Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 3

Chapter 33,750 wordsPublic domain

-- "Oh! sì, giusto," rispondeva con finta verecondia; "sanno eglino di coteste cose i fanciulli? sono pensieri da diciotto anni? Che cosa è amore? un frutto, un'arme, uno sparviero? Ho inteso sempre dire che crescendo il giovane smagrisce, ma torna poi più rigoglioso di prima. Io, signora mia, mi sento così lieto, così bene disposto, che non mi riesce desiderare di più; e profferendovi con tutte le viscere quella mercè, che io posso maggiore, per la vostra pietà, mi raccomando affinchè vogliate continuarmi la benevolenza di madre che voi mi avete promessa, dandovi fede di gentiluomo, che io dal canto mio mi studierò sempre a non demeritarla giammai."

-- "Lo farò, Lelio," soggiunse quasi suo malgrado Isabella: "perchè io abbisogni più che non credi di persone che mi amino davvero.... Io, vedi, Lelio, sono misera, ma misera assai, e nessuno sopra questa terra mi ama; mi amava, e svisceratamente, il padre mio, ma mi ha lasciata. O padre mio, perchè mi hai lasciata così sola.... senza consiglio.... derelitta da tutti....?" -- E mentre in siffatto modo favellava, Lelio, posto un ginocchio a terra, e baciandole il lembo estremo della vesta, profferiva queste parole:

-- "Io faccio voto a Dio essere tutto vostro fino alla morte."

La duchessa, come quella che per necessità e per uso sapeva padroneggiare i moti dell'animo, accorgendosi essersi lasciata andare più che a lei non convenisse, per distrarre sè e Lelio dai mesti pensieri e dagli eventi.

-- "Orsù," disse, "Lelio, io non voglio che vada perduto il tesoro della voce che ho in voi discoperto: io intendo che non dobbiate più cantare ad aria, e mi vi offerisco disposta a insegnarvi la musica. Se voi proseguite con la medesima prontezza con la quale avete incominciato, non passerà molto tempo che non troverete pari in corte del serenissimo mio fratello Francesco. Prendiamo la musica della canzone che avete cantato pur dianzi; io vi mostrerò le note, e i luoghi dove conviene alzare, dove abbassare la voce: il signore Giulio Caccini, musico romano, l'ha composta espressamente per me; ella è piana, e soavissima per melodia...."

-- "Se avessi saputo prima, onoranda signora, di cui ella fosse opera, mi sarei guardato bene apprenderla a mente, e molto più cantarla."

-- "Perchè questo, Lelio? avete per avventura inimicizia col signor Giulio?"

-- "Io non ci ho cambiato mai parola; ma cotesto suo volto mi torna sinistro, mi pare che abbia tutto intero un collegio di Farisei dentro il cuore...."

-- "A me sembra l'opposto: con tutti è amorevole e discreto; dolce parla, e dolce ride; io mi vi confesserei...."

-- "Ed io lo tengo per il più solenne traditore che mai sia stato da Giuda in poi. Notate cotesto suo riso: non sembra suo; io credo che lo abbia accattato da qualche rigattiere; in quelle sue manine vellutate non vedete le zampe del gatto, che ha ritirato gli ugnòli? A tutti raccomanda carità, amore del prossimo, ma per amore suo, perchè non trova conto che la gente cerchi pel minuto, e dopo giusto esame metta i bianchi co' bianchi e i neri co' neri."

Ed Isabella sorridendo: -- "Non giudicate, Lelio, se non volete essere giudicato."

-- "Queste sono parole sante, che devono intendersi per filo e per segno, avvegnachè bisognerebbe in caso diverso rinnegare la esperienza e la vita. E poi io posso giudicare, perchè non repugno di essere giudicato."

E Lelio aveva ragione; e ne fu prova un fatto di sangue. -- Le cronache raccontano, come il capitano Francesco degli Antinori dovendo portare a Eleonora di Toledo, moglie di Piero dei Medici, una lettera amatoria del cavaliere Antonio suo fratello, per cagione di cotesto amore confinato a Portoferrajo, aspettato il destro che don Piero uscisse con la sua comitiva, salisse subito in Palazzo-Vecchio, recandosi alle stanze di donna Eleonora, la quale allora abitava quelle dipinte che riescono sopra la Piazza del grano, e subito chiedesse udienza al portiere: ma questi aveva ordine assoluto di non lasciare passare anima al mondo, però che la signora si acconciasse la testa. Il capitano instava trattarsi di cosa importantissima: non badasse a cotesto ordine; gli concedesse passare, o almeno andasse ad avvisarne la signora. Il portiere, nato ed educato in Inspruck, non volle intendere ragione; la signora aveva ordinato che per lo spazio di un'ora non consentisse lo ingresso a persona, e finchè tutti i sessanta minuti non erano scorsi, nessuno doveva passare: e non ci era rimedio. Il capitano prese a passeggiare su e giù per l'anticamera sbuffando; e venutogli presto a fastidio quell'oscillare a modo di pendolo da orologio, vide che anche il mansueto Caccini stava aspettando udienza: mutate seco lui alcune parole di cortesia, e sembrandogli tutto dolcezza, e per di più svisceratissimo della signora Eleonora, cui egli con aria di compunzione e con le lacrime agli occhi chiamava la sua adorata e virtuosa padrona, gli dette incautamente la lettera, raccomandandogli che per quanto amore portava a Dio, guardasse bene di non consegnarla altrui, se non se proprio nelle mani di donna Eleonora. Il musico, appena il capitano ebbe voltato le spalle, si nascose nel vuoto di una finestra dietro la tenda, e aperta la lettera perfidiosamente, conobbe quello di cui correva generale il sospetto, cioè gli amori del cavaliere con la principessa; laonde, nella speranza della buona mancia, ne andò difilato al granduca, ove domandato prima umile perdono dello avere aperta la lettera, scusandosi col dire che a ciò lo aveva condotto lo infinito amore che portava alla dignità del graziosissimo e serenissimo suo signore e padrone, gliela ripose in mano. Il granduca leggendo si mutò in volto; ma, terminata che l'ebbe, con apparente pacatezza la ripiegò a bello agio, e dopo aversela messa nel seno, a voce cupa, com'era il suo costume, così è fama che gli favellasse in brevi parole: -- "Musico, qui vedo quattro colpevoli: il cavaliere Antinori che scrisse, il capitano Antinori che portò, Eleonora che doveva ricevere, e te che apristi la lettera: va; ognuno avrà mercede secondo i meriti."

Isabella per eccellenza di naturale singolarissima femmina, e dai casi ardui della vita resa mesta, non diffidente, di subito soggiunse:

-- "Chiunque mi vuol bene, ha da smettere questi mali umori senza ragione: a mio parere, sono disonesti ed ingiusti, e per lo più palesano indole inchinevole alla tristizia. Tutti abbiamo diritto di essere giudicati a seconda delle opere: tu fa, Lelio mio, di avere sempre migliore l'animo della mente, e ti parrà la vita meno infelice che agli altri figliuoli di Adamo. Ora vieni, e impara la canzone di questo valoroso Romano. Come vuoi tu che l'uomo capace di concepire così dolci note, abbia dentro di sè un cuore malvagio?"

Vedi maniera di giudicare degli uomini!

La duchessa, recatasi in mano la carta della musica, e ordinato a Lelio male repugnante le sedesse a lato, incominciò a indicargli dove la voce avesse a posarsi, e come e dove scorrere distesa, o avvolgersi in gorgheggi melodiosi; insomma tutti gli accorgimenti del musico arguto. Ma Lelio badava assai più alle mani candidissime, che non alle note; più che alle mani, al volto angelico che si animava al canto; e rimasto estatico, non pure cessava dallo accompagnare la signora Isabella, ma egli era gran fatto se durava in lui l'alito vitale. Ed Isabella gli diceva: -- "Ma seguita." -- Ed egli, traendo a fatica un filo di voce, continuava per tacere un momento dopo; ed Isabella di nuovo: -- "A che ti stai?" -- E così alternavano i rimproveri e il silenzio. Lelio poi, come lo persuadeva l'amoroso desio, accostava il suo al volto della duchessa; onde avveniva sovente che qualcheduno degli anelli della chioma nerissima di lei, agitati dal moto della testa, gli toccassero la guancia: allora vedevi trepidare il fanciullo per tutte le membra, corruscargli gli occhi di luce maravigliosa e di lacrime; le labbra aride crisparglisi; pareva gioia, ed era dolore. E poi la guancia (maraviglioso caso!) nel punto tocco dai capelli diventava ad un tratto vermiglia come se vi avessero applicato una piastra candente di metallo, e la voluttà che ne veniva al giovane paggio così lo agitava acre e convulsa, da non la potere sopportare; ma riavutosi alquanto, tornava alla prova, in quella guisa appunto che vediamo la farfalla condotta dallo istinto fatale ostinarsi ad aleggiare intorno alla fiaccola che la consuma. Così, nulla badando al tempo che fuggiva, dimorarono lungamente i nostri personaggi; finchè la duchessa, levando a caso gli occhi, vide starle davanti messere Troilo Orsino.

Troilo dalla pallida fronte. -- I suoi occhi sotto le ciglia nere ed irsute sfolgoravano come quelli del milvio intenti alla preda. La destra teneva dentro la sopra-veste di velluto nero, con la sinistra sopra il fianco reggeva il cappello a larghe falde ornato di piume nere, immobile così, che lo avresti creduto inanimato. Isabella senza sospetto al mondo sostenne cotesto sguardo sinistro, e non lo badò; e con modi facili disse

-- "Benvenuto, messere Troilo, prendete parte nelle mie contentezze: ecco che io ho scoperto in questo dabben giovane una nuova virtù; canta come un angiolo, ed io mi propongo coltivargliela, finchè arrivi alla eccellenza; onde tornato a casa, sua madre ne abbia gioia, ed egli sia la delizia delle gentildonne di Fermo."

E Troilo:

-- "Voi rinnoverete la ingiustizia di Amerigo Vespuccio, dacchè io prima assai di voi aveva scoperto che cotesto fanciullo col debito governo sarebbe riuscito, più che altro, musico maraviglioso."

Sentì Lelio l'acerba e disonesta puntura, e divampò per la faccia; pur tacque.

-- "Signora duchessa," proseguiva Troilo "io ho da parlarvi di cose che non sono senza rilievo: piacciavi concedermi ascolto. -- Paggio, prendete; riponete nella mia stanza, e avvertite di non comparirci davanti prima della chiamata."

-- "Salvo il vostro onore, messere Troilo, io m'intrattengo qui ai servigi della clarissima duchessa mia signora; epperò, ove a lei non piaccia diversamente, pregovi a tôrre in pace s'io di qui non mi rimuovo."

Questa volta toccò a Troilo farsi rosso; e già muoveva le labbra a qualche acerba risposta, quando Isabella interpostasi prestamente così favellò:

-- "Lelio, obbedite a messere Troilo."

E Lelio, presa spada, guanti e cappello, inchinatosi prima in atto di ossequio, s'incamminava lentamente verso la porta.

-- "Paggio!" gli gridò dietro l'Orsini, "fate di sostenere la mia spada con ambedue le mani; è pesa, e potrebbe cadervi."

E Lelio, tratta di un lampo la spada dalla guaina, e la volgendo in velocissima ruota attorno alla sua persona, con voce baldanzosa, e senza interrompere il cammino, rispose:

-- "State di buon animo, messere Troilo; chè il cuore e la lena mi bastano da sostenerla come conviene a gentiluomo contro a qualunque cavaliere onorato; -- intendete, contro a qualunque cavaliere...."

E non fu sentito se aggiungesse altre parole, perchè già si era fatto lontano.

-- "Ed ecco come," parlò dispettoso Troilo chiudendo l'uscio della sala, "la tua biasimevole rilassatezza ti educa intorno una corona d'insolenti."

-- "Degli insolenti non mi era anco accorta, bensì di qualche ingrato, Troilo...."

E qui sedutosi accosto, cominciarono a favellare con parole sommesse, ma concitate; e dagli atti e dalle sembianze era dato argomentare come non piacevolezza, non benevolenza, o affetto altro più tenero, reggessero cotesto colloquio, sibbene rampogne, e rancori, e paure, avendo la Provvidenza nei suoi eterni consigli ordinato che l'uomo per delitti non abbia ad essere lieto giammai.

Ora io voglio che i miei lettori, e meglio le mie leggitrici, conoscano essere decorsi tre buoni anni dal giorno in cui costoro si giurarono eternità di un affetto, che non avrebbe mai dovuto avere incominciamento; e tre anni fanno molte eternità nelle cose di amore. -- Eternità! vedete un po' voi se sia concetto o parola che alla mente e alle labbra dell'uomo, e più a quelle della femmina, convengano! I contratti di amore principiano ordinariamente bilaterali, e spesso terminano unilaterali; il meglio sta, ma è raro, nello scioglierli a tempo fisso per consenso scambievole. I contratti di amore hanno di particolare anche questo, che mentre nelle permute, nelle compre, nelle locazioni, e simili, il contraente prima di obbligarsi vuole conoscere il fatto suo circa le stime, gl'inventarii, e gli accessorii, con diligenza consueta praticarsi da qualunque che non sia improvvido del tutto, qui poi stipula e si obbliga col capo nel sacco, riserbandosi a cose consumate di stimare e inventariare quanto abbisogna. E questo giorno tristissimo dello inventario per Isabella e per Troilo era arrivato e passato, e a questa ora chi sa quante volte lo avevano compilato. La verità della storia però ci consiglia a manifestare come la donna si fosse trovata in grande scapito, cosa che aveva contribuito assai ad alienare gli animi. Infatti, in lei era ardore di arti ingenue, e scienza, e vaghezza di scienza; ingegno pronto e felice, ed entusiasmo grandissimo; bontà d'indole somma; sensi disposti alla compassione; modi eletti, leggiadrie donnesche, e cortesie veramente regali. Rimane il sentimento di amore: e che in lei mancasse potenza di amare, io non vorrei dire perchè non sarebbe vero, ma ella stessa restava delusa scambiando lo impeto della immaginazione per una necessità invincibile del cuore; e siccome nulla conosciamo di più etereo della fantasia, nè che più presto svapori, così ella si sentiva sovente non pure maravigliata, ma atterrita di trovarsi fredda per cose o per uomini, verso le quali ed i quali l'era parso ardere poco anzi. Avventurosa lei, se la natura o l'arte avessero equilibrato meglio il suo cervello col suo cuore! Maestri gravi e solenni insegnamenti non l'erano mancati; ma se fra i precetti suasivi rigidezza, ed i precetti consiglieri di facilità, vediamo come più amabili preferire i secondi, tra rudimenti severi poi, e sciolti esempj, non è da domandarsi nemmeno se ottengano preferenza questi ultimi! E nella casa paterna la circondarono esempj pessimi; e poi, misera! punirono in lei, più di tutti innocente, colpe o conseguenze di colpe di cui avrebbero dovuto più giustamente portare le pene i fratelli. Infatti, le varie cronache che ho esaminate concordano in un giudizio medesimo, espresso così da una di quelle:« -- E ciascuno diceva, che bisognava averci rimediato prima che il principe Francesco e gli altri suoi fratelli si servissero del mezzo suo per cavarsi le loro voglie con le altre gentildonne della città; menandola tutta notte fuori vestita da uomo, e pretendere poi ch'ella fosse una santa.»[9] -- Isabella pertanto possedeva, o, a meglio dire, era padroneggiata da ciò che chiamano temperamento poetico; cuore caldo in balía d'immaginazione ardente, o cavallo sfrenato a cavaliere furioso, condizioni piene di eventi luttuosissimi.

E Troilo, quale era egli comparso nel dì dello inventario? Troilo dalla pallida faccia, dalle ciglia irsute, e dall'occhio grifagno? Se consideriamo la persona, a vero dire, pochi sarebbero occorsi cavalieri in Italia da sostenere il paragone con lui, avvegnachè così comparisse in ogni suo membro ottimamente composto, e nel volto formoso, che artisti di grido lo pregarono a voler fare da modello, onde non è da dire in quanta superbia fosse salito costui. Costumava rasi i capelli, polite le guance, e copia di peli nerissimi sopra il labbro e sul mento: avendo anche sentito dire, come Alessandro Magno declinasse alquanto il capo sopra l'omero destro, egli per non essere da meno di lui, aveva imitato quel vezzo: vestiva panni o velluti sempre neri; mesto le più volte, e pensoso; di rado parlante; non già perchè si reputasse poco valente favellatore, che all'opposto presumeva tanto di sè, da degradarne Marco Tullio, ma perchè la sua natura porgeva così. E quando discorreva poco, lasciava la gente persuasa ch'ei fosse uomo di alti spiriti e sottile speculatore delle cose umane; ma se lasciava andarsi a troppo lungo sermone, allora tutta si faceva manifesta la vanità dell'animo suo, siccome avvertivano i nostri vecchi, che dal suono si conosce la saldezza del vaso. Come poi i cieli avessero lasciato sdrucciolare quel capo sopra coteste spalle, era tale quesito da non si potere sciogliere così sopra due piedi: certo è, che avrebbe formato la disperazione di quanti si avvisarono argomentare dai segni esterni le passioni o i concetti dell'anima. Di mano era prode quanto qualunque gentiluomo dei suoi tempi, e più feroce di tutti; negli scontri sanguinosi fra i baroni, pei quali andavano infami le strade di Roma, primo sempre al cimento, era ultimo nella ritirata; forte nacque, e forte combatteva, sebbene la prodizione fosse il bello ideale delle sue imprese, e il suo eroe prediletto quel famoso Alfonso Piccolomini, guastatore di strade, che Ferdinando dei Medici da cardinale salvò di sopra alle forche, e da granduca ve lo mise.[10] Ma nelle battaglie, dove più che la ferocia giova lo ingegno, o l'una temperata dall'altro, mostrò tanta dappochezza, da non potergli mai affidare la condotta di un colonnello di fanti: e nei negozj non riuscì punto meglio, perchè talora con importuno silenzio inspirò sospetto; tale altra con vaniloquio anche più importuno, dispetto; onde ristettero da spedirlo più oltre e lo tennero in casa come il Bucintoro, arnese dorato ed inutile che i Veneziani mettevano fuori per la pompa delle nozze del doge con la Teti adriatica; così le sue commissioni consisterono in congratulazioni, come ne fanno testimonianza le tre ambascerie di Francia, dove una volta fu mandato per rallegrarsi della vittoria riportata dal duca d'Angiò a Moncontour contro l'ammiraglio Coligny, la seconda quando Carlo IX condusse per moglie la secondogenita dello imperatore Massimiliano, e finalmente la terza allorchè il duca d'Angiò, che poi fu Enrico III, venne eletto re di Polonia. E non ostante, vanitoso com'era, non rifiniva mai di volere fare toccare con mano alla Isabella quale e quanto sacrificio durasse per lei non combattendo le guerre che non avrebbe mai combattuto, e sospirando le vittorie che non avrebbe riportato giammai. L'amore suo per Isabella fu ozio, fu impeto di sangue giovanile, fu superbia di vincere donna venustissima di forme, e chiara per meritata celebrità; e presto gl'increbbe, imperciocchè le forme, comunque belle, piacciano svariate, e lo ingegno della donna, come quello che lo umiliava, era per lui argomento piuttosto di odio che di ammirazione. Io non affermerò che odiasse Isabella, ma soffriva impazientemente quel laccio, e con tanta maggiore impazienza, quanto conosceva non potere ormai liberarsene, e stringerlo irrevocabilmente con nodo fatale: chiuso l'animo al gentile, al decoro, al retto, e al bello, se Isabella declamava le poesie altrui o le proprie, il sonno lo prendeva: atroce ingiuria per qualsivoglia poeta, ma per una poetessa fuori di misura sanguinosa! La musica gli provocava la emicrania. Con tutto questo, una gelosia fredda e spassionata lo agitava, non perchè egli amasse Isabella, ma perchè Isabella dovesse amare lui: tutti doveano leggere intorno al collo di lei le parole che usavano anticamente incidere sopra il collare degli schiavi: -- Appartiene a Troilo Orsini! -- Insomma sopraggiunsero i tempi in cui la lieve ghirlanda di dittamo e di rose tessuta dallo amore si era convertita in una catena grave di rimorso e di rampogna uscita dalle mani delle Furie infernali.

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[6] Il sig. Morbio riporta nella _Storia dei Municipi Italiani_ una parte dell'opera _de Achille Marezzo_, bolognese, maestro generale dell'arte dell'armi, che insegna la difesa a chi inerme fosse assaltato con daghetta, stilo o pugnale. -- _Ivi:_ -- «Opera nova de Achille Marozzo bolognese, maestro generale dell'arte dell'armi.» Nella seconda facciata del libro leggesi: -- «Opera nova chiamata duello, o vero fiore dell'armi de singulari abatimenti offensivi et difensivi, composta per Achille Marozzo gladiatore bolognese, che tratta de' casi occorrenti ne l'arte militare, dicendosi tutti i casi dubiosi per autoritade de iureconsulti, et tratta de gli abatimenti di tutte l'armi, che possano adoperare gli homini, a corpo a corpo, a piedi et a cavallo, con le figure che dimostrano con l'armi in mano tutti gli effetti, et guardie che possano fare o con la spada sola, o con pugnale accompagnata, o rotella o targa, o brochiero largo, o stretto, o imbracciatura, e così con spada da doi mani, o armi inastate de tutte le sorte, col pro et contra, et con diverse prese et strette de megia spada, et molti documenti a chi volesse ad altri insegnare de combattere, o de scrimere, con infinite prese de pugnale che legendo in questo apertamente potrai vedere a parte con il segno del passeggiare, et le lettere che denotano el tutto, et questo e fatto per dare lume agli homini generosi, che si dilettano della virtù de l'armi, e ancora per quelli che vorranno ad altri insignare, con suma diligentia corretto et stampato.» -- Trascriveremo alcuni ammaestramenti che Marozzo dava per disarmare l'assalitore. -- «Documento sopra a molte prese de stilo, ovvero daghetta, o pugnale, che facilmente tutte se possano fare, accadendo, come se costuma a questi moderni tempi, che de molti huomini si ritrovano essere offesi per non havere arme in mano ne manco scentia. Et io vedendo de questi casi occorrere, me sono mosso amorevolmente con l'arte mia, a scrivere queste cose, come trovarete davante in questo libro, acciò che quelli, che se dilettano de la militia, sieno avvertiti ad imparare tale presa, per conservatione de la vita loro. Et notati, che dite prese che qui serano composte in tutte l'armi, a lotta serano molto utile, per quelli che se essercitarono in tal virtude, o vero arte.

»Hora nota che qua daremo principio alla prima presa, havendo denotato de quanta utilitade e a sapere deffensarse dal suo inimico, mi sono sforciato dare principio a questa prima presa de stillo, over dagetta. Et nota, che avendo il tuo inimico una de l'arme sopradette in mano, e necessario a guardargli sempre con l'occhio alle mani accio che lui non te possa gabare, avenga dio chel tuo inimico te tirasse sopra mano d'una dagetta, tu te repararai con la mano manca pigliando il braccio tuo alla roversa, cioe il braccio tuo dritto, et in questo medesimo pigliare, tu geterai la tua gamba dritta de dietro a la destra del tuo inimico trahendo in questo medesimo gettare il braccio tuo dritto al collo allo inimico, storcendo in tale gettare la tua mano sinistra verso la parte dritta del sopra detto, tirando le dette braccia gioso a terra, facendo a questo modo farà lui uno capo fitto in drieto.

»Havendo el tuo nimico con l'armi sotto mano, come appertamente dimostra la figura, fermarai l'ochio tuo al pugno sopra detto: cioe che traendoti lui disotto insuso per amazarti de una ponta tu te gieterai con braccio tuo manco al suo braccio dritto, voltando il pugno tuo con le dita ingioso, et pigliarai lo stretto passando in el pigliarlo de la tua gamba destra, mettendola de fuori da la dritta del sopra detto tuo nimico, et in questo medesimo gettare de gamba tu pigliarai la coscia destra con la tua mano dritta al sopra detto, cacciandoli, in questo pigliare, la testa tua sotto il suo braccio destro, et volterai le spalle alla roversa, et a questo modo, tel portarai via, et getarallo in terra, et serai diffeso galantemente, e polito.