Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 6
-- "Ieri mi recai di buon mattino da Francesco, il quale mi aveva mandato a chiamare, ond'io lo informassi intorno alla correzione del Boccaccio, che ho impreso dietro gli ordini di lui: egli era sceso nella officina chimica; io nonostante mi feci annunziare da uno staffiere, il quale di lì a poco tornò dicendomi, che andassi pure costà, che il serenissimo padrone, come persona di casa, mi riceveva senza cerimonie nella officina. Io rinvenni Francesco tutto affaccendato intorno ad un fornello, considerando certa sostanza chiusa dentro un'ampolla di vetro. Appena mi vide, così mi parlò: -- «Buon giorno e buono anno, cugino Lionardo; io sto dietro ad una esperienza che non mi riesce condurre a termine; or ora leggerò il vostro lavoro del _Decamerone_, che avrete emendato da pari vostro, lasciando stare le bellezze, e togliendo quanto offende i buoni costumi e la religione. Peccato, che cotesto grande uomo non avesse costumi buoni! Ma non vi è pericolo, Lionardo, ch'ei sia andato perduto? N'è vero, cugino, che messere Giovanni prima di morire si pentisse, e lasciasse il mondo in odore di santità?» -- Alla quale domanda risposi, che il Beato Giovanni Colombini nella vita del Beato Pietro dei Petroni ci assicura, come il Beato Pietro, poco prima che si partisse a vita migliore, mandasse Giovacchino Ciani a riprendere il Boccaccio dei suoi scritti e dei suoi costumi meno che onesti, e nel tempo stesso a svelargli certi segreti così riposti nel proprio animo, che il Boccaccio teneva per fermo nessuno, tranne lui, potesse saperli. Della quale cosa percosso, messere Giovanni pianse amaramente i trascorsi passati, e rendendosi a Dio ne fece mirabile penitenza.[33] -- «Gran mercè, riprese Francesco; voi mi avete dato una consolazione desideratissima, accertandomi che il nostro messere Giovanni adesso stia in luogo di salute. Or via, siatemi cortese di aspettarmi per un po' di tempo, tanto ch'io mi sbrighi da questa faccenda: andate costà in libreria, vi troverete in buon dato libri, e parecchi nuovissimi.» -- Entrai nella libreria, fingendo leggere il primo libro che mi capitò tra mano, ma seguitava con occhio obliquo il lavorío di Francesco. Costui non finiva mai di soffiare nei carboni, guardare attraverso l'ampolla, e poi volgersi a un vasetto sopra la tavola; e quindi presa un pocolino di polvere tra le dita, considerandola attentamente diceva: «Bisogna dire che i nostri vecchi ne sapessero più di noi, che ce ne abbiano date ad intendere a serque: il colore ci è; l'apparenza l'ho trovata; ma il sapore.... il sapore...., e l'arsenico sembra fuori di dubbio che ci entrasse: eppure nelle note al mio Poggio, e nella Cronaca Trivigiana leggo che il Conte di Virtù.... -- in fè di Dio, gli era proprio tagliato a suo dosso questo titolo! -- avvelenasse con tossico che pareva in tutto e per tutto sale, lo zio Bernabò, facendoglielo porre così naturale sopra i fagiuoli.... ma non mi riesce a trovarlo; io darei mille ducati....!» -- In questa, ecco uno staffiere entrare nella officina, ed annunziare il bargello. Io non so per quale motivo presi a tremare; guardai la stanza, speculando se vi era modo di quinci partirmi, e trovai una porta che metteva in cortile. Sul punto di uscire. Dio m'inspirò tornare: seguitai la prima ispirazione, che quasi sempre ho provato buona, e mi posi cautamente in ascolto. Il bargello era entrato, e così favellava: «Il cavaliere Antinori, come sa la Eccellenza Vostra Serenissima, arrivò ieri da Portoferraio...."
-- "Come!" interruppe Isabella, "il cavaliere Bernardo venne a Firenze senza che noi ne abbiamo notizia?"
-- "Il cavaliere Antinori a questa ora è sepolto. Dio faccia misericordia all'anima sua!"
-- "Gran Madre del Signore! ch'è quello ch'io sento! Lionardo, ne siete voi sicuro?"
-- "Lasciate che io termini. -- Il bargello continuava: -- «Lo conducemmo subito dal cavaliere Serguidi, che gli fece una bravata terribile per l'onta recata al suo principe, ammonendolo che si costituisse in colpa, e si commettesse alla clemenza vostra. Ma il cavaliere negava a spada tratta, finchè il Serguidi con voce minacciosa cavò una lettera dicendo: -- «Or via, negherete voi questa?» -- Il cavaliere, visto appena quel foglio, diventò come un panno lavato; tutto sbaldanzito alzava le mani supplichevole, senza potere articolare parola. -- «Andate via;» conchiuse il Serguidi, «voi non meritate perdono.» -- Il cavaliere si partiva che pareva ebbro, sì gli tremavano le gambe sotto, e tirava di lungo per andarsene a casa come se non fosse fatto suo: io gli tenni dietro con la famiglia, volendomi un po' prendere spasso di costui.» -- «Delle tue,» -- interruppe Francesco; «porgimi quel soffietto; va innanzi, ch'io ti ascolto: non mi tacere nulla, chè ci prendo propriamente gusto.» -- E il bargello: -- «Ei camminava d'inspirazione, perchè si avviava verso il Palagio. Quando fu alla porta dei lioni, io me gli scopersi, e gli dissi: -- Messere, togliete in pace ch'io vi serva da maggiordomo: il serenissimo nostro padrone vi ha preparato un quartiere da pari vostro qua dentro.... -- Il cavaliere mi guardò come trasognato, e si lasciò condurre a modo di agnello: stamane poi prima di giorno sono entrato in prigione col cappellano, e se la dormiva ch'era uno incanto....» -- «Dormiva?» interrogò Francesco alzando la faccia, che pareva imbrattata di sangue, di sopra agli ardenti carboni. -- «Dormiva.» -- «Egli non doveva dormire!» -- «Eppure dormiva.» -- «Voi gli avete lasciato passare l'ultima notte in pace. Così si può dire che non abbia sofferto nulla! E non posso tornare da capo.... n'è vero?» -- Il bargello faceva col capo cenno affermativo. -- «Io l'ho scosso, ed egli si è svegliato alzandosi a sedere sopra il letto; e ha domandato: -- Che ci è egli? -- Svegliatevi un momento, gli ho risposto; poi dormirete a bello agio: eccovi un prete; voi non avete più di una ora a morire.» -- «Ed egli?....» cercava di nuovo Francesco. -- E il bargello: «Egli ha risposto: sia fatta la volontà di Dio.» -- «Come, propriamente così?» -- «Così per l'appunto.» -- «Ma che non hanno paura di morire?» -- «E' pare che ce li abbiate avvezzati.» -- «No, in questo modo è troppo poca cosa la morte: provvederemo. Séguita.» -- «Si è confessato per filo e per segno, e poi mi ha chiesto in grazia di scrivere: gli ho dato carta, penna e calamaio; ma tremava così forte, che non poteva formare lettera. Vedete, Serenissimo.» -- E mostrava una carta. Francesco, deposto il soffietto, l'ha tolta in mano, e la esaminando parlava: -- «Mira un po' i bei grotteschi! non vi leggo nulla.» -- «Ve lo diceva che non potè scrivere parola. Allora io ho creduto bene osservare: Messere cavaliere, poichè mi accorgo che voi non potete fornire il fatto vostro, consentite ch'io faccia il mio; e messegli prima le manette, gli ho passato la corda al collo, e l'ho fatto strangolare in buona regola....» -- «Va bene: e il capitano Francesco?» -- «Oh! Il capitano ha preso vento; si è cacciato la calcosa tra i viandanti, ed in Firenze non si trova....» -- Qui non è da dirsi in quale matta frenesia abbia rotto Francesco: mandava spuma dalla bocca, sangue dagli occhi: -- «Va, corrigli dietro!» urlava; «spedite cavallari apposta, scoppiate cavalli.... ai confini.... ai confini.» -- E il bargello non sapeva che cosa farsi. Intanto l'ampolla di vetro, non so per qual causa, si è spezzata: le schegge in parte hanno colpito la faccia del bargello internandosi nella carne; quel tristo cacciava fuori dolorosissime strida. Allora Francesco ad un tratto è tornato cupo e silenzioso; se non che volgendosi al bargello, gli ha detto freddamente: -- «Affrettate a curarvi, perchè il vetro è avvelenato.» -- Il bargello fuggiva a precipizio mugolando: -- «Povera moglie! poveri miei figliuoli!....» -- Se in quel punto mi avessero tratto sangue, non me ne sarebbe uscita una goccia: mi sentivo come inchiodato là dov'era; già mi tenevo spacciato raccomandando la mia anima a Dio. Per ventura Francesco si è lasciato andare giù sopra una sedia, abbassando la testa come uomo che si sprofonda dentro un pensiero; ed io distintamente più volte, e ve lo giuro sopra la vita di mia madre, ho sentito mormorargli fra i denti: -- «Ora provvederemo alle femmine, e presto; -- ma Giordano è in Roma, -- e senza il consentimento suo non mi parrebbe ben fatto; -- potrei arbitrare, -- ma no; -- pensi egli a renderne conto.... -- a cui? A Dio, a Dio.... O questo Dio ne pretende pure tanti dei conti!....» -- Avendo intanto ripreso animo, mi sono appressato pianamente alla porta del cortile, e sono uscito a ripararmi sotto il cielo; imperciocchè io temeva, da un punto all'altro, che sprofondasse la volta del luogo maladetto....!"
Isabella a quel truce racconto si era rimasta come impietrita; e il misero Leonardo, nascondendosi il volto tra le mani, in suono quasi di pianto diceva:
-- "O Signore! Ed io ho potuto usare la favella, il nobile dono che voi avete compartito alla creatura, per laudare costoro! Che cosa penseranno i posteri di me? Possano andare disperse le opere mie! Possano dimenticarle presto i nepoti! -- E tu. Dio, che vedi se sia dolore il mio di augurare la morte ai figli della mia mente, intorno ai quali la salute ho spesa e lo ingegno, tu sai ancora se questo voto si parta proprio dal cuore."
Veramente io penso che grandissima dovesse in quel momento l'amarezza contristare la povera anima di Lionardo Salviati!
Ma indi a poco richiamando lo spirito ai casi presenti, il Salviati voltosi alla Isabella favellò:
-- "Orsù via, Isabella, coraggio...."
-- "Non è viltà la mia.... è raccapriccio, è ribrezzo. -- Infelice Eleonora! così giovine, così lieta, tanto affezionata ai piaceri e alla vita! Bisogna salvarla.... bisogna avvisarla."
-- "Duchessa, ricordatevi non essere vostro il segreto; intorno a salvarla ci adopreremo.... poi."
-- "Sì, unico amico mio, mio padre, mio tutto; io mi rimetto, anima e corpo, nelle vostre braccia...."
-- "Bene! il tempo stringe. Voi dovete scrivere una lettera a madama Caterina di Francia: ella è donna di cuore alto; educata nei mali, deve avere appreso a soccorrere i miseri; e nata Medici, aborrirà che la sua casa s'infami con tragedie domestiche. Il sangue ancora può darsi che qualche cosa faccia: sicchè ognuna di queste considerazioni per sè, o tutte insieme riunite, mi sembra pure che abbiano ad essere attissime per muovere il reale animo suo a concedervi asilo, e provvedervi mezzi di fuga. Io assumo il carico di farle pervenire la lettera fino a Parigi: stasera parte un mio congiunto dei Corbinelli, accorto giovane e discretissimo, per Lione, e la consegnerà al luogotenente della città, o se non gli parrà mezzo affatto sicuro, per amore mio si condurrà sino a Parigi. Tosto che torni la risposta, non sarà arduo trasportarvi a Livorno, e colà imbarcarvi per a Genova, o meglio per a Marsiglia: quivi giunta, si può dire che siate in salvo...."
-- "Ma, e la Eleonora...?"
-- "Allora faremo in modo avvisarla, e potrà venire con esso voi, o andare in Ispagna dal duca di Alva, meglio dal suo fratello vicerè a Napoli. -- Or via dunque, scrivete la lettera, chè il tempo vola...."
E Isabella si pose a scrivere; ma comecchè ella possedesse maravigliosa facilità a comporre, adesso le mancavano le parole, cancellava, tornava a cancellare, faceva da capo; gli affetti che molti e profondi le turbavano la mente, di leggieri possono immaginarsi. Alla fine la lettera fu scritta, e:
-- "Lionardo," prese a dire, "sentite un po' se così va bene. Io non ho mai durato tanta difficoltà nel mondo, quanta nello scrivere questa lettera. Dimenticate che siete lo Infarinato, vi prego...."
-- "Porgete." -- «Onorandissima come Madre. Persona che vi è congiunta per sangue, la sola superstite delle figlie di Cosimo dei Medici, vi scongiura che le salviate la vita. Se io sia innocente o no della colpa che intendono vendicare nel mio sangue, concedete che io taccia; ma se pure fossi in colpa, la giovanezza, la lontananza del marito, e le occasioni, e gli esempj, e il cuore di femmina pur troppo inchinevole ad amare, parmi che non mi dovessero fare considerare del tutto indegna di perdono. Molto ho da temere dal duca di Bracciano, più molto dal mio fratello Francesco. Io mi vi raccomando quanto più so e posso: porgetemi aiuto secondo che la urgenza del pericolo domanda, affinchè non venga tardo. A me salverete la vita, alla casa nostra la fama, e voi farete azione da quella magnanima Reina che siete, di cui vi darà Dio condegno merito. Dove meglio reputerà la prudenza vostra opportuno, io mi chiuderò in qualche santo monastero, intendendo e volendo spendere al servigio di Dio quanto mi avanza di questa misera vita, per ottenere dalla infinita sua misericordia la remissione delle mie colpe.
»A Caterina reina di Francia....»
-- "Mi sembra che vada a dovere; copiatela, e aggiungete, che la risposta sia con sopraccarta diretta al mio nome."
-- "Ma!" riprese Isabella abbassando gli occhi e tingendosi in volto di rossore.... "e Troilo lo abbandonerò io...?"
-- "Troilo," disse gravemente messere Lionardo, "conosce come il Turco minacci la Cristianità: egli deve andare in Ungheria a combattere contro i nemici della fede, e con morte onorata acquistarsi il perdono di Dio.... Ma a lui soprattutto guardatevi di fare trapelare cosa alcuna; egli vi perderebbe di certo, e sè stesso con voi...."
Isabella sciolse un profondo sospiro, e si pose con mano tremante a copiare la lettera. Appena fu terminata, Lionardo arse la minuta, e con molta diligenza compose un plico. Mentre che il Salviati, dopo avere suggellata la lettera con le armi dei Medici, stava per iscrivere la sopraccarta, si sentì un rumore come di corpo che sospinto con violenza investa in parete, o percuota nel pavimento; e schiusa allo improvviso la porta, fu visto Troilo, che alzando la portiera, e mettendo in avanti il capo, teneva la faccia di profilo, esclamando con ira:
-- "E' pare che ti sia venuta in fastidio la vita...."
Lionardo quanto più speditamente potè nascose la lettera in seno; ma non gli venne fatto con tanta prestezza quel moto, che Troilo non se ne accorgesse. Troilo, mutati due passi oltre la porta, si fermò, volse attorno quel suo sguardo sinistro, e poi, fissando la duchessa con amaro sorriso, favellò:
-- "Dacchè ponete guardie alla vostra porta, io vi conforto, signora, a sceglierle se non più proterve, chè questo è impossibile, almeno più gagliarde...."
-- "Io aveva creduto che in casa mia la manifestazione della mia volontà fosse bastevole...."
-- "E voi avete creduto male, dacchè vedete come io sia penetrato qua dentro." -- E in questo punto deposto il riso, e dandosi in balía al furore, continuò: -- "Che sotterfugi, che tradimenti sono eglino questi? Voi mi volete condurre alla mazza, madonna Isabella! e se alla mazza si ha da andare, dobbiamo essere in due. Se voi siete dei Medici, io sono degli Orsini; e fo voto a Dio che cane mai non mi morse, ch'io non volessi del suo pelo. -- Che fate voi, cavaliere? Che cosa è il foglio che vi siete nascosto nel seno? Presto, mettetelo fuori; io voglio vederlo...."
-- "Cavaliere," riprese il Salviati con voce pacata, "ella è cosa che non riguarda punto voi, e non potete pretendere onestamente...."
-- "Questo è ciò che vedremo quando avrò letta la carta."
-- "Concedete ch'io mi astenga dal soddisfarvi.... cavaliere."
-- "Signor Salviati, io sono poco uso a sentirmi contrariare: datemi la lettera, che buon per voi!"
-- "Troilo, per quanto avete cara la nostra grazia, io vi comando tacervi, ed uscire...."
-- "Isabella, è tempo ormai che dismettiate i comandi, e cominciate a obbedire...."
-- "Messere Troilo, io vi assicuro sopra la coscienza di cavaliere onorato, che questa lettera non vi riguarda...."
-- "La coscienza! forse quella con la quale diceste le lodi del serenissimo signor Cosimo? Un cavaliere onorato non s'introduce fuggiasco in casa altrui, non si mescola dei fatti che non lo riguardano, non viene a ordire trame; e se trame non fossero, non repugnereste a darmene conto...."
-- "E chi siete voi dunque, messere Troilo, di grazia....?"
-- "Io...! Io sono quegli a cui dava in custodia la sua donna il duca di Bracciano...."
-- "Ed osate farvi un diritto di questa custodia? Ah! messere Troilo...."
-- "Che cosa intendete? Salviati, guai a voi! Io sono uomo da mozzarvi la lingua.... sapete...."
-- "Troilo! ove trascorrete? Voi gli dovete onoranza, non altrimente che se mi fosse fratello...."
-- "Onoranda gente davvero sono i fratelli vostri.... La lettera, Salviati, la lettera!"
-- "Io non sarò per darvela mai...."
-- "Badate, ch'io vi adopererò la forza...."
-- "Userestemi voi villania? Non vedete voi ch'io sono disarmato....?"
-- "Tanto meglio: così verrò più agevolmente a capo dei miei desiderii. E, aveste spada, tornerebbe lo stesso: chi tratta la penna regge male la spada...."
-- "La lettera mi sta sul cuore," disse il Salviati, facendo croce delle braccia sopra il petto; "e non l'avrete se non mi strappate ambedue...."
-- "E lo farò...."
-- "Forsennato! Prima di giungere a lui, e' vi sarà forza passare sopra il mio corpo!" grida Isabella ponendosi tra mezzo a Troilo e a Lionardo.
-- "Indietro!" proruppe Troilo; e di un urto mandò la duchessa traverso al lettuccio.
-- "Ahi misera! misera Isabella! a quale uomo sagrificasti la tua vita...."
-- "La lettera....!"
-- "Vi ho detto il modo per averla...."
-- "Il sangue vostro sia sopra di voi." -- E traendo fuori la daghetta, Troilo cacciò innanzi la mano manca per afferrarlo. Lionardo non mosse passo; imperterrito, con le braccia incrociate sul petto, si disponeva a patire una violenza contro la quale, e per la fievolezza della persona e per trovarsi disarmato, non poteva opporre nulla. Troilo già lo afferrava, quando si aperse fragorosa la porta, ed entrando in sembianza turbata Lelio Torelli, a voce alta gridò:
-- "Il magnifico signore duca di Bracciano....!"
Questo nome parve la testa di Medusa per Troilo: dette indietro, ripose prestamente la daga nel fodero, e s'ingegnò ricomporre il volto; se non che quei due affetti contrarii, di furore e di reprimento, invece di ricondurvi la serenità, glielo sconvolsero in modo che metteva paura a vederlo.
Isabella, che giaceva tolta fuori di sè, si drizzò sopra il lettuccio come per virtù di elettricismo, e stette disfatta con gli occhi intenti verso la porta.
Il cavaliere Salviati, pensando che non essendo di casa poteva allontanarsi onestamente salutando il duca così di passaggio, salvo a complirlo in modo convenevole a suo tempo, senza affrettarsi troppo, e con la solita sua compostezza quinci si tolse.
Percorrendo le sale, e giù per le scale, maravigliò forte di non incontrare il duca, nè vedere nel cortile o alla porta vestigio alcuno che indicasse l'arrivo di tanto personaggio: non sapeva come spiegare la cosa, ma non riputando prudente tornare addietro per chiarirla, pensò che gli sarebbe bastato un'altra volta.
Isabella e Troilo tennero per alcuni istanti gli occhi drizzati verso la porta, pure aspettando di vedere comparire messere Paolo Giordano; ma poichè ebbero atteso invano, Troilo rinvenuto primo dal suo sbigottimento, domandò a Lelio: -- "Ebbene, il duca..?"
E Lelio, che avvisava ormai avesse potuto mettersi in salvo il cavaliere Salviati, con aria ingenua a un punto e beffarda si volse a Isabella, e riprese a dire:
-- "Il magnifico signore duca di Bracciano manda a salutare la signora duchessa, e le fa sapere che sbrigate alcune sue faccende a Roma, conta venire a starsi con esso lei verso la metà del prossimo mese di giugno...."
E fatto un profondissimo inchino, non senza sogguardare così un tal poco alla trista Troilo, si ritirò. Troilo si accôrse dell'inganno, e forte mordendosi le mani, mormorò fra i denti:
-- "Sozzo cane traditore, tu me la pagherai!"
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[11] Salviati. Orazioni per la morte di don Garzia, p. 25 e 45.
[12] Vedi Cronaca di Firenze pubblicata dal Morbio.
[13] Lettera di Bastiano Rossi, nello elogio degli Illustri Italiani: Orazione del Cambi, e Notizie degli uomini illustri dell'Accademia Fiorentina.
[14] Segni, T. 2. p. 337.
[15] Orazione delle lodi del cav. L. Salviati fatta all'Accademia Fiorentina da Pier F. Cambi.
[16] Vale -- piacere di esser lodato, -- ed è modo basso.
[17] Bernardo Davanzati. Orazione in morte di Cosimo I.
[18] Storie, Libro 15.
[19] Segni, Storie, libro 14.
[20] Elenco pubbl. dal cav. Fabbroni nei _Provvedimenti Annonarj_, riportato nella Vita di Cosimo I di Aldo Manuzio. Edizione di Pisa, 1823.
[21] Questi documenti si trovano a p. 261, Tomo II, delle Storie dell'Ammirato. Edizione di Firenze, 1827.
[22] Vita dell'Aldo Manuzio sopra citato.
[23] Ammirato. Edizione di Firenze del 1827. Tomo ultimo.