Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 21
-- "Figliuolo mio, ella è morta: no, non è morta... è apparenza di morte il sonno che l'opprime... ma così è grave questo sonno, che oggimai parmi che senza un miracolo di Dio ella non possa risvegliarsi mai più. Sappi, sappi, figliuolo mio, che non possono tormentare oppressori, se non consentono a lasciarsi tormentare gli oppressi; nè la difficoltà consiste a tôrre di mezzo il tiranno, sibbene a procurare le virtù costituenti l'onesto vivere civile. Questa città nel tempo della morte del duca Alessandro palesava come possa, spento il tiranno, rimanere la servitù; e ciò avverti per le sorti interne: in quanto alle esterne poi, Dio è forte, e sta coi forti. Questi stolti immaginano vincere Spagna col Cristianissimo, il Cristianissimo con la Spagna, e stendono ora all'uno, ora all'altro, supplichevoli quelle mani che dovevano chiudere per minacciare e percuotere ambedue. -- Fuori i barbari! -- gridava il glorioso pontefice Giulio II; e barbari erano tutti quelli che non ebbero nascimento quaggiù. O stolti! che credete la baronia di Spagna e di Francia avere a lasciare i dolci castelli, e le consorti, e i figli, perigliarsi su i mari, arrampicarsi per le cime ardue dei monti, e convenire nelle vostre contrade per combattere un torneo a tutta oltranza, e darne il premio a voi neghittosi, che lo state a vedere. O stolti! quel popolo che non sa difendere la terra nella quale lo pose la natura, non merita possederla; il mondo è di cui se lo piglia; così provvide la legge del fato. Luigi XI fece la Francia unito e forte reame. Carlo V ebbe lo intendimento medesimo per Germania e Spagna. Quel sì vantato Lorenzo de' Medici, che cosa fece egli? Con artificj da giocoliere mantenne in equilibrio discorde i frammenti dei frammenti di un popolo. Non fu monumento quello, ma un mosaico di pietruzze, o piuttosto una statua di carta pesta, e il primo vento che si messe dalle Alpi la rovesciò: Carlo VIII corse la Italia con gli speroni di legno. Ora siamo rotti sopra la vita, i popoli italiani stettero a vedere morire la repubblica di Firenze come un gladiatore combattente: alla morte onorata applausero tutti, non la soccorse nessuno; e la repubblica cadendo scrisse col proprio sangue sopra l'arena una sentenza fiera, e che deve compirsi: -- E voi pure cadrete, ma infami. -- Venezia si finge seduta sopra un trono, e siede sopra il sepolcro che la deve raccogliere. Genova fa come la rondine, che composto il nido in luogo eccelso si tiene sicura, e non pensa alla freccia del cacciatore, che arriva alle nuvole.... Io respiro un'aria di avelli; io calpesto una terra di camposanto...."
-- "E allora, Padre, non vi sia grave ascoltare queste parole, che cento e più anni fa compose un canonico, che la sapeva lunga, ma lunga davvero:
O ciechi, il tanto affaticar che giova? Tutti tornate alla gran madre antica, E il nome vostro appena si ritrova."[89]
-- "Poni mente: primo perchè il cielo non mi largiva il dono della profezia, e siccome potrei per avventura andare errato, così bisogna fare quello che dobbiamo, senza darci pensiero di quanto sia per avvenire; secondo, perchè da un maestro mio intesi dire, che un Dio e un popolo, comecchè morti, non possono stare lungamente dentro il sepolcro: e di vero, Gesù Cristo vi dimorò tre giorni. Le giornate dei popoli veramente sono secoli; ma gli uomini fuggono come ombre; la umanità rimane. Ogni buon germe fruttifica al cospetto di Dio, e a tempo debito uscirà a giocondare la terra; se non ne mangeremo noi, seminiamolo, ne mangeranno i nostri figliuoli. Terzo, perchè io vi ho detto, che non la reputo morta, ma sì appresa da mortale letargo. Ormai non mi giova, anzi aborro spendere la vita che Dio mi compartiva, a scolpire una cassa di marmo egregio con sottile lavoro, e riporvi dentro la patria, e poi ammantarmi di paramenti maestosi, accendere lumi sopra candelabri di oro, empire d'incenso i turiboli, e cantarle intorno con note divine la preghiera dei defunti. Questo io aborro, comecchè con infinita amarezza dell'anima lo vegga praticare da uomini di nobile ingegno, ma di cuore pusillo... Hai tu sentito narrare della regina Giovanna, la madre di Carlo V? Quando le morì il consorte Filippo, ch'ella amò tanto, non lo volle sepolto, ma imbalsamato lo pose sopra un letto ricchissimo di velluto nero, e finchè visse gli sedeva accanto, ad ora ad ora spiando se mai si risvegliasse: questa era carità, e follia. Io poi imito lo esempio caritatevole con sapienza, imperciocchè non reputi morta la patria, ma addormentata come per forza d'incantagione; e giorno e notte la veglio, profferendo sopra di lei parole di amore, più spesso di dolore, e d'ira: talvolta con sali spiritosi, e con altri cosiffatti argomenti m'ingegno richiamarla alla vita; tale altra le mani le caccio dentro alle chiome, o le appresso alle labbra un carbone ardente, come Dio fece ad Isaia, o le incido la carne presso il cuore per vedere se ne spicci vivido sangue. -- Certo.... certo, fin qui indarno tornarono le parole, e dei capelli mi rimasero in mano intere le ciocche strappate.... Ma se presso allo svegliarsi, queste parole d'ira, di dolore, e di amore, questi fatti di carità e di sdegno valessero a romperle il letargo dalla testa un minuto, un secondo, prima del tempo stabilito dal fato, non ti parrebbe la mia vita, cento vite di cittadini santamente spese...."
-- Questo cervello di frate, pensava Titta fra sè, mi pare un molino a vento; ma anche simili molini, quando la stagione corre propizia, macinano grano, e bene. Per uscire da questo vespaio, non ci è altro rimedio che farlo incappucciare; -- e non ostante mi sembra una grande e nobile creatura. L'Aretino non era degno di legargli il calzare; -- però di mutamento non è più tempo, e mi bisogna lasciare il trave tarlato per paura che non rovini la casa.... -- Eccoci al punto!.... Davver davvero, io commetto un solenne tradimento: ma gettato sul mucchio delle mie cattive opere, non ne crescerà il volume.... E poi, guai a cui gli torcesse pure un capello.... Alfine non si tratta di cosa grave; poche ore di chiusa, co' migliori comodi che sapesse mai desiderare.... E gli chiederò perdono..., ed egli come umanissimo me lo concederà.... --
Così tra sè mulinando, vide esser giunto alla posta; ch'era lo sbocco della via del Mandorlo: allora accostatesi le dita della mano destra alle labbra, ne trasse un fischio acutissimo, e allo improvviso, senza sapere donde fossero piovuti, staccandosi quasi dalle pareti delle case, ecco apparire quattro uomini, che circondarono il frate. Padre Marcello sentendosi infiammato di subita ira, stese la mano, e forte stringendo il braccio a Titta, con voce commossa gli disse:
-- "Tu mi tradisci!" -- Ma indi a poco ridivenuto mite, in suono mansueto gli aggiunse: "Dio ti perdoni. -- _Domine, in manus tuas commendo spiritum meum._"
-- "No, Padre mio, non dubitate; noi non vogliamo farvi un male al mondo. Io ve lo giuro per la Santissima Nunziata, che sendo qui presso, come vedete, può dirsi in certo modo che mi ascolti. Noi non abbiamo bisogno della vostra vita, ma sì della vostra cappa. Noi vogliamo per qualche ora diventare voi, senza però che voi cessiate essere voi. Voi a tempo debito sarete ricondotto al convento come una sposa. Intanto, voi non potreste venire innanzi se prima non consentiste a farvi bendare gli occhi..."
-- "Fate... Assai più gravi oltraggi ebbe a soffrire il mio divino Maestro. Non mi dolgo per me, ma io mi addoloro per quelle povere anime allo esizio delle quali io troppo bene mi avveggo che voi tramate qualche opera di tenebre...."
E porse il capo alla benda, studioso di evitare più che per lui si potesse i contatti della gente tristissima. Bendato il frate che fu, e assicuratisi bene che non potesse vedere, lo condussero nella piazza della Santissima Nunziata, dove aggiratolo per tutti i lati, affinchè non si addasse del cammino per lo quale intendevano avviarlo, percorsa la via dello Studio, e la piazza di San Marco, lo messero dentro al casino.
Condottolo in una stanza apparecchiata all'uopo, che corrispondeva al giardino di cui le finestre però erano state chiuse con saldissime imposte inchiodate esternamente, Titta esitando, che quasi sentiva venirsi meno il cuore all'atto inverecondo, con una voce dimessa così favellò:
-- "Padre, non vi sia grave se vi tolgo la cappa di dosso...."
-- "Guarda, che tu commetti sacrilegio, e se Dio ti cogliesse in questo punto di mala morte, tu ruineresti irreparabilmente nello inferno...."
-- "Padre, _in primis_, protesto ch'io già nol faccio per recarvi oltraggio; poi mi obbligo solennemente a riportarvela fra non molte ore; ed infine, essendo il caldo grandissimo, io non mi persuado come possa commettere tanto brutto peccato liberandovi per alcun poco di tempo da così grave cilizio...."
-- "Quando io vestiva questo abito, giurai che non lo avrei deposto finchè mi durava la vita...."
-- "E voi non rompete il giuramento, imperciocchè patite violenza, e non vi concorre per nulla la volontà vostra...."
-- "Ma perchè mi usi violenza? In che cosa ti nocqui? Dove mai ti conobbi?"
-- "O Padre, avreste dovuto accorgervi ch'io violentato adopro violenza..."
-- "Se conosci il male, perchè non te ne astieni?"
-- "Arduo sarebbe stato prima di ora: adesso poi, impossibile."
-- "Sciagurato! Io ti compiango. Quando mi riporterai questa veste, sarà macchiata di sangue: forse ad occhio mortale non comparirà quel sangue, ma Dio lo vedrà: un'anima cristiana starà allora davanti al suo trono, e chiederà vendetta.... e l'avrà...."
-- "E fosse la sola!" mormorò Titta. -- "Padre, l'ora si fa tarda, datemi la vostra cappa...."
-- "Oh! prendimi, prendimi piuttosto la vita...."
-- "Io vi ho detto abbisognare noi della vostra cappa, e non della vostra vita: io, quanto più so e posso, mi raccomando umilmente, affinchè non consentiate che noi vi mettiamo le mani addosso. -- Toglieteci la necessità di questo estremo; anche noi obbediamo a cui può molto più di noi. E non obbedendo, saremmo tutti morti...."
-- "Ebbene, strappatemela di dosso; -- e Dio rimeriti colui che n'è cagione a misura delle opere."
Titta e gli altri si strinsero attorno al frate, il quale per quanto gli bastarono le forze fece prova resistere: ma in breve rimase superato, come colui che di piccola lena era: e troppo lo vincevano i suoi avversarii. Avuta la cappa, si allontanarono frettolosi, come lupi che ghermita la preda s'intanino; e Padre Marcello, accortosi dal silenzio essere rimasto solo, si tolse la benda.
Vôlti attorno gli sguardi, vide una stanza ornata di pitture egregie, ed insigne di opere di scoltura condotte in marmo e in bronzo; vide apprestato un letto magnifico, una tavola coperta di varie ragioni cibi e bevande, ed i doppieri che tramandavano vivissima luce: ma da tutte queste cose torse gli occhi contristati, e li posò sopra uno inginocchiatoio dove gli occorse un crocifisso e un libro, che dalla mole gli parve, ed era, un messale. Col cuore pieno si gettò davanti al crocifisso, e si sciolse in lacrime amare.
Egli pianse, conciossiachè comunque piissimo uomo ei si fosse, nonostante anche in lui quel di Adamo vivesse; pianse la ingiuria atroce sofferta e il sacrilego strazio; pianse l'offesa fatta a Dio; pianse per l'anima o anime a cui aveva compreso ordirsi tradimento; e fervorose inalzava le preghiere perchè il Signore sorgesse, e agli empii la sua virtù dimostrasse. Certo non fu mai con voti più ardenti supplicato un miracolo, nè con maggiore fede atteso, nè da casi più urgenti voluto: ma a cui poteva operarlo piacque diversamente.
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Le stelle incominciavano a farsi meno spesse nel cielo, quando dallo interno della chiesa di Santa Croce, vicino alla porta maggiore della facciata, fu udito un fragore di chiavi, e un muovere di passi pesanti. Subito dopo, tutto di un tratto tirarono il catorcio. Un frate converso sporse il capo guardando a destra e a sinistra, lo sollevò fiutando quasi la vivida aura matutina, e stropicciandosi presto e forte le mani esclamò: -- bella giornata! -- Poi salutato di nuovo con uno sguardo il firmamento, rientrò in chiesa investigando se le lampade fossero rimaste accese; e poichè, sebbene accese, un lume così fioco tramandassero, che parevano presso a morire, si affrettò verso la sagrestia per infondervi nuovo olio.
In questo mezzo, un altro frate, strisciando lungo le mura, s'introdusse sospettoso e furtivo in chiesa per la porta maggiore, e con presti passi si accostò ad un confessionale sotto l'organo, lo aperse, e vi si chiuse dentro.
In fede di Dio, cotesta apparizione avrebbe cacciato addosso lo spavento ai meglio animosi, imperciocchè al passare di dietro le colonne della navata del tutto scomparisse, e allo improvviso attraversando il raggio delle lampade appese agli archi, una figura nera e lunga pel pavimento, sopra la parete si vedesse trascorrere veloce come una fantasima.
Non andò guari, che da più parti convennero alcuni devoti ed alcune devote, recando in mano quale la lanterna, e chi il torchietto, che l'aria quieta non valeva ad agitarne neppure la fiammella, e tutti si accolsero, a modo che i colombi fanno alla pastura, intorno al confessionale di sotto l'organo. -- Cominciano le confessioni: ma in quel giorno, con maraviglia non piccola dei devoti, Padre Marcello pareva avere messo da parte la consueta mansuetudine. Poco udiva, meno favellava, e negli atti e nelle parole troppo appariva diverso da quello che era.
A certa madre, che si accusava avere maledetto il figliuolo perchè si fosse ardito di batterla, disse: -- "Ha fatto bene, conciossiachè ora vi castighi per non averlo voi o voluto o saputo castigare quando era tempo."
A tale, che ricevuto in deposito del danaro da uno amico, aveva nei proprii bisogni convertito la pecunia depositata, e domandava adesso perdono e consiglio, rispose brevemente acerbo: -- "Gettatevi in Arno."
Vi fu una femmina, che confessava essere troppo inchinevole alle ire, e intemperante di lingua, per cui spesso tra lei e il marito correvano di brutte parole, e si empiva di subuglio la casa; ond'ella dalla carità del frate supplicava sapesse indicarle rimedio efficace: e il frate senza più: -- "Chiedetene alle cesoie."
Ad altra donna, che esposta una serie di peccati non piccola, minacciava andarsene per le lunghe, ruppe la parola di bocca interrogando: -- "Quanti anni contate voi? -- Sessantacinque, Padre, come viene ferragosto. -- Meglio per voi; così, dacchè voi non sapete lasciare il peccato, presto il peccato lascerà voi."
A tale, che con lacrime molte si accusava avere tradito un suo parente facendogli la spia agli Otto, chiuse dispettoso lo sportello in faccia, esclamando: -- "Largo è lo inferno!"
E prima che io termini, piacemi riportare quanto egli disse a un curiale. -- "Padre, favellava il curiale, in certa lite nella quale sentiva avere il torto, ingannai l'avversario, e mi riuscì ottenere una sentenza favorevole." -- "Figliuolo mio, le difese forensi mi paiono talvolta partite a primiera giuocate fra due professori di carte. Poco male! Peccato più, peccato meno, ci vorrebbero più argani a tirare su un'anima come la vostra in paradiso, che non ne abbisognarono per portare le campane in cima al campanile: è tempo perso; potete andare...."
Se via se ne andassero i penitenti sbigottiti non è da domandare. -- Cotesto, pensavano essi, vorranno dire santo uomo? Lui teologo sommo, e in divinità dottissimo? Lui a conoscere le infermità capace, a trattarle pietoso, a guarirle unico? Più che di altro costui ha sembianza di uomo di arme; e meglio del cappuccio sopra la testa, o del breviario nelle mani, gli starebbe una barbuta e una spada.
Allo improvviso, due donne avvolte dentro ampissima mantiglia di seta nera, curando poco la turba, che genuflessa e stipata stava intorno al confessionale, trapassano; e mentre una occupa la nicchia del penitente, l'altra in atto di preghiera le si pone ai piedi. La turba sentendosi così urtare senza compassione, non che osasse lamentarsi, si scansa rispettosa, dicendo: -- "Coteste hanno ad essere due grandi signore; -- passano, e pestano!..."
-- "Padre!" comincia colei che tiene il confessionale.
Il confessore si agitava commosso visibilmente, e si recando alla bocca un lembo della cappa, e quello stretto tra i denti rispondeva:
-- "Dite su!..."
-- "Padre!...." -- E la parola per continuare mancava. Il confessore, non più impaziente, ma aspettato spazio convenevole di tempo, riprende sommesso...
-- "Dite su!"
-- "Padre mio, è egli ben vero che Dio a qualunque grande peccato perdoni?...."
-- "Questa è la colpa più grave della quale avreste potuto per avventura accusarvi. Avete voi bene esaminata la vostra coscienza? Siete voi disposta a non celare nulla dei vostri atti e detti, opere, omissioni, pensieri, insomma senza restrizione nulla? Ricordatevi che Santo Agostino insegna, la confessione essere plenaria dimostrazione della infermità interna per isperanza di ottenerne guarigione; e comecchè questo sia moltissimo, tuttavolta non basta, e si richiede un cuore contrito ed umiliato: -- questo cuore contrito portate voi? Se così è, come vi auguro, parlate; l'uomo si stancherà prima di peccare, che la misericordia di perdonare..."
-- "_Amen_, Padre mio, _amen!_ Io parlerò confidando nel perdono, non già perchè io possa meritarlo, ma perchè, come mi dite, è grandissima la divina bontà. Io sono figlia, madre, sposa, e cittadina del pari colpevole..."
-- "Bene!"
-- "Cittadina, poco giovai: a molti nocqui, e se pure ad alcuno feci del bene, io sento come mi movesse meno la perfetta carità, quanto una pompa vana di comparire soccorrevole. Io non celai alla mia sinistra la elemosina data dalla destra; anzi mi piacque che lo sapesse il mondo, e che per la gente se ne favellasse..."
-- "Questo non è merito, ma non peccato. Voi avete comprato fama terrena: coteste elemosine voi non troverete registrate nei libri del paradiso. _Recepisti mercedem tuam_, avete ricevuto la vostra mercede. È la carità del Fariseo; quella che ai giorni nostri maggiormente costuma. Gli uomini adesso danno un soldo a suono di tromba, lo avvisano con le campane, ne fanno appiccare i cedoloni sopra tutti i canti... Vanità di vanità! dice il predicatore. Fate conto dunque che le vostre sieno partite saldate..."
-- "Nè figlia porsi ascolto ai consigli del padre, nè ai suoi ammonimenti obbediva. -- Io non ho da vivere sempre -- egli diceva: -- ma lui e me avventurosi, se mi avesse dato meno consigli, e, Dio faccia misericordia all'anima sua, esempi migliori!"
-- "E sposa?..."
-- "Sposa! -- La natura mi largiva un dono funesto: fantasia ardentissima, voglie irrequiete, disposizione maravigliosa a imparare e a ritenere. Tutto quanto è capace ad esaltare la mente e ad infiammare il cuore io appresi, e con passione esercitai. Nudrita di delizie, festeggiata, e lusingata sempre con parole soavi; circondata da lascivie e da costumi rotti ad ogni maniera d'intemperanza; data in moglie ad un uomo che io non conosceva, nè egli mi conosceva, poco ci andammo a genio, meno ci amammo: egli soldato, io cultrice delle Muse. Un giorno, oppresso da insopportabile fastidio il mio marito partiva: doveva rimanere lontano tre mesi, e vi stette tre anni. Io volli presumere troppo di me, e la superbia mi prese. Poi mi piacque immaginare un fato, che sola la mia mente concepiva, una passione invincibile nudrita unicamente dalla mia fantasia, e creando, e dirò quasi imprestando ad un uomo di per sè nullo le qualità di perfezione che io sognai per gli estri della poesia... fabbricai con le mie mani lo abisso ove caddi... e mi perdei. Quando io mi svegliai, vidi la mia casa piena di obbrobrio, e davanti a me uno abiettissimo uomo, e me più abietta di lui, però che a lui mi fossi sottoposta. -- La mèsse della colpa fu da me largamente raccolta, lacrime senza fine amare, e dolori ineffabili, e disprezzo di me, e pentimento tardo pur troppo, ma immenso, profondo, e tale insomma, che io credo che il Signore possa avere veduto lo uguale, superiore non mai..."
-- "E molte furono le volte che commetteste adulterio?" insisteva con voce roca e lenta il confessore.
-- "O Padre, basta... non ricercate più oltre, se non volete vedermi morire di vergogna ai vostri piedi."
-- "Bene! -- Ma lo adultero eravi forse congiunto per sangue? Come si chiama egli?..."
Dove meno fosse stata in quel punto commossa Isabella, le volava di bocca il nome di Troilo: ma incapace a formare parola, avendo dovuto riprendere lena, pensò non solo non correrle obbligo di rivelare il nome del complice, anzi all'opposto la carità imporle di tacerlo religiosamente; per la qual cosa, allorchè il confessore tornava a insistere:
-- "L'adultero è per avventura vostro congiunto? Come si chiama egli?"
Ella risoluta rispose: -- "Io accuso me, non gli altri. Questo non posso dirvi, nè voi potete domandare, nè io vi dirò...."
-- "Come! questo è di sostanza! Secondo i gradi della parentela il peccato muta specie, ed aggrava notabilmente. Ed io vo' che avvertiate, due essere le parentele; naturale la prima, spirituale la seconda, che nasce dal tenere al sacro fonte una creatura..... Onde per gius canonico, vedete, il cugino -- a modo di esempio -- del vostro marito vi sarebbe congiunto in secondo grado, e lo adulterio diventerebbe incesto, peccato che offende più Iddio, e molto maggiormente disturba gli ordini del vivere civile..."
-- "Ahimè! Di quanto orrore mi penetrate voi le ossa...."
-- "Ora dunque parlate: vi è parente costui?"
-- "Voi vi siete apposto... Cugino..."
-- "Cugino!"
-- "Nè qui finisce..."
-- "No?"
-- "Madre infelice... un figlio."
-- "Un figlio? E come si chiama? E quanti anni ha?"
-- "Pochi mesi...."
-- "Non anni, è vero... non anni?"
-- "No, mesi; ma ciò che importa?"
-- "Assai..."
-- "E siccome egli non è per lato di tutti i genitori ai suoi fratelli fratello, così io lo bandiva dalla mia casa, non già dal mio cuore."
-- "E dove lo mandaste? Dove si trova egli?"
-- "Questo non importa che io vi dica, o Padre. Ho fatto come l'aquila; gli ho apprestato il nido in parte ove non può arrivarlo maltalento umano. In quanto alle sostanze, il mio figliuolo legittimo non ne patirà jattura, avendolo provveduto co' danari donatimi dal mio defunto padre, che morendo mi lasciò casamenti, e poderi, e gioie di molto valore..."
Qui si rimase alcun poco in silenzio: considerando poi come il tempo incalzasse soggiunse:
-- "Adesso, Padre mio, mantenetemi la promessa. Io non vi ho taciuto nulla, vi ho aperto la mia infermità: sanatela voi; profferite la parola prodigiosa che mi ritornerà la innocenza perduta, e mi farà degna di confidare nel perdono; apritemi le porte del paradiso; datemi, voi che lo potete, l'oblio.."
E poichè il Frate non rispondeva, la donna continuava smaniosa:
-- "Perchè tacete, o Padre? È così grande peccato il mio, che il Signore nei tesori della sua misericordia non sappia ritrovare perdono? Non lo negava Pietro? Non lo perseguiva Paolo? E non pertanto furono vasi di elezione, ed apostoli delle genti! Io per me non chiedo tanta grazia; mi basta un frusto di pietà, una stilla di refrigerio e di oblio. Scioglietemi dal peccato, salvatemi dalla mia disperazione. Io so che _in articulo mortis_ voi potete assolvere anche dai casi riservati. -- Sentite, fate conto ch'io sia in transito; credetelo, io mi trovo in agonia; poche più ore mi avanzano per vivere: presso alla tremenda partita, voi non mi potete negare il viatico di speranza e di perdono, per cui l'anima s'incammina al tribunale di Dio, dove tremando e confidando aspetta che venga confermata la sentenza del sacerdote che lo rappresenta sopra la terra..."
E il Frate non rispondeva.