Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 9
Ernando, o Ferdinando dei Medici, fu principe prestantissimo, e di animo valoroso: quarto figlio di Cosimo, nacque lontano dal trono, e dalle sue speranze. Qual destino a lui fosse riserbato ignorava, ma per certo non chiaro come alla sua vasta ambizione conveniva, imperciocchè Francesco avesse a succedere al padre nel principato, Giovanni vestisse la porpora cardinalizia, e Garzia fosse preposto all'ammiragliato. E questo pensiero lo faceva stare di pessima voglia, e lo rodeva per modo, che ne cadde infermo di languore. Quando poi avvenne il caso del cardinale Giovanni e di don Garzia, il padre Cosimo, solertissimo nel provvedere allo stabilimento della famiglia, instò presso la corte di Roma, ed ottenne che il cappello di Giovanni sopra il capo di Ferdinando si trasferisse. Giaceva infermo nel letto Ferdinando, allorchè con solenne cerimonia gli presentarono il cappello rosso, e tanto potè in cotesto giovane cuore di quattordici anni la contentezza della cupidigia soddisfatta, che da quel momento prese a migliorare, e ben presto tornò nello stato primitivo di salute.[41] Mandato a Roma con le paterne istruzioni, e assistito da uomini versati nel maneggio degli affari, non solo mantenne, ma gli riuscì ancora di ampliare presso cotesta corte l'autorità della sua casa, che pure era grandissima. E di vero, le storie raccontano come Pasquino pubblicasse alcune volte cartelli, dove si leggeva scritto: _Cosmus Medices pontifex maximus._[42] Oltre la destrezza suprema di Cosimo, gli valse non poco, siccome in tutte le cose, la buona fortuna; però che Giovanni Angiolo dei Medici promosso papa, sebbene non fosse di famiglia congiunta con quella dei Medici di Firenze, pure compiacendo ad una sua vanità volle farlo credere: onde in simile concetto non è da dirsi come largheggiasse in favori verso la famiglia di Cosimo, eleggendo cardinale Giovanni, cedendogli il suo proprio cappello, donandogli la sua casa e il suo giardino, promettendogli tenerlo in luogo di figlio; e tanto s'infervorò in questo concetto, da lasciarsi andare al punto di scrivere a Cosimo: «Le cose sue le abbiamo per nostre, e le nostre vogliamo che sieno sue; e l'uno averà sempre a servirsi e aiutarsi dell'altro, e sarà sempre tra noi un cuore e un'anima medesima.»[43]
Ferdinando questo ascendente ampliava in parte per la sagacia e buona fortuna paterna, in parte con la protezione splendida largita alle arti e alle lettere, comunque cadute in etisia, e in parte all'animosa prontezza di cui fece prova nelle occasioni difficili. Intorno al quale proposito nelle memorie manoscritte occorre un caso notabile, che non mi sembra di trapassare sotto silenzio, ed è questo. Il cardinale Ferdinando, recatosi certo giorno a complire papa Pio V, nell'atto d'incurvarglisi davanti lasciò vedere una forte corazza di ferro, che portava sotto la veste rossa. Il papa, accortosi della corazza, così piacevolmente gli favellò: -- «Riccardo Plantageneto, sostenendo la guerra contro i suoi baroni, ridusse in cattività un vescovo, che armato di piastra e di maglia gli aveva proceduto contra sopra tutti i suoi avversarii infestissimo. Il Papa interponendosi pregò Riccardo a rendere la libertà a cotesto suo figlio, e il Plantageneto mandò al Papa la corazza del vescovo, col motto proferito dai figli di Giacobbe quando gli mostrarono la veste polimita di Giuseppe: -- _guarda, e vedi se questa è la vesta del tuo figliuolo Giuseppe!_ -- Cardinale dei Medici, quale vesta è mai quella che portate sotto il manto cardinalizio?» -- E Ferdinando dandosi forte di un pugno nel petto, e facendo risuonare l'armatura, rispose alteramente: -- "Beatissimo Padre, questa è la veste che conviene a un gran principe."
Ma più che di queste cose, assai vuolsi lodare il cardinale per la costanza maravigliosa con la quale, nonostante le amarezze infinite di cui lo contristava il fratello Francesco, egli attese sempre a procacciare il bene della propria famiglia: e sì che Francesco gli porgeva quotidiani e gravissimi argomenti per alienarselo, sia negandogli con avaro consiglio danaro anticipato sopra le sue pensioni, di cui a cagione della soverchia liberalità sovente era scarso, sia sprofondandosi ogni giorno più negli amori dell'avventuriera veneziana. E quando conobbe arrivato al colmo il mal contento dei popoli per lo insano procedere di Francesco, a cui non repugnò, accompagnando l'esequie della moglie Giovanna, cavarsi la berretta civile, e salutare la Bianca, che stava a vedere da un balcone di casa Conti,[44] e fredde appena le ceneri della donna reale condurre in segreto matrimonio in isposa la femmina che le aveva abbreviato certamente la vita, si recò a Roma, attendendo quivi a vigilare sopra la prosperità e il decoro della casa.
Quando poi volle il destino che toccasse a lui il trono di Toscana, allontanò i consiglieri pessimi del fratello, e attese davvero a felicitare con tutte le forze i popoli soggetti. Non incontriamo fra noi comodo pubblico, instituto di salute, o fondazione caritatevole, dove il nome di Ferdinando non vi si trovi unito, sia come inventore, o come promotore: ma poichè riesce molto più agevole creare una città che una cittadinanza, così non potè rilevare lo spirito decaduto dei suoi popoli, e forse non lo volle; oppure era un fine a conseguirsi impossibile nella condizione di principe in cui egli era, e che non voleva e non poteva abbandonare. Tentò almeno di sottrarre la Italia alla servitù spagnuola, e scrisse animoso ai diversi Stati italiani, affinchè, deposta ogni miserabile gara, si unissero a lui per rivendicarsi in libertà; ma non gli venne fatto nè anche questo, atteso lo avvilimento in cui erano caduti: e forse ogni tentativo sarebbe riuscito invano; conciossiachè si dieno pei popoli, come per gl'individui, certi momenti di agonia nei quali nè il moto giova, nè la quiete; e mentre la seconda non impedisce la morte, il primo l'affretta. Vero è però, -- chè come mi parve una volta, adesso ugualmente mi sembra, -- che nè un Dio, nè un popolo, possano stare a lungo composti dentro al sepolcro; Cristo vi rimase tre giorni, ma le giornate dei popoli si compongono per avventura di secoli. E i principi italiani ai tempi di Ferdinando consentivano vivere, agire, e respirare a beneplacito della Spagna, a lei tendevano supplichevoli le mani, dal ciglio e dal labbro di lei pendevano. Dio mio, quanto erano mai miserabile cosa cotesti principi, che a modo del mendico limosinante il soldo accattavano il diritto di fare del male per conto altrui, di tosare, secondo il detto di uno ingegno argutissimo, di seconda mano! Come non apparivano contennendi, e dirò quasi fattori col diritto di vita e di morte? anzi pure guardiani di negri opranti allo zucchero, col nerbo in mano. -- Ma di ciò basti: e a Ferdinando non venne neanche dato di aggiungere il suo nobile scopo contraendo amicizia con la Francia: dacchè Enrico IV non volle procedere punto diverso dalla natura dei Francesi, che «richiesti di un benefizio, pensano prima che utile ne hanno a trarre, che se possono servire; e quando non ti possono far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà, o non mai;[45] natura appetitosa del bene altrui, e che lo ruberìa col fiato.»[46] E quello che riesce a considerarsi mirabile si è, che i Francesi, mutabilissimi in tutto, abbiano poi dimostrato singolare costanza a persistere in cotesto loro costume, di cui anche Giulio Cesare porge testimonio nelle sue storie. Maria dei Medici, figlia di Francesco, a prezzo di tanto tesoro, e mercè tante sollecitudini da Ferdinando maritata ad Enrico IV; cotesta Maria, che doveva continuare i legami di amicizia e di sangue tra Medici e Francia incominciati con le nozze di Caterina, bandita di Francia, reietta dalla casa e dalla vista del figlio, strema di tutto, periva miseramente a Colonia, e le faceva l'esequie la pietà del pittore Rubens. Vedi umano giudicio, come in balía della fortuna, che lo governa a suo senno!
Tale fu Ferdinando dei Medici, e ai miei lettori non dorrà s'io mi sia trattenuto alquanto a farglielo conoscere. D'altronde io noto come la più parte degli scrittori di racconti si stemperino a descrivere le sembianze, e molto più i panni dei loro personaggi, da parere tutti una generazione di sarti; per me, se volete conoscere come Ferdinando vestisse, e qual sembrasse, in Livorno vi mando nella Darsena, dove vedrete la sua statua marmorea sopra la base intorno alla quale stanno legati quattro schiavi di bronzo; in Pisa, nel Lungarno a capo della strada Santa Maria, ove il suo simulacro di marmo sembra che voglia sollevare, a vero dire con pochissima intenzione, Pisa caduta, la quale però per essere di marmo non può rilevarsi affatto, e sta così mezzo tra risorta e caduta; e in Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata, dove sorge pomposa la sua statua equestre, composta di bronzo _rapito al fero trace_, come dice sotto la cinghia della sella. -- Ho amato meglio per questa volta esporre la indole e i costumi di lui; se m'ingannai, o se dispiacqui, domando perdono, e riprendo la storia.
Era il giorno di Pasqua. Una cavalcata magnifica uscita dal palazzo dei Medici si aggira pomposamente per le vie di Roma. Il cardinale Ferdinando si recava in cotesto giorno solenne a complire il papa, ch'era Gregorio XIII, per tenerselo bene edificato. Il cardinale procedeva sopra una bianca chinea arnesata di velluto chermesino e napponi di seta vermiglia, per la massima parte delle groppe coperta dal manto cardinalizio: al suo fianco veniva Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, vestito alla borgognona, o vogliamo dire alla spagnuola, sopra un focosissimo cavallo romano stornello, e seco lui si tratteneva famigliarmente di cose, per quanto era dato comprendere, di lieve importanza, conciossiachè il cardinale sembrasse attendervi poco; e solo talora vi assentisse crollando la testa. Intorno poi, clamorosa e festiva compariva la corte del duca, ma più splendida assai quella del cardinale; il quale, secondo che gli persuadeva la sua natura amplissima, costumò mantenere onoratamente un numero non minore di trecento tra gentiluomini, cortigiani, e tutta gente spettabile per qualche virtù. A vero dire, piuttosto che a grave corteggio di cardinale, si assomigliavano alle gualdane che nei giorni festivi scorrono per la terra dandosi buon tempo: infatti tra loro motteggiavano o gareggiavano chi meglio maneggiasse i cavalli, facendoli da un punto all'altro mutare andatura, o costeggiare, o spiccare corvette o ballottate, e simili altre maestrie; e alle gentildonne affacciate ai balconi mandava o dolci sguardi, dolci sorrisi, e talora anche baciamani, e baci, dei quali parte andavano indarno, e parte ancora si vedevano ricambiati. E fu vista ancora errare per l'aria una rosa, e suonare un cachinno, che parve di donna; e la rosa cadde sopra la criniera lattata della chinea del cardinale; ma per subito muoversi degli occhi in su, non riuscì a nessuno discernere donde cadesse, imperciocchè le finestre delle case di ambedue i lati della via in quel punto comparissero chiuse. Di licenza siffatta un poco erano da incolparsi i tempi, un poco ancora i costumi facili del cardinale, che giovane, potente, e non vincolato da veruno ordine, nelle cose di amore procedeva meno temperato di quello che alla dignità sua convenisse, e i cortigiani, siccome vediamo quotidianamente accadere, la libertà del padrone spingevano fino alla sfrenatezza, persuasi che se al cardinale fosse mai caduto in testa redarguirli, egli avrebbe cominciato con torvo cipiglio, per concludere poi con giocondo sorriso. D'altronde, giovani erano, e amabilissimi tutti; e la vita corre così veloce, che davvero io non vorrei biasimarli, se di ogni fiore di primavera si facessero ghirlanda intorno ai capegli: e così a Dio piacesse che non si avessero a rampognare gli uomini di colpe più gravi, come di queste potremmo di leggieri perdonarli.
Dopo la cavalcata seguiva la turba della plebe, la quale senza perchè applaudisce, senza perchè disapprova, e plaudente o improbante, destinata sempre ad essere percossa, finchè un giorno, stanca di esaltare e di deprimere, anche a lei venga voglia di percuotere, e allora, che Dio ci tenga nella sua santa guardia! Ma queste voglie la prendono di rado, e il passaggio del potente in mezzo a lei è come quello della rondine in mezzo agl'insetti dell'aria; -- mangia, e vola.
Così percorrendo la città di contrada in contrada, giunse la cavalcata al canto del palazzo Caracciolo Santobuono, sopra le rovine del quale nei moderni tempi fabbricarono il palazzo Braschi. Quivi stanziavano allora Marforio e Pasquino.
Che cosa è Marforio? Che cosa è Pasquino?
Marforio è una statua colossale dell'Oceano giacente trovata nel Fôro di Marte; donde le venne il nome. Clemente XII la fece trasportare nel Campidoglio, e quivi adesso si mostra orgogliosa ai passeggieri. Pasquino è una statua plebea. Un plebeo, buono umore davanti la bottega del quale fu scavata, le dette il nome: è mutilata, è incerta; adesso pare che si sieno trovati di accordo a battezzarla per un frammento di Ajace: ad ogni modo umana cosa, nè Dio, nè Semideo; e quantunque i meriti suoi di gran lunga superino quelli di Marforio, troppo le corse diversa la fortuna, imperciocchè invece degli onori del Campidoglio, per poco stette che nel Tevere non la precipitassero. Adriano VI fu quegli che le mosse tanto dura persecuzione; e se nol fece, deve attribuirsi allo arguto cortigiano che lo persuase, da quel tronco sepolto in mezzo al limo sarebbero uscite più voci che da un popolo intero di ranocchie. Ed ecco come la ingiustizia degli uomini si manifesti negli stessi tronchi, e nei marmi: Marforio in Campidoglio come un capitano trionfante; Pasquino per poco non capitò nel Tevere, e passata così fiera burrasca, felice lui se sta murato nel canto del palazzo Braschi. Marforio, secondo il costume dei felici, che fortuna _qualunque estolle il tuffa prima in Lete_,[47] non ricorda più i tempi passati: diventato signore, albergato splendidamente, si è fatto cortigiano, e tace; o se talvolta parla, va cauto, va circospetto, e sebbene colosso marmoreo, cammina leggiero come se temesse calcare uova; adula quasi: ma Pasquino, senza capo, senza braccia, e senza gambe, esposto ai venti e alla pioggia, si conservò popolano; e sempre parla, e sempre morde, e non finisce mai di dire la sua, nasca quello che ne può nascere; tanto, peggio di perdere testa, braccia e gambe, non gli può andare. Marforio però abbandonava la fama; all'opposto Pasquino non conobbe mai decadimento di bella rinomanza. Marforio è un disertore, Pasquino gettò via le gambe per non mai fuggire; quindi il popolo ha dimenticato Marforio, e crebbe a mille doppii l'amore al suo Pasquino. Marforio in Campidoglio nel fondo della corte del Museo Capitolino, accompagnato dai Satiri di bronzo trovati nel teatro di Pompeo, re della fontana a cui è sopraposto, si annoia, e se fosse dato ad un Oceano di marmo sbadigliare, egli sbadiglierebbe. Per lo contrario, Pasquino palpita, e vive, ha simpatia col popolo, e comunque acefalo, sentenzia, ragiona, e rivede i conti meglio di quelli che hanno capo. Già per vivere in questo mondo non è provato punto che vi abbisogni il capo; testimonio Plinio, che afferma trovarsi un popolo di _acefali_ da lui chiamati _blemmii_, la quale cosa se poteva parere ai tempi di cotesto scrittore stupenda, per noi cessò da lunga stagione di maravigliare le genti.
Pasquino spesso è Nemesi perseguitata, che vibra nel buio un colpo contro l'uomo che beve le lacrime del popolo, e questo colpo lo giunge nella fronte preciso come il sasso lanciato dalla fionda di David; -- è Nemesi che raccoglie l'acqua amara che sgorga nelle contrade della oppressione, e ne tempera il vino spumoso della superbia; -- è Nemesi che mesce i vermi tra i fiori della felicità spietata; -- è Nemesi che fa traboccare il feroce negli aperti sepolcri, mentre gli freme tuttora la voce di minaccia sopra la bocca: -- ella mesce di terrore le tenebre, popola di fantasime i sogni, empie il capezzale di rimorsi, dà voci alla zolla che cela il delitto ignorato, e perseguita con gli affanni le vite, con le disperazioni le morti. -- Ma troppo spesso Pasquino nasce dalla perfidia umana; conciossiachè siavi una gente a cui la natura disse: -- odia, -- come all'aquila disse: -- vola; -- e l'uomo odia, come l'aquila vola. O Signore Dio, perchè creasti il serpente che avvelena, la fiera che divora, l'upas che uccide, e l'uomo che odia? Ecco, il cielo sereno è un'angoscia per lui, il sole splendido una ingiuria, il lago limpido uno scherno, l'anima tranquilla una offesa: egli vorrebbe possedere lo sguardo del basilisco, i fiati del cholera, i bitumi dello asfaltide, la disperazione di Giuda, per contristare quella serenità di azzurro, di linfe, e di anima innocente.
La verità è il sole più sfolgorante del diadema di Dio. Nei giorni della creazione egli avrebbe dovuto appenderla come unico luminare alla volta dei cieli. La verità deve uscire palese dalle labbra dell'uomo, come gl'incensi religiosi dai turiboli di oro. La opera delle tenebre desidera consumarsi nelle tenebre. La verità non deve prendere la larva della menzogna. Perchè mai la verità assumerebbe il sembiante della calunnia? Il cuore del codardo può diventare luogo acconcio per un nido di vipere, non mai il tempio della verità. La verità deve predicarsi alla faccia del giorno dai luoghi eccelsi, dalle vette dei colli, dalle aperte sponde dei mari; la verità deve confermarsi davanti gli uomini che la detestano, e davanti ai giudici che la condannano a modo di Socrate innocentissimo. La verità arse sopra i roghi, ma ecco rinacque dalle sue ceneri a guisa di fenice; la verità saliva sopra i patiboli, e tornò a palpitare nei suoi lacerti, come l'animale che rivive negli scissi frammenti. La verità non ingannava, nè lusingava persona, imperciocchè ella abbia detto: «Io mi chiamo martirio sopra questa terra, e gloria in cielo: chi mi vuole seguire mi segua; io sono una dura compagna della vita.»[48]
Chi ha orecchie da ascoltare ascolti: io riprendo il cammino.
Pasquino, ed anche Marforio non salito allora in Campidoglio, apparivano in quel giorno solenne nella pienezza della loro gloria, cinti all'intorno di una raggiera di satire di tutti i colori e di tutte le dimensioni; e anche lì il popolo in calca stava leggendo, o facendosi leggere, e quanto gli parevano più acerbe le parole, meglio avvelenate, più acconce a vituperare un nome, a contristare uno spirito, a disperare un'anima immortale, e più rompeva in risa insane, e in dimostrazioni di allegrezza.
E la cavalcata notando alla lontana così magnifico apparecchio esultava, e se non l'avesse trattenuta la reverenza avrebbe precorso il cardinale; -- si stringeva, s'ingegnava scuoprire da lungi: chi si alzava sopra le staffe, e chi faceva prova di raccogliere la luce con la mano aperta a guisa di tettoia sopra le ciglia.
-- "O egli è concio pel dì delle feste," dicevano i cortigiani; "fa proprio pasqua Pasquino; ne vorremo udire delle belle, la materia non manca; il fieno è così alto, che invita la frullana;" -- e via discorrendo, sicchè il ronzìo si sentiva da cento passi allo intorno.
Il cardinale passando vicino alle statue temute, non torse collo, e non fece sembiante di volgervi lo sguardo.
Diversamente i cortigiani, che vi caddero sopra come colombi in un campo di biade, non badando e non curando se investissero o pestassero i popolani, i quali si dettero a saltare chi di qua chi di là, imprecando e urlando nel modo che fanno le rane quando il toro si accosta alle sponde del padule. -- Ond'è, che cotesta gioventù spensierata e strepitosa allo improvviso si tace? Sovvengavi delle miriadi di passere, che popolano la vasta chioma di un rovere, e che garriscono senza posa, dondolandosi per le fronde con moto irrequieto, se allo improvviso apparisce un falco volteggiante con le sue larghe ruote in prossimità dell'albero, tacersi sì, che paiono còlte da subita morte, e rannicchiarsi, e stringere le ale, e non che ardire il volo di ramo in ramo, ingegnarsi di stare celate sotto una foglia: in questa guisa i cortigiani sbaldanziti continuarono gravemente, e in silenzio la cavalcata.
Pasquino aveva versato un torrente di malignità contro il cardinale, perchè sopra gli altri reputato felice. Una delle satire, che riguardava lui, diceva così. Marforio domandava a Pasquino: "Qual'è la mula che il Medico cavalca adesso?" -- E Pasquino: "Cavalca la mula del Farnese;" -- e ciò alludeva agli amori, secondo che porgeva la fama, tra Ferdinando e Clelia, figliuola del cardinale Farnese. Ma questa era cosa da tollerarsi: quelle poi che apparivano veramente infami versavano sopra Francesco, sopra la Bianca, sopra Isabella, il marito, Eleonora di Toledo, e don Piero dei Medici; ed io, come invereconde troppo, mi guarderò bene di riferirle.
Il cardinale non torse il capo; ma guardando obliquo ed acuto aveva quasi con animo presago incontrato e letto quei vituperii; e fatta avanzare la chinea di un passo, occupando il duca di Bracciano con certa sua novella, operò destramente per modo ch'egli non si addasse di nulla. Quando poi convenevole tempo gli parve, fatto cenno ad una sua lancia spezzata, gli ordinò con voce sommessa quello che avesse a operare. Ebbe appena la cavalcata svoltato il canto, che la lancia si voltò indietro con grande impeto, dando degli sproni al cavallo. La turba si era raggranellata daccapo, e gioiva di una perfida gioia, e lodava Pasquino; e gli decretavano per acclamazione una corona di alloro. Senza pur dire: -- largo -- la lancia investe col cavallo la calca, che di nuovo non fu lenta a sbarattarsi, distribuendo, senza contarli, colpi di calcio di alabarda a destra e a sinistra, sopra le braccia, la testa e le spalle di coloro che punto mostravano di nicchiare; ed arrivato a Pasquino, gli avventa contro con tanto e tale impeto la mano chiusa nel guanto di ferro, che ne riporta visibilmente graffiature, e fatto rifascio di tutti i cartelli se li porta via, partendo con la medesima furia con la quale se n'era venuto, senza darsi un pensiero al mondo della turba, che come prima lo vide lontano, levò il capo, sempre a modo dei ranocchi, e si dette a schiamazzare, a bestemmiare al corpo e al sangue, a volere far carne, e fendergli il cuore, e lì taglia, ch'egli è rosso; terminò poi come sempre succede, che chi ebbe contusioni vi pose lo impiastro, e chi la testa rotta se la fece fasciare.