Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 8

Chapter 84,004 wordsPublic domain

In balía dei suoi pensieri, si pose a percorrere in tutti i lati la stanza con passi ora lenti, ora concitati; un momento si fermò a contemplare la lampada. Di lavoro singolare, rammentava questo arnese uomini e cose di cui appena giunse a noi fama incertissima: era di bronzo, e presentava di faccia una testa di elefante con la proboscide rivolta in su, donde usciva il lucignolo; di profilo, un cigno di cui il collo ritorto sopra il petto componeva il manico; di pianta, ti offriva la testa di Medusa con la bocca atteggiata a disperato dolore, e per questo pertugio versavano l'olio; di sotto poi, un altro mascherone, col quale componevano uno insieme ingegnoso le altre parti della lampada. Isabella, nel guardarla fisso come faceva, pensava meno alle rovine dei popoli che alla madre sua, la quale gliela aveva donata insieme a molte altre antichità etrusche trovate negli scavi fatti a Castiglione della Pescaia. Certo, Eleonora di Toledo fu donna aspra di modi, di spiriti alteri, e poco per natura disposta al perdono; nonostante, le sue viscere di madre si sarebbero commosse, ed avrebbe sovvenuto alla figlia deserta, che adesso per la partenza di Lelio rimaneva affatto priva di un'anima in cui confidare. Isabella si affaticava a imprimere séguito ai suoi pensieri per condurli a sciogliere le imminenti difficoltà, ma i pensieri a modo di cavalli sfrenati, vinta la mano alla ragione, divagavano ora qua ora là, in mille andirivieni, secondo che o il sangue o gli affetti scotevano il suo cervello; si stancava per cercare, ma lo intelletto gli si sprolungava infinito davanti, sterile di trovati, come un deserto dell'Affrica si presenta alla caravana privo di qualunque pianta e di asilo. Stanca di cotesto stato, si mosse finalmente verso la sezione della stanza ov'era il letto; alzò la tenda dell'arco, e passata oltre lasciò di nuovo caderla. Il letto compariva sopra modo lindo, con lenzuoli bianchissimi di tela di Olanda, ornati di trine di Malines, e coperta bambagina ricamata con sottile lavoro: le accorte cameriste vi avevano sparso sopra rose fresche e fiori di arancio, sicchè poco più si sarebbe accomodato un letto da sposi. Isabella prese un lembo del lenzuolo, e lo piegò traverso al letto, come usa fare chiunque intende giacersi; ma scoperto che l'ebbe, non andò oltre in cotesto suo disegno, e si rimase immota accanto a quello.

-- "Ecco!" dopo un lungo guardarlo ella diceva, "questo letto maritale apparisce lindo e odoroso come la prima notte delle mie nozze: è bianco, è polito quanto l'ala del cigno; eppure qual miserabile giaciglio di popolo davanti a Dio non è meno contaminato di questo? Sopra il capezzale stanno due chiodi, che, o a destra io mi volga o a sinistra, mi si conficcano dentro le tempie, -- l'adulterio e l'omicidio; perchè questi due pensieri nascono gemelli, ed io lo so. Qui a capo del letto un demonio, contro cui acqua santa non giova, agita l'ale, e scuote sul dormente sonno di febbre, e fantasime di paura.... -- Eppure qui ebbi un giorno quiete di paradiso: qui fui salutata con la dignità di madre; qui adagiandomi pensai che se il sonno si fosse prolungato eterno, la mia anima poteva sperare di essere accolta come ospite nelle sedi celesti. -- Ricordo il momento in cui Giordano tolta dall'altare qui mi condusse, ed accennatomi il letto mi disse: -- «Sposa mia, io ti consegno questo letto, e con esso il mio onore, e la buona rinomanza della famiglia. Io, sovente impiegato in lontane ambascerie, o nella milizia, non potrò starti sempre al fianco per consigliarti e sovvenirti: assumi per tempo virile animo, e impara a guardarti da te stessa: sappi che niuna cosa è tanto necessaria a te, e accetta a Dio, e a me grata, e onorata ai figliuoli che hanno a nascere da noi, quanto la tua onestà; imperocchè l'onestà della donna è una corona di gloria sul capo al marito; l'onestà della madre fa la massima parte della dote alle figliuole, chè i costumati giovani domandano sempre, e con buona ragione, donde nasca la fanciulla che intendono togliere a moglie; la onestà in ogni femmina assai più pregiasi della bellezza; anzi, senza onestà e senza verecondia, o non è bellezza o presto trapassa. Lodasi il viso bello, ma gli occhi disonesti lo fanno lordo di biasimo e di vergogna, pallido di dolore e di tristizia di animo. Piace una bella persona, una speciosa femmina; ma un cenno disonesto, un disonesto atto d'incontinenza subito la rende vile e brutta. La disonestà dispiace a Dio, e di niuna cosa si trova essere Iddio tanto severo punitore nelle donne quanto della loro poca onestà; rendele infami, contennende, e male per tutta la vita soddisfatte. E pertanto, donna mia, se tu vuoi fuggire ogni apparenza di disonestà, dimóstrati a tutti onesta, non fare dispiacere a Dio, a te stessa, a me, ai comuni figliuoli, e ne avrai lode, e grazia da tutti.»[34] -- Se qui davanti mi comparisse adesso Giordano, e mi domandasse: Come hai conservato i miei ricordi? Come i tuoi giuramenti mantenesti? -- Non parlerebbe il mio rossore per me? Queste pareti, questi ornati; e soprattutto queste immagini di santi non griderebbero ad una voce: noi siamo polluti! noi siamo polluti! Potrei, o dovrei io, postergata ogni pudicizia, domandargli a mia posta: e voi come avete conservato i vostri? -- La colpa altrui, se toglie il diritto di accusare, non iscusa per questo la tua colpa; e poi, quando la donna si abbandona in braccia diverse che quelle del suo marito non sono, sempre le viene in odio il marito, non cura i figli, la famiglia distrugge; la qual cosa nel marito rispetto alla moglie non sempre vediamo apparire. Aggiungi, che i figli adulteri stanno in casa monumento perpetuo di vergogna; non possono, o mal possono cacciarsi per legge, ma dal cuore si cacciano per odio, fanno nascere la voglia di spengerli, o si sopportano come nemici, perseguitati dagli altri, che come ladri della loro sostanza li considerano, percossi, avviliti, così che l'anima affannosa della madre non sa bene se deva desiderare che vivano in tanto miserabile vita, o se piuttosto si muoiano; e ciò nei trascorsi degli uomini fuori di casa difficilmente avviene, o non mai. Ecco la moglie infedele guasta l'anima di tutti: già sono sparsi i semi dell'odio; la colpa ha seminato il delitto, e la pena lo mieterà. Oh! fossi morta prima di perdere la mia innocenza! o piuttosto non fossi io nata! Isabella, sei sola; lascia l'alterezza del sangue, abbandona il contegno che t'impone alla vista delle genti la tua nascita reale; e siccome ai miseri convengono lo squallore e le lagrime, piangi ora, che puoi, la tua fama perduta, la tua innocenza, la tua salute, i tuoi figli, e la tua famiglia; piangi dirotta, chè forse questa facoltà, che ti senti di piangere, è il primo segno che la misericordia di Dio ti manda a farti palese che la sua collera si mitiga verso di te...."

E piangendo forte si lasciò andare boccone sul letto, movendo il più doloroso lamento che mai femmina facesse in questo mondo. Così lunga pezza si giacque, quando le parve udire, ed udì certo un rumore di passi nella parte antecedente della stanza. Si alzò ratta, e levata la tenda dell'arco, ella vide comparirle davanti, non senza maraviglia e paura, Lelio Torelli. Quantunque un funesto presentimento tutta la sconvolgesse, pure, resa animosa dalla urgenza del pericolo, ella si trasse innanzi, e domandò:

-- "A che venite voi? Che cosa cercate?"

-- "Io vengo a domandarvi il mio cuore, che avete spezzato, la mia vita, che avete spenta, la mia anima, che voi avete perduta...."

-- "Ah! Lelio, abbiate pietà di me, non vogliate crescere la mia sventura, già tanto per sè stessa insopportabile...."

-- "L'avete voi sentita per me? Voi mi avete rotto come un fiore, che spensierata troncate dal gambo giù nella spalliera del giardino, e odorato appena gettate lontano da voi. Ma l'anima di un cristiano si getta via come una rosa vizza? si calpesta egli un cuore, che non ha sangue se non per voi, a modo di una pietra? No, no, la vostra ferocia ha suscitato la mia; ed io vengo...."

-- "E a che vieni, forsennato?"

-- "Io vengo a chiedervi amore, e a mantenermi la promessa antica: io vengo a pretendere la mercede dei patimenti sofferti...."

-- "Tu vaneggi, figliuolo mio! Di quale promessa mai parli? Chi ti ha persuaso a soffrire?...."

-- "E i baci, e i sorrisi, e le dolci parole, e lo stringere delle mani, e gli sguardi pietosi.... li avete voi dimenticati? Non io ho potuto obliarli; eglino accesero nel mio seno questa fiamma che mi divora. Che è la parola? Quale vi fa mestiero di favella? Il labbro è la più inerte di tutte le parti del corpo a manifestare l'amore; egli dice una cosa sola, ma gli occhi, ma il volto, svelano mille affetti in un punto: e voi con tutte queste lusinghe mi avete promesso. Come! voi, donna di così alto senno, avete potuto credere che la mia povera anima valesse a resistere a tanto? Abbiate voi pietà di me! A voi sta sentire compassione di una miseria, che pure è colpa vostra. Isabella, per Dio, un po' di amore, una goccia di amore a questo disperato...."

-- "Lo pensi tu, Lelio! O non vedi ch'io ti posso essere madre...?"

-- "Che importa a me cotesto? La vostra faccia è bella. Quando mai l'uomo amò col calendario alla mano? Che monta il tempo? Tutta la vita è un baleno. Chi sa se il cielo domani coprirà la terra! Almanco questo baleno, questo soffio fugace sia consolato di un poco di amore.... Non me lo sono io forse meritato?"

-- "Lelio, ma non sai, ma non vedi che io sono donna altrui?..."

-- "Vi trattenne questo forse di darvi altrui? Perchè farete impedimento a me di quello che per altro non vi trattenne? Sarete avara meco di uno affetto, del quale faceste così larga copia ad uomo che ne fu sempre indegno...?"

-- "Odimi, Lelio.... Io, vedi, non mi sdegnerò teco; ma se tanto non basta, pensa alla mia eterna salute...."

-- "E se io mi darò la morte con queste mani; se io per voi andrò dannato; pensate voi che possa salvarsi l'anima vostra che fu cagione si perdesse la mia?"

-- "Errai; e della mia colpa ne porto le pene, e non sono le meno amare quelle che adesso mi dai. Tu mi vedi avvilita davanti a te. Dov'è l'orgoglio del sangue? Ecco, io sono una peccatrice contrita ai piè del suo servo. Lasciami la virtù del pentimento. L'anima nostra può tornare mercè la penitenza così candida come la rese il battesimo...."

-- "Vi pentirete poi; -- ma adesso amatemi."

-- "Io non posso amarvi...."

-- "Ebbene, lasciatemi amare...."

-- "Quali parole invereconde? Quali improntitudini sono queste? Partite, o io chiamerò la mia gente...."

-- "Guarda bene da pure tentarlo, Isabella! Io sono deliberato di uccidermi, e di uccidere...."

-- "Madre di Dio! Lelio, abbi pietà di tua madre: torna alla madre tua, che ti aspetta...."

-- "Mia madre! Sì, tu, donna crudele, senti pietà della madre mia! -- le hai tolto un figlio, e le rendi un cadavere. Io non so più di madre, nè di padre, nè di me stesso; tu sola sei la mia vita, tu il sangue mio. Isabella, mercè di Lelio; io sto nelle tue mani. Vuoi tu ch'io sia uno eroe? lo sarò; uno assassino? lo sarò. Desideri ch'io mi precipiti giù dal verone ove mi sono arrampicato a gran pena per venire da te? ti giuro che lo farò; ma inebriami una volta del tuo amore; dimmi che mi ami; un sorso.... un sorso solo a queste aride labbra...."

-- "O vendetta di Dio, come grave mi percuoti! Mi si spezza il cuore di affanno...."

-- "Senti se io merito da te un benigno risguardo. Quando ti vidi presa per Troilo, io ti amava, e tacqui. Non basta: per non ti contristare, io non ti dissi in quanto basso luogo tu ponevi il tuo affetto, nè come lo indegno in altri volgari amori si mescolasse; io per tuo amore ricopersi agli occhi delle genti le sue iattanze; io non meno mi affaticai a velare le tue stesse incautezze: a me si deve se la fama dei vostri amori non giunse agli orecchi del duca; io vi circondai di mistero; giorno e notte vegliai intorno a voi. Quando Troilo in punta di piedi pel buio della notte veniva alla tua stanza, io gli tenevo dietro con taciti passi.... poteva ucciderlo a mano salva, e Dio sa se spesso me ne prese la tentazione; eppure nol feci, pensando allo affanno che ne avresti sentito. Però lo accompagnai, lo guardai; atterrii i famigli con la novella di uno spettro notturno, perchè non ardissero vagare per le stanze prima di giorno; e mi posi a vigilare fuori della porta, insonnia non curando nè freddo, per salvarvi dalla sorpresa, alla quale voi nella imprevidenza vostra tanto poco pensavate.... Immagina tu qual cuore fosse il mio quando sentiva dopo lunga ora i teneri commiati, i dolci baci, e la promessa di rivedervi la notte appresso! E tutto questo feci, e tutto questo penai, per amore tuo, e sempre avrei sofferto in silenzio, se tu lo amassi ancora: ma adesso tu lo conosci; sai esserti nemico, di lui hai da temere più che di qualunque altro, e temi; e quindi te adesso supplico ad amarmi, ad accettarmi, qual più mi vuoi, difensore, servo.... e tutto insomma, tutto... purchè tuo...."

-- "Lelio, figliuol mio, cálmati: io, sebbene con mio sommo rossore, comprendo la immensità del tuo affetto; freddo cenere ed ossa, io serberò memoria di te; tu amasti più che ad uomo è concesso di amare: ma ascolta la preghiera di una caduta in fondo ad un abisso di miseria: ascoltala come se movesse da tua madre; abbi pietà di me; esaudisci la supplica che ti manda dalle profonde viscere una moribonda, chè ormai sento non potere più vivere, ed anche potendo non vorrei. Un giorno ti compiacerai di avermi usata misericordia; al capezzale del letto, dove lo sguardo della mente rivede la trascorsa vita, e l'anima anela nel dubbio, se da cotesta indagine le verrà speranza di salvazione, l'opera santa che mi farai adesso ti precederà come la nuvola del popolo ebreo a sgombrarti la via del paradiso. Il tempo ti sanerà questa piaga: forse Dio tenta ora la tua virtù per vedere se ne uscirai vittorioso, e già ti apparecchia guiderdone condegno dei meriti; gli angioli stessi in questo momento ti guardano. Non essere da meno di quello che di te si ripromette il paradiso. A te buona e casta consorte, a te onorati figli in questa vita; e a te fama duratura, e gloria immortale dopo la morte...."

-- "Sirena! incantatrice! maliarda! Chi è che ti negherebbe il vanto d'immaginare cose vane, e di cantarle allo improvviso? Va, il tuo cuore è più bronzo di questa lampada. Ora, che temi di essere venuta in forza altrui, favelli lusinghiera e fallace; dianzi, al cospetto d'Inigo, minacciavi e schernivi; nè so bene se adesso tu sii più abietta, di quello che dianzi tu fossi insolente. Dianzi mi dileggiavi come un fanciullo; come presuntuoso mi riprendevi, quasi tu avessi derivata la tua origine da altri che da Adamo; nulla che mi appartenesse consentivi a tenerti dintorno; volevi cancellarmi dalla tua memoria, e, se onestamente il potevi, anche dalla vita; per istrazio maggiore, la collana del tuo marito mi gettavi intorno al collo, come la corda del condannato; e un pugno di monete per sanare le ferite grondanti sangue del cuore desolato. -- Eh! taccia una volta l'amore, che accolsi per così vile, così bassa, così feroce creatura. Lo esempio dell'altrui crudeltà mi faccia crudele. A che mi tengo io più? Perchè non corro a manifestare la tua infamia a Paolo Giordano? Perchè non godo almeno vederti precipitare nel sepolcro con morte disonorata, e di sangue?"

-- "Va, accusami...."

-- "No, non andrò ad accusarti; io ti segherò le vene...."

-- "Uccidimi...."

-- "Accusarti! ucciderti! E che mi giova cotesto? Ah! no, Isabella, il tuo amore, dammi il tuo amore...."

-- "Indietro...!"

-- "È impossibile! è impossibile! Bisogna che tu sia mia.... un momento.... poi venga la morte.... e lo inferno...."

E tale dicendo, si avventa ad Isabella per ghermirla: ella indietreggia, egli incalza. Isabella, palpitante, non vedeva aperta nessuna via allo scampo: voleva di nuovo raccomandarsi a Dio, ma dubitava che come indegna non la volesse esaudire; si teneva spacciata. -- Allo improvviso di sopra la spalla della duchessa comparisce una lama lunga e forbita; si spinge innanzi ratta come il fulmine, e con immane ferita apre il seno di Lelio, e lo trapassa fuor via da un lato all'altro. Il ferito dà indietro un passo, agitando le mani levate come uomo che stia presso a naufragare, ma non può profferire parola intera; solo alcuni suoni indistinti, ed anche pochi; il sangue traboccando ribollente e fumante con uno spruzzo cuopre la lampada, e spenge il lume: nel buio fu sentita la tavola andare rovesciata sottosopra a cagione dell'urto col quale il Torelli l'aveva investita, e il trabalzare, e il cadere, e il rotolare dell'infelice trafitto.

Isabella proruppe in un grido così pieno di angoscia disperata, da disgradarne quello che avrebbe gittato Lelio, se il cuore fesso orribilmente in due parti non gli avesse troncata a un punto la favella e la vita; e quindi ella pure stramazzò sul pavimento, per modo che parve essere lo spirito anco da lei dipartito.

Isabella stette lungamente immemore di sè; poi quando, comunque tuttavia in mezzo al letargo, l'anima fu tornata agli ufficii consueti della vita, la percosse una voce, ed era voce di femmina, e di femmina piangente, che diceva: -- Rendimi il mio figliuolo; -- e poichè ella non poteva rispondere, chè la lingua le stava fitta nel palato, dopo alcuna dimora sentiva aggiungere: -- Sii maledetta! Il sangue di colei che fece versare sangue, sarà versato! -- Poi le appariva Lelio davanti, senza sguardo, per occhiaia spaventevole, sconcio tutto nella faccia di enchimosi, co' capelli sozzi di sangue e di polvere; e si poneva lì dritto davanti a lei, ma non faceva parola: ben si vedeva come si affaticasse a muovere le labbra per cavarne una voce articolata, ma riuscendogli con grande stento a trarne appena un singulto, raccoglieva nel cavo della destra il sangue atro, grondante giù dalla ferita, e glielo gittava nel volto, in atto di maledizione! Qui Isabella svegliatasi, balza a sedere, e non osa schiudere gli occhi; pure alla fine, mossa da coraggio o da paura, si sforza di aprirli, e li apre. Ch'è questo? Ella si trova adagiata nel proprio letto: la tavola era in mezzo della stanza, e la lampada di bronzo ardeva, comecchè di pallida luce. Precipita dal letto; prende la lampada, vi fissa sopra ansiosamente lo sguardo, e non vede traccia di sangue in veruno dei tanti incavi co' quali era lavorata, nè tampoco traccia che fosse stata ripulita e rasciutta, e neppure le sembra che vi abbiano rinnuovato l'olio. Con la lampada in mano, sebbene esitante, si accosta allo specchio per vedere se avesse il volto macchiato di sangue, e lo contempla come per l'ordinario polito: guarda la tavola, guarda il pavimento, e riscontra tutto terso più che mai fosse, e asciutto bene. Non sa che cosa pensare: ondeggia in tempesta grandissima di pensieri, e tra sè dice: -- Per certo io ho sognato; -- e siccome noi siamo inchinevoli sempre a credere massimamente quello che a noi piace e giova, così Isabella a forza di dire a sè stessa: -- E' fu un sogno; un mal sogno in verità! a questa ora chi sa quante miglia si trova lontano da noi il povero Lelio! -- aveva quasi persuaso la sua mente a dubitare dell'atrocissimo caso.

Schiuse i balconi, e conobbe dall'alba nascente approssimarsi l'_Ave Maria_; e indi a breve tempo la campana della cappella venne a confermarla in cotesto pensiero; e poichè la campana, cessata l'_Ave Maria_, continuò a sonare a messa, divisò andarsene a pregare Dio e i Santi, affinchè di un po' di refrigerio fossero misericordiosi a lei povera donna, colpevole, è vero, ma tanto a un punto senza fine infelice. I miseri sentono necessità dell'altare. -- Si compose di propria mano la chioma, vestì una veste negletta di colore scuro, e sola si avviò alla vicina cappella.

Una volta correva il costume seppellire in chiesa; però vediamo i pavimenti coperti di lapide, e in mezzo alle lapide un chiusino rotondo, bene spesso fermato mediante grappe di bronzo. Sopra le lapide occorrono armi gentilizie di bassorilievo, offesa di piedi, e le immagini dei defunti con le mani incrociate sul ventre, involte in larghissime cappe in atto di dormire, ed iscrizioni che ricordano le virtù del morto, ma più assai delle virtù del morto la pietà o la superbia dei vivi.

Sopra una di queste lapide, e precisamente al punto dove si apre il chiusino, venne a posarsi Isabella, e quivi in piedi e immobile stette ad assistere al sagrifizio divino fino al punto in cui il sacerdote mormora i detti arcani, che hanno virtù di fare scendere in terra il Dio del cielo: allora seguendo lo esempio altrui, e molto più il proprio impulso, si lasciò cadere sopra le ginocchia, prostrandosi in atto di reverente umiltà; ma la terra le vacillò sotto allo improvviso, e il ribrezzo di precipitare dentro la sepoltura valse a farle stendere le braccia intorno a sè per sostenersi a qualche persona, o cosa. Ella incontrò un braccio, e forte a quello si strinse: assicuratasi alquanto, guatò in quel buio, e riconobbe Troilo nel suo soccorritore, per lo che disse sommessamente:

-- "Ahimè! sotto i nostri piedi sacrileghi Dio fa tremare la terra...."

-- "Non è niente! Il chiusino della lapida fu smosso stanotte! A vedere, la calcina non ha anche fatto presa...."

Isabella si cacciò le mani nei capelli, e mordendosi acerbamente le labbra giunse a non prorompere in grida. -- Fatta vesana, fuggì a precipizio di chiesa: le ombre tuttavia spesse nella cappella non concedendo che troppa gente avvertisse a cotesto atto, impedirono lo scandalo.

È fama ancora, che a cagione di cotesta avventura gran parte dei capelli alla Isabella diventassero bianchi; la quale cosa se nelle cronache non trovo riscontro da confermare, nemmeno mi occorre per negare, non essendo nuovo d'altronde, che questo avvenisse per cause molto meno terribili.

Infatti, quando lessero a Maria Antonietta regina di Francia la sentenza di morte, quindi in breve i capelli le diventarono bianchi; e questo fu maggiore motivo.[35] Ludovico Sforza il Moro venuto in potestà di Luigi XII, pensando alle gravi offese fatte a quel re, nel corso di una notte sola incanutiva;[36] e il signore d'Andelot tenendo la faccia appoggiata alla mano quando gli portarono la notizia del supplizio del suo fratello ordinato dal duca di Alva come complice dei conti di Egmont e di Ornes, tutta quella parte della barba e del sopracciglio compressa dalla mano mutò colore, e parve vi fosse caduta sopra farina; e questi forse appaiono motivi uguali.[37] Finalmente il Guarino, vista ch'ebbe sommersa una delle due casse di manoscritti greci, che, raccolti a gran pena, da Costantinopoli trasportava in Italia, ne prese tale sconforto, che i capelli di neri subito gli si mutarono in bianco;[38] e questo fu motivo molto minore. -- Ma diverse sono le anime, e diversamente toccano le menti le cose mortali.[39] La bilancia trabocca così per un grano come per una libbra, e molte volte taglia più e meglio una, che le cinque spade.[40]

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[34] Agnolo Pandolfini. _Trattato del governo della buona famiglia._ -- Questo libro, aureo per lingua e per insegnamento di buoni costumi, con molte aggiunte fu pubblicato di recente a Napoli, ma tolto ad Agnolo Pandolfini, ed attribuito a Leone Battista Alberti.

[35] Byron, _Il Prigioniero di Chillon_, n. 2.

[36] Abrégé de Mézeray.

[37] Montaigne, _Voyage en Italie_. T. I.

[38] Sismondi, _Letteratura del Mezzogiorno_. T. I.

[39] Sunt lacrimæ rerum, et mentes mortalia tangunt. _Eneid._

[40] _Paradiso_, Canto XVI.

CAPITOLO QUINTO.

PASQUINO.

DON LOPEZ

Valgame el cielo! que es esto Por que passare mis sentidos? Alma, que aveis eschuchado? Ojos, que es que aveis visto? Tan publica es aja mi aprenta Que ha Uegado a los oidos Del Rey, que mucho si es fuerza Ser los posteros los mios? Ay hombre mas infelice!

_Calderon de la Barca._ _A secreto agravio secreta venganza._