Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 4

Chapter 43,628 wordsPublic domain

»Volendo declarare il modo da deffensarsi da uno che te tirasse de una dagetta per amazarti sopra mano, come in questa tertia parte si vede, tu te reparerai trahendo la mano tua dritta al braccio destro del tuo inimico, pigliandolo in questo tale gettare il detto braccio per di fuori alla roversa passando in detto tempo con la tua gamba manca alla destra del sopradetto, pigliando in tale passare con il tuo braccio mancho la sua gamba dritta, e a questo modo tu lo butterai per terra indrieto, e se seria risolto, et gli darai a lui delle ferita.»

[7] Nè erano senza grave pericolo siffatti esercizj. Nelle cronache di Tommaso Costo napoletano, che comprendono lo spazio dall'anno 1563 fino al 1586, leggiamo come in Napoli nel carnevale del 1579 Muzio Pignattello, uno dei figliuoli del marchese vecchio di Lauro, correndo a schiera con altri immascherati sotto le finestre della principessa di Bisignano, che allora abitava nel palagio che fu del principe di Salerno, dove poi fu fatta la chiesa dei gesuiti, precipitò insieme col cavallo in cosiffatto modo, che essendo allora ventuna ora, non visse più che insino a notte. -- E più sotto: Onde si esercitava continuamente, e in giocar di arme, et in saltare, et in volteggiare, et in cavalcare, et in ballare, et in ogni altra attitudine conveniente a cavaliere torneava, e giostrava, ed il tutto faceva con tanta felicità, che pochi in alcune cose lo pareggiavano, ma in tutte niuno. Nel 1559, quando si fecero in Francia le nozze della sorella del re Enrico II con Filiberto duca di Savoia, e delle sue figlie, Claudia e Isabella, la prima con Carlo di Lorena, la seconda con Filippo II re di Spagna, il re correndo la lancia contro il conte di Mongomery, fu percosso in maniera, che «la lancia del conte troncandosi nel colpo, alzò la visiera dell'elmo del re, e nella fronte inverso l'occhio destro ne scassò una sverza in tal guisa, con alcune altre minori dalla parte di sotto, che il re diede vista di qua e di là di cadere; il che veggendosi, vi corse il principe di Ferrara, ch'era in ordine per correre il suo arringo, il duca di Guisa, ed altri signori, e scesero il re, e tostamente disarmatolo, lo portarono quasi di peso in palazzo, e il distesero mezzo morto sopra il letto, e conobber tosto i medici, cavandone cinque sverze, che la ferita era mortale. Dolevasi il re, che poichè gli conveniva pur morire di arme, come alcuna volta da astrolagi eragli stato predetto, non gli fosse avvenuto in guerra reale, e non in giostra dove gli pareva perdere la vita per giuoco, e senza pro veruno, o pregio degno di re.» (_Adriani_, _Storie_, lib. 16.)

[8] MS. della Bibliot. Reale di Parigi, N. 10, o 74, Capponi, e mio.

[9] MS. sopra citati.

[10] A dì 16 marzo, fu impiccato al Bargello Alfonso Piccolomini. Ma di questo bandito è da parlarsi più a lungo.

Il sig. Alfonso del sig. Iacopo Piccolomini, nobilissimo Senese, e ricco di beni di fortuna, come quello ch'era signore di castella, et altri beni dai quali cavava grossa entrata e rendita, cominciò fino dalla puerizia a dar segno della cattiva riuscita che fece, e da giovanetto cominciò a darsi al mal fare, e compiacersi d'esser capo di masnadieri, e gloriarsi d'aver molte inimicizie, e sapersi da tutti bravamente et ingegnosamente riguardare e difendere; per il che facendo ammazzare or questo or quello, fu necessitato per timore della giustizia ritirarsi ad un suo grosso castello vicino ad Ancona, ove quivi dimorò qualche tempo; ma non potendo il di lui genio facinoroso e sanguinario comportare star così ozioso dentro un castello, balzò in campagna con 300 uomini al tempo di papa Gregorio decimoquarto, e nella Marca con diverse specie di crudeltà ammazzò molti uomini e donne; predava e storpiava bestiami, abbruciava case e biade; dipoi passò nella campagna di Roma, facendo l'istesso, ove dimorò più mesi sempre in campagna svaligiando et uccidendo i passeggeri: nè furono buone le diligenze che da Roma si fecero per rimediarvi; perchè egli stando su gli avvisi, e come pratichissimo di quelle campagne, se sentiva che le genti che venivano per combatterlo fussero in numero superiore al suo, e da non potergli resistere, si ritirava in luoghi sicuri, e se il contrario, gli aspettava in luoghi vantaggiosi, e così gli obbligava tornarsene a Roma senza far nulla, o vero con qualche perdita di loro. Onde per minor male, e per levar questa peste d'intorno a Roma, il pontefice per opera del sig. Iacopo, richiesto dal cardinale Ferdinando de' Medici, s'indusse a ribenedirlo, ma però con queste parole: -- «Il cardinale de' Medici mi levò di su le forche un uomo il quale una volta si farà impiccare;» -- le quali parole furono una vera profezia, perchè il medesimo cardinale de' Medici, divenuto granduca di Toscana, lo fece poi impiccare, come si dirà. Alfonso così ribenedetto passeggiò alcuni giorni per Roma con grand'indegnità, quanto all'universale, del pontefice; ma stimolato esso dal suo genio inquieto, non contento di viversi così civilmente, riprese la mala vita l'anno 1589, e raccolto buon numero dei suoi uomini, ritornò in campagna, e ricominciò a far di molto male, e toccando con gli suoi lo Stato fiorentino sempre predando, e facendo dimostrazioni di nemico, più tosto che di suddito, obbligò il granduca, allora Ferdinando già cardinale, a spedirgli dietro il sig. Cammillo del Monte con numero cento cavalli e mille fanti, con facultà concessagli dal pontefice di poter seguitarlo anco dentro lo Stato della Chiesa da per tutto, e fino a dieci miglia vicino alle porte di Roma. Così andando, il detto sig. Cammillo lo combattè, dissipando et uccidendo la maggior parte dei suoi; ma Alfonso con alcuni se ne scappò, e non potendo esso ritirarsi tra i Veneziani, nè tra altri principi d'Italia, sendo da tutti ributtato, come nemico comune, e pubblico guastatore di strade, e non essendo abile di resistere a tanta forza, ridotto con due soli compagni, si trasferì in abito di pecoraio, e capitò in casa di un contadino tra la Romagna e lo Stato di Firenze; ma ivi riconosciuto, fu data notizia del suo arrivo a chi guidava la gente di S. A., ove subito fu spedito con buona squadra di soldati da' quali si lasciò vilmente far prigione, e condotto a Firenze fu tenuto alcuni giorni in prigione; et esaminato più volte, benché senza tormenti, confessò tutto quello che attestava la pubblica fama, onde la sera del 15 marzo 1590 a ore otto fu condotto in cappella, e dal bargello annunziatogli la morte; del che non s'alterò, come quello che molto ben sapeva di meritarla, e non messo manette nè ceppi ai piedi, com'è solito, ma lasciatolo sedere, e stare con suo comodo; e così approssimandosi l'ora dell'esecuzione, mostrò una gran viltà; e come cristiano si confessò e si comunicò, senza farsi sopra di ciò pregare; ma non diede però quell'indizio di salute che si desiderava, poichè non mostrò segno di vero pentimento, come si vede negli altri, e che in lui bisognava perchè era pubblica voce, e forse confermata da lui medesimo nel suo esame, che per opera sua gli uomini che erano periti erano più di 300, et una infinità di roba rubata, case e campagne arse, e guastate. Fu impiccato al ferro la mattina del 16 del detto mese di marzo 1590, circa l'ore 13, ove stette fino alle 22 ore, e doppo fu levato dalla compagnia.... e condotto nel tempio, ivi fu sepolto. Un suo castello ch'era vicino ad Ancona, di rendita migliaia di scudi, andò in potere della Chiesa, et altri suoi beni nello Stato di Siena, che erano assai, andorno al fisco del granduca con ogni resto del suo avere, del che s'andò alimentando et educando una sua figlia pargoletta rimasta sola, che di comandamento di S. A. S. fu messa nel monastero delle Murate di Firenze.

CAPITOLO TERZO.

IL CAVALIERE LIONARDO SALVIATI.

Essendo di fortuna e d'ingegno meno che mediocre, mi sento non dimanco avere dalla natura un bene particolare ed egregio, nel quale io mi sento tanto superiore a molti, quanto quasi di ogni uomo in tutte le altre cose mi conosco più basso. Questa è una cotal mirabile inclinazione, ed una come natural conoscenza ch'io ho nella amicizia... Io sono a questa parte quasi rapito dallo Dio del mio ingegno.

_Salviati_, _Dialogo dell'Amicizia_.

Come i poeti immaginano una vergine mesta sopra il margine del rio sfiorare una rosa, darne le foglie sparte in balía della corrente, e contemplare l'onda che passa con essa, così Isabella, con la guancia appoggiata alla mano destra, chiuse le palpebre, considerava le care rimembranze trasportate dalla fiumana del tempo. Dove la innocenza? dove le giovanili affezioni? dove la serena purità dell'anima? L'albero della vita, che l'era apparso un giorno sì lieto di perpetua fronda, adesso, oh come orribilmente brullo! E le scarse foglie rimaste crepitano aride, e pronte a staccarsi al primo fiato che vi soffi dentro. È rimasta sola delle figlie di Cosimo: Maria morì di diciassette anni per colpa di amore; Lucrezia, forse pel medesimo fallo, a ventuno spariva dal mondo. Stella d'influsso sanguinoso era stata per le donne di casa Medici l'amore! Quel caro giovanetto don Garzia, da lei amato tanto,[11] l'aveva abbandonata pur egli; ed ora non le riusciva pensare a lui, senza che la immaginazione le presentasse quel sembiante di angiolo, che vorrebbe parlare, e non può, e si sforza accennarle col capo, e i capelli grondanti sangue gli contaminano tutta la bellissima faccia. E questo pensiero, Dio sa se le pungeva il cuore! imperocchè la fama della tragedia domestica fosse arrivata fino alle sue orecchie, ma la sua anima rifuggisse inorridita nel crederla vera. Il padre Cosimo, che agli altri figliuoli o rigido, o crudele, ella aveva provato tanto benigno, si era dipartito non vecchio ancora dal mondo; e sebbene morendo le avesse lasciato, come segni manifesti della sua predilezione, scudi settemila, un palazzo, scudi tremila sul Pisano, orti ed abitazioni in Firenze, e gioie che valevano un tesoro, tutta questa copia di beni non giovava a procurarle persona amica, in cui sfogarsi, e da cui tôrre consiglio. Del cardinale Ferdinando non era da farsi conto, come quello che uscito giovanissimo di casa, e ridottosi ad abitare Roma, colà aveva riposto il cuore e i pensieri, o se pensava alla casa, lo faceva per orgoglio, e per istudio di maestà, verso la quale si mostrava propensissimo per modo, che in processo di tempo, assunto al trono della Toscana, prese per insegna il re delle api col motto: _majestate tantum_. E per di più, ella aveva motivo di reputarselo poco amorevole, avendo nei tempi passati favoriti piuttosto che ripresi gli amori di don Francesco con la Bianca; ma si accorgendo poi come cotesta passione mettesse radici profonde, e tali da partorire disordini, aveva tentato riparare al mal fatto, attraversandola con tutto il suo potere; la quale cosa, siccome valse a concitarle contra il rancore cupo di don Francesco e la vendetta della Bianca, non fu efficace del pari a riacquistarle l'amore del cardinale Ferdinando, e molto meno quello della regina Giovanna sua cognata; Giovanna, piissima donna, ma pure donna, e umiliata nelle più dolci affezioni di consorte, di madre, e nella dignità dell'alto lignaggio, vedendo preposta a lei figlia d'imperatore, e regina nata di Ungheria e di Boemia, una avventuriera Veneziana. E quella angoscia, che del continuo le cruciava l'anima e le guastava la salute, la rese all'ultimo desiderosa di vendetta per modo, che una sera passando sul ponte a Santa Trinita, s'incontrò nella Bianca, e fatta fermare la carrozza, ordinò agli staffieri la prendessero e la gettassero in Arno; e se non era il conte Eliodoro Bastigli, uomo veramente dabbene, che le facesse considerare quanto sconvenisse cotesto atto a regina e a cristiana, aggiungendo che se ne rimettesse a Dio, e gli offerisse le tribolazioni in isconto dei peccati, cotesto era l'ultimo giorno della Bianca;[12] imperciocchè gli staffieri, non la guardando tanto pel sottile, già si muovevano per metterle addosso le mani. Però non tanto poteva vincere sè stessa la povera donna, che non aborrisse mortalmente chiunque avesse contribuito ad alienarle il cuore del suo consorte; e tra questi parendole, e non a torto, che primeggiasse Isabella, per questa cosa, e per essere d'indole, di voglie, di esercizj, e di studii non solo diversa, ma contraria, non v'era male che non le desiderasse; e comecchè se ne pentisse poi e se ne confessasse, nonostante, prevalendo la inferma natura umana, tornava a odiarla più ardentemente di prima. Di don Pietro, rotto ad ogni più vituperevole atto, immemore non pure della dignità principesca, ma perfino dello essere dell'uomo, non era da parlarne nemmeno. Ahimè! in tanta angustia si trovava sola: nessuno poteva sovvenirla di consiglio e di aita; in quel momento volgeva tra sè pensieri pieni di amarezza; di quei pensieri che lasciano traccia con una ruga sopra la fronte, e nel cuore tal piaga, che Dio solo può sanare, e la morte far porre in oblio.

Lelio, schiusa la porta della sala, annunziava:

-- "Il molto magnifico cavaliere Lionardo Salviati domanda salutarvi, signora."

-- "Lionardo Salviati!" ella esclamò: e stata alquanto sopra di sè, soggiunse: "per certo, Dio me lo manda."

E Lionardo venne introdotto con le debite cerimonie.

Non vi è che dire: -- l'arte vorrebbe ch'io facessi parlare subito questi due personaggi, e m'ingegnassi inventare un dialogo vivo, gagliardo, e vibrato bene, onde non venisse meno il calore della narrativa; tutto quello che nei racconti o nei drammi impedisce che l'azione proceda spacciatamente al suo fine, vuolsi riprendere come errore: le diverse parti hanno da cospirare allo scioglimento a modo di altrettante linee rette, le quali, come sappiamo, compongono il passaggio più breve da un punto all'altro. E a coloro che avessero potuto dimenticarlo lo ricordava quel dabbene Guizot allora quando ambasciatore a Londra non volle che sopra le sue argenterie s'incidesse altra arme tranne una linea retta col motto «_linea recta brevissima_;» onde ebbe nome di Catone francese, e a Parigi ne fecero le luminarie e i falò: -- non vi pare egli che si acquisti a buon mercato in Francia il titolo di Catone? -- Io per me non posso ripetere altro che questo, che chi tale si avvisa ha ragione, ma che io non posso astenermi dal commettere il peccato. Quante volte non succede anche a voi, gentili mie leggitrici, di vedere il bene, ed appigliarvi al peggio! E poi io comincio a invecchiare, ed i vecchi nestoreggiano: di più, allorquando consentiva il mio ingegno a esporre queste ed altre vicende per via di racconto drammatico, io disegnai, dietro la scorta di simile accorgimento, fare conoscere quante maggiori cose per me si potesse relative alle persone e ai tempi sopra le quali e sopra i quali verserebbe il mio racconto. Infatti, io non dico a tutte, ma alla più parte di voi, amabili mie leggitrici, chi darebbe simili notizie ov'io non fossi? Ora che siamo qui in famiglia, confessate se voi avreste mai tempo e pazienza di attingerle dai tomi in-foglio o in-quarto, donde io l'estrassi! volumi pesanti e tarlati, che contaminerebbero la lindura dei vostri candidissimi guanti con una traccia di polvere punto meno orrenda a vedersi del sangue sparso sopra il fianco di Adone. Lasciatemi dunque favellare a mio talento; siate un poco amiche a me, che mi professo tutto vostro, e che quanto più posso, _con le ginocchia della mente inchine_, vi onoro. Forse potrebbe darsi che io non v'infastidissi: dove però andassi errato, il rimedio sta in facoltà vostra: voi potete fare in quel modo, che in caso simile consigliava messere Lodovico Ariosto:

Passi chi vuol tre carte o quattro, senza Leggerne verso....

che non per questo rimarrà mozza la storia, o procederà meno chiara.

Chi era pertanto, e donde veniva questo magnifico messer Lionardo Salviati?

Messer Lionardo nacque da Giovanbatista di Lionardo Salviati e da Ginevra di Carlo di Antonio Corbinelli. La sua famiglia spesso fu nemica dei Medici. Il cardinale Salviati congiurò co' Pazzi per distruggerli fino dalle radici, andò fallito il disegno, e così com'era in roccetto, lo appiccarono alle finestre del Palazzo della Signoria. Questo accidente non guastò punto la buona amicizia, e molto meno la buona parentela delle famiglie; ed un Salviati fu genero del Magnifico Lorenzo, cognato di papa Leone Decimo, ed avo del granduca Cosimo, nato da Maria d'Iacopo Salviati, per modo che Lionardo poteva considerarsi parente d'Isabella. Lionardo (sebbene questo non si avesse a dire in quel tempo, ma che può bene palesarsi adesso) contava appena due anni più d'Isabella, ed erano stati educati insieme; sicchè questi le aveva portato e portava svisceratissimo affetto, non altramente che sorella o altra persona più congiunta per sangue si fosse. Dotato di temperatura gentile, e di complessione dilicata,[13] poco si trovò acconcio ai violenti esercizj cavallereschi del tempo, e si dette intero agli studii delle lettere e della filosofia. Era pallido in volto, con barba scarsa, ed in sembiante mesto; di lena fu debole, e nonostante ebbe voce assai gagliarda, pronunzia chiara e soave da guadagnarsi l'attenzione; e rendendosi nel discorso più simile a pregante che a comandante, a sua voglia delle orecchie e dello animo s'insignoriva di chiunque favellare lo ascoltava. Il granduca Cosimo nel 1569 lo aveva insignito della dignità di cavaliere di Santo Stefano, ed egli, poco uso a vedere delle cose oltre la scorza, portava la croce rossa devotamente sopra il petto, persuaso che non avesse avuto altro scopo, tranne quello di liberare il sepolcro di Cristo dalle mani dei cani (chè in quei tempi così per vezzo appellavano i Turchi, i quali a posta loro ci pagavano a misura di carboni). Lionardo, nato quando i destini della repubblica erano sepolti, nudrito in corte, parente del principe, e ben veduto da lui, non avendo mai accolte nell'animo le parole ardenti dei libertini, di cui parte ramingava in miserabile esilio, parte aveva spento o la morte naturale, o la scure giuridica, o il pugnale dello assassino; anzi avendo sentito fino dalla infanzia vituperarli come facinorosi susurratori per pescare nel torbido, e nemici infestissimi di Firenze, aveva preso a considerare davvero Cosimo I liberatore della patria, tutela fidatissima e sostegno della salute di quella, personaggio insomma di alto affare, da preporre piuttosto agli antichi che da paragonare ai moderni. Aggiungi, che la sua vanità di scrittore rimase pienamente soddisfatta da Cosimo, il quale «pareva bene che amasse i virtuosi, e ne faceva segno alcuna volta piuttosto colle parole che coi fatti; conciossiachè essendovene pure alcuni, nessuno ne fu da lui aiutato, onorato e sollevato, se non leggermente.»[14] E di vero, quando Lionardo ebbi recitata la orazione in lode della sua incoronazione, senza far bocca da ridere gli disse: «che tra le altre cose per le quali teneva cara la dignità ricevuta, era questa così degna e così alta orazione che ne succedette:»[15] come se Cosimo, che non credeva più al bianco che al nero, fosse uomo da starsi sopra coteste novelle; ma lo faceva così per acquistarsi rinomanza a buon mercato, e perchè, come dettava il proverbio fiorentino, sapeva quanto la carne di allodola[16] vada a genio ai letterati, i quali se spesso mandano fuori vento, più spesso ancora vengono di vento pasciuti. E certo non fu colpa di Lionardo se Cosimo non rimase per le sue scritture famoso nella memoria dei posteri, imperciocchè non lasciasse sfuggire occasione di levarlo a cielo con ogni maniera di encomii.

Ma con quanto coraggio, o con quale giustizia potremmo muovere rampogna a Lionardo Salviati, se scrittori solenni, di cui giovi ricordare soltanto Bernardo Davanzati, nel quale il volgarizzamento di Tacito avrebbe dovuto inspirare lo esempio se non dello ardire, almeno del pudore, senza mutare fronte recitavano dai pergami: «la creazione di Cosimo contenere laude divina, avendo egli acquistato il principato, bene di tutti gli umani il più desiderabile e soprano, chiamato per amore, modo di tutti gli altri il più santo e il più giusto; -- e per virtù dell'animo, già conosciuta dai suoi in guisa eroica e naturale, averlo spontaneamente fatto principe; -- Siena pel suo dolce e piacevole imperio potere quasi dire come Temistocle, fuggitosi in Persia: Se io non perdeva, guai a me, ch'io sarei perduta! -- avere a tutti gli sbanditi restituito la patria e gli averi; mite, benigno, pio, clementissimo, diligente a tenere provveduta l'annona onde il popolo non patisse penuria di viveri, a diminuire le pubbliche gravezze studiosissimo sempre, e così alacre cultore della giustizia, che quella amò più di sè stesso; di cui porse manifesto segno allorquando, mentre la guerra ardeva contro Piero Strozzi, pregò Dio che facesse vincere non lui, ma chi avesse mente migliore, e la causa più giusta?»[17] Se dunque, dico, da simili e da altre enormezze scrittori nè parenti nè amici non aborrivano, male potremmo muovere rimprovero contro Lionardo, se ignorasse o volesse ignorare le armi apparecchiate dal cardinale Cybo, e la perfidia di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di Matteo Strozzi, e del più tristo di tutti, Francesco Guicciardini, e i terrori sparsi, e le violenze commesse; e la notte dell'8 gennaio 1537, in cui, Cosimo presente, fu tra i mentovati di sopra, e Alessandro Vitelli, stabilito si eleggesse Cosimo duca, e se il bisogno lo richiedesse, vi si adoperasse la forza; e la mattina del 9, ove tra gli urli dei soldati che gridavano: -- Viva il duca e i Medici! -- e le minaccie del Vitelli, che giurava se i senatori non si affrettavano ad eleggere il signore Cosimino, erano tutti morti, venne creato _spontaneamente_ duca.

Cosimo aveva promesso al Guicciardino lasciarsi governare da lui; ma per questa volta lo schermitore fu vinto di scherma, e, parve impossibile, da un giovanetto di diciotto anni! Gli aveva promesso ancora di tôrre per moglie una sua figliuola; sennonchè a lui non bastò neanche il cuore di rammentarglielo, e morì avvilito dal disprezzo altrui, e di sè stesso.