilio, al fin le vostre pure labbra io baciai; così vinsevi amore... Oh fontanella de le Tartarughe!

IV.

Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale de 'l balcon fiorentino, la Titania di Shakspeare; e un divino sogno da 'l cuor lunatico le sale.

Una rete d'argento siderale i suoi capelli accoglie, e luminose fasciano le spoglie, dei colùbri la sua forma ideale.

Per lei tramano i ragni, su l'opale de l'aria, le sottili opere in tra li stipiti; ed i fili aurei tremano a l'alito immortale.

Così, Donna Francesca, entro il natale albore di Selene, ora dormite; e, in torno a le serene bellezze, io vo tramando il madrigale,

mentre spiran le rose l'aromale anima ne' roseti e li usignuoli i fiumi ed i poeti cantan la notte augusta e nuziale.

V.

Una notte, com'io l'alta portiera sollevai piano co' la man tremante, presso il gran letto la mia dolce amante scorsi a ginocchi in atto di preghiera.

Ricorrean ne la stanza ampia e severa, intessute con rara arte, le sante Allegoríe che l'anima pregante traevan forse a più gioconda sfera.

Muto io ristetti, come a 'l limitare d'un tempio; ma il disío tutto s'immerse, stridendo, in quel misterioso aroma.

Ben, quando (oh notte!) la divina chioma io le disciolsi e vinta ella m'aperse le braccia, il letto parvemi un altare.

VI.

Entra l'albore gelido, pe' i vetri, ne l'ombra di quel letto ov'ella dorme stanca di voluttà con semichiuse le dolci labbra in cui trema il sorriso.

Or la Luna, ferendo ne l'aperto cofano i bei gioielli, gloriate opere di sottili orafi, illustra diamanti, camei, perle e smeraldi.

Splendono le collane, come spire d'un favoloso rettile sopito; e paiono viventi occhi i rubini.

Langue, da presso, entro la coppa un giglio in sua verginità, nobile e puro quale un vaso liturgico d'argento.

VII.

O amica dolce, non sapeste mai la verace dottrina che ne 'l mondo il figliuol di Gesù, bello e giocondo adolescente, a l'ombra de 'l Sinái,

predicava, nel nome d'Adonai, a le spose ed alli uomini ascoltanti ed ai compagni efébi, in tra' rosai, mentre scendean dal monte i greggi erranti.

Ei, come Ciro figlio di Cambise, destro era e forte, generoso e parco, non superato in trarre lancia od arco; e molte fiere la sua mano uccise,

la sua man degna d'un regale sire, ben usa a profumar la chioma bionda di rare essenze che facean languire le femmine in soavità profonda.

Divino era il suo nome: Eleabani. Ed era come un olio di viola, sereno, che ne 'l suon de la parola si spandesse a lenire i petti umani.

In fondo a l'occhio suo puro e crudele eran segrete fascinazïoni. Come il santo profeta Danïele, avrebbe ei vinti a 'l suo giogo i leoni;

e con la voce, cantico di lire, mansuefatti avrebbe aspidi in guerra. Or prima, a soggiogar l'anime in terra, trasse i cuor de le donne a 'l suo desire.

Tutte, da' bei palagi ove risplende l'oro, e da' templi ove la pace dorme, e da l'umili case, e da le tende nomadi, e da' tuguri, a torme a torme,

venivano a 'l figliuol de 'l Nazareno, al bene amato eroe de la fortuna. Lui proseguìano a 'l sole ed a la luna; lui chiedeano, in morir de 'l suo veleno;

lui, ne l'alba, torcendosi le braccia, invocavan su 'l tepido origliere, o sognavano, pallide la faccia tra l'ampia chioma, sfatte da 'l piacere.

Per l'orrore de' portici silenti a la fonte, assetata, una Maria, come il cervo simbolico, venìa e ne l'acqua immergea le mani ardenti.

Quindi, protesa le stillanti mani, e il ventre, bianco qual coppa d'avòro, nudata, mormorava:--Eleabani! Eleabani da la chioma d'oro,

o tu per le cui nembra i rai de 'l sole una veste han tessuta, Eleabani, o tu cui ne la bocca come grani di puro incenso odoran le parole,

o tu che de 'l tuo corpo hai fatto vase a' balsami celesti ed a' profani, o tu che scendi ne le nostre case qual ne' campi rugiada, Eleabani,

m'odi: li astri de 'l ciel com'aurei pomi tremano in tra le foglie a' melograni; io son ebra e languisco, Eleabani, come la damma a 'l colle de li aromi.

Come al vento tra le árbori la damma, io trasalgo e sobbalzo ai romor vani. Ad ora ad ora, in ciel vedo una fiamma. Non tu sei che lampeggi, Eleabani?

Ed egli, avendo ereditato il Verbo, amò, come Gesù, peregrinare. Le parabole sue, rapide e chiare, pungean le menti con lor senso acerbo.

Predilesse i conviti, poi che aperto ne la fraternità convivïale è l'animo de li uomini ed un serto di chiarissima luce il vin spirtale

cinge a le fronti; e predilesse i petti feminei, de' lunati omeri il giro, a segnar come in nitido papiro evangelicamente i suoi versetti.

Quale un fiume, cui gonfia d'acque il maggio, da le sedi natali alto discende e più cresce in sua gioia e con selvaggio fremito ride e a 'l sol pieno s'accende:

odono i boschi giugner la ruina, vasti su le pacifiche pendici; in van lottano; e, presi a le radici, piomban ne 'l gorgo: tal la sua dottrina

volgea, passando, le credenze e i culti e risplendea di libertà ne 'l sole. Come il fiume in sua via reca virgulti, pur recava d'amor nuove parole.

Egli ammoniva: «O giusto, è breve l'ora. «Ne la tua servitù sii paziente. «La pazienza è l'immortal nepente «che afforza i nervi e l'anima ristora.

«Come in un tempio, ne 'l tuo cor ricevi «l'alto Ideale che de l'uomo è figlio. «E sappi in quel che mangi e in quel che bevi «trovar l'ambrosia e il nettare vermiglio.»

Ed ammoniva: «O donna, o Vaso insigne «de la dolcezza ed Arca de l'oblìo, «versa a li uomini il vin che già il Desío «cantando ricogliea ne le tue vigne.

«Fa che soave il tuo spirito ceda «a l'alitare d'ogni passïone, «come la tibia d'oro ove un'auleda «prova a diletto sua lene canzone.

«Ama il tuo sposo ed ama il tuo figliuolo «ma fa che il beneficio tuo si spanda «pur su colui che in carità dimanda «una stilla d'amore, umile e solo.

«E tutto diverrà per t'onorare «Mirra, Olibano, Incenso e Belzuino; «e saliranno come ad un altare «i cuori a te, con giubilo divino.

«La carne è santa. È l'immortale rosa «che palpita di suo sangue vermiglia. «È la madre de l'uomo ed è la figlia. «Ed è quella che sta sopra ogni cosa.

«Ella racchiude, come un'urna aromi, «tutte le voluttà, tutti i dolori. «Ha l'ardente opulenza ella de' pomi, «ha la soavità casta de' fiori.

«Quale a notte in un tempio una fontana «mormora ascosa e dà voci di lire, «fa il sangue in lei pe 'l ritmico fluire «una musica assai dolce e lontana.

«La carne è santa. Guai a chi non piega «l'anima innanzi a lei; però che tristo «egli l'essere suo nega, e rinnega «il suo divin maestro Gesù Cristo:

«Gesù che, fatto carne, in su la croce «morì ne la montagna solitaria, «Gesù che, fatto carne, ebbe in Samaria «verso la donna così mite voce,

«Gesù che, fatto carne, arse d'amore «vedendo un giorno in su la via fiorita «la Magdalena, e lei pregò d'amore «e me condusse a questa dolce vita!»

Tali cose ammonia, tra la comune giocondità de 'l vino, in su la chiara mensa. E le perle de la sua tiara splendeano vagamente come lune.

Il cenacolo avea forma di lira. Quattro colombe d'or con ali tese, in alto, tra le frange di Palmira, a invisibili fili eran sospese.

Due dromedari, avendo in su la schiena, otri forati ed una campanella di fino argento sotto la mascella, spargean su' marmi essenza di verbena.

In torno, i domitori-di-cavalli efebi, sollevando in tra le mani vasi che rendean suon come timballi, beveano salutando Eleabani.

Bevean, coperti di carbonchi, in torno satrapi enormi da la barba d'oro il chalibon, rarissimo tesoro, in un corno sottil di liocorno.

I dottori, i grammatici, i salmisti, ed i leviti, i giudici, li scribi, e i mercatanti, e i musici, commisti, disperdean su la mensa i rari cibi.

Le vestimenta lor, tinte di fuchi preziosi, brillavan di lontano. Alcuni, taciturni, aveano strano aspetto di carnefici o d'eunuchi.

Ma le femmine cinte di ghirlande, con denti bianchi come il gelsomino, rideano tra 'l vapor de le vivande, suggean da coppe di smeraldo il vino.

Il lor nitido riso giungea grato ai cuori, come un verso numeroso. Stendean le braccia, con un grazioso gesto, a mostrare il cùbito rosato;

e prendean su la mensa i cedri, i fichi, e le mandorle, i datteri, le olive. Ne 'l bacio offrian, con belli atti impudichi, la molle polpa su le lor gencive.

--Or mangiate e bevete, e di piacere inebriate il vostro cuor mortale; chè da l'ebrezza a Dio l'inno risale, grato, come l'odor da l'incensiere--

diceva Eleabani. Ed era immune il cuor suo da l'ebrezza ed era chiara la sua voce; e splendeano come lune ferme le perle de la sua tiara.

VIII.

--Francesca, o amica, o trepida colomba, perchè piegate voi su 'l sen la testa, pallida udendo il tuon de la tempesta, che improvviso ne l'anima rimbomba?

Perchè torcete ne 'l dolor le mani, le care mani, i fior gracili e snelli, che pur ieri sapevan, con sì piani blandimenti, solcare i miei capelli?

Francesca, o amica mia, perchè piangete? Le vostre membra treman così forte, e così roca su le labbra smorte vi muor la voce, ch'io non ho quiete.--

Ed ella:--Io guardo nel cuor mio; che, ardente come una lampa, è tutto avviluppato da una spoglia di serpe, transparente, su cui l'orrido Inferno è figurato.

IX.

Come a notte in un tempio una fontana mormora ascosa e dà voci di lire, fa il sangue in noi pe 'l ritmico fluire una musica assai dolce e lontana.

Veramente io non so quali parole il buon sangue ne 'l capo mi favelli volgendo sue misteriose ambagi; ma ben io so che mai gighe o viuole ornaron di più vaghi ritornelli serenate d'amor sotto i palagi. Canta, o buon sangue! Ed i pensier malvagi, tutti, qual vin, da l'anima discaccia. Nel mezzo del mio cor ride una faccia, guardando la vendemmia allegra e sana.

X.

Se pure il verso mio, Francesca, è reo d'aver la vostra natural piacenza ritratta intiera, in un lavacro, senza la casta zona e senza il conopeo,

fu tempo già che Fra Bartolomeo, pingendo i Protettori di Fiorenza, la Nostra Donna in sua gentil movenza ritrasse ignuda in mezzo a 'l gran corteo.