Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 24

Chapter 243,293 wordsPublic domain

Ricordate cotesta stanza, e quel fóro. -- Corrono ormai duecentosessantotto anni che quel fóro sta così....

Cerreto fu detto dalla copia dei cerri che ombravano il colle e larghissimo tratto di paese, come Frassineto dai frassini, e Suvereto dai sugheri, e Rovereto dai roveri.[94] -- Ora dove andarono i cerri? L'occhio del passeggero cerca invano un albero sotto del quale riposare il capo riarso dalla vampa del sole, e non unicamente a Cerreto, ma per quanto si distende la Toscana, e perfino sopra i gioghi ardui degli Appennini, ogni giorno più scarsi s'incontrano gli alberi. -- Oh! ella è pure trista necessità quella di spogliare la terra di tanto stupendo ornamento. Sparirono le selve, e con esse le Driadi, e le Amadriadi, e i Fauni, e i Silvani, e l'altra amabile famiglia di cui le popolava la fantasia dei poeti; sparirono le selve, e con esse i cavalieri erranti, le lancie corse, le imprese onorate, le fate, i nani; e le regine della bellezza di che le faceva liete la immaginazione dei romanzieri. Le Ninfe dei boschi seguitarono al mare ululando i tronchi diletti, e li raccomandarono alle Vergini oceanine, non altramente che se fossero stati figliuoli dilettissimi: e le oceanine Vergini ne presero cura, gli foggiarono in navi, gli ornarono di vele candidissime come le ale dello smergo, dettero loro la velocità dello albatro, la vaghezza dello alcione; poi con le mani e con gli omeri nudi ne spinsero la poppa; e i venti secondi, gareggiando con le Ninfe, soffiarono dentro le vele, e si compiacquero distendere pel cielo azzurro la bandiera della nostra contrada.

La nave, percorso mari intentati, portò arti, riti e insegnamenti di ordinario vivere civile a popoli sconosciuti e selvaggi, e la bandiera della contrada era salutata nelle remotissime spiagge come un segno di salute. Ahimè! questo è un desiderio che ormai non potrebbe più andare, quantunque volendo, adempito. La patria ha perduto la chioma dei suoi boschi, in quella medesima guisa che le greche vergini si recidevano i capelli sopra le tombe dei diletti defunti. I nostri alberi furono convertiti in navi, ma non per noi; i venti ne spiegarono la bandiera, ma non era la nostra; sostennero battaglie, ma non per le sorti della patria; andarono cariche di merci, ma non raccolte nelle nostre campagne, nè dalle mani nostre fabbricate: bene furono condotte per mari ignoti a traverso inusitate procelle e immani pericoli da italiani uomini, ma di coteste imprese altri raccolse il frutto, e alla patria venne una sterile rinomanza. Nazioni barbare ci comprano i boschi, mentre presso di loro il ferro si astiene dalle querce sotto le quali i Druidi celebravano i misteriosi sacrificii. -- Ahi! gente trista, che vendi tutto, e potendo venderesti anche il tuo sole e il tuo cielo, perchè, se in te non hai parte alcuna di ardimento o di gloria, diseredi i tuoi nipoti? Perchè, non contenta della tua vilezza, apparecchi ai tuoi figli una eredità di vergogna e di lacrime? Qual giudicio ti aspetta oltre la fossa, dacchè i figliuoli si accorgeranno di avere avuto genitori soltanto dal male che ne ricevono!

Ma Cerreto allora andava ombroso di copia di cerri, di olmi, di lecci, di querce e di alberi di ogni maniera; e per quei boschi volavano di ramo in ramo fagiani, francolini, ed altre infinite famiglie di uccelli; per le frasche saltavano caprioli, daini, cervi, e lepri, e cignali; sicchè era luogo sopra ogni altro adattissimo alle cacce, delizia suprema della vita dei principi.

Mentre Isabella sorretta dal suo consorte poneva il piede sopra lo scalo, inciampò nel primo cordone, e ne sentì acerbo dolore; onde voltasi a Paolo Giordano sorridendo mesta gli disse:

-- "Malo augurio è questo: un Romano tornerebbe indietro."[95]

E Paolo Giordano, non occorrendogli alla mente nulla di buono, si tacque, sforzandosi a sua posta di ridere.

Giunti nel palagio, ognuno andò nelle sue stanze; il duca in quelle ov'era la camera dal fóro qui sopra descritta, attendendo alle mondizie della persona.

Fatto ch'ebbero lavacro delle membra con acque odorifere, cambiate le vestimenta, acconci i capelli, si ridussero nel piazzale avanti il palagio.

Il sole privo di raggi sembrava un occhio insanguinato, e lo emisfero da quella parte offriva l'apparenza di un lago di sangue. Immenso spazio di paese si distendeva davanti ai nostri personaggi, chè da quella sommità in gran parte i contadi di Firenze, di Pistoia, di Volterra, di Pisa, di Colle, di Samminiato, e perfino di Livorno, si scorgono. Gruppi di case si vedono su per quei poggi dintorno come gregge di capre alla pastura; dai casolari s'innalzavano diritte colonne di fumo, e voci di canzoni melanconiche si diffondevano per la campagna, alle quali rispondevano alla lontana altre voci del pari piene di mestizia. Da una nuvola nera di tratto in tratto guizzava una lingua di fuoco simile alla spada dell'Arcangelo vendicatore nascosto per avventura là dentro. Il sole intanto si attenua.... adesso pare una margine di ferita.... è sparito! Isabella, mossa da impeto irresistibile, sporgendo ambe le braccia con l'abbandono disperato col quale vediamo sparire sotto la terra i dilettissimi nostri, esclamava:

-- "Addio, o sole, addio!" -- E con le mani si coperse la faccia.

-- "Addio a domani," riprese Giordano; "e fa di levarti con meno tristo sembiante di quello col quale ci abbandoni. Belle campagne, amiche selve, ozii beati, pur torno alfine a godervi, nè io sarò per certo a lasciarvi sì presto. Io sono stanco di correre dietro alla gloria, che mai si raggiunge; o se si raggiunge, quando l'uomo pensa di stringere un sommo bene, torna con le mani vuote al petto. Io voglio deliziarmi nelle domestiche dolcezze, le sole veraci nel mondo. Mi rendo in colpa, e vi domando perdono, Isabella, e mi vi lego con giuramento di non lasciarvi mai più. Mercè vostra, se io tornando a casa non vi comparvi straniero; grazie sieno alla bontà egregia della indole vostra, se dopo tanti anni riducendomi a voi mi fate credere di essermi partito pure ieri. Il mio cuore è infermo; a voi sta guarirlo affatto dalla febbre dell'ambizione, che lo ha travagliato mai tanto."

E Isabella lo guardava, e sorrideva mesta senza aprire labbro; ma Troilo, che le parole reputava vere, consolandolo favellava così:

-- "Ora come potete dire avere speso i vostri giorni invano? voi in cento battaglie avete raccolto tanta mèsse di allori, da coronarne due Cesari; e per tacere delle altre, a Lepanto, combattendo fortissimamente vi acquistaste tal nome, che la storia registrerà con orgoglio nelle eterne sue pagine. Deh! vogliate appagare il mio lungo desiderio: narratemi le vicende di cotesta battaglia di giganti."

-- "Più tardi, Troilo, più tardi: ma, io ve lo ripeto, tutto è vanità. Guarda, e vedrai qual bene uscì da tante morti, da tanto affanno, e da tante ferite? I Cristiani l'uno dell'altro astiosi non seguitarono il corso della vittoria; i Turchi insorgono più infesti che mai; e Don Giovanni, malgradito vincitore, riporta in premio della sua prodigiosa prestanza l'oblio, e lui avventuroso se non lo incoglie anche peggio! Quel suo gran cuore di soldato, che si espande nei pericoli del combattimento, condannato a rodersi in corte, presto cesserà di battere;[96] imperciocchè la gloria fosse la sua aria, il suo sangue il pericolo, le battaglie la vita. Appunto lo esempio di cotesto illustre infelice mi persuade a fare senno, e a piegare le vele affaticate dal lungo cammino. -- Veramente è tardi, ma pur meglio una volta che mai; la mia vita ha consumato anche il vespero.... almeno Dio mi conceda riposato il tramonto!"

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Gli scudieri avevano con molto accorgimento apparecchiato le mense giù nella sala terrena, e liete apparivano dei doni di Cerere e di Lieo; molti doppieri mandavano luce vivissima, la quale si rifletteva con raggi infiniti pei lucidi argenti, per le porcellane candide, e pei forbitissimi cristalli. Avevano aperte tutte le porte che mettevano capo nella sala; e di riscontro alla porta maestra che dava adito al piazzale, l'altra corrispondente ai giardini; e nonostante, tale era la gravezza dell'aere affannoso, che non una fiaccola vedevi oscillare sopra i candelieri, e le pieghe delle portiere stavano immobili non altramente che se di marmo o di piombo si fossero. -- Per tante foci non iscaturiva refrigerio alcuno di aria fresca.

E si assisero a mensa. Paolo Giordano faceva ogni sforzo affinchè i commensali si dessero in balía alla gioia scapigliata e fragorosa: egli aveva mestieri di eccitamento; s'ingegnava stordirsi; nel rumore di allegrezza bugiarda intendeva celare la interna procella: insomma due cose egli cercava principalmente, coraggio a persistere, e capacità a simulare. Alla perfine gli venne conseguito il disegno: i commensali, non avendo motivo di reputare falsi i conforti di Paolo Giordano, si abbandonarono a franca ed aperta dimostrazione di esultanza; e così venne temperata la gioia artifiziosa e ghiaccia che ostentava costui. Troilo, comecchè, seguendo il costume degli ignoranti, assai presumesse di sè, e quindi sperando bene gli sembrasse non potere sbagliare, pure non se ne stava del tutto tranquillo, e per lo meno reo consiglio divisò affogare ogni tristizia nel vino. Cominciarono i colloqui a diventare concitati e vivaci; i motti arguti volavano di labbro in labbro; di su, di giù, s'incrociavano i detti lepidi, e non mancarono parole di doppio significato, e novelle, che fanno abbassare gli occhi e sorridere le donne. Ferveva la mensa; gli scudieri si affaccendavano attorno recando vini di più maniere, e fumanti vivande; il mormorio, che nasce da molte voci favellanti insieme, indizio certo di festoso banchetto, empiva attorno la sala e di tratto in tratto era rotto da altissime risa.

Ma Isabella partecipa a cotesta giocondità quanto importa per non dare prova del turbamento che l'angustia; e non le sfugge che Paolo Giordano, mentre conforta gli altri e lei a bere sovente, egli non beve mai, tocco appena con le labbra il bicchiere, lo pone sopra il vassoio. I suoi occhi cercano spesso quelli di Giordano; ma Giordano li schiva a sommo studio; o, se pure li incontra, li torce altrove con prestezza maravigliosa. Non è già ch'ella si affanni di questo, dispostissima a tutto; ma per una vanità insita alla nostra natura, si compiace nel volere manifestare a Giordano come lei si potesse uccidere, non ingannare.

E poichè agli uomini non mancano mai motivi di bevere e di nuocere, così nè importa riferire, nè giova, in quante guise e per quante cause bevessero.

Troilo in parte cedendo alla universale esultanza, in parte anche per procurarsi viepiù la grazia del cugino, si alza improvviso, e tenendo in mano un bicchiere colmo, in questo modo propizia a Paolo Giordano:

-- "Alla salute del cavaliere fortissimo di Cristo, al felice combattitore di Lepanto...."

Non vi è cosa al mondo che pesi tanto immensamente insoffribile, quanto la laude in bocca al nemico: nessuna ingiuria può crucciare quanto cotesto elogio; e a Giordano poi parve fuor di modo molesto, come colui che conobbe troppo bene dipartirsi da stupidezza, ma mescolata da malizia; ed è anche questa offesa non piccola alla vanità dell'uomo, lasciare lo stolto in fede di averti potuto gabbare. Pure Giordano simulò; che quando aveva tolto a sostenere la prova, sebbene la sua natura non glielo consentisse, era capace per arte a simulare quanto il meglio addestrato.

Allo invito di Troilo risposero tutti acclamando; e comecchè nella frenesia di cotesto urlo grande fosse la virtù del vino, pure così sgorgava sincero dal cuore, che il guerriero n'ebbe conforto, e gli temperò l'amaro che gli porgeva la origine di cotesto grido, pensando da cui movesse, e perchè.

Giordano si levò anch'egli in piedi, e preso un bicchiere, atteggiando la persona al saluto diceva:

-- "Per me è troppo! Ma lingua umana non potrà mai esaltare tanto che basti le anime inclite di coloro che combattendo in cotesta memorabile giornata perirono."

-- "Oh! di grazia, signor duca, non ci negate il piacere e l'onore di sentire raccontare da voi le vicende di cotesta battaglia: ve lo chiediamo per quanto amore portate alla vostra dama...."

-- "No; a che monta? Non lo avete voi letto per le storie dei tempi?"

E i commensali di nuovo con voci diverse:

-- "Ma così allo ingrosso; -- senza distinzione di fatti e di casi: -- chi più offendesse, chi meglio difendesse. -- E poi, altro, bene altro è leggere una relazione di battaglia, che udirla da tale che vi combatteva, il sangue suo vi versava e vinceva. Per mercè, narrateci la battaglia."

E Titta che vi aveva accompagnato Paolo Giordano, e al suo fianco combattuto, e salvatogli la vita, desiderava che la prodezza sua insieme a quella del suo signore si manifestasse; sicchè più degli altri premuroso instava onde Paolo Giordano, che pure era bel parlatore, esponesse le vicende e i pericoli della battaglia famosa. Nè la repugnanza di Giordano poi, a guardargli sottilmente nel cuore, si sarebbe conosciuta sincera; non già ch'ei fosse _miles gloriosus_, ma ad ogni soldato piace ricordare le zuffe e le ferite, e mostrarsi largo dispensiere di laude ai nemici, o vincitori, o vinti; -- se vincitori, per onestare la disfatta; -- se vinti, per fare più bello il trionfo.

Titta pertanto, con tal suo garbo che non era preghiera, non comando, e dell'una partecipava e dell'altro, aggiungeva:

-- "Di grazia, Eccellenza, se la modestia trattiene lei, non defraudi me delle mie lodi; perchè ancora io combattei; e avendomi la fortuna piuttosto che la mia prodezza fatto abilità di salvare la vita ad uno strenuissimo guerriero, non posso renunziare ai vantaggi che mi vengono da questa azione, comunque condotta dal caso...."

-- "Tu mi hai vinto, ed io non potrei tacere onestamente quando il silenzio dovesse essermi ascritto a ingratitudine. Orsù, favorite le orecchie; io favellerò breve e disadorno, com'è concesso a un soldato. E voi, Isabella, ritenete quanto sarò per dire, e fatene nobile argomento dei vostri canti.... avvegnachè al guerriero oggimai per guiderdone null'altro rimanga, tranne il riso della bellezza, e la luce del canto...."

-- "Non basta?" -- domandò Isabella.

-- "È troppo. -- La Cristianità si era commossa profondamente: baroni di alto lignaggio, uomini plebei, da tutte parti accorrevano a combattere i nemici di Cristo, molti per ottenere la remissione dei peccati, e le indulgenze bene in questa occasione largite dal pontefice Pio V; ma come erano le voglie dei combattenti prontissime, immensa la cupidità di stringersi a mortale battaglia, così non accordavano le segrete intenzione dei principi collegati. Desideravano la giornata i Veneziani, la desiderava caldissimamente il Pontefice; ma Filippo II repugnava avventurarsi in impresa dove ne andavano tutte le forze del regno, e dove la vittoria forse avanzava meglio le cose degli altri collegati che le sue; nè in quel suo profondo e maligno consiglio amava che gl'italiani uomini acquistassero una bella fama, temendo che non venissero a sentire il bisogno, come vuole la nostra natura, di acquistarne una molto maggiore. Il gran Commendatore di Castiglia era stato imposto a don Giovanni di Austria come un freno da rodere, e non rifiniva mai da susurrargli negli orecchi, temperasse quei suoi spiriti bollenti; suprema gloria, suprema religione essere il vantaggio del re suo fratello: sicchè l'anima grande di cotesto magnanimo pendeva contristata da incertezza affannosa. Ma ogni giorno accorreva nuova gente per combattere, non cercando altro premio nè altra gloria, tranne quella di spargere il proprio sangue per la fede. Don Giovanni mandava dal cuore profondi sospiri, stava torbido; con gli occhi fissi al pavimento ora divampava vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad aggiungere sproni a cotesta anima, di per sè focosa, si univano i conforti di Gabrio Serbelloni, generale delle artiglierie, di Ascanio della Cornia, maestro generale di campo, e di Sforza conte di Santafiore, generale degl'Italiani pel re Filippo, e sopra tutto una cura[97] misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore, e che pure sapeva quel forte regalmente comprimere: -- e nonostante, pareva che la battaglia non sarebbe accaduta, chè la fortuna legata ai peggiori con ogni sua possa attraversava la impresa; e già una fama molesta si spargeva, che per essere la stagione tarda, fortunevoli i venti, avrebbero in cotesto anno tentato senza più impadronirsi di Castelnuovo, o della Velona, o di Durazzo, o di Santa Maura. Arrogi che don Giovanni stesso, concitato di grandissimo sdegno contro i Veneziani, per poco stette a perdere la occasione per la quale il suo nome perverrà immortale ai più tardi nepoti. Le galee veneziane scarseggiando di soldati, parve bene a don Giovanni di fornirle con le sue genti italiane e spagnuole; rimedio peggiore del male, conciossiachè non passasse giorno che non ne nascessero tumulti, e risse, e zuffe sanguinose. Il capitano Muzio da Cortona, posto sopra la galea di Andrea Calergi nobile cretense, venuto a contesa con alcuni Veneziani, messa mano alla spada, ne ferì parecchi; onde vi si fece tumulto, fu chiamato all'arme, e volgendoglisi quanta accorse quivi gente veneziana allo incontro, malamente il conciavano; ma il Veniero generale veneziano, come se ciò non bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue senza misericordia impiccare. Don Giovanni, estimando offesa la sua autorità, era deliberato a tôrre una solenne vendetta contro i Veneziani, rigettando gli argomenti co' quali Marcantonio Colonna e il provveditore Barbarigo s'ingegnavano raumiliarlo. -- Ma Dio, che vegliava alla salute nostra, operò sì che pervenisse col mezzo di certa nave di Candia la nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva la fama, come Marcantonio Bragadino e Astorre Baglioni, difesala valorosamente dieci mesi, costretti per diffalta di munizioni e dalla impazienza dei cittadini, l'avessero resa a patti onorati: ma il barbaro vincitore rompendo la fede, ordinò prima, che al Bragadino si mozzassero le orecchie, e poi fattolo trarre a vituperio sopra la piazza, dopo inenarrabili strazii volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò ancora contento, riempita la pelle di fieno, la sospese all'antenna di una galeotta, mostrando per la Soria e per le altre contrade del Turco lo infame trofeo. -- Allora don Giovanni, chiusi gli occhi, e diventato pallido in volto come per morte, parve uomo che avesse ricevuto una percossa fortissima sopra il capo; e così stette alcun tempo: poi componendosi a regale atteggiamento, si volse al Veniero pacato, e la mano gli stendendo disse: -- Pace! noi non abbiamo nemici altri che i Turchi. -- Quel sembiante, quelle parole, e il modo col quale furono profferite, fecero raccapricciare gli amici che gli stavano attorno: pensate quale effetto avrebbero sortito sopra i nemici! Marcantonio Colonna, che gli era accanto, mi affermò che nella luce sinistra degli occhi di cotesto magnanimo principe a lui parve leggere la morte di ventimila infedeli. Il Veniero strinse la invitta destra, e la baciò, e non potè ristarsi da esclamare fra i singulti: -- Disgraziato Bragadin! Povero sangue! -- Spagnuoli, Tedeschi, e Italiani, deposta ogni ira, si gettarono lacrimando le braccia al collo, si baciarono in bocca, e si dissero: -- Pace! -- Quindi con súbita vicenda cacciandosi le mani fra i capelli, percuotendo dei piedi la terra, con orribilissimo grido urlarono: -- Arme, arme! -- Ed arme sia! -- rispose don Giovanni recandosi in mano la spada nuda, che agitata traverso ai raggi del sole parve mandare, e mandò certo vivissimi lampi di luce divina; ed ordinò che sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della Lega mandato dal Pontefice, ov'era dipinto il Crocifisso con l'arme dei collegati sotto, nel mezzo quella del Papa, a mano destra quella del Re, e a sinistra quella dei Veneziani. Il vento, e non fu lieve auspicio di vittoria, distese per l'aria il glorioso vessillo, per modo che pareva mani invisibili lo tenessero tirato pei quattro lati; e don Giovanni fissandovi gli occhi con pietosissimo affetto, esclamò: -- _In hoc signo vinces!_ -- _In hoc signo vinces!_ -- esclamarono i prossimi; e queste sacre parole, con prestezza prodigiosa propalate, vennero in un momento dai più remoti legni ripetute. Il gran Commendatore di Castiglia, che aveva dal Re mandato segreto di attraversare la impresa, sia che considerasse quanto era grande pericolo mostrarsi avverso, sia piuttosto che dallo impeto universale si sentisse stravolto, mutati atti e sembiante, procedeva più animoso degli altri, e sovente mormorava: -- Da Madrid si può comandare di starsi fermi, ma davanti il nemico non si può obbedire! --