Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 19

Chapter 193,830 wordsPublic domain

A vero dire, il discorso loro suonava piuttosto superbo che giusto, conciossiachè l'uomo, fragilissimo tessuto di vene e di nervi, io non so come possa paragonarsi agli obelischi di granito: e che non fossero obelischi lo dimostrava chiaro lo sparire improvviso ora di questo ora di quello, e lo acciaccarsi per la misteriosa, tenebrosa e tenace persecuzione che veniva loro mossa: da per tutto contrarietà; discordia in casa, ingiustizia nei tribunali, orrore in chiesa; accolti con disprezzo; rigettati con acerbità; nelle più care affezioni insidiati; nelle sostanze disfatti. Non basta ancora: -- il senno vilipeso come follía, la costanza riputata insania, le intenzioni calunniate, e diseredati perfino dello scopo unico a cui tende la virtù infelice, -- il premio della lode.

Però pochi annoverano le storie, che con animo invitto abbiano resistito a così infame guerra: alcuni rarissimi, non potendo più oltre sopportare, e mutare non volendo, tolsero a lasciarsi morire di fame, o a volgere contro sè stessi le mani omicide, e i nomi di cotesti grandi infelici, più che altrove occorrono registrati nelle storie di Tacito, di Dione e di Svetonio; altri, più presto singolari che rari, deliberarono bevere intero il calice di fiele che la tirannide appressava alle loro labbra: anzi, pensandovi sopra, due soli io vedo in questa terra essere quelli che ardirono subire interi i novissimi fati; ma uno fu Cristo, ed era Dio; l'altro, uomo invero, ma di natura quasi divina, e si chiamò Socrate.

Ora lasciamo di Dio: ma quale fama al mondo può uguagliare la fama di Socrate?

-- Oh! questa ella è pure la insopportabile lettura, parmi sentire che dica qualche mio leggitore: ora vedete, quando la narrazione precipita, e la catastrofe dovrebbe correre diritta al suo fine, questo singolare cervello, senza darsi un pensiero al mondo dell'ansietà nostra, si pone a inabissarsi in novelle che nulla fanno al caso, menando il cane per l'aia e andandosene a Roma per Ravenna. Questo è uno intendere l'arte niente; conciossiachè gli animi si raffreddino, l'azione proceda così a balzelloni come persona ebbra, e tutto lo effetto rimanga guasto da cima a fondo, senza rimedio. -- O lettore mio benevolo, ed anche, se ti piace, malevolo; considera di grazia, che se tu premi moltissimo a te stesso, anche io qualche cosa importo a me; e se scrivo compiacendo al tuo ingegno, deh! non mostrarmiti acerbo, nè farmi il viso dell'uomo di arme, se talora mi prende vaghezza di compiacere al mio. A me torna grato gittarmi come una tavola sopra il mare dei pensamenti, e lasciarmi in balía dei flutti, che mi sbattono in quella parte e in quell'altra. Io ho bisogno d'inebriarmi di fede e di speranze, come di muschio. Quando io immagino che dai miei concetti, dalla ironia, e dalle rampogne, possa uscirne un qualche frutto, io bacio la penna, e penso che la felicità, volando via dal mondo, nel battere le ale lasciasse cadere la penna come una rimembranza di sè, e come pegno che forse un giorno potrebbe tornare a visitare queste sedi terrestri. Vorrai tu, o lettore, arguirmi di follia, o tentare di curarmi? La tua compassione mi riuscirebbe più importuna della tua crudeltà. Trasillo, alienato di mente, stava nel Pireo contando le navi ch'entravano in porto, di nuovo le spediva, e fuori di modo rallegravasi quando tornavano a salvamento, come colui che immaginava appartenerglisi tutte. Eliano racconta come suo fratello, tornato di Sicilia, desse opera a guarirlo di cotesta infermità, e riuscisse a sanarlo. Trasillo riacquistato con la ragione il sentimento della sua povertà, imprecò sul capo del fratello l'Eumenidi, e maledisse alla pietà capace di rapire un bene, incapace a preservare da un male.[88] --

Titta giunse (dacchè tutti, vivi o morti, arriviamo al nostro fine) al palazzo del duca: tirò la corda quattro volte e sei, e nessuno rispose. -- Si vede bene, egli seco stesso pensava, che il marito è fuori, e non si aspetta in casa; e se i mariti si avvisano arrivare improvvisi, devono scontare la mala creanza: ma io, che non sono marito, non voglio aspettare, e ci pongo subito rimedio. --

E quanto meglio seppe introdusse tra i ferri del cancello il braccio destro e parte dell'omero, e con la punta delle dita prese il saliscendi, e lo aperse. Ciò fatto, si avviò pianamente alla stanza del portiere, che stesi i gomiti sopra una tavola, con la guancia riposata sul dorso delle mani, dormiva un sonno da disgradarne i ghiri. Il sollazzevole uomo, recatosi in mano il corno, da un lato se lo appressò alla bocca, con l'altro ricoperse quasi l'orecchio manco del portiere, e quindi raccolto quanto più fiato poteva dentro il capace polmone, ne trasse un suono che fece tremare da cima a fondo il palazzo. Io non dirò quale urlo sgangherato mettesse fuori il portiere, nè quale enorme salto spiccasse: cose sono queste che molto meglio le si possono immaginare che descrivere: non era morto, nè vivo; tremava tutto; in qual mondo si trovasse non sapeva. Non creatura umana, non bestia dentro il palazzo e fuori per la contrada, poterono tenersi salde nel letto nel giaciglio, chè balzarono spaventate per vedere che cosa fosse.

Quando Titta ebbe intorno pressochè tutta la famiglia del duca, si volse al maggiordomo don Inigo, e gli disse:

-- "Vengo pei servigi dello eccellentissimo signor duca: arrivo pure ora, e preme che io consegni a Madama la duchessa una lettera."

-- "In cotesto arnese Vostra Signoria non può presentarsi alla nostra padrona; fatevi in prima orrevole come conviene, e poi mi proverò di annunziarvi."

Condottolo in guardaroba, gli fe trarre gli usatti polverosi e ogni altra veste, e ricopertolo dell'assisa orsina, lo confortò ad aspettare tanto che avvisasse la signora duchessa.

Isabella non dormiva: il sonno da gran tempo non iscuoteva più la quiete dalle sue ale sopra cotesti occhi infelici; ed anche senza invocarlo ella lo lasciava passare, imperocchè, se acerba la travagliava la veglia con gli argomenti del pensiero, assai più doloroso la stringeva il sonno con i suoi torbidi fantasmi. Ormai rassegnata al destino imminente, per cosa che avvenisse non si turbava; chiudeva le pupille, e mormorava sommessa: -- _In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum._ -- Sentì schiudere l'uscio della stanza, le parve che alcuno le domandasse se potesse entrare, e rispose con un moto, ch'ella non sapeva se consentisse o negasse, sicchè rimase maravigliata altamente quando riaprendo gli occhi si vide un uomo davanti col ginocchio piegato presentarle sopra un cuscino di velluto cremisi una lettera. Nudrita nelle maniere contegnose di corte, tolse la lettera con un tal quale piglio affatto principesco, e lesse la carta, poi la commise nelle mani del maggiordomo, ordinando:

-- "La riporrete, don Inigo, nello archivio. -- Alzatevi. -- Don Inigo, date a questo soldato la solita mancia dei corrieri; anzi doppia, perchè la nuova che porta mi giunge oltremodo gradita. Inigo, tra pochi giorni dopo tanto lunga assenza noi rivedremo il serenissimo signor duca. -- Dio vi abbia in guardia. Buona notte: andate."

E quando ebbero preso commiato, Isabella, senza avvertire se qualcheduno ascoltasse le sue parole, dal lettuccio ove si era posta a giacere, di nuovo così favellò a madonna Lucrezia Frescobaldi, sua dama di compagnia:

-- "Madonna Lucrezia, noi siamo pronti a fare la nostra dipartita, sicchè parmi bene che ci abbiamo a provvedere di viatico."

Madonna Lucrezia apparteneva alla generazione di quelle pallide e sfumate creature, le quali sogliono accompagnare i potenti: vengono con la fortuna, e vanno con essa; non già perchè triste o maligne, ma perchè sta nella loro natura a guisa dello elitropio di volgersi a seconda della curva del sole; partecipano della famiglia delle foglie, che come nascono con la primavera, così vengono meno nello autunno. Volontà propria non possiedono, a negare o ad affermare incapaci; nel modo che i barometri si modificano alle impressioni dell'aria, le menti loro si piegano giusta la volontà dei loro signori. Pericolosissima gente questa fu sempre considerata e si considera anche adesso, imperciocchè dove i signori non incontrassero voglie tanto disposte a servirli, forse assai meno cose oserebbero di quelle che noi li vediamo avventurare ogni dì; molto meno poi se trovassero anime come quelle della popolana Maria, che promettono obbedienza e la prestano, ma non vendono la coscienza, e quando arrivano in parte ove è mestieri dispiacere al padrone della terra o al Signore del Cielo, confidando in colui che veste il giglio della valle, alimenta anche il tardigrado, poveri e soli si mettono a perigliare pel deserto della vita esclamando come il patriarca Abramo: -- Dio provvederà!

Ma i potenti di rado possiedono amici; troppo gran copia di beni avrebbe loro compartita la fortuna. Tolgano esempio da quel re di Spagna, se desiderano stare in compagnia di un amico; -- si facciano dipingere insieme con un cane.

Madonna Lucrezia pertanto, affettuosa come la regola del tre, rispondeva:

-- "Serenissima, faccia quello che il suo cuore le ispira."

-- "Sì, ho deliberato confessarmi a Dio delle mie colpe; ma io vorrei qualche santo uomo, veramente maestro in divinità, il quale sapesse confortare l'anima stanca, e porgere riposo alla mente combattuta dal dubbio. Vi corre alcuno alla memoria, che fosse capace da tanto?"

-- "Io non saprei."

-- "A me parrebbe adattato al mio bisogno quel frate di San Francesco chiamato Padre Marcello, che mena tanto rumore per la città..."

-- "Serenissima, anche a me ne parrebbe bene."

-- "Però non si converrebbe chiamarlo, perchè forse non consentirebbe a venire; o venendo, ciò non potrebbe succedere così segretamente che gli oziosi non lo giungessero a sapere, e a me sopra modo talentano la discretezza e il mistero..."

-- "La dice saviamente, Serenissima; salvo onore dell'Ordine, talvolta cotesti Padri accolgono più superbia sotto quel saio, che un barone sotto un mantello di broccato."

-- "E andando io alla chiesa, potrei di leggieri venire conosciuta."

-- "La non v'è cosa più facile..."

-- "Forse.... domani no.... chè ormai è tardi troppo, ed io mal potrei in tanta angustia di tempo concentrarmi in me stessa, e ricercarmi come conviene nell'anima..."

-- "Certo, in così breve ora non le sarà dato di rammentare tutti i suoi peccati, Eccellentissima Signora Duchessa..."

-- "Che cosa sapete voi dei miei peccati? E quali, e quanti essi sieno? Chi vi ha detto che mi riuscirà ricordarli difficile?"

La Lucrezia, per troppa voglia di compiacere alla sua padrona, seguendo l'usato costume, assentiva dove aveva a dubitare. Il cortigiano anco il meglio sparvierato qualche volta incappa in questo; ma se lambisce la meta, di rado riurta dentro così, che gli si rompa il carro. La Lucrezia poteva rispondere: -- Eh! mia signora, se mi sono coperta con la mano la faccia, sappia che tra dito e dito ho avventurato un occhio a modo della Vergognosa di Campo Santo, e ne ho vedute anche troppe. -- Ma figuratevi! Costei non avea pur balía a concepire cosiffatti pensieri; li avrebbe cacciati come una tentazione del demonio: però rispondeva come d'ispirazione:

-- "Per una coscienza dignitosa e schietta come la sua, che di tutto si fa scrupolo, che ogni fuscello converte in trave... capisco bene che lo esame di coscienza la è cosa seria... Certo, volendo bevere grosso come tante e tante costumano!.... Ma per lei, Serenissima, mi pare abbia ad essere cosa seria...."

Sono eglino di vecchia data gli ami da pescare? Io per me penso che con essi da Adamo in qua abbiano preso i pesci. Così, per quanto sia l'adulazione antica, per quanto ogni uomo giuri conoscerla e detestarla, non ostante per virtù di lusinga rimasero presi, e sempre si prenderanno gli uomini, e specialmente le donne. Se ne persuada chi legge; noi siamo ordinati a ricordarci della esperienza e dei suoi insegnamenti, come delle rondini che passarono pel nostro cielo, come del fumo che uscì dal nostro cammino dieci anni indietro.

Isabella, comecchè avesse voglia di altro, pure sorrise sentendosi lodata, e Dio sa quanto a diritto.

-- "Domani l'altro mattina ci potremmo levare per tempissimo, e coperte di una mantiglia nera andarcene in Santa Croce, e farvi le nostre devozioni, e tornarcene inosservate a casa quando fosse ancora buona otta."

-- "Maisì, Serenissima, che la mi pare ben pensata con la solita eccellenza del suo ottimo giudizio."

"-- Bene, via; fate che la cosa rimanga in voi, e non la manifestate ad anima viva...."

-- "Per questo poi la Serenità vostra conosce la fedeltà e discretezza mie...."

-- "Andate a riposarvi, chè l'ora si fa tarda: e domani potrei forse chiamarvi di buon mattino."

-- "Dio la tenga nella sua santa custodia."

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Non pellegrino mai, nè romeo, pervenne a toccare tanto devotamente il luogo del suo pellegrinaggio, come Titta sedeva alla perfine a mensa. In così ampia copia di cibi e di bevanda, presto ebbe sazia la fame, ma per la sete fu ben altra cosa; imperciocchè, come la fiamma cresce per legna che vi gettiamo sopra, dal bere riardeva in lui più intensa l'agonia del bere. Però Titta non era uomo da lasciarsi rubare la mano della ragione dal vino: troppo ve ne sarebbe voluto; tuffava così la sua intelligenza nel vino come le anatre diguazzano pei laghi, o piuttosto a guisa dei destri nuotatori che toccato appena il fondo tornano a galleggiare sopra la superficie; e in cotesta mezza veglia del pensiero egli si mostrava più che mai fosse astuto e maligno. Accade sovente all'anima, che nella pienezza dello esercizio delle sue facoltà non abbia potenza d'immaginare o definire una cosa, che alla mattina, non bene occupata dai sensi negli ufficii consueti, vede mirabilmente distinta per mezzo ai tenui sogni che precedono la vita come l'alba precede al giorno. In questo modo stesso noi vediamo uomini mezzo ebbri molto meglio concepire e operare, che se fossero affatto sani.

I servi, considerando come con costui non si finisse mai, si erano dileguati mano a mano, ed egli secondo il suo desiderio rimasto solo con la Giulia, così riprese a favellare:

-- "O Giulia! O vino! O carte! O stelle polari di questa mia vita; che cosa diventerebbe il mondo senza di voi? Una lanterna spenta, una candela senza lucignolo, una lampada senza olio. Se qualcheduno mi dicesse: -- Tu hai a scegliere: -- io risponderei: -- Non posso; -- perchè Giulia non può stare senza il vino, e il vino non può stare senza le carte: e sono cose queste come Ser Cecco e la Corte del Berni:

Ser Cecco non può star senza la Corte, Nè la Corte può star senza Ser Cecco....

Esse vivono necessariamente insieme; formano tutte una sostanza sola; esistono unite come l'anima e il corpo. Togliete l'anima al corpo, e voi vedrete questo disfarsi come Giulia si disfarebbe senza il vino, e il vino si disfarebbe senza le carte. Giulia!...."

-- "Io per me non m'intendo di tanti riboboli; ma chi sa a quante tu li avrai già detti.... E' mi hanno aria le tue parole di panni vecchi; che per troppo uso e' cascano a pezzi...."

-- "O Giulia! Io ti giuro da gentiluomo, _foi de gentilhomme_, come diceva Francesco I di Francia, che quello che ho detto a te non l'ho mai detto a nessuno...."

-- "Certo a nessuno...."

-- "Credilo come credi al pane: io per amore mi sento un Mongibello, ma per costanza sono fermo come le Alpi...."

-- "E al danno aggiungi lo strazio contro me povera femmina; che ora fanno non so nemmeno io quanti mesi, che ti piango e ti desidero invano, stancando con le mie preghiere e coi miei voti tutti i Santi del Paradiso...."

-- "O Giulia!"

-- "E sì, che in questo tempo non mancarono i lusinghieri che mi venissero attorno, e persone che mi promettessero mari e monti: ma di loro non m'incresce; bensì duolmi di un povero giovane, che le tentò tutte per innamorarmi, e vedendo di non vi potere riuscire si precipitò...."

-- "Nella osteria del Fico...."

-- "Come, mi faresti tu il torto a non ci credere?...."

-- "Ma Giulia, come vuoi tu che creda siffatte cose io che le ascolto, mentre neanche tu, che le dici, le credi! -- Non t'ingrugnire, no; viemmi accanto; senti, quando io ti abbraccio, parmi abbracciare il genere umano. -- Non t'ingrugnire, no, figliuola mia; senti, ragioniamo sul sodo. -- Io vorrei dalle procelle della vita ripararmi in un porto di pace; e tu potresti ripararvi meco, perchè, Santa Vergine, in qual parte posso sperare riposo in cui tu non sia? Delle cose passate non si avrebbe a parlare: io celebrando teco il sacrosanto matrimonio, farei delle tue venture come un grandissimo bucato nelle acque del fiume Lete. Che cosa m'importa domandare alla fontana che mi disseta oggi: -- Chi hai tu abbeverato con l'acqua di ieri? -- Gli anni passano, Giulia; e bisogna armarci di provvidenza..."

-- "Ma e' mi pare, che tra i miei e i tuoi qualche dozzina ne corra...."

-- "Poni da parte, Giulia, un momento queste giullerie donnesche, e ricorda che voi altre siete fiori: crescete presto, cessate presto, e il meglio che rimanga di voi è la memoria. Io ti ho detto di ragionare sul sodo. Ormai scorsero anni ben molti, ch'io mi accomodai per lancia spezzata col signore duca Paolo Giordano: io ho rilevato per lui parecchie ferite: una volta, nella battaglia di Lepanto, se io non era, un Turco gli tagliava netta la testa come un giunco, e nonostante io mi rimango lancia spezzata. E la finisse qui: ma io sempre ho visto i cavalli da carrozza scendere alla carretta; e un giorno o l'altro noi ci possiamo trovare, prima di muovere le piante al gran viaggio, a fare una posata nello spedale di Santa Maria Nuova...."

-- "Ma come rimediarci? Tu mi pai un po' parente dei topi, che volevano attaccare il campanello al collo del gatto...."

-- "Femmina, stammi a udire, imperciocchè sia provato che noi altri uomini possediamo molto maggiore comprendonio di voi. -- Bisognerebbe pertanto poterci mettere da parte un gruzzolo di moneta, e poi vedere di aprire una botteguccia dove condurre qualche traffico di buona riuscita. Tu ci accudiresti, ed io ti aiuterei a badarvi, e m'ingegnerei in altre faccende...."

-- "Non lo aveva io detto, che tu raccontavi la novella dei topi? per far queste cose ci vogliono di danari...."

-- "Certamente, e con la tua dote...."

-- "Io non ho dote...."

-- "Non hai dote? O Giulia!"

-- "O Titta!"

-- "Allora l'ultima parola è detta fra noi. -- Addio.... Tu vêr Gerusalemme, io verso Egitto, come disse Alete ad Argante."

-- "Ma, o che non potremmo fare il matrimonio senza dote?"

-- "Non si può: la dote, vedi, Giulia, è proprio come la veste del matrimonio; senza di lei comparirebbe ignudo; e tu pensa quanta sarebbe indecenza mostrare un così solenne sacramento ignudo. -- E se volgiamo il pensiero ai tempi antichi, noi sappiamo le Muse esser rimaste fanciulle in casa, perchè Apollo non poteva provvederle di altra dote che di foglie di alloro...."

-- "Però tu non puoi darmi ad intendere che della moneta non ne abbi acquistata; e dove l'hai messa?"

-- "Tutta spesa in opere pie, Giulia, in opere di carità: e gli amici mi devono un tesoro. Come fare? Quando ne ho, non mi riesce ricusarli; e così mi ritrovo al verde troppo più spesso ch'io non vorrei.... Però ritorneranno un giorno, ma adesso non vi è da farne conto...."

-- "Via, nè io poi voglio dirmi del tutto strema: ma la è piccola cosa...."

-- "Ogni pruno fa siepe; con la buona voglia e il lavoro sì alza la cupola del Duomo. Ora dimmi, quanto tieni tu in serbo? Mil....?"

-- "Cen...."

-- "O Giulia!"

-- "Un cento di ducati...."

-- "Ahimè, non servono a nulla!"

E Giulia si strinse nelle spalle. Titta stato alquanto sopra di sè, continuava:

-- "Ma non è mai lecito disperare della patria, come disse Temistocle: se tu mi aiuti, ci è modo di venire a capo della fortuna. Stammi attenta, femmina.... Tu dei sapere che il duca mio signore è uomo astioso..."

-- "Peggio per lui..."

-- "Gli si è cacciata in testa una strana fantasia; egli pretende che la gente sopra la rinomanza di Colombo, di Amerigo, dei Cabotto, del Pigafetta, e degli altri abbiano a tirare di frego; egli vuole fare una scoperta prodigiosa. Non basta: egli intende che tutto il mondo la sappia; e a questa scoperta lo abbiamo ad aiutare noi..."

-- "O virtù del vino!"

-- "Femmina, ascolta. Questa scoperta consiste nel conoscere che la sua moglie gli è infedele. Notizie traverse gliene sono pervenute, ma egli vuole saperle di certa scienza, e toccare con le sue mani; allora confiderà questa bellissima cosa alle sette trombe della fama, ed anzi io penso che la farà stampare dal Torrentino in ottavo.... -- Fàtti più in qua, ch'io vo' parlare basso. -- Egli, il duca, mi ha mandato a posta per vedere come va la bisogna, e per riferirglielo; e dove io gliene porga notizia certa, mi ha promesso trecento ducati di presente, oltre la grazia sua in perpetuo, e comodi quali io sappia desiderare maggiori...."

-- "Di' tu da senno!"

-- "Rammentami un santo in cui tu abbi fede; io giurerò per quello. Così, per mercè tua, noi guadagneremo la moneta, e mettendo co' tuoi trecento scudi..."

-- "Ho detto cento."

-- "Cento scudi con questi trecento ducati, avremo messo insieme quanto abbisogna per mandare a compimento le nostre nozze..."

Allora la donna improvvida e malvagia prese a raccontare quanto sapeva (e ne sapeva anche troppe) sul conto della propria signora, la quale sopra le altre donne della sua famiglia l'aveva prediletta e prediligeva, e molto anche aggiunse per aggravarla; finalmente gli partecipò, siccome stando ad oregliare, secondo il suo costume, alla porta della duchessa, aveva ricavato che il giorno appresso di buon mattino sarebbe andata a confessarsi da Padre Marcello di San Francesco. A Titta sembrò adesso conoscerne più assai di quello che gliene facesse mestieri. La donna non rifiniva più di dire; come i ciechi, che, secondo porge il proverbio, con un soldo cominciano, e per due non ismettono. -- Titta pensando come ormai nulla giovasse vegliare, si lasciò in balía del sonno; e la donna infervorata stette un pezzo prima di accorgersi che il suo futuro marito dormiva profondamente.

-- "Pensa quando saremo maritati!" esclamò ella; e stizzita datogli con la mano un grande urto sopra la spalla, si ridusse a dormire nella sua stanza.

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Il suono che spinse Titta fuori del suo corno, colpì nel palazzo Orsini un'altra persona, e questa fu Troilo. Egli si sentì il cuore oppresso di affanno: balzò da giacere appoggiandosi sopra il gomito destro, e spinse fuori dalla sponda del letto ambedue le gambe; poi irresoluto ristette, tese lungamente l'orecchio per conoscere dal moto qual caso fosse avvenuto, e poichè quindi in breve tutto tornò nel suo primo silenzio, egli si fece animo per vestirsi, e scendere cautamente alle stanze della duchessa.

-- "Entrate" disse Isabella con voce pacata e sicura, quando senti toccare la porta della sua stanza: e Troilo entrò. Ella non sorpresa, non paurosa, gli volse uno sguardo, e riprese tranquilla la consueta attitudine. Troilo fu il primo che incominciasse a favellare così:

-- "Isabella, non sapete voi che Paolo Giordano sta per fare ritorno a Firenze?...."

-- "Lo so."

-- "E come lo sapete voi?"

-- "Per lettere che mi ha mandato, le quali dicevano che fra pochi giorni si sarebbe ridotto a casa...."

-- "E non avete voi letto altro in coteste lettere?"

-- "Null'altro...."

-- "E sì, che io so che vi stava scritta un'altra notizia, almeno dovevate voi leggerla."

-- "Quale?"

-- "Che voi all'arrivo di Paolo Giordano sarete fatta morire di mala morte...."

-- "Dio disponga di me come gli piace. Troilo, io sono apparecchiata a morire...."