Isaotta Guttadàuro ed altre poesie
Chapter 2
.... a 'l cuor giunge il freddo del serpente.
MELUSINA.
Disegno di GIUSEPPE CELLINI.
[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]
Aprile, il giovinetto uccellatore, a cui nitido il fiore de le chiome pe' belli omeri cade, ne 'l cavo de la man, come un pastore, in su le prime aurore ha bevuto le gelide rugiade.
Aprile, il giovinetto trovadore, su le canne sonore dice l'augurio a le nascenti biade: i solchi irrigui fuman ne 'l tepore, un non so che tremore le verdi cime de la messe invade.
Ecco la Bella! Ecco Isotta la blonda! China, de la sua porta a 'l limitare, ella stringe il calzare a 'l piè che sanno i boschi. E il dì la inonda.
Toccan la terra, a l'atto de 'l piegare, i suoi capelli, in copia d'or profonda. Oh, la faccia gioconda che a pena da quel dolce oro traspare!
V.
BALLATA DELLE DONNE SUL FIUME
A torme a torme candidi paoni, lenti, silenti come neve in aria, discendono su l'agili ringhiere.
ELIANA.
Disegno di MARIO DE MARIA.
[Illustrazione]
I nitidi mercanti alessandrini, profumati di cìnnamo e d'issopo, bevean su la riviera di Canopo ne' calici de 'l loto i rosei vini.
Noi lungo il fiume, ove sì dolci istanti indugiammo cercando per la via il grappolo tardivo, navighiamo a diletto, in compagnia di musici che il lido empion di canti. Tutto s'accende il lido fuggitivo a lo splendor vermiglio. Tu, ridendo, co 'l calice d'un giglio attingi le bell'acque scintillanti. La man tua lieve crea schietti rubini.
Le gentildonne, che fan gaia corte a te con gran sollazzo, in su' minori legni, rapidamente seguon l'esempio e con i bianchi fiori attingon l'acque d'or, ridendo forte. Tutte, in un tempo, bevono a 'l lucente vespero, inebriate, quasi Bacco le linfe abbia cangiate in vin di Scìo, da' regni de la morte. Suonano a torno i lieti ribechini.
Così tu vai, piacente Primavera, navigando ne 'l vespero, per l'almo fiume onde Amore sorse; e i gigli tratti dietro il paliscalmo vestono forme, ne la dubbia sera. Non calano da' rotti argini forse le ninfe a 'l Latamone? Questa, piena di donne e di canzone, non è l'isola bella di Citera? Non sei tu dunque iddia ne' tuoi domíni?
Questa è l'isola bella: non la tiene però Venere. Isotta ha signoria, Isotta Biancamano, su la verde Brolangia solatìa ove reìne clementi e serene vissero a lungo, in tempo assai lontano, e amaron poetare. Qui non s'ode Bacchilide cantare, non Saffo, non Alceo di Mitilene. Ma s'odono i leuti fiorentini.
O musici, toccate li strumenti con più dolcezza, poi che a' lauri in cima è la luna novella. Cantate, o gentildonne, a cui la rima fiorisce in amorosi allettamenti a sommo de la bocca picciolella. Sicchè di su l'altura udendo suoni e canti a la ventura, veggendo faci, dicano le genti: --Torna forse Brisenna a' suoi festini?
VI.
BALLATA E SESTINA DI COMMIATO
.... su da la tenebra crescea per l'arti de la maga tessala, porgendo la man nivea.
DIANA INERME.
Disegno di GIUSEPPE CELLINI.
[Illustrazione]
BALLATA.
Ora è muto il selvaggio paradiso già costumato a la tua signoria. Dov'è la voce onde l'anima mia e la selva tremavan d'improvviso?
Pavidi, in tra la selva umida e fresca, correano a quella voce i cavriuoli. Splendean miti ed umani li occhi a l'ombra in guardarti; ed i figliuoli, alti e biondetti, sen venìano a l'esca de 'l cibo, come a 'l pan giovini cani. Forte ridevi tu quando a le mani i lor teneri denti ti mordevan con piani incitamenti. Tra la fronda eran queti li usignuoli ed i frassini intenti ascoltavan salire il dolce riso.
SESTINA.
Quando più ne' profondi orti le rose aulivano per l'aria de la sera e mesceasi a quel lor tepido fiato sapor di miele da' pomari d'oro, venne Isaotta un tempo a le mie braccia, candida e mite quale a maggio luna.
Non sì dolce chinò li occhi la Luna su 'l suo vago sopito in tra le rose Endimïon, tendendo ambo le braccia, (splendeva il Latmo a la vermiglia sera, cui bagnano i ruscelli in vene d'oro: sol de' veltri s'udia l'ansante fiato)
com'ella sovra me. Caldo il suo fiato io sentìa su 'l mio volto, ed a la luna vedea brillare la cesarie d'oro cui cingevano i miei sogni e le rose. Fulgida aurora a me parve la sera, ne 'l cerchio de le sue morbide braccia.
Dolce cosa languir tra le sue braccia! Dolce, languendo, bevere il suo fiato! Voci correan d'amor per l'alta sera; e bramire s'udian cervi a la luna da' chiusi, e Agosto a l'ombra de le rose cantar soletto in su la tibia d'oro,
e a quando a quando, come in vaso d'oro pioggia di perle, da le verdi braccia de li alberi che misti eran di rose le odorifere gomme ad ogni fiato d'aura cader su' fonti ove la luna piovea gl'incanti de l'estiva sera.
O donna ch'anzi vespro a me fai sera, cui Laura è suora ne le rime d'oro, deh foss'io, come il vago de la Luna, addormentato, e alfin tra le tue braccia mi risvegliassi e bevere il tuo fiato potessi ancora, in letto alto di rose!
Tu la Bella vedrai diman da sera e a lei ricingerai le chiome d'oro, canzon, nata di notte senza luna.
QUI FINISCE IL LIBRO D'ISAOTTA.
SONETTI DELLE FATE
E su tal corda l'anima sospira.
GRASINDA.
Disegno di GIUSEPPE CELLINI.
[Illustrazione]
A GIUSEPPE CELLINI
Lino ai boschi de l'isola di Creta udía le ninfe correre tra i rami e Teocrito udía lunge i richiami di Lyda a riva e i canti di Dameta.
Tu ne li orti d'Italia odi, o poeta, rider le fate come in lor reami. Ti chiede Urganda:--O mio sire, tu m'ami?-- e ti trae ne la sua reggia segreta.
Agile, ardente quale fiamma, Urganda t'intesse a torno con rapidi voli una danza di perfida virtù.
Ma non anche tu dormi in Broceglianda tra i mirti intonsi, a' lai de' rosignoli, poi ch'io suono il fatal corno d'Artù.
ELIANA
Dorme a notte il palagio d'Elïana, simile a un dòmo gotico d'argento. Or, ne la luce senza mutamento, pare un fragile incanto di Morgana.
Armoniosa come uno stromento apresi a torno l'alta ombra silvana; ed a piè de la scala una fontana singhiozza in ritmo ne 'l silenzio intento.
A torme a torme candidi paoni, lenti, silenti come neve in aria, discendono su l'agili ringhiere.
Sono le spose morte di piacere, che tentan la dimora solitaria. E il bosco è pieno d'implorazïoni.
MIRINDA
Mirinda e il fido, ne l'occulta stanza, adagiati su' troni orientali, dilettansi a gittar lucidi strali sotto i piè d'un fanciul nudo che danza.
Un grande e bianco augello, a passi eguali, carico d'otri, sparge in abondanza acque d'ambra d'insolita fragranza su i marmi che dan lume ai penetrali.
--Vedrem fiori, com'ampie urne, fiorire; berremo un vin ne' puri alvi de' frutti; e guarderemo entro smeraldi il sole.--
Dice Mirinda. E il tremulo nitrire de' liocorni e il murmure de' flutti si mescono a le sue lente parole.
MELUSINA
Guarda, assisa, la vaga Melusina, tenendo il capo tra le ceree mani, la Luna in arco da' boschi lontani salir vermiglia il ciel di Palestina.
Da l'alto de la torre saracina, ella sogna il destin de' Lusignani; e innanzi a 'l tristo rosseggiar de' piani, sente de 'l suo finir l'ora vicina.
Già già, viscida e lunga, ella le braccia vede coprirsi di pallida squama, le braccia che fiorían sì dolcemente.
Scintilla inrigidita la sua faccia e bilingue la sua bocca in van chiama poi che a 'l cuor giunge il freddo de 'l serpente.
GRASINDA
Dorme Grasinda in mezzo a' suoi tesori, ove l'incanto un sonno alto le impose. E l'intima dolcezza de le cose ver lei migra in assai vaghi romori.
Fremono a torno li alberi canori, da la grande armonía piovendo rose quasi che per virtù misteriose si rispandano i suoni in rari fiori.
Lento il corpo ne 'l sonno a 'l ritmo cede: compongonsi le membra agili in arco e prendon forma di lunata lira.
Si tendono le chiome argute al piede facendo strano a' due pollici incarco; e su tal corda l'anima sospira.
MORGANA
Or tremule, su i mari e su le arene, crescon ne la lunare alba le imagi: materïati d'oro alti palagi e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi con inteste di fior lunghe catene. Come navi in balía de le sirene, ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente ne 'l letto de la nube solitaria, quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama, seguendo un carme ne la mente, cullare de le man languide a l'aria la città da le mille scale d'oro.
ORIANA
Orïana tenea l'incantamento. Giacean, ebri d'assai dolci veleni, ne l'antro i prodi; e larga di sereni sogni la Luna era a l'umano armento.
Pascean su 'l limitare i palafreni meravigliosi, li émuli de 'l vento: battean la lunga coda in moto lento a la coscia, e nitrían per li alti fieni.
Giunse Amadigi a l'antro solitario, tutto de l'armi splendide vestito; e tre volte suonò, ne 'l muto orrore.
Quindi, rompendo il magico velario che l'edera tessea, con quell'ardito gesto egli prese ad Orïana il cuore.
ORIANA INFEDELE
Quando Amadigi con l'eterna amante giunse a l'isola Ferma (auree ne 'l giorno lucean le mura ed i verzieri in torno aulívano), le porte d'adamante
s'apriron mute e gravi, a 'l suon de 'l corno; ma, lasciando Orïana a Floridante, il Donzello del mare, almo e raggiante, penetrò solo ne 'l divin soggiorno.
Disse a la donna il bel sir di Castiglia: --Ahi che troppo di te m'arse il desio! Or tu m'odi!--E la trasse ai labirinti.
Mago ne l'aria odore di jacinti vinse Orïana de 'l soave oblio. Ridea Lurchetto in sua faccia vermiglia.
SONETTI D'EBE
.... Morgana, in dolce atto giacente ne 'l letto de la nube solitaria....
MORGANA.
Disegno di VINCENZO CABIANCA.
[Illustrazione]
IL CAVALIERE DELLA MORTE
In un'antica stampa de 'l Durero va contro maghi e draghi a la battaglia tutto chiuso ne l'arme un Cavaliero su 'l gran cavallo coperto di scaglia:
a 'l fianco l'accompagna da scudiero la Morte senza piastra e senza maglia, dietro gli segue da valletto il nero Peccato; e fosca innanzi è la boscaglia.
Io così, nuovamente, a la conquista de l'Arte e de l'Amor, salgo la vita; ma il mio bieco scudier non mi rattrista,
ma il valletto ridendo alto m'incita ed incanto non v'ha che mi resista, poi che già in groppa, o Bella, io t'ho rapita.
IL FIUME
I.
Quando lungo il selvaggio fiume la mia signora navigava, a l'aurora, con pomposo equipaggio,
si faceva canora la riva a 'l suo passaggio e li uccelli di maggio volavan su la prora.
Scendevano i tappeti, di color rosso e giallo, ne l'acqua di turchese.
E i galanti roseti salutavano il gallo dipinto su 'l palvese.
II.
Per virtù de' miei canti emergevan da l'onda amorosa e feconda mille fiori odoranti;
e la signora bionda da' grandi occhi stellanti arrideva alli incanti, con voluttà profonda.
Prendeano singolare forma ne 'l dubbio lume alti i pioppi d'argento
e parean s'abbracciare giù ne 'l letto de 'l fiume, co 'l favore de 'l vento.
III.
Sorgean quindi, nutrite da 'l padre fiume, vive selve lungo le rive e s'aprian ne 'l ciel mite.
Da le sedi native le ninfe sbigottite correvano inseguite, candide fuggitive.
E pe' i recessi impervi de i divini soggiorni, ne 'l silenzio divino,
bramivan come cervi li egìpani, bicorni iddii da 'l piè caprino.
IV.
La bianca dama il ciglio con la man, dolcemente, schermìa da la nascente forza de 'l sol vermiglio
e l'altra man pendente, simile a un molle giglio, tenea fuor de 'l naviglio entro l'acqua corrente.
E nulla era più bello e leggiadro de l'atto ch'ella facea, tra i raggi,
cogliendo un ramoscello o un gran fiore scarlatto da li argini selvaggi.
V.
Quando a terra posava ella il suo piè ducale, la selva fluviale tutta in fiore cantava.
Saliva il nuziale inno a l'ospite flava; e a 'l tuono era la cava selva una catedrale.
Io, piegando i ginocchi, dicea:--Bionda signora, un servo, ecco, si prostra.
Ella chinava li occhi, bella come l'aurora, e dicea:--Sono vostra.
IL CANTO
Un giorno ella cantò, su la galea, ad alleggiar la mia grave fatica. E il mare a noi, spirante ancor l'antica divinità, propizio sorridea.
Al riso innumerevole, l'aprica riva non lungi in breve arco splendea, polita e bianca, qual ne l'Odissea la riva de la dolce Näusìca.
Or così, mentre io ripensava Ulisse, guardando pe 'l seren grembo de l'acque palpitar l'ombra de l'amata chioma,
parvemi, Omero, il dáttilo fiorisse in sommo de 'l gentil labbro, che nacque a favellar ne 'l tuo puro idïoma.
SIMILITUDINE
Pascono in ozio su le mura erbose i cavalli asïatici d'Erode, mirabili cavalli; e tra le rose il fluttuare de le lunghe code
mollemente si perde. Accidiose dormon le palme a torno in su le prode, e or sì or no ne 'l sonno de le cose il vivente de 'l mar fremito s'ode.
Ma se Jacìm con rauco grido appare, balza correndo a lui lo stuol disperso, a lui guardando da li occhi inquieti.
Amo così, mia bella, io figurare i desideri miei per te ne 'l verso, cavalli pascolati in tra i roseti.
SOGNO D'UNA NOTTE DI PRIMAVERA
Tu discendi con pompa orientale giù pe' i lucidi gradi; ed una schiera di femmine ti segue, per la nera scala raggiando la beltà nivale.
Verso la terra, in atto di preghiera, tu protendi le braccia; ed a 'l segnale da le bocche mulièbri agile sale il cantico a la nuova primavera.
Si muovono con lento ondeggiamento le teste a 'l ritmo, e su per l'aria aperta in lontananza il pio cantico spira.
Odesi, poi che il gran clamore è spento, la lunga scala d'ebano, coperta di femmine, vibrar come una lira.
L'ADORAZIONE
Pallidi ne li azzurri jacintèi stan li oleandri lungo il mar giocondo, quali Tádema, il dolce pittor biondo, già vide ne li idilli di Pompei.
Biancheggiano in quadrùplo ordine a tondo su le insigni colonne i propilei; e da l'ombra felice ove tu sei, Ebe, ne l'aria sale odor profondo.
L'aroma de 'l divin fiore, che intatto ne 'l tuo misterioso essere chiudi, per una lenta ebrïetà m'attira.
De le trepide braccia, umile in atto, io ricingo i tuoi piè candidi e nudi. Suona l'anima mia, come una lira.
RURALI
Siede una donna, bianca e taciturna, tenendo l'arpa da le molte chiavi, su 'l solio, ne la sacra ora notturna.
VAS SPIRITUALE.
Disegno di G. A. SARTORIO.
[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]
VIA SACRA
Io te porto su 'l plaustro alto, Maraja, istorïato d'angeli e di santi, su 'l plaustro di trionfo a quattro paja di bovi da le corna erte e lunanti.
Ondeggia in ritmo ai passi ogni giogaja bianca splendendo; il can fulvo davanti gioiosamente a i gravi passi abbaja; e a 'l salïente amor s'alzano i canti.
Oh per il colle olivi in rare file sopiti, in un pallor dubbio di argento su 'l dolce azzurro pomeridiano!
Oh tra li olivi il coro feminile svolgentesi ne l'aria senza vento, come un ampio cantar gregoriano!
PER LA MESSE
I.
Quando il tuo corpo d'Ebe, alto, ridente ancor d'infanzia e già schiuso nel fiore de la prima bellezza adolescente, sorse avanti improvviso (era l'odore
pe' i ricolti sereno), la vivente ubertà de' capelli a 'l fulvo ardore de le spighe così naturalmente si giunse e così vergine il candore
del sol ne l'innocenza del mattino arrise, ch'io tremai. Non forse tu, risorta da la terra genitrice,
eri un'iddia de 'l buon tempo latino? E non venivi ai popoli datrice d'una nuova più forte gioventù?
II.
Sia con l'uomo la pace e la giustizia. Tace, inerte nel sonno, la pianura sazia di luce e pingue di dovizia oppressa da l'immensa genitura.
Argentëi de' venti a la blandizia li olivi custodiscon la matura copia. Fáusto il ciel brilla; e un coro inizia i gravi offici de l'agricultura.
E si svolge così, ne la profonda serenità de la tua luna estiva, l'inno del pane, o madre terra esperia;
come quando per Cerere feconda il mite canto arvalico saliva, regnando Numa con la ninfa Egeria.
III.
Or falcian diecimila braccia umane la messe del frumento. Come antiche are sacrate a deità pagane, su i rasi campi sorgono le biche;
e lietamente l'uomo a le fatiche piega la forza de le membra sane, però che ride in cima de le spiche a l'uom l'augurio de 'l futuro pane.
Guarda da l'alto su la rusticale opera il Sole, dio benigno e grande a cui sacro è ne' solchi ogni covone.
E ne la pia letizia cereale per me la tua geòrgica si spande, o Publïo Vergilïo Marone.
LA MADRE
Vigile, all'alba, sta su 'l limitare della casa la Madre ottagenaria, da poi che alla fatica frumentaria i molti figli attendono. E cantare
ode la Madre i figli alto nell'aria concordemente l'inno salutare che prega il Sole di beneficare la santità dell'opra alimentaria.
Alla dolcezza del compatimento materno in cuor de' figli la nativa pazienza risorge. Or, tra i sudori
e la sete e la polvere ed il vento, la pazienza è il lene olio d'oliva che conforta le membra ai lottatori.
I SEMINATORI
Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi da la pacata faccia; e, dietro quelli, fumiga la traccia del ferro aperta alle seminagioni.
Poi, con un largo gesto delle braccia, spargon li adulti la semenza; e i buoni vecchi, levando al ciel le orazïoni, pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.
Quasi una pia riconoscenza umana oggi onora la terra. Nel modesto lume del sole, al vespero, il nivale
tempio de' monti inalzasi: una piana canzon levano li uomini, e nel gesto hanno una maestà sacerdotale.
IL POMO
Pendono i frutti, maturati a 'l roseo calor de 'l sole, e tremano: intatti ancora, poi che ad Ebe l'intima dolcezza lor consacrano.
Vermigli sono e de 'l lor peso aggravano i rami e de 'l lor numero; e tale effluvio spargono aulentissimo onde mi ride l'anima
tutta e ne 'l capo assai giocondi nasconmi pensieri e vaghe imagini di amore sì che in vero tutta ridemi, come ne 'l vino, l'anima.
Sopraggiunge ne li orti Ebe, con subita gioia; e ridendo gridami: --O tu, o tu che siedi sotto l'albero de 'l pomo, un frutto coglimi!--
--Non io te 'l coglierò, ma te medesima leverò, fino a giugnere il ramo, su le mie braccia, o dolcissima Ebe.--Ed ella:--Or tu lévami
su le tue braccia.--Ed io la levo, a giugnere il buon frutto che penzola ed alletta, sì come ne la favola antica del re Tantalo.
Ergesi il corpo d'Ebe, quale un'anfora, da la mia stretta; e l'avide mani ella tende a 'l ramo, in attitudine bellissima; ed ai cúbiti
nudati le sorridono due rosei cavi, due nidi rosei, ove, meglio che a 'l frutto, io vorrei mordere, me' che a l'inarrivabile
frutto.--Ancora!--ella grida--Ancora! Un ultimo sforzo, ed ha vinto Tantalo!-- Ond'io più l'alzo; e più ne 'l desiderio ardo, sentendo il palpito
de le sue membra. Grida ella:--Vittoria!-- E, d'un salto, si libera da le mie braccia e fugge, abbandonandomi. --Vittoria!--li orti echeggiano.
Poi ella torna, perocchè ne l'animo sia pïetosa. Offrendomi la cara bocca, ancora tutta rorida de 'l succo, d'onde l'alito
esce fragrante come su da 'l calice d'un fiore, dice:--Baciami!-- Ed a lungo io la bacio; e tutti fremono, parmi, d'invidia li alberi.
LA VENDEMMIA
Prema co 'l pié gagliardo un giovinetto, entro il tino di quercia, le capaci sacca ricolme d'uva succulenta; ed all'urto gli scorra il mosto in rivi.
Poggiato ad una verde asta silvana, ei moderi co 'l suo canto l'alterno salto de' piedi; e sia composto, quale è Dïonigi nel buon marmo acheo.
Gli ridano le membra, temperate di grazia e di vigore, agili in ritmo. Appariscano a fior del suo torace adolescente i fieri archi dell'ossa,
come a studio segnati da preclaro artefice; e le braccia al busto inserte nitidamente sieno e nerborose come d'atleta al disco esercitato;
e le gambe in lor moti abbian la maschia venustà della forma e la lunghezza quasi fluente, che alli Antichi nostri in tele e in marmi assai furono care.
Vengan d'in torno le fanciulle al tino da le prossime vigne, con canestri di grappoli in su 'l capo; e faccian coro, quali un dì le canéfore in Atene.
Fluiscano, di sotto alle calcagna imporporate del vendemmiatore, larghi rivi di mosto; e liberale sia di gioia a l'umana opera il Sole.
LA NEVE
Scende la neve su la Terra madre, placidamente. E lei bianca riceve la Terra ne' suoi giusti ozi, da poi che all'uom copia di frutti ha partorito.
Guarda il bifolco splendere a' sudati campi la neve, mentre siede al desco; e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere sorride la primizïa del vino.
--Scendi con pace, o neve; e le radici difendi e i germi, che daranno ancora erba molta alli armenti, all'uomo il pane.
Scendi con pace; sì che al novel tempo da te nudriti, lungo il pian ridesto, corran qual greggia obedïenti i fiumi.
BOOZ ADDORMENTATO
Ella cavalca, lungo il reo padule; e dietro; a paro, su due bianche mule seguon due vecchi, gravi e taciturni.
L'ALUNNA.
Disegno di MARIO DE MARIA.
[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]
DA VICTOR HUGO.
I.
Ora Booz giaceva, stanco le braccia e il petto, però che faticato avea molto su l'aja. Ed or giaceva alfine Booz, presso le staia ricolme di fromento, ne 'l consueto letto.
Possedea grandi il vecchio campi d'orzo e di grano al sole; e prosperavano i suoi campi in dovizia. Se ben dovizioso, era mite ed umano il vecchio; e incline avea l'animo a la giustizia.
Quando a sera tornavano da le agresti fatiche carichi di manipoli i mietitori a torme, ei, vedendo una femmina china cercar ne l'orme, dicea:--Lasciate, o uomini probi, cader le spiche.
Così, candidamente, lungi da oblique strade, di probità vestito e di lino, incedeva. Parean publiche fonti le sue sacca di biade, però che vi attingeano quanti la fame urgeva.
D'argento era la barba, come rivo d'aprile. Le femmine guardavano, più che l'ésili e blande forme di un uomo giovine, quella forma senile; però che l'uomo giovine bello è, ma il vecchio è grande.
Il vecchio, risagliente a le origini prime, entra nelli anni eterni, esce dai dì malcerti. Al giovine una fiamma brilla ne li occhi aperti, ma ne li occhi de 'l vecchio è una luce sublime.
II.
Ora Booz dormiva ne la notte tra i suoi. Presso le mole simili ne l'ombra a monumenti, i mietitori stavano distesi, come armenti stanchi. E questo era in tempi lontanissimi a noi.
Le tribù d'Israello avean per capo un saggio. La terra, esercitata da una gente errabonda che ignote orme giganti scoprìa ne 'l suo passaggio, tutta era molle ed umida pe 'l diluvio e feconda.
III.
Come Jacob e Judith, con le pálpebre chiuse Booz giacea ne 'l grave sonno patriarcale. Or la porta de 'l cielo su 'l suo capo si schiuse e ne discese un sogno. Ed il sogno fu tale: