Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 22
Isabella torna a supplicare, a interrogare, e a piangere; ma sempre invano. Il confessionario vocale diventò silenzioso come un sepolcro. Allora Isabella presa da impazienza stese la mano, e la cacciò dentro alla tribuna occupata dal confessore, tentando incontrarlo nel cieco aere: ella temeva che qualche male improvviso lo avesse incolto. Quali e quanti fossero la sua maraviglia, il suo cordoglio, e il terrore, quando conobbe a prova scomparso il Frate, sel pensi chi legge. Un ghiaccio le strinse il cuore; e appena dalla gola chiusa mandando un singulto, cadde priva di sentimento sopra lo inginocchiatoio.
E bene le giovò avere vicina madonna Lucrezia, la quale occupata poco dai propri pensieri porgeva attenzione grandissima alle cose circostanti; imperciocchè accorse con subita premura, e adoperando accortamente ogni mezzo per farla risensare, l'ebbe in breve ora ricondotta agli uffici consueti della vita.
Isabella da una parte pensando tutta fremente al pericolo corso di empire di scandalo la chiesa, e di darsi a conoscere; e dall'altra parte, con ispavento punto minore vedendo diventare il giorno chiaro, si appoggiava al braccio di madonna Lucrezia, e quantunque vacillasse, pure con presti passi quindi si tolse.
Venuta all'aria aperta, levò gli occhi al cielo, e vide una dopo l'altra scomparire le stelle, non come fiaccole spente per forza di vento, ma a modo di splendori che godono confondersi dentro fuoco più grande: -- così le anime umane, emanazioni della Divinità, sciolte dalle membra che le legano, amano mescolarsi nel seno immenso di Dio. Dalla parte di oriente, un tenue velo di vapori colorato di oro circondava Firenze la bella, simile a una Madonna dei suoi immortali pittori, circonfusa del nimbo radiato. La natura con tutte le cose create, come un citarista versa da tutte le corde della lira un torrente di melodia, levava al Creatore l'inno della mattina: non vi era oggetto, non animale che o con la preghiera, o col voto del cuore, o con la letizia dello sguardo, o col profumo, o col canto verso il cielo, non si avviasse a salutare il Padre della luce, e un murmure indistinto si diffondeva lontano lontano quasi fremito della vecchia terra che si rallegrasse nel sentirsi scaldare le membra intirizzite dal benefico calore. Salute, primogenito del pensiero di Dio, salute, o Sole, imperciocchè nulla sia morto davanti al tuo cospetto, e ogni cosa palpiti e si ravvivi, e dagli stessi sepolcri dove giacciono i miei cari defunti tu estragga fiori, ornamento delle chiome di giovani amanti, e di donne innamorate.
Isabella levò gli occhi al cielo, e tornò il sorriso al suo pallido volto, e piegando la faccia alla plaga donde il sole nasceva, così favellò:
-- Come bella è la vita! -- Ma per goderla bisogna possedere giovanezza di anni, e giovanezza di cuore, e innocenza, ed entusiasmo; bisogna essere tali da reggere il paragone con gli effluvii dei fiori, col canto degli uccelli, con le tinte dell'ale della farfalla, con la esultanza dei primi raggi matutini. O vita! Dacchè come fui non potrei goderti, sofferirti come io sono non voglio: chi cessò di regnare getti la corona; il manto reale rimasto sopra le spalle a cui mancò il regno, è peso e ignominia. Ma la morte mi si approssima forse desiderata, come l'ombra dell'albero al viaggiatore che cammina fino dall'Ave Maria per lande infocate sotto la sferza del sole? Mi accosto alla morte col desiderio del pellegrino stanco, che vede a sera tra lo incerto chiarore del crepuscolo spuntare il campanile del suo villaggio? Posso dire al sepolcro: -- Tu sei il mio sposo? Mi aspetta oltre la soglia della vita pace? Sì, mi aspetta la pace, avvegnachè io abbia amato, sperato, e sofferto molto. Di un'altra cosa mi pento, ed è di avere desiderato di porre un mediatore tra me e il mio Dio. Il sacerdote mi ha respinto dal tempio: a me basta che tu, o Creatore di tutti, non mi respinga dal cielo. Io mi confesso a te, o Signore; tu non abbisogni di dichiarazioni, perchè con uno sguardo mi hai scandagliato l'anima, e penetrato nelle mie midolle. -- Vorrei che il mio spirito movesse verso di te sul primo raggio che sta per isgorgare giù da quel monte.... Ma dove questo non possa farsi, tieni aperte le braccia, o Signore, perchè non istarò molto a ricovrarmi sotto le grandi ali del tuo perdono. --
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I penitenti rimasti attorno al confessionale aspettarono lunga ora che Padre Marcello ritornasse; ma poichè videro riuscire le dimore vane, alcuni si fecero in Sagrestia per domandarne: ne ricercarono in cella, in libreria, e non lasciarono luogo senza tentarlo; non lo trovarono. Cominciando ad accogliere qualche sospetto, presero voce fuori del Convento, e raccolsero che taluno pensava averlo veduto in via del Diluvio, col cappuccio tirato sopra gli occhi, camminare come un uomo cui prema sollecita cura; a tale altro era parso vederlo passare per Borgo a Pinti così avacciando il cammino, che spesso intricandosi nei lembi della tonaca accennava cadere. -- Dove poi fosse andato ignoravano, e neppure avrebbero potuto immaginarlo. Cresceva la maraviglia, non senza mescolarvisi un poco di paura. Il Priore mandò alcuni zelanti dell'Ordine perchè con bella maniera s'informassero dai gabellieri delle porte: andarono, ricercarono quanto meglio potevano sottilmente, ma nessuno valse a somministrarne notizia. Intanto, fra le indagini, il terrore, e il dolore, passò la giornata; parecchie ore della notte si successero, e i frati stavano adunati nel refettorio, chi pregando, chi col suo vicino favellando: i più animosi si offerivano salire in pulpito, ed annunziare ai popoli la sparizione e forse il martirio del Padre Marcello; i timidi confortavano ad aspettare, a vedere meglio, a non precipitare: quanti erano capi, tante le sentenze, come avviene ove si accoglie una congrega di uomini dubbiosi a deliberare sopra qualche dubbiezza; -- quando di repente fu sentito un languido squillo del campanello della porta di strada. Assorsero tutti come un uomo solo, chè forte vedemmo in ogni tempo essere lo spirito di corporazione, e s'incamminarono, senza che ne rimanesse indietro pure uno, verso la porta. Chi narrerà convenientemente le lacrime, i gridi di gioia, le accoglienze amorose, i reiterati abbracciari, i baci, e tutte le altre dimostrazioni di affetto in che proruppero i nostri Frati, quando videro ricomparire il loro Padre Marcello? Egli a tutti rispose, tutti abbracciò, e baciò: gli scorrevano sul volto dolcissime lacrime; ma quel suo volto compariva stravolto, e impresso così profondamente da qualche interno corruccio, che moveva a un punto compassione, e paura.
Parlò breve, e disse: -- "Avere corso un pericolo grandissimo; essere vivo come per miracolo: dovere la vita alla misericordia di Dio, e per certo ancora alle preghiere dei suoi fratelli: nella pienezza del cuor suo ringraziarli, e supplicarli a volerlo accompagnare in chiesa per rendere mercede al Sommo Dio, che con aiuto tanto visibile lo aveva soccorso in cotesta acerba avventura."
Andarono, e ringraziarono Dio; poi Fra Marcello si restrinse col Priore a parlamento, dove avendo considerato il caso, e quello che poteva nascere, a scanso di scandali crederono bene pel momento dare luogo al tempo, e tenersi in disparte, perchè non ne venisse danno a Frate Marcello, e all'Ordine: partisse per Roma, e subito; colà a cui spettava partecipasse lo strazio e il mal governo che si facevano alla Chiesa di Dio, confortasse a prendere solleciti provvedimenti, e tornasse poi gagliardo degli aiuti del Pontefice contro questi falsi cattolici, i quali trascorrevano in atti per tal modo nefandi, da cui i luterani medesimi compresi da orrore avrebbero aborrito.
Titta fu quegli, che riconducendo il Frate incolume a notte inoltrata al Convento, aveva mantenuta fedelmente la promessa.[90]
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[83] Morbio, _Storia dei Municipj italiani_.
[84] Fu accennato altrove, e si riporta nella edizione del _Reggimento delle Repubbliche_ di Fra Girolamo Savonarola, fatta a Pisa dai Caparro, in principio.
[85] Favole.
[86] Legge crudele contro alle congiure e ai banditi, pubblicata sotto Cosimo I, e dal nome del suo autore Spolverini chiamata così. Galluzzi, _Storia del Granducato_.
[87] Gli obelischi erano inalzati al Sole. In Ammiano Marcellino si leggono tradotte in latino le iscrizioni dedicatorie al Sole del grande obelisco di Roma.
[88] Eliano, _Storie varie_.
[89] Petrarca.
[90] _Il signor Prof. Giuseppe Arcangeli, persona dotta e proba, si compiacque dettare sopra il personaggio del Padre Marcello il commento seguente, che pubblichiamo ad istanza del signor F.-D. Guerrazzi, desideroso di mostrare in questo modo il conto ch'ei fa delle qualità intellettuali e molto più morali del signor Prof. Gius, Arcangeli._
_L'Editore._
Il Padre Marcello, o più comunemente Marcellino, fu così chiamato, come i Frati costumano, da San Marcello sua patria: ma alla Religione il suo vero nome fu quello di Evangelista, ed al secolo di Lorenzo. Nacque d'Adamo e d'Agata Gerbi, nella suddetta Terra, capo-luogo della montagna pistoiese, nel 1530, anno fatale alla Repubblica di Firenze. Questa famiglia Gerbi pare che fosse fra le potenti della Terra: perocchè leggo nella Cronaca del capitano Domenico Cini come fino dal 1488 seguitando la parte dei Cancellieri era venuta a fieri scontri coi Calestrini seguaci della Panciatica; tantochè i Fiorentini deliberarono per l'amor della pace di bandire i capi delle famiglie rivali co' più animosi de' lor consorti. Ma pensando dall'altro lato che il cacciare le due parti avrebbe spopolato la Terra, vollero che il bando fosse per una sola, e rimisero la cosa alla sorte. Toccò la peggio ai Gerbi, i quali costretti a lasciare la dolce patria, vollero almeno che una durevole memoria di loro vi rimanesse, e fondarono perciò un benefizio sotto il titolo della Visitazione, di cui fino ai dì nostri è stato investito uno dei Gerbi. Alcuni si ripararono nei monti del Frignano nel Modenese: altri andarono a cercar la ventura nel regno di Napoli. Pare però che dopo la cacciata di Piero dei Medici alcuni ripatriassero, finchè, vinti i Cancellieri nella fatal battaglia di Cavinana, ne doveron partire novamente. È probabile che il padre del nostro Marcello perisse, in quella battaglia, e gran parte della fortuna sua fosse predata dai vincitori, perchè il medesimo ci racconta come viveva soletto coll'afflitta madre, la quale avvezza a più prospero stato non poteva sostenere di buon animo la povertà. Da giovinetto si rese frate di San Francesco nel convento di Giaccherino presso Pistoia; e mostrato per tempo il suo potente ingegno, fu dichiarato cittadino pistoiese, e per questa via ebbe un posto di grazia per l'Università di Parigi fiorente allora pei teologici studj. Nei quali si avanzò maravigliosamente, vi sostenne diverse tesi, ed ebbe laurea con plauso da quel solenne collegio. Preceduto dalla buona fama, ritornò tra i suoi frati, i quali lo adoperarono in ufici gravissimi e principalmente nell'apostolico ministero. Quale e quanto vi si mostrasse ce lo direbbero, senz'altre prove, le generose parole che riferisce la Cronaca pubblicata dal Morbio, opportunamente riportate in questo libro dall'autore. E il Dondori, nel ragguaglio che ci dà assai minuto della vita del nostro frate, allude a questo coraggio narrandoci alla sua rozza maniera, _come il P. Marcellino fece una grande esagerazione, e discese a riprensioni molto vive: e Francesco I disse che bisognava lasciarlo predicare, perchè era mandato da Dio a riprendere i peccati non tanto colla parola, quanto colla vita esemplare. Ed invero, segue sempre il Dondori, predicava con franchezza e autorità e libertà grande, sicchè non era nessuno che non sentisse ancora palpitare il cuore e non impallidisse pieno di spavento_. Questa tolleranza medesima usata sul principio da Lorenzo il Magnifico verso il Savonarola, avevala adoperata pel nostro P. Marcello anche Cosimo primo, il quale udendolo predicare in Duomo con apostolica libertà, faceva le viste di compiacersene, e come raccontano di Luigi XIV a riguardo di Massillon, così diceva ai cortigiani che l'attorniavano: _ecco come si vorrebbono tutti i predicatori_. Anzi per farselo amico, eraselo scelto a confessore: e due volte volle farlo vescovo, prima di Volterra, poi di Cortona. Ma l'austero frate ricusò quell'onore costantemente, come più tardi ricusò da Gregorio XIII il cappello cardinalizio. Quantunque spendesse gran tempo nel predicare, recandosi in vari paesi d'Italia, pure non dismesse mai gli studj; e quando ebbe fermata la stanza in Roma, molte furon le opere che egli scrisse, a dichiarazione specialmente delle Scritture. Rimando alla _Biblioteca pistoiese_ dello Zaccheria chi avesse curiosità di saperne i titoli e l'edizioni. Citerò solo un'opera assai curiosa, la _Metamorfosi d'un virtuoso_, che pubblicò col pseudonimo di Lorenzo Selva. È un Romanzo degno in molte parti d'esser paragonato alla eleganza squisita del Firenzuola. L'autore sotto il finto nome di Acrisio vi discorre probabilmente molti casi della prima sua giovinezza, trattenendosi in special modo a descrivere una fanciulla bellissima dell'animo e della persona, la quale onorava come la più cara immagine della virtù, anzi (dice nel proemio) come la virtù stessa. Bellissime sono le descrizioni della montagna di Pistoia, con frequenti allusioni storiche, con aneddoti e novelle graziose, e con poesie sparse qua e là di tanta vaghezza e semplicità, da rimanertene lungamente nell'animo la dolcezza. Eppure questo libro è pochissimo conosciuto anche da quelli che si dilettano di studj eleganti. _Habent sua fata libelli._ E sì che fu letto avidamente appena vide la luce, e se ne ripeterono quattro edizioni. L'ultima notata dallo Zaccheria è la fiorentina del 1615 scorrettissima e scemata di qualche passo ardito contro il miserabile fasto spagnuolo, piaga dolorosa fra le tante che in quel tempo affliggevan l'Italia. Il P. Marcello non smesse mai finchè visse di predicare. Il popolo romano accorreva sempre ad udirlo. Sentendo avvicinare il suo fine, annunziò in Araceli l'ultima delle sue prediche; e il giorno dell'Epifania dell'anno 1593, pallido ed abbattuto salì sulla cattedra che avea fatto coprire d'un velo nero, e cominciò colle parole di Giobbe: _Sto et non respicis: clamo et non exaudis_. Era il generoso dolore di Dante quando gridava: _Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?_ Dopo la predica si pose giù colla febbre, e poco dopo cessò di vivere, nell'età sempre fresca di anni sessantatrè. Per non lasciare addietro nessuna cosa di lui, io dirò pure (e me ne sappian grado i devoti e i romantici) che per l'autorità sua si cominciò in Roma a suonare la campana de' morti alla prim'ora di notte, pia costumanza che si distese ben presto per tutta Italia. -- Un ritratto del P. Marcellino trovasi nel Convento di Giaccherino presso Pistoia, ed un altro in tela, rimasto obliato lungamente in una soffitta, è stato finalmente collocato nella Sagrestia della Chiesa Propositura di S. Marcello. Questo è l'unico monumento che rimanga di lui nella patria. Chi ne bramasse più distese notizie, ricorra al Dondori nella _Pietà di Pistoia_, allo Zaccheria nella _Biblioteca Pistoiese_; finalmente ai _Santi Pistoiesi_, opera del Canonico Ferdinando Panieri. La più compiuta notizia fra quante ne sian pubblicate fin qui sarà data sicuramente nella _Biografia pistoiese_ che Enrico Bindi e Giuseppe Tigri preparano con diligentissimi studj; la quale, quando sia favorita siccome merita dai nostri concittadini, non tarderà a comparire, recando onore grandissimo alla nostra città ed incremento non lieve alla patria letteratura.
_Giuseppe Arcangeli._
CAPITOLO NONO.
LA MORTE.
Pues esta noche ha da ver El fin de my desgravio Medio mas prudente, y sabio Para acabarlo de hacer. Leonor (ahi de my) Leonor Bella como licenciosa Tan infeliz como hermosa Ruina fatal de my honor. Leonor, que al dolor rendida Y al sentimiento postrada Dexò la muerte burlada En las manos de la vida, Ha de morir......
_Calderon de la Barca._
Un servo arriva affannoso, e avvisando la duchessa, che lo eccellentissimo signor duca ha fatto capo alla strada con la sua nobile accompagnatura; dopo pochi istanti ne sopraggiunge un altro, avvertendo che il duca entrò nel cortile, che scese, e che a questa ora messe il piede sopra le scale. La duchessa, quando ebbe ciò udito, sorse in piedi, e circondata dai gentiluomini di famiglia, dalle damigelle, e dalle donne, tenendo al fianco Troilo, composta la fronte a serenità, richiamando, e Dio sa con quanto ineffabile sforzo, un sorriso sopra le labbra, mosse nè frettolosa, nè lenta, con bella e dignitosa leggiadria verso il marito.
S'incontrarono in cima alle scale: si gettarono le braccia al collo; si baciarono reiterate volte, e parevano commossi profondamente, ed invero erano: -- ma da quali affetti commossi? Questo poteva vedere solo Dio. -- Ai circostanti sembrava che la commozione nascesse dal desiderio lungo di rivedersi adesso appagato, dal piacere di riunire le membra di una famiglia con troppo danno separata; insomma dalle domestiche gioie, delle quali gli uomini fanno così poco conto quando le possiedono, con rammarico inestimabile le piangono perdute, e con tanta esultanza a pochi fortunatissimi è dato potere riacquistare. E sciolto dagli amplessi della consorte, il duca, come colui che di modi gentileschi era copiosamente adornato, strinse la mano a Troilo, lo baciò e abbracciò, gli altri di casa non pose in dimenticanza, che all'opposto gli accarezzava e chiamava a nome, di loro e delle famiglie con molta premura interrogava, mostrando avere conservato buona memoria di tutto, e di tutti.
Ridottisi quindi nelle secrete stanze, il duca, la duchessa e Troilo, Paolo Giordano favellò:
-- "Parmi bene, Isabella, che noi mandiamo subito ad avvisare il Serenissimo vostro fratello, affinchè ci sia cortese di farci accompagnare a casa Virginio nostro: -- troppo mi tarda vederlo. Io so bene ch'ei ci cresce rigoglioso, e si mostra dispostissimo ad ogni maniera di esercizi che si addicono ad un principe grande; e lasciando del mio sangue, nascendo dal vostro, che ha onorato il mondo con tanti uomini virtuosi in armi e in sapere, non poteva essere a meno.... Ma qual gioia provata per messaggio o per lettera può uguagliare quella che deriva nel cuore paterno dal vedere la cara immagine, e dallo udire la soave voce del figlio....!"
-- "Giordano, ho già provveduto. La madre conosce i desiderii del padre prima assai che dal suo cuore s'incamminino verso le labbra."
-- "Dilettissima mia.... che cosa vi dirò io? Abbiatene mercè. O come consola questa aria di casa, che posso chiamare veramente mia! Come questi affetti scendono soavi sopra l'anima, e paiono un fiato di primavera, che sgombri ogni nuvola di tristezza, di cure moleste, e di rancore. Sì... sì, l'aria dei campi aperti, e della vetta dei monti, quella marina che mi pungeva la faccia il giorno della battaglia di Lepanto, non dirò che non mi tornassero faustissime, e gradito anche mi fu il fremito della battaglia, e il lampo del sole su per le armi cristiane gloriosamente diffuso, e sopra ogni cosa accetto il grido superbo della vittoria;.... ma tu, aria di casa mia, -- aria di casa mia -- io non ti ho trovato altrove....!"
-- "Però non si ottiene fama seggendo in piuma, come dice il Poeta; e voi avete aggiunto un monumento nobilissimo di laude alla onoranza inclita di casa vostra. Certo è impresa ardua assai fare crescere quello ch'è tanto in alto; solo concedesi alle aquile cominciare il volo dalla cima delle Alpi..."
"Novelle! Il Poeta vostro a senno mio avrebbe potuto rassomigliare molto meglio la gloria al fumo in aere od alla spuma nell'acqua.[91] Pace, riposo, è il sospiro incessante dell'uomo. Quanto più gagliarde noi formiamo le cose nostre, o le imprese; quanto più acri ci mordono le passioni, il tempo vi esercita sopra il peso dell'ale, e con maggior prestezza uomini, cose, e rinomanze, e cuori distrugge. Questa potenza fa come il vento, che le più alte cime più percuote; e la bufera, che schianta la rovere sopra il dorso della montagna, usa mercede alla viola nella vallata... Io sono vecchio....!"
-- "Ahimè! Credete voi forse che le passioni più capaci a scompigliare il cuore umano sieno quelle che occorrono nei campi, o nei parlamenti? Spesso nelle stanze dorate, e sotto le cortine di damasco si accendono tali fiamme, da disgradarne, non che altre, quelle dello inferno...."
-- "Checchè sia degli altri, ecco qua, io ho il volto pieno di rughe, e a voi il tempo con la calugine delle estreme sue penne ardì appena lambirvi l'angolo degli occhi."
-- "Egli è forse il volto solo, che invecchia? Non sapete voi, che l'uomo sopravvive talvolta a sè medesimo? Ignorate voi, che sovente il cuore ci sta dentro il seno come un morto nella bara? Ahi! Giordano, per la morte di Dio io vi giuro che i dolori da voi patiti nello starvi lontano dalle pareti domestiche non furono punto più gravi di quelli che soffersi io rimanendomi qui in casa derelitta, e sola. -- Io ravviso nel mio pallido volto i segni della rovina dell'anima. -- Non impugnate; cessate di negare facendo cenno col capo: io possiedo un amico rigido, che nè per minaccia, nè per supplicazione, nè per mercede vuol cessare dal dire la verità; che infranto in mille pezzi assume mille lingue per ripetermela più importuna che mai; che dovrebbe bandirsi di corte, poichè non si vuole piegare a lusinghe, e non pertanto è arnese del quale noi non possiamo fare a meno.... E si chiama -- come ormai avete indovinato -- Specchio...."
-- "No in verità, io non mi era apposto; e giusto andavo mulinando col cervello chi mai si fosse questo Anassarco di corte...."[92]
-- "Il magnifico messer Virginio!" annunziò un paggio alzando la cortina della porta; e subito dopo fu visto entrare un giovanetto sul finire della adolescenza, di mirabile sembiante, grave nei modi, e vestito di colori oscuri.
Avete voi veduto quel feroce animale chiamato giaguaro come si lanci orribilmente dal suo nascondiglio sopra la preda aspettata? Nemmeno io l'ho visto, ma fate conto che con isbalzi punto minori Paolo Giordano si precipitasse sul figlio Virginio; conciossiachè in quei tempi le passioni certo non sempre piacevoli si dimostrassero troppo più spesso che non faceva mestieri, o gioconde, o feroci, ma veementissime sempre, e in quella guisa che il vento Simoun manda sossopra le sabbie del deserto, sovvertivano i sentimenti dell'anima. Lo strinse convulso, lo baciò pei capelli, pel volto, e pel seno, lo tenne lungamente nelle braccia, quasi con gli amplessi lo soffocava, come il boa nelle sue spire il nemico: -- geloso, aborriva che altri della sua gioia partecipasse: lo tirò in disparte, lo guardò fisso fisso negli occhi, e poi rompendo in dirottissimo pianto, tra i singhiozzi esclamò:
-- "Oh figliuolo mio! mio sangue vero! Speranza e orgoglio della nobile casa Orsina!"