Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 27

Chapter 273,779 wordsPublic domain

-- "Dì, non ti pare bella mogliema? Non ti pare leggiadra, prestante, dotta in tutte le graziosissime guise del bel parlare gentile?"

-- "Maisì, signore, maisì!...."

-- "E non ti pare sacrilegio spegnere a un tratto con un soffio proditorio tanta luce di venustà e d'ingegno?"

-- "Era pur meglio, signor duca, che noi fossimo morti nella battaglia di Lepanto!...."

Il duca si alzò da sedere asciugandosi la fronte grondante di sudore; -- passeggiò nella stanza agitato; poi allo improvviso fermandosi, e ficcando gli occhi negli occhi di Titta, favellò:

-- "Ma non sai altro che formare augurii di cosa ormai a conseguirsi impossibile? -- Non hai tu in pronto un consiglio che valga? -- Nulla! -- Nulla! -- Siete uomini voi, o echi di spilonche?"

-- "Non avete voi detto essere una cosa che bisognava compire? Come volete voi che consiglino i servi, quando i padroni manifestano che terranno i consigli in parte di resistenza ai desiderii loro?"

-- "Titta, hai ragione; -- tu hai meco sempre il torto solenne di avere sempre ragione.... Quanto ti ordinava apprestasti?...."

-- "Tutto.... e potete riscontrarlo da per voi stesso.... guardando.... in su...."

-- "Sta bene.... non importa.... mi fido...." -- E in vece di sollevare lo sguardo lo affiggeva al pavimento. -- "Ora prendi questi due bracchetti, e va quanto meglio ti verrà fatto silenzioso alle stanze di madonna la duchessa; batti soave.... e le dirai...." -- E qui abbassò la voce continuando a parlare. Titta assentiva col capo. Paolo Giordano quindi a poco riprese nel solito suono:

-- "Adoperandovi parole piacevoli; con maniere affatto ufficiose. Hai capito? -- Ora vai...."

E siccome pareva che Titta mettesse tra mezzo alcuna dimora, Paolo Giordano ripete:

-- "Vai...."

Titta prese i bracchi, e mentre stava per passare la soglia della porta, si sofferma, e voltata la faccia a Giordano, lentamente favella:

-- "Ho io da andare, signor duca?...."

-- "Vai.... vai.... Ella è una cosa che bisogna compire!"

E Titta andò. -- Egli ascende pianamente le scale, si accosta alla stanza di donna Isabella, -- e appena la tocca, gli viene domandato di dentro:

-- "Chi è? Che cosa volete?"

-- "Da parte del signor duca io devo supplicarvi, madonna, ad accettare questi due bracchetti, ch'egli vi manda in dono affinchè voi li teniate cari per amor suo; e desidera ancora che domani li proviate a caccia com'essi sieno addestrati, e capaci: -- pregavi inoltre, che di tanto voi gli vogliate essere cortese, di condurvi a stare alquanto seco lui, avvegnadio gli paia strano che dopo tanti anni di lontananza non dobbiate incontrarvi insieme senza testimoni.... E veramente anche a me pare...."

Titta entrando vide come Isabella stesse con la signora Lucrezia Frescobaldi prostrata davanti una immagine della Beata Vergine, leggendo orazioni entro a un messale; ond'ei pensò tra sè: -- "Meglio così, ella si è provvista di viatico pel gran viaggio."

Isabella si leva in piedi, e rimasta alquanto sopra sè, domanda alla Lucrezia:

-- "_Vo io, o no, a dormire con mio marito? Che dite voi?_"

E la Frescobaldi stringendosi nelle spalle rispose:

-- "_Faccia quello che vuole: egli però è suo marito._"[102]

-- "Vadasi dunque."

E la povera signora scese lenta, ma pure senza tremare.

La Lucrezia, o la curiosità la movesse, o la compassione, o piuttosto, come io credo, ambedue queste cose, uscendo dalla consueta impassibilità deliberò seguitarla inosservata alla lontana. Appena l'ebbe vista entrare nelle stanze del marito, affrettò velocissima il passo, e appose l'orecchio alla porta.

Udì liete accoglienze, e un salutare festoso.

-- "Come a Dio piace, la incomincia a dovere," -- susurra a fiore di labbra.

Poi le parve ascoltare, e ascoltò certo, suono di riso: e di baci dati e restituiti.

-- "Di bene in meglio...."

E trattenendo il fiato, intende tuttavia cupidamente.... -- Ma oggimai più non mi lice andare oltre con le parole, e ripeterò col Poeta:

Gli abbracciamenti, i baci, i colpi lieti, Tace la casta Musa vergognosa, E dalla congiunzion di quei pianeti Ritorce il plettro, e di cantar non osa. Sol mormora tra sè detti secreti, Che. . . . . . . . . . . . . . . . .[103]

La Lucrezia in punta di piedi tornava alle sue stanze, pensando: -- "Io fo conto che tempesta in casa non vi abbia più da essere, o se pure vi sarà, noi la vedremo conchiudere con qualche baleno, ma senza fulmini."

----

Mezza ora forse, o poco più, era passata dal momento in cui madonna Lucrezia abbandonava la porta delle stanze di Paolo Giordano, che si aperse di nuovo, e ne uscì Titta, il quale traversata la sala si condusse alla porta dello appartamento di Troilo, e colà giunto, si dette a bussare con le nocca senza troppo riguardo.

Troilo, comecchè gli paresse non avere motivo a sospettare, tuttavolta o per cagione della insolita fatica, o del calore del sole, o del bere soverchio, si sentiva acceso il sangue, e svoltolandosi per il letto non poteva chiudere occhio. Ond'è che avendo inteso subito il rumore scese il letto, ed aperse.

-- "Cosa è che vuoi, Titta, con quel tuo viso da cataletto?"

-- "Vostra Signoria, se alla prima non si appone, alla seconda non falla. Il signor duca m'invia a significarle, che non trova modo di prendere sonno...."

-- "Giusto come a me....!"

-- "Tanto meglio; -- onde vi prega volere andare a tenergli un po' di compagnia, e a fare insieme due chiacchiere.... Così vi terrete sollevati tutti e due...."

-- "_Erat in votis!_ Attendi; in un _amen_ mi vesto, e vengo teco."

E abbigliatosi con quelle vesti che prima gli capitarono sotto le mani, presto fu in punto. Titta con un torchio acceso in mano lo precedeva, ma arrivato alla porta di Paolo Giordano, trattosi da parte, e inchinata la persona, favella ossequiosamente:

-- "Passi, Eccellenza!"

Entrato Troilo, Titta chiuse, dando volta alla chiave, ponendosela in tasca; e intromesso che fu colui nella seconda stanza, anche di cotesta chiuse con molta accortezza la porta, rimanendo di fuori.

Troilo, posto piede nella stanza, vede Paolo Giordano seduto accanto al letto davanti una tavola, e, o fosse la fantasia, o la virtù del lume, da una ora a questa parte gli sembra di dieci anni invecchiato. Giordano senza levare gli occhi gli dice:

-- "Troilo, sedete."

Cotesta voce non contiene in sè minaccia, nulla ha di rancore, è placida, è sommessa, -- e non pertanto non pare articolata dalle labbra; -- uscita così dagl'imi precordii come dal fondo di una sepoltura, ebbe forza d'infondere un ghiaccio nelle ossa di Troilo.

E Troilo sedeva.

-- "Troilo, a me fa mestieri favellarvi parole, che giova a me dirle, ascoltarle voi negli orrori delle tenebre.... negli arcani silenzi della notte.... Troilo, dopo tre anni lunghissimi di lontananza io torno a casa.... ma questa dove torno è casa mia? Posso io dormire sicuro? Posso io sedermi senza sospetto a mensa?...."

Troilo côlto alla impensata, improvvido di consiglio, si tace.

-- "Troilo! Quando io mi partiva da casa, conoscendo la donna che mi fu moglie -- che adesso mi è moglie, -- di mobile fantasia, sciolta nei modi per colpa di educazione assai più che a severa gentildonna non conviene.... facile a trascorrere.... petulante.... proterva.... io aborrii lasciare confidato il tesoro del mio onore in mani non dirò infedeli, ma per certo pericolose. -- Di cui doveva confidare io, se non del mio sangue? Te dunque scelsi, a te raccomandai il mio onore, che pure è il tuo, e ti scongiurai con le lacrime agli occhi ad averne buona e vigilante custodia.... Te lo ricordi, Troilo? È vero? Vorresti forse smentirmi?.... E volendo, potresti?"

-- "È vero..."

-- "E ti ricordi le promesse che mi facesti allora? Te le sei ricordate tu sempre? Rendimi ora dunque ragione: come hai tu esercitata guardia leale intorno a mia moglie?...."

Giordano tiene il braccio destro col pugno teso sopra la tavola.... orrendamente ha contratti i muscoli della fronte, le sopracciglia aggrottate, e le pupille a mezzo sotto di loro nascoste mandano traverso ai peli arruffati una luce come di fuoco ardente dentro un roveto. La lingua di Troilo sta confitta al palato; e Giordano di nuovo:

-- "Come hai tu esercitato vigilante custodia intorno alla mia moglie?"

E poichè la risposta non viene, egli continua:

-- "Se devo porgere ascolto alle novelle che me ne giunsero fino a Roma, veramente io ho perduto la mia fama senza rimedio; la mia casa è piena di obbrobrio: ormai io non potrò più udire il nome della donna mia senza sospetto che lo profferiscano per onta o per dileggio. Virginio non potrà udire il nome della madre senza abbassare la faccia per la vergogna. Nefande cose avemmo ad ascoltare, cugino, e tali a cui inorridisce la natura.... tali che sono a sopportarsi impossibili, che nè posso, nè so, nè voglio a patto niuno sofferire io...."

-- "Giordano!...." con voce di agonia replica Troilo; -- "un cavaliere come voi fornito di quell'ottimo discernimento che tutti conoscono.... pratico delle cose del mondo.... vorrà credere a parole bugiarde.... ai detti di uomini oziosi.... e maligni? Noi generalmente il popolo estima felici; e genti cui l'astio rode gioiscono nello avventarci strali avvelenati. -- Facciamoli piangere, esse dicono; così nel pianto saranno uguali a noi...."

-- "E tu ben parli; ma la nequissima voce mi venne confermata da tale, che ormai non posso più dubitare."

-- "Ella è poi di fede degna come voi reputate?"

-- "Lascio a te giudicarne. Me lo confessava Isabella...."

-- "Ah! Isabella....?"

-- "Isabella...."

-- "Vostra moglie...."

-- "Ella dessa.... mogliema. -- Ora mi dì, Troilo.... il tuo nome è Orsini? Il sangue che nelle tue vene discorre è un sangue stesso del mio? -- Rispondi!"

-- "E a che dirvi quello che voi troppo bene sapete?"

-- "Perchè mi giova in questo momento solenne udirlo da te, ed essere certo che tu lo ricordi, che te ne senti convinto... Così mi trovo circondato di traditori, -- che dal mio sangue in fuori... io non ardisco sperare non essere tradito... Dunque tu sei mio sangue...? Ora dammi un consiglio!... Isabella... l'ho io da perdonare, o da ammazzare?..."

-- "E devo consigliarvi io?"

-- "Sì..."

-- "Ma nè io, nè altri mi crede capace da tanto. Voi avete molto maggiore senno di me..."

-- "Io però non lo penso; e posto ancora che ciò fosse, estimi forse che non si perda in simili casi il senno? Orsù, io t'impongo di consigliarmi..."

-- "E allora... considerate, Giordano, come sia misericordioso il Signore;.... e come gl'incliti personaggi che a lui si rassomigliano compariscano miti e clementi:.... ottenga pietà presso di voi la debolezza della natura, la età della donna, e gli esempj non buoni nei quali venne nudrita;... vi ritorni al pensiero quello che con la solita prudenza ragionavate poco anzi, la fantasia mobile, la indole immaginosa, il tempo, il luogo, la occasione;... ed anche... il fato, Giordano, dacchè noi tutti governa un fato insuperabile.... e usate misericordia.... Isabella non potrà più presentarsi al vostro cospetto decorosa d'innocenza; voi non la potrete amare mai più.... e forse stimarla nemmeno.... e non pertanto avanza all'offeso una contentezza, acre è vero, eppure desiderabile sempre, quella cioè di sentirsi immeritevole della offesa, -- e di vedere l'offensore pentito nel profondo dell'anima...."

-- "Vedi se ti manca il senno! Tu non patisci certamente difetto di eloquenza.... Ed io lo immaginava! -- Davvero io vorrei seguitare il tuo consiglio, ma un pensiero me ne distoglie, ed è questo: in simile negozio ci va soltanto dell'onore mio? Il decoro di famiglia non deve estimarsi a modo di fidecommesso, che a me non è dato alienare, e neanche diminuire, ma che nella sua interezza io devo rendere ai figli così immaculato e chiaro come io dai miei maggiori lo ricevei? Diversamente operando, non ti pare egli che un giorno potrei sentirmi dire dai padri: -- Che cosa hai tu fatto del nostro patrimonio? -- E dai figli: Non è questo il nostro retaggio...?"

-- "Io crederei fosse bello le vendette ardue cercare, e compire; le altre, che per farle basta volerle, parmi dimostrazione di animo grande abbandonare. Vincere altrui è cosa lodevole, vincere poi sè stesso, divina...."

-- "Ed anche per ciò io mi persuaderei a perdonarla.... quasi...., sennonchè un altro motivo mi cruccia, ed impedisce che il mio cuore si apra alla pietà; ed è la ostinazione della donna a tenermi celato il nome dello adultero...."

-- "E nol sapete voi?"

-- "No.... E tu lo sai?..."

-- "Io? No."

-- "E questo pensava anch'io, perchè altro ti venne in pensiero, che guardarmi la donna, ed hai per ciò con la casa mia e meco un torto grandissimo, Troilo; un torto del quale io non so come possa mandarti assoluto. -- Ma forse non vuolsi attribuire a te solo tutta la colpa, e in parte.... anzi in grandissima parte.... è mia, che sapendoti e giovane e cupido di gloria, e di alto cuore, ad altro dovevi attendere tu che a fare lo eunuco di palazzo...."

-- "Ed ella dunque recusa di svelarvi il nome...?"

-- "Nè per preghiera, nè per minaccia, nè per la speranza del perdono costei a verun patto assentiva mitigare la esacerbata anima mia...."

-- "Certo, grave colpa è questa.... E tentaste tutte le vie?"

-"Tutte...."

-- "Vedete dunque, Giordano, come male consigli chi non sa come le cose stieno: -- se questa sua caparbietà avessi conosciuto avanti, io vi avrei consigliato in modo diverso."

-- "Diverso!"

-- "Anzi contrario...."

-- "Lo vedi tu stesso! Io mi vi trovo sospinto irresistibilmente: almeno conoscessi colui che non trattenne pudore di contaminarmi la casa mentre io versava il mio sangue per la fede di Cristo.... colui che non lo dissuase la reverenza della casa mia.... e più della reverenza la paura della mia spada! -- Ah! mi parrebbe essere non infelice affatto, se potessi cacciargli le mani nel seno.... strappargli il cuore, e sbatterglielo nelle guancie.... -- E vedi, Troilo, io glielo farei, quanto è vero Dio.... ma il codardo si cela.... Oh chi sei tu, che mi hai ferito a morte, e non mi hai tolta la vita? Qual è il tuo nome? Móstrati! -- Niente.... Ahi! quanto lacera il dolore della offesa fatta da persona oscura, o abietta, o ignorata, contro la quale non possiamo vendicarci, o vendicandoci rimarremmo macchiati più assai dalla vendetta che dalla offesa...."

-- "E veramente simili offese desiderano lavacro di sangue..."

-- "E poichè non posso versare quello dello adultero aborrito... che di' tu?..."

-- "Parmi..."

-- "No... parmi" -- dice Giordano levandosi in piedi; -- "qui fa mestieri aprirmi il tuo concetto intero..."

-- "Allora..."

"Allora? Perchè esiti tu? Qui non ci ascolta nessuno... nessuno..."

-- "Allora... il decoro geloso di famiglia domanda che... sparisca da questo mondo Isabella..."

-- "Sta bene," -- rispose Giordano; e stesa la mano al cortinaggio, ne tira da parte le cortine, aggiungendo: -- "Ecco... guarda; -- io l'ho fatto..."

-- "Ah vendetta di Dio!" -- urla Troilo; e dando tre o quattro balzi allo indietro con le mani dentro i capelli, percuote con le spalle e col capo violentissimamente nella opposta parete.

Colei che fu donna Isabella Orsini giace resupina sopra il letto a modo di sedente: sciolte e rabbuffate le chiome, tesi i bracci, con le mani attrappite; il volto nero, e chiazzato di sangue; aperta la bocca, e sozza di bava sanguinosa; gli occhi aperti, intenti, scoppianti fuori dai cigli... Una corda sottile le stringe tuttavia il delicato collo, di cui i capi si perdono pel buio della stanza, e terminano al soffitto.

Infelice spettacolo di colpa e di perfidia!

«Così perì Isabella dei Medici, che avrebbe fatto sè ed altrui felici, se il cielo le avesse dato o minore bellezza, o maggiore virtù, o migliori parenti.»[104]

Giordano pallido anch'esso nel volto come per morte, ma comprimendo con violenza prodigiosa la passione che gli sconvolge l'anima, immobile dal luogo ove tiene aperte le cortine, sporge il braccio destro verso il cugino, e continua a favellare così:

-- "Ora il mio letto diventò deserto... chè ogni donna tremerà le si converta in supplizio; -- la mia casa è deserta, perchè il padre non può vivere col figlio di cui ha strangolato la madre... Giorni torbidi, e infami, -- notti insonni, e piene di rimorsi e di paura, -- morte acerba... giudizio di Dio tremendo, -- ecco la pace che mi hai dato, Troilo! -- Troilo, tu, e non altri! -- Uomo iniquo ed abietto... io ti conosco... intero... e vedo e so come a costei, che fu moglie mia, meno deve essere stata dura la morte, che la coscienza di avere perduto la sua dignità di principessa, di consorte, e di madre... per così miserabile e schifosa creatura come sei tu. -- Ribaldo! Non è morto il segreto con la tua complice... no... nè con la strage di lei, da te consigliata, Giordano perdeva la traccia del traditore. -- Ora a te sta morire. Io potrei e dovrei astenermi di levarti l'anima trista con questa mano di cavaliere onorato; un sicario basta al sicario; -- ma come patisci giusta morte, così non voglio che tu possa, ove mai c'incontrassimo nell'altro mondo, lagnarti del modo della pena..."

Così dicendo, prende due spade nude poste ai piedi del cadavere, e gettandone una per terra alla volta di Troilo, soggiunge:

-- "Toglila su, e difenditi; e poichè sei vissuto da traditore, muori almeno da gentiluomo..."

Come asta di arco tesa da mano robusta, che lasciata la corda violentemente si addirizza, così Troilo di curvo fattosi diritto, quasi lo invadesse il demonio, dà un balzo verso la finestra aperta alle sue spalle, afferra con ambe le mani il parapetto, e con un altro balzo si precipita fuori. Volle fortuna, comecchè cadesse a capo fitto, per essere la finestra poco elevata da terra, e per esservi l'erba cresciuta sotto foltissima, non ne riportasse alcun male, onde tornato subitamente in piedi si cacciò giù alla dirotta per le scale di pietra.

Paolo Giordano, visto l'atto, come colui ch'era valido di membra, ed agile molto, con prestezza punto minore, di un salto ebbe varcato la finestra; -- e giù via incalzando con la spada ignuda nella mano il fuggitivo.

Non parola, -- non minaccia; -- soltanto udivasi con duplice cadenza il suono dei passi accelerati per le scalee.

Trascorreva Troilo avanti, ma nel lungo corso perduta la lena, disusato ormai dai cavallereschi esercizii, lo avrebbe raggiunto sicuramente Giordano, se questi a mezzo del secondo scalo urtando forte col piede dentro a un cordone di pietra, non fosse stramazzato sopra la viva selce, sdrucciolando per lungo tratto, e per quelle asperità macolandosi costole e petto, e in parte scorticandosi, e rompendosi le mani ed il viso. Gli scappò dalla destra la spada, la quale a balzelloni, rompendo i silenzii della notte, con pauroso fragore, chè di elettissimo acciaro ella era, andò a fermarsi lontano lontano sopra la pubblica via.

Non che gli fosse dato abilità d'inseguire Troilo, Giordano allora potè a stento rilevarsi; ma sollevata appena la persona sopra i gomiti appuntellati a terra, tese la faccia dalla parte onde Troilo si dileguava; e gli cacciò dietro per lo buio della notte questa truce sentenza:

-- "Poichè non sei voluto morire da cavaliere, non passeranno mesi che tu morirai come un cane!"

Titta raccolse il suo signore malconcio: gli lavò le piaghe, e con amorevole cura gliele fasciò; poi lui gemente e fremente ripose sur un lettuccio nell'anticamera.

Andò quindi per madonna Lucrezia, la quale percossa dal fiero caso, tanto a lei più tremendo quanto meno aspettato, rimase meglio di una ora a ricuperare gli spiriti e la parola; nè mai ebbe più bene mentre che visse, nè fu veduta più ridere o rallegrarsi. Tornata in sè, Titta le si pose davanti, e col dito indice della destra alzato in mezzo ai sopraccigli, lento lento profferì queste parole:

-- "Madonna!... sentite bene!... La signora duchessa è morta allo improvviso.... di accidente.... sopraggiuntole nel lavarsi con acqua fredda la testa... per cagione del quale accidente... cadde in grembo vostro... e la sorprese la morte senza avere tempo di darle soccorso.... Badate, madonna, da sbagliare, se avete cara la vita!... Gli avvisi da parteciparsi della sua morte alle corti -- preparati fino da ieri -- parlano per lo appunto così.... Tenetevi dunque per avvertita..."[105]

Sciolto il cadavere dal laccio, fu trasferito da Titta nelle sue stanze; e adagiato sopra il Ietto, Lucrezia mandò per Inigo, e gli disse parola per parola quanto l'era stato imposto da Titta. Il maggiordomo, dato uno sguardo al cadavere, troppo bene si accôrse del caso, e con la mano manca preso il lembo del lenzuolo gli coperse la faccia nera per lo travaso del sangue, mentre col dosso della destra si asciugava una lacrima. -- Inigo il maggiordomo, reputato cuore di pietra, piangeva.

-- "Dio riceva in pace l'anima di questa povera signora!" -- E dato un grosso sospiro, non parlò, più.

Al cadavere d'Isabella furono fatte l'esequie grandi e solenni: famigli, parenti -- e il marito -- e i fratelli, presero le vesti gramagliose. Sopra il feretro le recitarono la orazione funebre composta da uno accademico della Crusca in forbitissima favella toscana.

Prezzo del sangue fu, in parte il pagamento, in parte la composizione dei debiti di Paolo Giordano Orsini; e questo narra il Galluzzi.[106] Il Settimanni poi ci fa sapere come il duca di Bracciano conseguisse dalla munificenza del cognato premio anche maggiore, cioè nell'ottobre prossimo la donazione di Poggio a Baroncelli, oggi Imperiale.[107] La quale notizia indusse per avventura in errore taluno, che scrisse la strage della Isabella avvenuta al Poggio Imperiale, e non a Cerreto.[108]

E Dio, che non paga il sabato, dette anch'egli il guiderdone a Paolo Giordano condegno ai meriti. Orribilissima morte lo incolse; la sua anima si contaminò di nuovi delitti, conciossiachè il sangue chiami al sangue, come vediamo succedere pel vino; e il giudizio rimase aperto, talchè n'ebbero temenza i suoi successori. E se ci saranno dalla fortuna non avversa largiti tempo e salute, i nuovi casi della vita di Paolo Giordano ci somministreranno argomento per altro racconto.

Come Troilo finisse, lo ricaviamo dal passo seguente delle storie del Galluzzi. «Il Granduca determinò pertanto di esplorare l'animo della Regina e inviare a cotesta corte un suo segretario, valendosi del pretesto di esigere il residuo dei suoi crediti procedenti dagl'imprestiti fatti al re Carlo IX, giacchè appunto spiravano allora i termini delle assegnazioni. A questo solo effetto doveva estendersi la sua commissione, ma si accordava la libertà, secondo la occasione, di rimproverare alla Regina il suo malanimo verso la casa Medici, e la ingiuria fatta al Granduca. Arrivato il segretario a Parigi, ed esposta la sua commissione, la Regina gli disse: _Io non so come potrò aiutare questo desiderio del Granduca, poichè accomoda al re di Spagna un milione di oro per volta, e con noi guarda adesso in sì poca somma._ -- Rimostrò il segretario che se il re di Spagna era stato servito di grosse somme, aveva anche mostrato di tenere più conto del Granduca che non aveva fatto lei, la quale lo aveva maltrattato, e fattogli ingiuria che non meritava. -- _Questo confesso, diss'ella, e lo feci perchè il Granduca non tiene conto di me, anzi con tanto dispiacere mio e del re ci ha fatto ammazzare sugli occhi Troilo Orsini, ed altri, che non ci pare ben fatto, essendo questo Regno libero, e che ognuno ci può stare._ -- Replicò il segretario che avendo l'Orsini e altri peccato gravemente contro il Granduca, non conveniva a lei, che pure era del suo sangue, proteggerli e soccorrerli con danari. -- _Or basta_, riprese la regina, _scrivete al Granduca che non proceda più di questa maniera, e massimamente in non fare ammazzare persona in questo Regno, perchè il re mio figlio non lo comporterà._»[109]

----