Isaotta Guttadàuro ed altre poesie
Chapter 1
Produced by Carlo Traverso, Emanuela Piasentini and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
* * * * *
NOTA DEL TRASCRITTORE:
L'uso degli accenti non è uniforme nel testo. Minimi errori tipografici di punteggiatura sono stati corretti senza annotazione.
* * * * *
DELLO STESSO AUTORE
PRIMO VERE--Prima edizione, 1878. (Esaurita).
PRIMO VERE--Edizione ampliata, 1879. (Esaurita).
IN MEMORIAM--(100 esemplari), 1879. (Esauriti).
TERRA VERGINE--Sesta edizione, 1881. (Esaurita).
CANTO NOVO--Sesta edizione, 1881. (Esaurita).
INTERMEZZO DI RIME--Ottava edizione, 1883. (Esaurita).
IL LIBRO DELLE VERGINI--Seconda edizione, 1884. (Esaurita).
SAN PANTALEONE--G. Barbèra, editore, 1886--Prezzo L. 4.
_Prezzo del presente volume_: LIRE QUINDICI.
ISAOTTA GUTTADÀURO
Il biondo Astíoco e Brisenna reína....
BALLATA D'ASTÍOCO E DI BRISENNA.
Disegno di G. A. SARTORIO.
[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]
GABRIELE D'ANNUNZIO
ISAOTTA GUTTADÀURO
ED ALTRE POESIE
CON DISEGNI
DI
VINCENZO CABIANCA--ONORATO CARLANDI--GIUSEPPE CELLINI ENRICO COLEMAN--MARIO DE MARIA--CESARE FORMILLI ALESSANDRO MORANI--ALFREDO RICCI--G. A. SARTORIO
ROMA
NEL DÌ NATALE DEL MDCCCLXXXVI
Editrice LA TRIBUNA.
PROPRIETÀ LETTERARIA
PROLOGO
Mentre Lucrezia Borgia, in nuziale pompa, venìa con piano incedere (la veste lilïale risplendea di lontano)
tra i cardinali principi in vermiglia cappa, che con ambigui sorrisi riguardavano la figlia de 'l papa,--ne' contigui
atrj i coppieri, adolescenti flavi che rispondeano a un nome sonoro ed arrossian come soavi fanciulle ed avean chiome
lunghe, i coppieri d'Alessandro sesto tenean coppe d'argento entro la man levata, e con un gesto d'umiltà grave e lento
offeriano a le molte inclite dame le rose ed i rinfreschi. Allettati correan pieni di brame i veltri barbareschi
traendo fra le zampe il guinzal d'oro che mal ressero i paggi. Gioivano le dame inclite in coro ai gran salti selvaggi,
e disperdendo in copia su 'l lucente musaico a piene mani cibi e rose, blandían trepidamente i belli atroci cani.
Allor Giulia Farnese, un suo lascivo balen da li occhi fuora mettendo (a 'l riso il corpo agile e vivo fremea come sonora
cetra), il sen nudo porse; e in tra le poppe bianche rotonde e dure un fante a lei da le papali coppe versò le confetture.
Or non così, mie belle, o voi che tanto amai e celebrai e incoronai del mio lucido canto ne' boschi e ne' rosai,
or non così venite al mio festino ove l'Amor v'aduna? I vostri baci, più dolci de 'l vino, a 'l sole ed a la luna
io colsi un tempo; e, come entro una rara coppa di fin lavoro, mentre i nuovi desii cercanvi a gara --veltri da 'l guinzal d'oro,--
la profonda dolcezza entro la rima sottilemente infusa io vi rendo. Gioite voi. Ma, prima, Isaotta, la Musa,
quella ch'io più cantai, con un baleno tra i cigli e con protese le bellissime braccia, offre il suo seno, come Giulia Farnese.
IL LIBRO D'ISAOTTA
Ella apparve.--Buon dì, messer cantore!-- disse ridendo con gentile volto.
IL DOLCE GRAPPOLO, II.
Disegno di ALFREDO RICCI.
[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]
SONETTO LIMINARE
PALAGIO D'ORO, nobile magione de la Speme, de 'l Riso e de' Piaceri, ove sotto i belli archi alti e leggeri danzano i Sogni cinti di corone;
SELVA D'ORO ove Amor, nudo garzone, con i Desiri, cupidi sparvieri, con i Peccati, veltri agili e neri, attende a la sua dolce cacciagione;
FONTE D'ORO ove candidi e tranquilli vanno i cigni di Venere per torme facendo a 'l dorso calice de l'ale;
O MIO LIBRO, convien che più sfavilli sonante il verso e più ridan le forme quando Isaotta Guttadàuro sale.
I.
IL DOLCE GRAPPOLO
I.
--O madonna Isaotta, il sole è nato vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando: ei su' vostri balconi ha ravvivato le rose che morìan trascolorando. Sorga da l'ampio letto di broccato or la vostra beltà lume raggiando. O madonna Isaotta, il sol che v'ama con un lucido cantico vi chiama; e gridano i paoni a quando a quando.
Udite voi salir nostre preghiere o ancor vi tiene il Sonno in tra le braccia? Dolce sarebbe a' nostri occhi vedere i primi raggi su la vostra faccia ove il trapunto lin de l'origliere ne la notte lasciò sua rosea traccia. Palpita il vostro sen con più veloce ansia a' richiami de la nostra voce, mentre la fante il busto alto v'allaccia?
«Levasi a lo mattin la donna mia ch'è vie più chiara che l'alba del giorno, e vestesi di seta Caturìa, la qual fu lavorata in gran soggiorno a la nobile guisa di Surìa», canta l'Antico nel poema adorno. «Il su' colore è fior di fina grana, ed è ornato a la guisa indiana; tinsesi per un mastro in Romanìa».
Levasi da 'l gran letto in su l'aurora la mia donna; e la sua forma ninfale tra le diffuse chiome a l'aria odora e a 'l sol risplende più bianca del sale. Tutta di gocce tremule s'irrora ne 'l lavacro di marmo orientale. Miran le statue a torno quella pura forma e tessuta ad arte in su le mura ride la greca favola d'Onfale.
Ridono i fatti di Venere dia su 'l cofano di cedro, alto lavoro d'artefici maestri di tarsìa, che sta ne 'l mezzo d'un bacile d'oro; ove con signorile atto la mia donna gitta incurante il suo tesoro di smeraldi, rubini e perle buone che piovon come per incantagione sovra il metallo nitido e sonoro.
Ella, composta in vago atteggiamento, a mezzo de la rara conca emerge; e la fante con anfore d'argento pianamente d'ambrate acque l'asperge. Al diletto ella freme, e con un lento gesto la chioma rorida si terge. Come tondi i ginocchi e come bianchi! Han dal respiro un dolce moto i fianchi e il petto ad ogni brivido s'aderge.
O madonna Isaotta, è dura cosa ir le beltà non viste imaginando. A voi conviene omai d'esser pietosa poi che da tempo in van prego e dimando. La bocca picciolella ed aulorosa, la gola fresca e bianca in fine quando concederete al bacio disiato? O madonna Isaotta, il sole è nato vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando.--
II.
Così chiamai l'amata in nona rima, sotto il grande balcon di tiburtino ov'han lo scudo i Guttadàuro-Alima con gocce d'oro in campo oltremarino. Dormìa la villa ne 'l silenzio: in cima a li aranci de 'l nobile giardino aprivano i paoni le gemmanti piume verso la luce, e de' lor canti striduli salutavano il mattino.
Ella apparve.--Buon dì, messer cantore!-- disse ridendo con gentile volto. --Non questo è il tempo gaio de 'l pascore, ma voi siete di ver loquace molto. Or seguite a trovar rime d'amore, chè con benigno orecchio, ecco, v'ascolto.-- Io le dissi:--Madonna, io son già fioco. Or voi di sì salutevole loco scendete a me che son di pene avvolto!--
Ella tacque; ed il capo inchinò mite: ne li occhi le ridea novo pensiere. Tutta quanta di porpora una vite saliva da l'inferïor verziere, e le bacchiche foglie colorite mesceansi con le rose a le ringhiere. Avean piegato un dì li aspri sermenti a la copia de' grappoli rubenti che il padre Autunno infranse nel bicchiere.
Ella disse ridendo:--Io pongo un patto, vago sire, a la mia dedizïone. --Il vago sire--io dissi--accoglie al tratto quel ch'Isaotta Guttadàuro pone. Ed ella:--Quando un sol grappolo intatto ne' vigneti che bagna il Latamone lungh'esso il chiaro colle solatìo troveremo, io sarò pronta al disìo vostro e sarete voi di me padrone.--
III.
Ella discese allora: un giuramento fece sicuro il gran patto d'amore. E prendemmo la china. Senza vento era l'aria; ne 'l placido candore erano i campi senza ondeggiamento, brevi selve di canne erano in fiore. Quasi una gratitudine beata al sole offrìa la terra bene amata: era novembre, il tempo de 'l sopore.
D'innanzi, il Latamon, fiume regale, lambiva in suo lunante arco i vigneti ove l'ebro clamor vendemmiale ed i carmi de' rustici poeti salutato avean già l'almo natale de 'l vino autor di gioia, ora quieti. Disse Madonna:--Siate accorto e saggio: quivi incomincia il pio pellegrinaggio.-- D'in torno s'inchinarono i canneti.
Io dissi:--Non mi giova la fortuna, o madonna Isaotta, ne 'l trovare.-- Ed ella a me:--Non ha virtude alcuna il fino Amore per v'illuminare? Il grappolo tardìo dove s'aduna da lungo tempo, come in alveare, la dolcezza del miele a 'l lento foco de 'l sole, aspetta noi per qualche loco.-- Io dissi:--Non mi stanco di cercare.--
Noi camminammo giù per la vermiglia china che discendeva all'acque d'oro. Da lungi a quando a quando una famiglia di villici sorgendo da 'l lavoro ci guardava con alta maraviglia; e le fanciulle interrompeano il coro. Venendo innanzi con giulivo ardire una gridò:--Che mai cerchi, o bel sire?-- Ed io risposi a lei:--Cerco un tesoro.--
Noi così camminammo: ella men lesta, poi che non concedeami anco la mano. In guardare tenea china la testa, bella come la bella Blanzesmano allor che cavalcò per la foresta a fianco a 'l suo Lancialotto sovrano. Le fronde sotto i pie' stridevan forte; ma a quelle viti ignude aspre e contorte li occhi chiedevan la dolce esca in vano.
Disse Madonna:--Riposiamo al fine.-- Era lungi un trar d'arco il bel rivaggio. L'alta erba mareggiava in su 'l confine placidamente, come biada a maggio; or sì or no giungea da le colline di citisi e di timi odor selvaggio. Pareva il sol d'autunno per le chiare vie de 'l cielo un novello orbe lunare: i vapori facean mite il suo raggio.
Ella disse. Non mai le sue parole ebber soavità così profonda: cadevan come languide viole da l'arco de la sua bocca rotonda. E quel sorriso fievole de 'l sole ancor la testa le facea più bionda. Era, d'intorno, un grande incantamento. Era il diletto mio qual d'uom che, lento, in giaciglio di fiori ampio s'affonda.
Tacque. Uno stuol d'augelli, d'improvviso, attraversò con ilari saluti. Noi trasalimmo, come ad un avviso misterioso de la terra; e, muti, impallidendo ci guardammo in viso. Poi prendemmo sentieri sconosciuti. I pioppi nudi e senza movimento parevan candelabri alti d'argento; ed i lauri fremean come leuti.
IV.
Oh ne la valle concava d'Orlando inaspettata vista del tesoro! Giacea la bella vigna fiammeggiando con tralci di rubino e foglie d'oro; e uno stuolo d'augelli roteando facea ne 'l mezzo de la vigna un coro, --O madonna Isaotta, ecco la vita!-- io le gridai, con l'anima rapita. Ed in alto gridò lo stuol canoro.
Io la trassi a quel loco: ella più lesta venìa, chè forte io la tenea per mano. Tutta rosea volgea da me la testa, bella come la bella Blanzesmano allor che la baciò per la foresta l'amato suo Lancialotto sovrano. E le dissi:--O Madonna, io tengo il patto. Per voi colgo il fatal grappolo intatto.-- Ella mi diede il bacio sovrumano.
II.
BALLATA D'ASTÍOCO E DI BRISENNA
Amor, quando fiorìan ne 'l bel paese il biondo Astíoco e Brisenna reina, da 'l colle a 'l pian, da 'l fiume a la marina sonavan alto le tue chiare imprese.
La terra di Brolangia era un verziere, in figura d'un sistro, ismisurante. Il verde paradiso due riviere cingeano, come braccia d'un amante. Il suol crescea meravigliose piante, nudrito da le pingui alluvïoni. Quivi tennero lieti eptameroni il dotto Astíoco e Brisenna cortese.
La bontà che venìa da' lor costumi era sì dolce, o Amore, e sì profonda che il suolo si coprìa di rose e i fiumi volgean oro smeraldi ambra ne l'onda; e, come ne la Tavola Ritonda, ragionavano i tronchi e le fontane, potea la Luna su le menti umane, munían gl'incanti ai prodi elmo e pavese.
Su la cima del bel colle d'Orlando sorgevano i palagi, aperti a 'l giorno. Diecimila colonne scintillando ricorrevan per l'alte moli a torno. Vi saliva una scala, in doppio corno, ampia, coperta di fanti e d'arcieri, di messi, di valletti e di levrieri, di dame e di donzelle in ricco arnese.
Convenivan le donne de' poeti ivi, in un luogo detto Galaora; e sedeano in su' fulgidi tappeti, ove li amor di Cefalo e d'Aurora, illustri opere d'ago, uscieno fuora qua e là di tra le vesti ricoprenti. Sedean le donne, in bei componimenti di grazia, ad ascoltar la serventese.
Oh fontana d'Elai, per molti getti ricadente ne 'l vaso di porfíro, che dieci ninfe e dieci satiretti reggean, piegati ad una danza, in giro! Immergeavi una coppa di zaffiro Brisenna, e la porgeva a 'l rimatore. Celava l'acqua in sè virtù d'amore che in cor mortale si facea palese.
Ma le belle traevansi in disparte. Venivan quindi per eguali torme di sette; e digradando in lungo ad arte imitare volean l'ímpari forme de 'l flauto che il dio Pan seguendo l'orme di Siringa construsse in su 'l Ladone. Come le canne, l'agili persone tutte vibravano, a la danza intese.
Ogni torma correa verso l'eletto. Ad una ad una le bocche fragranti, le bocche dolci più che miel d'Imetto, egli baciava, splendido in sembianti. Fuggia la torma, ed ecco l'altra avanti. E svolgeasi così, lungo i roseti, la danza; mentre li èmuli poeti a tal vista fremean nuove contese.
Oh fontana d'Elai, dove son l'acque che un dì fluiron per sì larga vena? Dov'è il murmure tuo che tanto piacque a 'l mite Astíoco e a Brisenna serena? Cadde una notte ne 'l tuo sen la piena Luna, divelta per forza di carmi. S'infransero a 'l tremore orrido i marmi, e fumaron stridendo l'acque incese.
III.
ISAOTTA NEL BOSCO
«Eranmi schiavi li astri in lunghe torme; «e in tal regno le feste ho celebrate «de' suoni de' colori e de le forme.»
BALLATA VI.
Disegno di G. A. SARTORIO.
[Illustrazione]
BALLATA I.
Pur jeri (uscían da la recente piova i cieli, tersi più che vetri schietti) andavam co' ginnetti pe' boschi de la valle cavalcando.
Ella, dritta in arcioni, agile e franca, reggea ne 'l pugno i freni e moveali con varia maestría. Piegava ad arco il ginnetto la bianca chioma e fervea con leni giochi, sommesso a quella tirannía; e la sua leggiadría e la beltà d'Isotta e il bosco intento e li albori sereni, che di velari penduli d'argento adornavano il bosco in tutti i seni, facean così gentil componimento ch'io mi chiesi:--Non forse in lor balía hannomi i Sogni?--E stetti dubitando.
BALLATA II.
Non m'avevano i Sogni in lor balía; chè mi disse la Bella, ad un radore: --Senti soave odore di viole, che giunge a quando a quando!--
Su' freschi venti odore di viole giungea, soave e forte; trepidavano li alberi novelli, in torno; e aprivan loro gemme a 'l sole le rame ésili e torte; e verzicavan fitti li arboscelli, come verdi capelli ondeggiando ne l'aria ad ogni fiato. E parevan le morte ninfe rivivere, e parea rinato Pane al mondo, ed alfin parean risorte tutte le deità del tempo andato, ma quali un dì le vide il Botticelli in su' poggi di Fiesole vagando.
BALLATA III.
Ella disse:--Cerchiamo le viole tra l'erbe, chè non son lungi nascoste.-- (O fiori, che a me foste cagion di gaudio, vostro pregio io spando.)
Balzai a terra; ed ella, anche d'un salto, vennemi sovra il petto, ridendo. Propagaronsi per l'òra le freschissime risa, in mezzo a l'alto silenzio; ed il ginnetto anitrì ver la dolce sua signora. Noi ci mettemmo allora su l'odorosa traccia a ricercare ne 'l bosco giovinetto. Chini su 'l suol pratío, senza parlare, noi eravamo intesi a quel diletto. S'udivano i cavalli pascolare da presso e impazienti ad ora ad ora scuoter li arcioni, forte respirando.
BALLATA IV.
Piovea su 'l verde il sol di marzo, infranto, però che avea co' rami allegra lotta. E le man d'Isaotta sparivano in tra 'l verde, a quando a quando.
Oh mani belle, oh mani bianche e pure come ostie in sacramento, dolci a li afflitti, prodighe, regali meglio che a' tempi gai de l'avventure! Oh mani che il cruento cuor nostro ignavo e le piaghe mortali e tutti i nostri mali con infinita carità guariste, ed a 'l nostro tormento le porte d'oro de' bei sogni apriste, e a 'l nostro ardore cieco e vïolento in coppa d'oro un vin sereno offriste! Oh bianche mani, oh gigli spiritali tra le viole, ne 'l chiarore blando!
BALLATA V.
Riprendemmo la via, con i ginnetti ch'eran più vivi e più giocondi. Al corso anelavano; e il morso tingean di calda bava, scalpitando.
Ora la selva, innanzi a li occhi nostri, misteriosa e grave, ergeva i tronchi e i rami a 'l ciel maggiori; e, lunga componendo ala di chiostri, volgeasi in ampia nave, qual dòmo, o spaziava in alti fòri. Avea cupi romori. Ella disse:--Non dunque tal sentiere mena a 'l loco soave u' la Bella, aspettando il Cavaliere, dorme sepolta in tra le chiome flave che crebbero per mille primavere?-- Ond'io sorrisi. Ed ella:--Or quali amori sogna colei ne l'animo, aspettando?--
BALLATA VI.
--Non sogna--io dissi. Ed ella:--Io so che un giorno venne il sire a fugar da que' cari occhi l'incanto, ed a ginocchi baciò la rara mano, supplicando.
Ei parlò di tesori e di castella, di terre ismisurate, d'omaggi e di diletti senza nome. Lucidamente arrisegli la Bella, dicendo: «Voi mi fate «onor grande, o mio sire. Ma pur, come «sorga l'alba, le some «voi leverete, a ritrovare l'orme. «Altre plaghe ho regnate! «Eranmi schiavi li astri in lunghe torme; «e in tal regno le feste ho celebrate «de' suoni de' colori e de le forme.» Disse; e di nuovo arrise, ne le chiome ampie, come in un gorgo, profondando.--
BALLATA VII.
Il mister favoloso in cui la selva era sommersa, e quella voce umana che dava ad una vana ombra la vita, e quel chiarore blando,
il senso mi cingean di tal malía ch'io mi credeva udire suono di corni in lontananza ròco e veder cervi a mezzo de la via, grandi e candidi, escire con in fronte una croce alta di fuoco. Strano li alberi gioco facean di luci. L'un parea, tra' rai, smeraldi partorire; l'altro balzar da li orridi prunai come serpente, in mal attorte spire. Disse Madonna:--Si convenne Elai un tempo con Astíoco in questo loco, il qual re meriggiava poetando.
BALLATA VIII.
Meriggiava quel re, sotto il pomario che splendeva a' suoi dì come un tesoro. Cadeano i frutti d'oro gravi su 'l suolo in torno, a quando a quando.
Rendean per l'aria in torno una fragranza di miel, così gioconda che al cuor giungeva quale un vin di rose. E il buono Astíoco, in mezzo a l'abondanza de' frutti, di profonda dolcezza pieno l'anima, si pose a laudare le ascose virtuti de la terra in un poema. Giunto era a la seconda canzone quando, senz'alcuna tema, ei scorse Elai. Qual re di Trebisonda, il capo cinto avea d'un dïadema ed il petto di pietre preziose che vincevano il dì riscintillando.
BALLATA IX.
Chiesegli Elai: «Vuoi tu, sir di Brolangia, «sopra tutta la terra alzar tuo soglio?» Ed il sir: «Ben io voglio! «Or tu dammi, che 'l segua, il tuo comando.»
«Sorgi dunque da l'ombra e t'incammina «pe 'l sentier ch'io t'addito, «fin che tu giunga in riva de 'l ruscello, «ove un giorno la fata Vigorina «adagiò ne 'l fiorito «letto de l'erbe il corpo agile e bello; «ed il magico anello «che fiammeggiava più che foco vivo «mise, come in un dito, «ne 'l verde stel d'un giglio ancor captivo; «e sognò, me' che in letto di sciamito, «a 'l murmure de l'acque fuggitivo. «Or trarre ti convien da 'l gambo snello «il fin tesoro, là dov'io ti mando.»
BALLATA X.
Surse pronto il re musico; ed il lesto piè mosse in cerca de 'l beato giglio. E a l'antico giaciglio di Vigorina giunse trepidando.
Vide lo stelo e vide anche l'anello; e lo stel ne 'l cerchietto pareva il dito fragile e mortale d'una ninfa cangiata in arboscello. Ma il sire, a tal conspetto, non osò porre la sua man regale su l'anello fatale; poichè, da quando l'erbe a Vigorina furon fiorito letto, il giglio erasi aperto a la divina luce, non più da 'l calice constretto; e Astíoco, in tòr la pietra alabandina, infranto avrebbe il giglio verginale che a 'l sol ridea, sì dolce palpitando.--
BALLATA XI.
Questo narrò la mia favolatrice. Ed a me parve che un incantamento fluisse da quel lento eloquio, tutti i boschi affascinando.
Com'ella tacque, il fremito de 'l suono mi tremolò sì viva-- mente a' precordi ch'io rimasi assorto nel mio diletto ripensando a 'l buono Astíoco.--E se a la riva d'oro il giglio d'Elai non anche è morto? E se ancora a diporto la fata Vigorina è pe' sentieri?-- ella chiese, chè udiva non lungi mormorii rochi e leggeri d'acque, correnti giù per la nativa ombra, e vedeva crescere i misteri entro i seni de 'l valico ritorto. Onde spronammo, innanzi trapassando.
BALLATA XII.
Era la fonte in una lene altura coronata d'opachi elci e di mirti. Rompevano li spirti de la fonte tra' sassi palpitando.
Non mai dolce suonò bistonia lira come le fronde a 'l vento su la natività de le bell'acque; nè fu sì chiaro il talamo d'Argira e nè pur l'arïento u' con la ninfa, poi che a Giove piacque, Ermafrodito giacque. Partìasi l'onda in rìvoli tra' massi de 'l clivo, in più di cento rìvoli che brillavano, pe' sassi fini e politi, con varïamento di carbonchi topazi e crisoprassi. Attoniti mirammo; ed in noi nacque desìo di bere...--O fonte, io t'inghirlando!
BALLATA XIII.
Io t'inghirlando, o fonte ove quel giorno parvemi bere in coppa jacintea il sangue d'una dea, che a 'l cuore mi fluì letificando!--
Scendemmo il piano margine; e commise in sì dolce atto Isotta il fior de la sua bocca ad una vena e sì fresco e vermiglio e vivo rise quel fiore in tra la rotta onda e s'aperse, ch'io ritenni a pena un grido e in su la piena bocca più baci e più, cupido, impressi. Ella rideva... Oh lotta di baci che cadean sonanti e spessi e mescevansi a l'acque! Oh ne la grotta ampia e ninfale mormorii sommessi d'acque e le risa de la mia serèna! Bevemmo e ci baciammo, ivi indugiando.
BALLATA XIV.
Or quale io bevvi ignoto filtro, inconscio? Era ne la sua bocca, era ne l'acque la virtù cui soggiacque ogni mio senso, amor rilampeggiando?
Non so. Ma come uscimmo da la chiostra in su' paschi feudali ove il bel fiume suoi tesori aduna, parvemi cavalcare ad una giostra, e che da que' fatali occhi mi sorridesse la fortuna e fusser ne la luna in urna d'adamante custodite le mie sorti regali. Onde, felici, a 'l Sol candido e mite e a l'ardor de' cavalli ed ai natali venti ci abbandonammo; e le due vite nostre mescemmo e rinnovammo in una vita più forte, che s'aprì raggiando.
IV.
SONETTO D'APRILE