Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 7
[24] Aldo Manuzio, p. 132, in nota. È questa lettera singolarissima, che ci pare pregio dell'opera riprodurre intera in questa appendice. «Strenuo mio cariss. -- Ogni buon principe debbe desiderare tre cose oltre a molte altre: l'una di conservare l'onore, l'altra lo Stato, la terza l'aver causa di provare li servitori, ed avere occasione di gratificarli e beneficarli. A noi pare che con la venuta di Piero Strozzi ci sia dato occasione di pensare a due di queste: la prima di parerci troppa vergogna che costui insolente abbi procurato di venire a Siena, e starci con troppo disonor nostro su gli occhi; onde abbiamo pensato di fare due cose per questo mezzo: l'una di cercare per ogni via e verso di levarci dinanzi questa vergogna; la seconda sperimentare li nostri servitori ed amici fedeli, con avere occasione di beneficarli servendoci bene in questo affare; perchè della terza, di conservar lo Stato, non ci passa per pensamento che costui ci possa nuocere, essendo noi per provvedere in modo alle cose nostre, che largamente resteranno sicure. Onde per eseguire questa nostra intenzione siamo certi, ogni persona avere qualche amico confidente, che potessi per qualche modo andando in Siena, per via d'una archibusata, o in qualunque altro modo che migliore paressi a voi, levarci dinanzi l'arroganza di costui; e confidati assai che in voi sia totalmente l'animo di servirci, abbiamo pensato di proporvi questo, acciò vegghiate di trovare almanco due persone fidate: ma vorriano essere forestiere, o vero ribelli, o banditi dello Stato nostro; li quali acconciandosi in Siena per soldati, o in qualunque altro modo che migliore paressi, potessino, presa l'occasione, o con archibuso o altro, ammazzare costui. Il che facendo, si può prometter loro al fermo dieci mille scudi, oltre ad acquistare la grazia nostra, e gradi e provvisioni, come a voi paressi di prometter loro. Il che facendo, sarà sotto parola di principe eseguito da noi senza alcun dubbio, dilazione, o scrupolo, abbondantissimamente: e nel particolar vostro, vi promettiamo raddoppiare prima la nostra buona grazia; secondariamente tutto quello che voi sapete desiderare per utile ed onor vostro, sapendo che con voi non bisogna usar termine d'offerirvi danari, perchè offerendovi quanto può essere a comodo vostro con la nostra buona grazia, largamente vi potrete promettere da noi quanto vi parrà essere necessario per comodo, onore ed util vostro. Non potriamo più di quello che facciamo incaricarvi, e stringervi il desiderio che abbiamo di tal cosa, perchè parendo a noi che ci tocchi nell'onore, e stimandolo sopra ogni altra cosa, pensate quanto noi lo desideriamo: perchè, sebbene gli è molti anni che costui ha fatto professione di fuoruscito, e che gli averiamo potuto nuocere molte volte, non mai abbiamo pensato tal cosa; ma ora, che vuole arrogantemente mostrare di competere, e far sì su gli occhi nostri di parer qualcosa, ora ci pare che abbi cerco di offenderci nell'onore, e però desideriamo sperimentare gli nostri servitori ed amici. Cercate dunque di trovare due almeno, o quelli che più vi paresse, che fossino atti a tal cosa, e vedete di persuadergli a questo effetto, con ordinar loro quello intrattenimento che vi parrà che basti per potere stare su luogo o dove andassi per fare tal cosa, che vi rimborseremo di quanto dessi loro, o vi manderemo il modo, avvisandocelo per tale effetto, come meglio vi parrà. Bisogna bene che vi certifichiamo, che il tener voi segreto tal cosa importa assai; ma quando bene qualcuno di loro lo scoprissi a Piero, non per questo c'importa, ma solo lo diciamo del segreto per quello tocca a chi avessi andare a far l'effetto. Del sapere l'un dell'altro, o altri che andassino a questo, tutto lo lasceremo risolvere come meglio vi parrà. E questa nostra aremo caro resti appresso di voi o che l'abbruciate, come più vi parrà a proposito, e non venga in notizia d'altri che vostra, eccetto però se per animar qualcuno di quelli avessi a far lo effetto bisognasse; però non ci estenderemo più con questa, credendo aver satisfatto assai alla intenzione nostra, e pensiamo al certo dover anco restare satisfatti dell'opera vostra, desiderando sopra modo tal cosa. Dateci risposta particolare di quanto arete eseguito, dicendoci li nomi di quelli mandate, uno o più che siano; e senza fare dimostrazione di parlarci, o venire da noi per tal cosa, ci risponderete in mano propria, che noi solo vedremo il tutto, ned altra persona che il Segretario, che questa scriverà, sarà conscio di tal cosa: e Dio vi conservi. -- Di Fiorenza, li 5 gennaio MDLIII. -- Il Duca di Fiorenza.»
[25] Segni, Storia, p. 159, 184. Ed. di Milano.
[26] Galluzzi, Storia. T. 2, p. 313.
[27] Maccrie. Storia della Riforma, p. 275, dove cita Thuani. Hist. ad an. 1566.
[28] Storie, Cap. ult.
[29] Tuano, Hist. ann. 1566, narrò che abbruciarono il Carnesecchi; Laderchi, ann. 1567, rimprovera Tuano per avere affermato che abbruciarono il Carnesecchi, senza specificare se vivo o morto, negando che la Chiesa abbia fatto mai abbruciare vivi gli eretici, ma nell'ultimo volume confessa essersi ingannato. Ant., T. 23, f. 200; Maccrie, Storia, p. 276: il Carnesecchi però fu prima decapitato, poi abbruciato. Galluzzi, T. 2, p. 315.
[30] Aldo Manuzio, Vita di Cosimo, p. 51.
[31] Orazione nelle esequie del Serenis. G. D. Cosimo, p. 275.
[32] MS. della Bibl. Reale di Francia, e MS. Capponi, e mio.
[33] Mazzucchelli, nota 17 alla vita di messer Giovanni Boccaccio scritta da Filippo Villani: -- «A questo silenzio, e alla mutazione di sua vita, contribuì non poco ciò che narra il B. Gio. Colombini, Fondatore della Religione de' Gesuati, al Cap. XI della vita del B. Pietro de' Petroni Certosino suo amico. Scrive egli, che il B. Pietro poco prima di morire diede ordine a Giovacchino Ciani, suo compagno, di portarsi dal Boccaccio, e di riprenderlo a suo nome degli scritti suoi men che onesti, e di consigliarlo a mutar vita, scoprendogli nel tempo stesso molti secreti dell'animo di lui, i quali il Boccaccio credeva che niuno al mondo sapesse. Il che poco dopo la morte del B. Pietro, seguita a' 29 di maggio del 1361, essendo stato eseguito con istordimento del Boccaccio, il quale sapeva che il B. Pietro non lo aveva veduto giammai, ne diede egli notizia al Petrarca suo amico, comunicandogli il suo proponimento di mutar vita. Il Petrarca, recando fede all'ambasciata, lodò con sua lunga lettera, ch'è la quinta del lib. I delle Senili, il Boccaccio del buon uso ch'era per farne, siccome anche avvenne. Fu allora per avventura che fama corse, essersi egli fatto frate della Certosa di Napoli, sul qual supposto gli scrisse un sonetto Franco Sacchetti, il quale si legge nella prefazione delle Novelle di questo, e incomincia:
Pien di quell'acqua dolce d'Elicona ec.;
e gli dice:
Avete preso certosana vesta ec.
Si sa per altro ch'egli era cherico; come prova chiaramente il sig. Manni nel Cap. XIII della sua Vita.»
CAPITOLO QUARTO.
L'OMICIDIO.
FRANZ -- Voi volete farmi morire di languore. Io morrò di disperazione nella età della speranza, e voi ne avrete la colpa.... Dio mio! io che non ho goccia di sangue che non sia vostro! io, che respiro soltanto per amarvi, e per obbedirvi in tutto....
ADELAIDE -- Esci dal mio cospetto....
FRANZ -- Signora!
ADELAIDE -- Va, accusami dunque al tuo signore:
_Goethe._ -- _Goetz di Berlichingen._
La diffidenza si era insinuata nel cuore d'Isabella come un aspide in fondo al nido: le suonavano a modo di ronzio insopportabile le immani parole di Troilo; vedeva il sospetto codardo, sentiva che anche da lui avrebbe potuto essere tradita e accusata; e fissando questo abisso d'infamia, ne risentiva una vertigine morale punto diversa dalla vertigine fisica, che sorprende il risguardante qualche dirupo delle Alpi: però non è da dirsi se studiasse ogni argomento per non trovarsi insieme con Troilo, o trovandovisi, fare in modo che qualcuno l'accompagnasse. Per altra parte, era cresciuto il bisogno di tenere il Torelli presso di sè; e la solerzia del giovane, la sua devozione, e l'assiduità dal medesimo posta a bene servirla, fecero sì che la Isabella non potè trattenersi dal guardarlo con occhio di singolare amorevolezza. Procedendo sempre, come fu suo destino, improvvida, non pensò che il fanciullo era oggimai diventato uomo, che in cotesta età le passioni mandano sottosopra l'anima a guisa di uragani; non temè, nè si accôrse dello ardore funestissimo, che infiammava il sangue di Lelio. Tranne baciarlo in fronte, siccome costumava quando era garzoncello, si compiaceva tuttavia a scompartirgli la bella chioma sopra la fronte, e percuoterlo dolcemente nelle guance, a usargli insomma ogni maniera di vezzi co' quali le madri accarezzano i figliuoli dilettissimi; e se tutto questo fosse un mettere zolfo sopra il fuoco, lascio pensarlo a coloro, che o sentono il furore di un primo affetto, o si ricordano averlo pure una volta provato. Quasi sempre assorta nei casi imminenti, la Isabella non badava nè si accorgeva di certi moti di Lelio, che in condizione più riposata di animo avrebbe agevolmente conosciuto. Allorchè ella si recava a passeggiare in giardino, chè ormai di casa usciva più poco, le accadeva tanto spesso trovarsi come tolta fuori di sè, che per non investire o pianta, o statua, od oggetto altro qualunque, si apprendeva al braccio di Lelio, e secondo che l'agitavano gl'interni pensieri, ora più, ora meno fortemente glielo stringeva; sicchè l'anima di lei per via di coteste strette meglio che elettriche si trasfondeva nel giovane, il quale con lunghissimo sguardo come delirante la contemplava, e a larghi sorsi beveva il veleno che già gli aveva attossicato irrimediabilmente la esistenza.
La faccia del Torelli, oh quanto mutata! Ormai non poteva più conoscersi qual fosse la sua età: con le labbra accese ed aperte come uomo arso da tormentosa sete, le guance scarne, la pelle tesa sopra le ossa, tutt'occhi; spesso madido di sudore. L'acceso desiderio, che gli stava confitto come un ferro tagliente nel mezzo del cuore, aveva partorito tale e siffatto disordine nel sistema dei nervi, che la sensazione più leggera bastava per farlo tremare da capo alle piante per ispazio di tempo grandissimo; le vene gli si erano infiammate, e ad ogni moto, comecchè tenue, il petto gli anelava in guisa, che pareva gli si volesse rompere; lo travagliava un affanno continuo; la vista gli si smarriva allo improvviso in una massa di luce sparsa in miriadi di faville, o aggirantesi in circoli vorticosi; e nelle tempie sempre un martellare senza posa, e schifo di cibo, e notti insonni, o travagliate da spaventosissime fantasime. Cosiffatta miseria non poteva durare, e non durò.
Volgeva a sera il giorno più bello del mese di giugno: il sole tramontato con i suoi ultimi raggi empiva in parte lo emisfero di una luce serena di oro purissimo, e dal punto in cui cotesta luce cessava cinque raggi pure di oro si diffondevano mirabilmente in su per lo azzurro dello empireo, in modo che alla commossa fantasia rappresentavano la mano del Creatore, che si stendesse pacata a benedire la natura; le foglie trionfali degli allori, quelle acute dei mirti, le frastagliate delle quercie, e tutte insomma della famiglia multiforme degli alberi, apparivano contornate distintamente in quel campo magnifico, sicchè avresti creduto potere annoverarle; il venticello vespertino agitava le cime delle piante, le quali movendosi l'una verso l'altra parevano ricambiarsi misteriosi colloquii: e gli uccelli prima di chiudere gli occhi alla quiete, con dolcissimo coro, che la natura insegna, e sola può insegnare la natura, cantavano un inno di gloria al Signore; le acque rotte tra i sassi non sembra più che piangano, ma liete mormorino pel continuo incalzarsi che fanno; più soave spirano il profumo dagli aperti calici i fiori; con le facoltà concesse dai cieli alle cose create, il cielo, la terra e le acque instituiscono una gara a cui meglio riuscirà di manifestare la gratitudine verso il Gran Padre del mondo, e da tutte insieme nasce uno incanto, e sorge una favella, che sembrava dire, e diceva certo: siamo nate ad amare!
Isabella si era condotta sopra il verone, e qui seduta, pone il braccio su l'omero di Lelio, e sopra il braccio appoggia la faccia: gli occhi solleva al cielo, in atto che rammenta Niobe; o piuttosto una testa di Maddalena penitente, come poi seppe immaginare il nobile pensiero di Guido. Quella sembianza di preghiera, di mutuo dolore, e di pace stanca, è sovraumana a vedersi: bene l'aveva disfiorata la sventura; la febbre lenta che le consuma la vita gliela vela di mesto pallore, ma cotesta fronte comparisce pur sempre portentosa di bellezza; -- bella come quella di un angiolo decaduto!
Ella guardava il cielo, e Lelio lei, dacchè nel volto di cotesta donna egli avesse riposto il suo paradiso; e così stava immobile e intento, che non pareva cosa viva; gli si empirono gli occhi di lagrime, che presero a sgorgare copiose giù per le guance, senza fare atto di angoscia, nè di altro: così talora ho veduto cadere la rugiada raccolta nel cavo degli occhi di qualche statua, e mi parve che piangesse: ma quindi in breve le lagrime cessarono, arido gli divenne lo sguardo, dilatato, e corrusco di luce sinistra; lo invase un tremore come se fosse il ribrezzo della febbre, e fors'egli era; e allo improvviso, non sapendo quello che si facesse, vinto da troppo maggiore potenza, che a lui fosse dato di superare, le gittò le braccia al collo, e la coperse di baci pel capo, pel volto, e pel seno, con una smania convulsa, con tale e siffatto delirio, che in verità metteva compassione, conciossiachè si saria detto: costui versa l'anima in quei baci.
Isabella un momento smarrita, richiama l'alterezza della dignità offesa, e forse, assai più della dignità, la principesca superbia; e tremante anch'essa, ma per altissimo sdegno, respinge energicamente il giovane paggio, e si svincola dalle braccia di lui; quindi senza far motto, con occhi orribili, s'incamminava alla stanza per cui si giungeva al verone; e Lelio, annientato, le trasse dietro come immemore del commesso misfatto. Isabella si accosta con veloci passi verso una tavola, e risolutamente stende la mano al campanello di argento; poi allo improvviso sosta, quasi che il volere e il disvolere le contendessero nella mente; già un pensiero più mite sembrava che spuntasse tra la procella della passione, comecchè l'ira durasse: così vediamo pei mari la furia del vento gareggiare con la furia dell'onda; ma placato il vento, tornata a splendere l'alma luce del sole, continuare il mugghio dei marosi minaccevoli e turbati. Dopo qualche esitanza pur vinse il primo consiglio, e scosse a più riprese il campanello. Non bastò la prima nè la seconda volta; finalmente comparve uno staffiere, al quale la duchessa ordinò: -- "Venga il maggiordomo...."
E il maggiordomo, passato altro buono spazio di tempo, si recava a ricevere i comandi della duchessa. Era il maggiordomo don Inigo, gentiluomo spagnuolo, fidato e discreto come una buona lama di Toledo: non rideva mai; oltre quelle richieste dalla necessità, era un gran caso se in capo a un mese lo udivano favellare tre parole. Di forme robustissimo, torvo il ciglio, il volto di colore bilioso; -- chi sa che cosa mai si volgesse in cotesta anima! Era chiuso come un sepolcro.
-- "Mea Señora!" disse inchinandosi.
-- "Don Inigo, Lelio nostro ci ha dimostrato desiderio di ridursi a vivere a casa con i suoi vecchi parenti; e a noi è sembrato non doverci nè poterci opporre a così onesto desiderio.... La madre sua, poveretta! chi sa con quanti voti lo richiama, e mi parrebbe crudeltà differirle più oltre questa consolazione. Riveda il figliuol suo cresciuto in ogni maniera di studii che a valente gentiluomo si addicono; lo riveda virtuoso e dabbene.... e soprattutto innocente, -- e sia l'orgoglio della sua vita. Don Inigo, voi accompagnerete Lelio sino a Fermo, e direte ai suoi parenti, che Lelio ci faceva sempre buona ed onesta guardia, che ci sarà sempre ricordanza amorevole come di figlio; che in ogni cosa dove possano avvantaggiarlo le mie facoltà, si valgano di me non altrimenti che se io fossi di loro; in ispecie poi alla madre assicurate che i costumi pravi su di lui non poterono punto, che io non ebbi a dolermi in nulla del giovine, tranne certe fanciullaggini, ardimentose troppo, ma che col tempo si perdonano, appunto perchè fanciullaggini; nonostante, confortarla io a scegliergli presto tra le fanciulle di Fermo chi per venustà di persona, per soavità di modi, e corrispondenza di affetti possa ridurre in pace uno spirito di soverchio ardente, un cuore che non è senza qualche procella. Inigo, condurrete il suo giannetto bianco con tutti gli arnesi di velluto cremisino, vesti, masserizie, insomma ogni cosa, sicchè non rimanga presso di noi pure una piuma di lui, che la intendiamo donata, e doniamo. Dalla guardaroba del duca nostro marito scerrete una collana e un medaglione da appuntarsi alla berretta, e glieli porrete nella valigia; vi porrete ancora cento ruspi di oro, e il certificato amplissimo dei suoi onorati servigi, che voi firmerete e munirete del nostro sigillo ducale. Se il caso facesse che il giovane si trovasse male disposto, prendete una delle nostre carrozze, e a nome nostro chiedete le pulledre della posta, che ve le daranno, e partite ad ogni modo. Domani il sole non deve vedervi a Firenze. Addio."
E qui, alzata la destra, faceva il cenno col quale l'orgoglio dichiara alla umiltà che gli si tolga davanti. Ma poi, premurosa di temperare la durezza dell'atto, aggiungeva:
-- "Andate, Lelio, andate; noi formeremo sempre mai voti per la vostra felicità, e ci torneranno accettissime sempre le nuove del vostro buono essere."
Don Inigo non sapeva darsi pace intorno alle tante parole spese per tale negozio, a cui gli sembrava bastante la parola -- andate, -- se togli quanto concerneva il giannetto, i ruspi, la collana, e simili; ma prima di essere carico di tutti quei discorsi, aveva seco stesso deliberato lasciarli a casa, o farne getto per la via. Lelio con volto dimesso, composta ad arco la persona, quasi rotto per la immensità dello affanno che l'opprimeva, si allontanò seguendo il maggiordomo, più che altro somiglievole al condannato dietro al carnefice che lo mena a guastare.
Isabella lo guardò fisso; stette ancora a guardare lungamente la porta dond'era scomparso, poi dandosi forte della palma nella fronte esclamò:
-- "Ahi! sciagurata femmina! quanti infelici per te...."
Isabella non mosse piede fuori della stanza, ch'era la sua maritale. Questa stanza compariva spartita in due sezioni: la prima, che faceva capo a tre finestre sopra il verone, spaziosissima, tappezzata di damasco operato ad armi dei Medici e degli Orsini, di colore verde: intorno alla camera, a certe distanze ricorrevano dei medaglioni di bassorilievo in marmo rappresentanti varii ritratti di famiglia dentro grosse cornici dorate: due porte l'una contro l'altra al termine della stanza andavano distinte per larghi pilastri di porto-venere; e sopra le porte un cornicione con due corridietro, od orecchioni, come dicono in arte, in mezzo ai quali un busto composto di marmi di qualità diverse, bianco la testa, il rimanente broccatello; e sotto, la portiera con due cortine a frange di oro: nei canti due ampissimi vasi chinesi, o piuttosto giapponesi, turchini, con mascheroncini, maniglie, ed altri ornamenti di argento dorato condotti con sottile magistero; appoggiati alle pareti due stipi di ebano intarsiati di madreperla, maraviglia a vedersi, e seggioloni, e sgabelli di ebano ricoperti di damasco pur verde; in mezzo, una tavola di ebano e di argento, del medesimo lavoro degli stipi. Questa prima sezione terminava in un arco di cui l'estremità posavano sopra una cornice assai sporgente sostenuta da colonne, la base e il capitello delle quali erano di bronzo dorato di ordine corintio, ma il fusto a spirale di porto-venere ricinto nel cavo della spirale da un ramo di foglie di mirto in bronzo dorato; il vano dell'arco coperto da tende di damasco. Oltre l'arco era il letto, immenso di mole, e carico piuttosto che ornato d'intagli, di amorini, di fogliami, e frutta, e piume, da mettere sospetto in chiunque avesse dovuto giacervi sotto: quali e quante fossero suppellittili, arnesi, e masserizie là dentro, troppo riuscirebbe lungo a descrivere; basti all'uopo nostro conoscere che a canto al letto si vedeva una tavola del Crocifisso con la Madonna da un lato, e San Giovanni dall'altro, che posava sopra un zoccolo alto un braccio circa dal solaio: questa tavola mercè d'ingegni volgeva sopra mastietti incastrati nel muro, e lasciava l'adito ad una porta segreta, la quale mediante certa scala a chiocciola conduceva nelle stanze terrene meno frequentate dalla gente.
Le ombre avevano occupato il cielo da lunga ora quando a Isabella parve tempo convenevole a chiamare le sue cameriste, le quali ebbero ordine di accendere una lampada, metterla sopra la tavola, e andarsi con Dio. Avendo esse domandato se desiderasse che le dessero mano a spogliare le vesti, rispose breve: -- che farebbe da sé; -- ed avendole accomiatate di nuovo, andò alle porte, e tirò le stanghette, per cui nessuno, mal suo grado, avrebbe potuto penetrare là dentro.