Isaotta Guttadàuro ed altre poesie
Chapter 3
Booz vide una quercia fuor de 'l suo ventre in piena vita sorgere e lenta giugner l'ultimo lume. Una stirpe di umani vi s'ergea, qual catena: un re cantava a 'l piede, moriva in alto un nume.
E mormorava Booz, sotto le verdi foglie: --Come può mai, Signore, questo dunque accadere? Su 'l mio capo fiorirono ottanta primavere: ed io non ho figliuoli, ed io non ho più moglie.
Da gran tempo colei che meco ebbi giacente ha lasciato il mio letto pe 'l tuo letto, Signore; e noi siam l'una all'altro ancor misti d'amore, ella pur semiviva ed io quasi morente.
Una progenie nuova da me sorgere a gloria? Or come posso io dunque aver prole, o Signore? La prima giovinezza ha trionfanti aurore: esce il dì da la notte come da una vittoria;
ma la vecchiezza è tremula, quale ai venti alberello. Io son vedovo, solo, ne 'l vespero, su 'l monte; come un bove assetato piega all'acqua la fronte, io l'anima reclino, mio Dio, verso l'avello.--
Così Booz parlava, ne la misteriosa notte, e a Dio volgea l'occhio inerte; però che l'alto cedro non sente a 'l suo piede una rosa e non sentiva Booz una donna a 'l suo piè.
IV.
Mentre Booz dormiva, Ruth, una moabita, s'era distesa ai piedi de 'l vecchio, nuda il seno, sperando un qualche ignoto raggio o ignoto baleno se venìa co 'l risveglio la luce de la vita.
Ora Booz inconscio dormiva sotto i cieli; Ruth inconscia attendea, con pia serenità. Una fresca fragranza salìa da li asfodeli, e i soffi de la notte languìan su Galgalà.
Era l'ombra solenne, augusta e nuziale. Volavan forse, innanzi a li occhi stupefatti de li umani, erranti angeli; però che in alto a tratti apparivano azzurri lembi simili ad ale.
Il largo respirare di Booz dormïente mesceasi de' ruscelli a 'l romor roco e grave. Era nel tempo quando la natura è soave: i colli avevano gigli su la cima fiorente.
Ruth pensava; dormiva Booz. L'erbe alte e nere ondeggiavano; in pace respiravan li armenti; una immensa dolcezza scendea da i firmamenti. Era l'ora in cui placidi vanno i leoni a bere.
Ogni cosa taceva in Ur e in Jerimàde. Li astri riscintillavano su pe 'l cielo profondo; il mite arco lunare, tra il giardino giocondo de' fiori de la luce, risplendea su le biade;
e Ruth, immota, li occhi socchiudendo tra i veli, chiedea:--Qual mietitore dio de l'eterna estate, poi che le sue stellanti ariste ebbe tagliate, gittò la falce d'oro ne 'l gran campo dei cieli?
IDILLII
.... i cervi, a cui ne li occhi il fascino sta de le solitudini natie, sazî de 'l pascolo, su 'l limite scendono in torme a bevere.
DIANA INERME.
Disegno di ALESSANDRO MORANI.
[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]
L'ANDRÒGINE
Ermafrodito, il semidio procace, sta ne la fonte immerso come in un letto d'oro; ed il ben terso corpo dona a l'abbraccio di Salmace.
Tremano i fiori su la calda linfa i calici schiudendo, mentre si compie l'imeneo stupendo de 'l figliuol di Mercurio con la ninfa.
A la marina, a 'l bosco, a 'l piano, a 'l monte una immensa letizia muove da 'l padre Sole: arde propizia la voluttà su l'amorosa fonte.
E sal con deità di giovinezza ne 'l favore di Giove il gentil mostro che le forme nuove ha temprate di forza e di bellezza.
L'ESPERIMENTO
Ne la stanza regale, ampia e rotonda, ove brillano scritti a le pareti i versetti de' saggi e de' poeti in bei carbonchi di Palesimonda, il Re si chiude in suoi pensier segreti: la barba il petto eröico gl'inonda.
Lo sguardo ei tien su 'l cofanetto assiro che in dieci lune l'orafo compose. Giunge da li orti il soffio de le rose, quasi con metro egual, come un respiro. Il veltro de le cacce avventurose dorme, composto il lungo dorso in giro.
Sta ritto in piè con tutta la figura l'unico Erede, figlio di Ieéna. Ei tace. Una lanugin fulva a pena gli ombra la faccia imperiosa e dura. Bella è la bocca; e l'occhio gli balena di desiderj enormi d'avventura.
Troppo il padre ha regnato, ei pensa. E, piano, scegliendo ne la cintola uno stile cui di recente un suo velen sottile ha fatto azzurro, avanza; e con la mano, già invitta nel frenar l'impeto ostile, punge le nari a 'l veltro persiano.
«HYLA! HYLA!»
De la placida selva entro li abissi, ove s'odon li egìpani bramire, Ila di Misia, il giovinetto sire a cui cingon la fronte i bei narcissi,
prono su la cerulëa sorgente tutte le membra, in atto di ristoro, v'immerge una sua grande anfora d'oro con tardo gesto, dilettosamente.
Piegano a 'l peso de 'l metallo cavo i calici de 'l loto; e treman l'acque poi che l'efébo, ignudo come nacque, in chinarsi v'intinge il suo crin flavo.
Ma da la man ch'è presa di languore sfugge l'anfora e lenta si sprofonda: ne 'l glauco vel la sua forma rotonda appare qual meraviglioso fiore.
L'Asïatico già tende le braccia trepidamente verso l'imo ignoto: attonito, fra i calici de 'l loto ei vede arguta ridere una faccia.
Insidiose, in lunghi allacciamenti, ondeggiano le najadi lascive: balenano di riso ne le vive bocche le chiostre nivëe dei denti.
Sogguardan elle con languida brama Ila, si torcon elle in fra le piante. --O figliuolo del re Teodamante, non così dolce mai Ercole t'ama!--
--O tu, de li Argonäuti diletto, a cui cingon la fronte i bei narcissi!-- Discopron elle in tra' capei prolissi, ridendo a sommo, il ventre bianco e il petto.
Or, prono a la soave riva, il lene Ila sente vanir sua conoscenza, quasi di bocca la divina essenza d'un frutto gli si strugga per le vene.
E le najadi in lunga teorìa sorgon, gli avvincon de le braccia il collo. --Ila chiomato, oh simile ad Apollo!-- Ei beve, ei beve; e il caro Ercole oblìa.
VAS SPIRITUALE
Siede una donna, bianca e taciturna, tenendo l'arpa da le molte chiavi, su 'l solio, ne la sacra ora notturna.
Angeli immensi reggon li architravi; e fra simboli oscuri, in su gl'incisi cuoj, regine con mitra ésili e gravi stanno cogliendo rossi fiordalisi.
Raggian come pianeti i bronzei dischi su le porte di cedro; e ne li adorni velari i liofanti e i liocorni mesconsi a le giraffe e ai basilischi.
Ella, rigida e pura entro la stola, pensa una verità teologale. Chiari i segni de 'l ciel zodiacale a lei giran la chioma di viola.
Li smeraldi e le piume de li uccelli brillano su 'l suo largo vestimento onde le mani cariche di anelli si riposano lungo l'istrumento.
E a piè de 'l solio il vescovo latino move in ritmo un turibolo d'argento ov'arde con la mirra il belzuino.
L'ALUNNA
Sotto i propizïati albor notturni ella cavalca, lungo il reo padule; e dietro, a paro, su due bianche mule seguon due vecchi, gravi e taciturni.
In fondo all'acque cupe di tristizia si muovono talor vaghe figure. Ella rafforza contro le paure il cavallo, con placida blandizia.
Il suo corpo, che intriso fu lung'ora nel lago d'olio all'isola Junonia, dolce come le pelli d'Issedonia a 'l tatto e fresco assai più che l'Aurora,
or chiuso in armatura di gioielli molto riluce. È bionda come il miele; e, come li occhi de la fata Urgele, li occhi suoi brillan verdi in tra' capelli.
Sale dubbio vapor su da li stagni, che in alto a l'aria forme truci assume; a fior de l'acque bollono le schiume; or sì or no da 'l limo escono lagni.
Ma balzan, di desir tutte vermiglie, le rose in tra le zampe a 'l palafreno e baciano a la bella dama il seno o la mano che tien salda le briglie.
E la Luna talor, nuda le spalle, a l'aereo veron d'oro s'affaccia e graziosa a lei mostra la traccia segnando cerchi magici su 'l calle.
Ella cavalca. E, poi ch'è giunta a 'l loco, lascia d'un salto il ben gemmato arcione. A lei li arnesi de l'incantagione porgono i vecchi. Ell'è trepida un poco.
Or prima, i quattro venti a richiamare, battendo ad arte con le lunghe dita sovra una spera concava e polita, fa la rossa mandrágora cantare.
Quindi, girando in ritmo agile a danza tre volte su 'l sinistro piè leggiere, coglie al fine, con risa di piacere, l'unico fior de la dimenticanza,
che, misto a 'l succo de' giusquìami bianchi, rende a le donne la beltà nativa e alli uomini il già freddo cuor ravviva e cinge di valore inclito i fianchi.
DIANA INERME
Quando a 'l mattino il Sol gode tra li alberi con aurea bocca attingere il fior de l'acque, ridono i miracoli de la luce ne 'l mobile
specchio. Ed i cervi, a cui ne li occhi il fascino sta de le solitudini natie, sazi de 'l pascolo, su 'l limite scendono in torme a bevere.
Or le cervine imagini e le arboree tremano a 'l fondo in pendula corona: s'ode ne la pace il crépito de le lingue che lambono.
E, poi che lievi l'aure sopra giungono, i mammiferi timidi ergono il muso ne l'inquietudine, grondanti da le fauci.
Passano lievi per la selva l'aure. Sospiran come cetere li alberi a torno, e ne 'l divin silenzio più gran dolcezza piovono.
Oh de le antiche iddie presente spirito! Non quivi un giorno, in libero d'erbe e di fior profondo letto, giacquero donne possenti e amarono?
Biancheggia entro le chete acque una statua, sommersa; le marmoree forme de 'l petto resupino, simili a chiusi fiori, emergono.
È Diana: così dorme da secoli. Ma pur, quando a le tiepide lunazïoni estive i boschi odorano, si sveglia ella; ed il lucido
corpo piegando in arco alzasi. Tremano l'acque raggiate; e, attoniti in conspetto di tal forma, su' margini non han li alberi fremito.
Alzasi lenta; e cresce come nuvola, come su da la tenebra crescea per l'arti de la maga tessala, porgendo la man nivea.
Da quel divino gesto attratti, vengono i cervi a lei con docile bramire, ed una siepe alta compongono. Gioisce a lo spettacolo
di tanta preda il cuore de la vergine cacciatrice.--Oh lietissime stragi sonanti lungo i fiumi patrii!-- ripensa ella; e sommergesi.
INTERMEZZO MELICO
TITANIA:
_Music, ho! music; such as charmeth sleep._
A MIDSUMMER-NIGHT'S DREAM AC. II. SC. II.
Ne la man con gesto lieve da i virgulti accoglie l'onda.
ROMANZA.
Disegno di ALESSANDRO MORANI.
[Illustrazione]
ROMANZA
Quale un dio lieto che gode in sua via sparger viole e salire ode la lode da la sua terrena prole,
su la selva alta, che tace, dolcemente guarda il Sole. Roco il vento, ne la pace, mette sue rare parole.
Stanno li alberi aspettando, con monili di rugiade. Sopra l'erbe a quando a quando una gemmea stilla cade.
Hanno li alberi stupore de la forza che li invade; ma non anche vive un fiore su le braccia lunghe e rade.
Pianamente viene l'Ora. Ella, come l'Ebe, è bionda; e de' baci de l'Aurora ella ancora è rubiconda.
Ne la man con gesto lieve da i virgulti accoglie l'onda. Guarda e ride. Quindi beve, con felicità profonda.
E la selva a poco a poco cede al fascino de 'l Sole. Ne la pace, il vento roco mette sue dolci parole.
ROMANZA
Ondeggiano i letti di rose ne li orti specchiati da 'l mare. In coro le spose con lento cantare ne 'l talamo d'oro sopiscono il sir.
Da l'alto scintillan profonde le stelle su 'l capo immortale; ne 'l vento si effonde quel cantico e sale pe 'l gran firmamento che incurvasi a udir.
Ignudo, le nobili forme consparso d'un olio d'aroma, l'amato s'addorme: la sua dolce chioma par tutta di neri giacinti fiorir.
Discende da' cieli stellanti un fiume soave d'oblio. Le spose, pieganti su 'l bel semidio, ne bevon con lungo piacere il respir.
ROMANZA
Sotto l'acqua diffuse verdeggiano le piante; e in rigido adamante paion constrette e chiuse.
Le coppe ampie de 'l loto splendono ivi, non tocche: su 'l loro stelo immoto paiono aperte bocche.
Ancora il vaso d'oro che a l'acqua Ila protese, la vasta urna cretese da 'l bel fianco sonoro,
fa co 'l suo grave pondo le foglie ancor piegare. Ma non s'odono a 'l fondo le najadi cantare.
Le najadi procaci, che il giovinetto sire ad Ercole rapire osarono co' baci,
giacciono a 'l fondo estinte da gran tempo ne 'l gelo; e le lor membra avvinte che splendean senza velo,
quelle membra ove i lievi fiori de 'l sangue allora uscían brillando fuora come rose tra nevi,
e li occhi ove saette avea certe il disío, e le bocche perfette ove più d'un bel dio
trapassando per Colco piacquesi a lungo bere, e le chiome leggere che segnavan d'un solco
aureo l'acque ne 'l nuoto involgendo e portando i calici de 'l loto con un murmure blando,
or tutto è inerte e informe ne l'ime sedi algenti. In biechi atteggiamenti di morte, il coro dorme.
Dorme per sempre il coro de le ninfe sommerse; ma brilla il vaso d'oro ch'Ila ne 'l fonte immerse.
ROMANZA
Lungo il bel fiume, taciti muovono i cigni a schiera. Nobili e puri, splendono quali forme di luce.
Un desío, ne la torbida notte di primavera, li aduna; e li conduce a lidi più lontani.
Desío d'amori umani forse li accende ancora. A 'l lor remeggio s'aprono l'acque in raggianti anelli,
e fan soave crepito come innanzi a una prora; cui rispondon con lento murmure li arboscelli,
cui talvolta rispondono ne 'l gran silenzio intento con iterati suoni, come d'un riso, li echi.
Ai lidi i cigni muovono, dove in profondi spechi donne misteriose da gran tempo prigioni
vivono, inconsce d'ogni diletto de l'amore. Come Leda Tindaride a 'l dio Giove soppose
il bellissimo fiore di sue membra (e ne' sogni de' poeti, miracolo di gioia, Elena sorse),
così le occulte najadi, ch'entro l'adamantino gelo de l'acque il Sole non mai baciò nè scorse,
offriranno il lor vergine seno. Ed un'alma prole nascerà da' connubii, poi che il cigno è divino.
ROMANZA
Prono, su 'l mar natale cui nasconde la duna, ride il sole autunnale, dolce come la luna.
S'ode il mare pe 'l lido gemere, lento e grave. S'ode talora il grido fievole d'una nave
che faticosa in vano lotta co 'l vento avverso, o il richiamo lontano d'un uccello disperso,
o l'improvviso tuono d'un'onda più gagliarda. Ride il sole, già prono, e dolcemente guarda.
ROMANZA
Il porto ampio s'addorme, stanco d'uman lavoro: chiude un molle tesoro entro il suo seno enorme.
Par che ne l'aria salga un suo possente fiato: è caldo e profumato come di frutti e d'alga.
Arde qualche fanale, raro tra la nebbietta: il chiaror torbo getta lunghe e péndule scale.
Ad ora ad or si leva un flutto, e su le prore fa trepido romore qual d'un gregge che beva.
Come crescono i vènti de la terra, più gravi li odori e più soavi e più sottili e ardenti
salgon da' vasti legni carchi di spezie rare. E ne l'alba lunare a noi s'aprono i regni
meravigliosi, i liti cari a 'l Sole, ove amando vivono e poetando uomini forti e miti.
Da 'l soffio a l'aria effusi per lunghe onde i profumi, come celesti fiumi in un solo confusi,
ondeggian su la bruna congerie de le antenne. Ed ecco, ne 'l solenne silenzio de la luna,
alzasi un lento coro da quella selva informe. Il porto ampio s'addorme, stanco d'uman lavoro.
ROMANZA
Ne la coppa elegante ove il sole ha fulgori tremuli e gai colori come in un diamante,
non anche dà un sospiro il giglio morituro. Piega, mistico e puro, in suo dolce martíro.
Cade, su l'acqua accolta ne la carcere breve, mite come la neve qualche foglia disciolta;
e li stami che ardenti quali raggi da un serto rompeano da l'aperto seno a tentare i vènti,
i vivi agili stami cui d'un volo sonoro cingean gl'insetti d'oro laboriosi a sciami,
entro il calice infranto paiono irrigiditi verso Dio, come i diti lunghi e scarni d'un Santo.
Un odore assai fioco, odor quasi d'incenso che per un tempio immenso vanisca a poco a poco,
da 'l giglio umile sale divotamente a 'l cielo. Trema il languido stelo. _O Vas spirituale!_
ROMANZA
Ne le sue nubi avvolta la Luna si riposa, come in profondo letto. Ridendo, a volta a volta, sorge come una sposa ignuda a mezzo il petto.
Ancor su l'acqua splende trepidamente in arco il solco de 'l naviglio; e lungi si protende la fresca ombra de 'l parco entro il chiaror vermiglio.
Ne l'aria de la notte il fior d'arancio effonde odor più dolce e pieno, misto a 'l fior d'oleandro.
Su la scala, ove rotte hanno gemiti l'onde, Rosalinda vien meno tra le braccia a Silvandro.
RONDÒ PASTORALE
A 'l gran Maggio i vènti aulenti per le selve hanno lamenti vaghi e assai lontani cori; e, recando ampi tesori d'acque, suonan le correnti.
Oh bei colli, sorridenti ne' rosati albeggiamenti, d'onde salgon mille odori a' l gran Maggio!
Siede in mezzo i bianchi armenti Gallo e trae novi concenti da' l suo flauto a sette fori; e i richiami ode Licori da le siepi rifiorenti a' l gran Maggio.
Su la scala, ove rotte hanno gemiti l'onde, Rosalinda vien meno tra le braccia a Silvandro.
ROMANZA.
Disegno di VINCENZO CABIANCA.
[Illustrazione]
RONDÒ
Come sorga la luna da le cime selvose e grave su le cose sia l'oblio de la luna,
amica, tu verrai furtiva ne 'l verziere. Hanno i consci rosai ombre profonde e nere.
O amica, senz'alcuna tema verrai: le rose avran latébre ascose per lor sorella bruna, come sorga la luna.
ROMANZA
Ella tremando venne alfine, ove a me piacque. Che mai dicevan l'acque ne 'l silenzio solenne?
Palpitavan le stelle ne la conca profonda; come fiori, più belle splendeano in tra la fronda.
Parevano i roseti ne l'ombra alte compagi di neve: in loro ambagi avean cari segreti.
Ella con le due braccia il mio collo ricinse, e mi porse la faccia, e tutta a me s'avvinse.
Con sì lungo piacere io la baciai d'amore che parvemi ne 'l cuore tutte le rose avere.
Ben or, se l'aulorose labbra onde il miel trabocca bacio, sapor di rose mi si diffonde in bocca.
RONDÒ
Entro i boschi alti e soli (era la luna piena) fluiva in larga vena canto di rosignoli.
Da 'l triste inno corale pendeva ella, in ascolto. Chino su 'l davanzale, io pendea da 'l suo volto.
Non i miei lunghi duoli, non de 'l suo cor la pena a la notte serena diceano i rosignoli entro i boschi alti e soli?
RONDÒ
Lungi i boschi alti e sonori dove l'Austro avea gran lite e da mille verdi vite salían canti a' nostri amori!
Eran tristi i bei cantori a le nostre dipartite. Ma pur oggi, o amica, dite: non udite i nuovi cori?
Ne' religïosi albori sorge Roma, augusta e mite; e le sue cupole ardite prende il sole e i vasti fòri, augurando a' nostri amori.
ROMANZA
Dolcemente muor Febbraio in un biondo suo colore. Tutta a 'l sol, come un rosaio, la gran piazza aulisce in fiore.
Dai novelli fochi accesa, tutta a 'l sol, la Trinità su la tripla scala ride ne la pia serenità.
L'obelisco pur fiorito pare, quale un roseo stelo; in sue vene di granito ei gioisce, a mezzo il cielo.
Ode a piè de l'alta scala la fontana mormorar, vede a 'l sol l'acque croscianti ne la barca scintillar.
In sua gloria la Madonna sorridendo benedice di su l'agile colonna lo spettacolo felice.
Cresce il sole per la piazza dilagando in copia d'or. È passata la mia bella e con ella va il mio cuor.
RONDÒ
Quante volte, in su' mattini chiari e tiepidi, io l'aspetto! Ella ancora ne 'l suo letto ride ai sogni matutini.
Su la piazza Barberini s'apre il ciel, zaffiro schietto. Il Tritone de 'l Bernini leva il candido suo getto.
I nudi olmi a' Cappuccini metton già qualche rametto: senton giugnere il diletto de' meriggi marzolini. Come il cuor balzami in petto se colei vedo, che aspetto, in su' tiepidi mattini!
ROMANZA
Vi sovviene? Fu il convegno sotto l'Arco dei Pantani. Voi, saltando giù da 'l legno, mi porgeste ambo le mani.
Ridean l'agili colonne, tutte argento buono, a 'l sol; ed i passeri loquaci le cingean d'allegro vol.
Sotto l'Arco il cavalcante attendea con i due bai. Con sì pronto atto elegante voi balzaste, ch'io pensai:
--Quante volte ne' selvaggi parchi il cervo ella inseguì? Dolce cosa al fianco suo galoppar tra gli allalì!--
Voi chiedeste, con un riso ne' belli occhi:--Dunque andiamo!-- Era bianco il vostro viso, bianco assai. Risposi:--Andiamo.--
Ma facean altre parole gran tumulti in fondo a me. Le contenni: il cuor ne 'l petto con che furia mi battè!
Era il fòro taciturno da una grave ombra occupato. Sopra il tempio di Saturno indugiava il dì, pacato.
Un non so che senso augusto si spargea, di deità, su da quella morta pietra ne la gran vacuità.
Un istante voi fermaste il cavallo in su 'l confine. Ne l'eguale ombra più vaste digradavan le ruine.
Ma s'apría più vasto ancora e profondo il mio desir. Io sentìa l'impeto forte a la mia bocca salir.
Voi diceste:--Or dunque il vostro bel San Giorgio? È ancor lontano?-- In silenzio alto di chiostro era il fòro. Con che strano
sentimento di tristezza ne 'l silenzio risonò quella voce, e ne 'l mio cuore la speranza ravvivò!
A San Giorgio io vi guidai, a la chiesa erma e gentile che fiorito a' novi rai leva il roseo campanile.
Da la prossima Cloaca, che de 'l maggio a la virtù pur fioría, di femminette gran cantar veniva su.
I mattoni bisantini rilucean vermigli a 'l sole, come fosser pietre fini, carboncelli o cornïole.
Oh San Giorgio benedetto! Ivi alfin l'amor s'aprì. Dolci cose io vi parlai. Piano, voi diceste sì.
ROMANZA
Dolce ne la memoria quella vista si leva. Su l'Aventino ardeva lento il giorno: una gloria
come di bianche rose versava il ciel su 'l colle e copría de la molle neve tutte le cose.
A 'l pian nebbie leggere si spandeano da 'l fiume: parean, ne 'l dubbio lume, volubili riviere
traenti in loro ambagi favolosi navigli. Dietro, grandi e vermigli tra i cipressi i palagi
su 'l colle imperiale parean arsi da chiusi fochi. In un sol confusi romor profondo eguale,
suoni d'opere umane salían da la vicina ripa; a Santa Sabina squillavan le campane.
Una pace serena, la pia pace che amavi ne' tuoi cieli soavi, o Claudio di Lorena,
si spandea ne l'occaso, piovea su' cuori oblío. Vinto l'essere mio da quel fascino e invaso,
tutto de la recente voluttà pieno ancora (come, o dolce signora, la tua bocca era ardente!),
all'alto all'alto, anélo, tendea, spenta ogni guerra. E parea che la terra illuminasse il cielo.
OUTA OCCIDENTALE
Guarda la Luna tra li alberi fioriti; e par che inviti ad amar sotto i miti incanti ch'ella aduna.
Veggo da i lidi selvagge gru passare con lunghi gridi in vol triangolare su 'l grande occhio lunare.