Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 17

Chapter 173,884 wordsPublic domain

-- "Sì, cuore mio, a bello agio." -- E intanto la Maria aveva imbandita la mensa in un battere di occhio, non tanto per le poche masserizie e vivande che pose sopra la tavola, quanto per la gran fretta che si dava. I Fiorentini ebbero fama di sottili e di parchi oltre misura convenevole a chiunque vive onestamente, e questa fama tuttavia dura. Certo, una volta furono tali; ma non si creda che si lasciassero patire: ed anzi dalle leggi che chiamano suntuarie, rinnovate spesso, e richiamate in vigore, apprendiamo come la civile parsimonia non nascesse spontanea, ma in virtù di provvedimenti continui; sappiamo ancora come lo statuto concedendo pei pranzi due sole vivande, l'arrosto e il lesso, i Fiorentini molto di leggieri lo eludessero adoperando moltissime ragioni carni lesse e arrostite, per l'unico lesso ed arrosto consentiti dagli statuti. Intorno al vestire, Franco Sacchetti in certa sua novella piacevolissima ci ha conservato le infinite arguzie usate dalle donne, per le quali i giudici non potevano mai coglierle in fallo, nè riusciva loro mai di applicare la legge.[80] E poi quando giungevano in Firenze persone di alto affare, i cittadini che le ospitavano pagavano la multa, e sfoggiavano con insolita magnificenza. I ricordi dei tempi ci hanno conservato il modo tenuto dal Magnifico Lorenzo con Franceschetto Cibo e la sua corte, quando venne a fare le nozze con la sua figlia; e questa avventura dimostra come sia arte antica in tutti coloro che attesero a spegnere la libertà della patria, osservare studiosamente le apparenze, mentre affilano la scure per tagliare la sostanza. Ma le casse erano piene di fiorini di oro, grandi i commerci, maravigliose le industrie, stupende le imprese; e allora concepivano e mandavano a compimento cose che ai giorni nostri il solo vederle sbalordisce. Ingiusta poi è la fama che dura intorno alla grettezza fiorentina; testimonio recente noi lo troviamo nelle satire del D'Elci, là dove dice:

... a te torno, o mia frugal Firenze, Dove avarizia ha splendide apparenze.[81]

Molti lo confermano, ma, come avviene spessissimo, piuttosto sopra la fede altrui che per osservazione propria. I Fiorentini ai giorni presenti agita il demonio del lusso e della pigrizia: come tutti gli altri popoli della Europa, non dirò che non credano, ma poco fidano nel paradiso celeste; si sono fabbricati anch'essi un nuovo paradiso terrestre senza l'albero della scienza. Poco importa se raccogliamo fiori di un giorno, e caduchi; anzi, che si rinnovino è bene; qualsivoglia durata pesa; vivere, e godere comprende lo scopo supremo delle umane voglie. -- Una volta il secolo dubitava tra il bene e il male; e certo grandissimo travaglio era cotesto della mente e del cuore; pure lo stesso tormento rendeva testimonianza di vita: oggi il secolo crede, sì, crede, ma la sua fede non è nel bene. Viviamo tutti come se il medico ci avesse spediti; e' pare che temiamo che domani il cielo non sia per cuoprire la terra: non più piramidi, non più obelischi; la più faticosa opera che osiamo imprendere noi, sta in comporre un mazzo di fiori; la tela del ragno ci sembra cosa troppo secolare, ci costituiamo numero ed enti nati per consumare il grano. Orniamo pertanto di papaveri le tempia dei nostri eroi, sia il sonno la epopea dei nostri tempi, lo sbadiglio la storia. Nel sepolcro ci aspetta vita maggiore che sopra questa terra, almeno durante il periodo della putrefazione. Nessuno ci può muovere ragionevole rampogna: noi pei tempi, i tempi per noi: la nicchia e il santo corrispondono a maraviglia. Perchè logorarci per procacciare una rinomanza che detestiamo? Perchè attendere a studii i quali potrebbero fare sospettare la nostra esistenza, che noi con ogni maniera di sforzo c'ingegniamo mettere in oblio? I figli nostri cresceranno peggio o meglio di noi: se peggio, riesce indarno ogni argomento; se meglio, vergognerebbero delle nostre miserie. -- Bene dunque ci avvisiamo a dormire, a tacere, a godere, e a morire. Questo veramente si chiama il trionfo della morte! --

E i piattelli posti sul desco erano due; uno dirimpetto all'altro. Tutto appariva presto, e a Cecchino non dava il cuore di gustare le vivande che aveva desiderato; anzi teneva la faccia rivolta al capo della mensa, e ad un tratto versò una grossa lacrima, e proruppe in un gemito profondo. La moglie, vista quella subita desolazione, gli domandava smaniosa:

-- "O Santa Vergine, ch'è questo mai? Cuore mio, che cosa ti affligge? Dimmelo via, non lo nascondere alla tua povera consorte...."

-- "Ahi! Maria, non ti ricordi come l'ultima volta che sedemmo a questa mensa noi fossimo tre...."

E qui successe un silenzio lunghissimo. Primo a romperlo fu Maria, la quale in questa maniera riprese a dire:

-- "Madonna Laudomine è andata propriamente in paradiso. Con quanta allegrezza non vide ella avvicinarsi la ultima sua ora! Come non favellava co' Santi, che parevano accorsi per assisterla nel suo transito! Ormai questa vita le si era fatta grave; il dolce lume del giorno non rallegrava più le sue amorose pupille: -- e tua madre non avrebbe più veduto la tua faccia, Cecchino. Ella moriva come una sposa che va a nozze, e lieta di saperti così bene avviato nel sentiero del Signore, che niente varrebbe ormai a fartene abbandonare la traccia. L'ultimo suo pensiero fu a Dio; il penultimo a te. -- Digli, -- parlando le parole estreme mi ammoniva -- digli ch'io lo benedico, digli che i suoi discendenti l'onoreranno perchè ebbe carità per sua madre; e per ultimo gli dirai, che quando fie sazio di anni, sua madre lo aspetterà in paradiso. -- Per le quali cose conforta lo spirito travagliato, e non volere lasciarti in balía del dolore...."

-- "Certo, la buona donna era vecchia, e adesso è fatta cittadina del cielo; ma non ostante desideratissima e dolcissima sopra tutte le cose mi sarebbe stato poterla vedere...."

-- "E chi può dire che adesso, in questo momento che noi favelliamo, non ci stia qui dintorno? Se, come è fede, noi siamo anima e corpo, perchè l'anima che sente amore, concedendolo Dio, non tornerà a visitare le persone e i luoghi che in questo mondo le furono cari? Consólati, Cecchino mio; pei tempi che corrono, il peggio non istà nel morire, bensì nel vivere...."

Allora Cecchino consentì a nutrirsi, ma gli era passata la voglia; sicchè in breve ebbe posto fine alla cena: forse più che non volle, beveva.

La donna, molto per curiosità, e molto ancora per distrarre il marito dai sinistri pensieri, tornò sopra il conto del duca.

-- "Dunque il signor duca è arrivato?"

-- "È arrivato; ma mi fa mestieri trovarmi altro pane...."

-- "Come? Ti avrebbe per avventura cacciato?"

-- "No, me ne sono venuto io stesso.... -- Ora, senti; comecchè alle donne non istia bene confidare le cose che devono rimanersi segrete, nonostante, io, per averti sempre conosciuto discretissima, e dabbene femmina, non ti nasconderò veruna parte dell'animo mio. Il duca è venuto, e credo con mali pensieri. Con mistero, e a notte, noi penetrammo in Firenze: favellò a lungo col cognato, poi si ridusse guardingo alle stanze del casino di San Marco; quivi rimase solo, e mandò me e un'altra lancia spezzata al suo palazzo per dare ad intendere alla signora Isabella, che domani, o l'altro appresso, ei sarebbe arrivato: intanto spiassimo, ed ogni fatto e detto a lui diligentissimamente referissimo...."

-- "E la cagione?..."

-- "La cagione è manifesta," riprese Cecchino abbassando la voce: "fino a Roma corse la fama della vita della signora Isabella; io per me tengo per fermo ch'egli sia venuto a vendicare il suo onore nel sangue della moglie; -- e della vita della duchessa all'ora in cui siamo io non darei un soldo lucchese."

-- "E non vi sarebbe modo di salvare cotesta male arrivata signora?"

-- "Nessuno; perchè, a quanto sembra, i fratelli hanno voglia di castigarla più assai del marito: oltrechè mi pare ch'ella sia per ricevere pena condegna ai suoi meriti; e se io invece di andare a spiare i fatti suoi, rendermi partecipe della sua morte, e macchiarmi le mani nel suo sangue, ho tolto commiato volontario dal duca, non perciò mi sentirei punto disposto di correre pericolo per tale che non merita nulla."

-- "O questo come puoi dire? Dunque la bella rinomanza di una gentildonna sarà in balía del primo paltoniere che si avvisi contaminarla? Da quando in qua l'accusa ha da essere leggera in proporzione ch'è grave il fallo apposto, e truce la pena?"

-- "La persuasione non abbisogna mica di testimoni, e di strumenti: e poi quando il popolo parla, Dio ha parlato; e se non è lupo, cane bigio non manca."

-- "Ed io, comecchè a malincuore, vo' porre che la colpa vi sia: ora dimmi, e chi avrebbe dato sopra la sua moglie diritto di morte al duca? Questo giudice ha la coscienza netta? Questo accusatore è innocente? La mani ha pure questo sacerdote? E se non è innocente, perchè mai giudica e condanna in altrui la colpa ch'egli pure ha commessa?"

-- "Oh! ci corre tra il marito e la moglie. La moglie mette in casa figliuoli che non vi dovevano entrare, divide la sostanza tra persone con le quali non si doveva dividere: il figlio sospettato illegittimo viene rejetto da tutti; gli altri lo disprezzano; egli gli odia; e questi germi pessimi troppo sovente abbiamo veduto partorire nelle famiglie frutti sanguinosi."

-- "E tu non dici il vero; imperciocchè l'uomo procreando figliuoli fuori di casa, vorrà forse abbandonarli? Se mai avvenga ch'egli li abbandoni, ecco il mondo lo biasima, e la sua coscienza lo riprende: dove poi a loro provveda, non assottiglia ingiustamente anch'egli la sostanza ai figliuoli legittimi? No, pari i doveri, pari le colpe, e pari avrebbero ad essere il perdono, o le pene...."

-- "Eppure non è così, e come la discorri non mi ci entra. Una ragione vi ha da essere, sebbene non mi riesca trovarla...."

-- "Senti, tu non la trovi perchè non ci è; se ci fosse, ti ricorrerebbe spontanea alla mente. Io, pensando tra me, ho veduto che il mondo si riposa sopra certi principii che va chiamando verità: alcuni di questi pare vedere e toccare; tanto i letterati grandi, quanto gl'idioti, ci acconsentono, e dicono: -- Sta bene; -- altri poi non s'intendono, paiono alchimia, e bisogna stillarci sopra il cervello per andarne capaci. I primi mi paiono monete di buona lega, i secondi moneta falsa; i primi scendono dalla natura, i secondi dallo artifizio."

-- "Eh! Le buone femmine non la devono squattrinare tanto pel sottile, e obbedire alla legge che gli uomini impongono...."

-- "Legge violenta, giudice iniquo, e pena scellerata...."

-- "In fe' di Dio, tu sei riuscita tale favellatrice, che mi fai spavento. Chi ti ha messo in bocca queste invereconde parole?"

-- "La ragione...."

-- "O forse il bisogno di difendere le bieche tue opere?" E Cecchino commosso da sdegno maraviglioso prese un coltello, e trapassata la tovaglia, lo conficcò quasi un pollice dentro la tavola. La povera Maria, tutta accesa in favore della sua signora, non pose mente a cotesto atto; anzi con insistente petulanza:

-- "Che opere e che non opere vai tu fantasticando?" replicava. "Io ti dico che non ci hanno ad essere due pesi e due misure, e che non ci sono...."

-- "E va bene. Quando della turpitudine della duchessa e tua non mi occorresse altra prova che la presente tua sfrontatezza, dovrebbe bastarmi, e averne ancora per giunta. Queste erano le festività, queste le accoglienze, e questi i baci? Ahimè misero!...."

E la Maria, percossa dalla mutata sembianza del marito, si avvisò domandargli qual subito pensiero lo tenesse occupato; ma questi ormai non la badava più, e se ne stava come uomo tratto fuori di sè, e favellava accenti tronchi in parte dolorosi, in parte minaccevoli:

-- "Ahi! Titta, com'erano le tue parole vangelo. -- Ed io correva a scavezzacollo verso la bene amata consorte! Valeva meglio mi fossi fiaccato le gambe; ancorchè i mariti fossero cani, non basterebbero a guardare le donne loro: -- i ladri entreranno pei tetti. -- Io mi voglio buttare via: tanto nel mondo è finita ogni cosa per me. Però tu non hai ad essere lieta della mia morte, Maria; -- no, faccio voto a Dio che la mia maladizione ti si attaccherà come un tarlo nelle ossa. -- Tu mi hai tradito, altri tradirà te; ti si apparecchiano giorni tristi, vita squallida, e morte amarissima...."

In mezzo a queste querele, che la passione gli spingeva alla bocca, ecco muovere dalla prossima stanza un suono di fanciullo che piange, e una voce che chiama:

-- "Mamma! -- Mamma!"

A Cecchino si drizzarono i capelli irti a modo dello istrice, si fece in volto prima bianco come un lenzuolo di morto, poi rosso di fiamma; gli tremarono convulsi i labbri, balenò con gli occhi luce sinistra, e subito dopo invaso da bestiale furore afferra Maria per le braccia, e la strascina nella camera. Appena posero i piedi sopra la soglia, che il bambino si levò a sedere sopra il letto, e stendendo festoso e giulivo le mani verso la Maria, che ormai considerava come oggetto gradito, replicò:

-- "Mamma! -- Mamma!"

La voce strideva a Cecchino fra i denti come un bramito di fiera: sospinse da sè con tanto impeto Maria, che la male arrivata femmina andò a investire riversa nel letto, e cadde sopra il fanciullo: ella pure, vinta dalla sorpresa e dalla paura, sbalordita dallo evento, combattuta anche dalla ira, non era capace a formare parola: ma la ira presto le cadde giù dall'animo, e a commoverla più potentemente sopraggiunse la pietà. -- Per poco non le si rompeva il cuore agitato dal groppo di passioni tanto veementi: scivolò giù dalla sponda del letto, e postasi in ginocchio, fece delle mani croce, e col sembiante supplicava al marito furibondo.

E il marito per via di cotesti atti sempre più inferociva, e brontolava cupamente:

-- "No... hai da morire... dobbiamo tutti morire... non vi è pietà... non voglio averla per me... pensa se a te... e se a questo serpentello..."

E la donna singhiozzando:

-- "Cecchino!... Cecchino!... senti..." -- E non le riusciva aggiungere altro.

-- "Prepárati a morire... Hai un'ora... mezza... no... cinque minuti di vita..."

-- "Senti... Lasciami..."

-- "Riconcíliati con Dio.... Ma è inutile.... tanto, traditori non entrano in Paradiso..."

-- "Non posso..."

-- "Hai terminato?"

E Maria sfinita di angoscia, per la impotenza di cavare dalla gola la parola intera, con la destra faceva l'atto di chi nega una cosa; e la furia ch'ella poneva in quel moto era tale, che lo scritto viene meno a significarla. O come la stringeva ineffabile affanno, pensando che poche voci avrebbero placato cotesta procella, composte le ire, salvato tante e così care vite, e non potere pronunziare cosiffatte parole! E Cecchino invasato dal demonio, ogni indugio aborriva, nel pensiero omicida infuriava, e gli pareva mille anni di tuffare le mani nel sangue di lei! -- Povera donna!

-- "E se a te non importa finire, a me tarda incominciare.... Allo inferno, rea femmina!...."

E sguainata la daghetta, la manca sospinse in avanti per ghermire. Maria proruppe in un grido, e percosse come corpo morto sul pavimento. Cecchino, chiuso il cuore alla pietà, non si ristava; piegò la persona, ed intendendo a immergerle nel seno la lama della daghetta, le strappava rabbiosamente e veli e panni, quando con sua maraviglia vide uscirne una lettera: immaginò che fosse dell'odiato adultero, e ne trasse argomento di miserabile gioia, proponendo estendere fino a lui la vendetta. Prende la lettera, si accosta al lume, e legge nella sopra carta:

«Alla Maestà Cristianissima di Caterina regina di Francia.»

Pensò trasognare: guardò la terza e la quarta volta; lo scritto stava pure come aveva letto la prima. -- Spiega il foglio, e trova:

«Onorandissima come madre. -- Considerando la gravità dei miei peccati, e la pena che me ne possa incogliere sopra questa terra valgami ad ottenere dalla misericordia infinita di Dio quel perdono di cui lo supplico con tutte le viscere dell'anima mia, ho deliberato di non sottrarmi al destino, qualunque e' si sia, che la Provvidenza mi apparecchia. Ma sebbene io mi appigli a questo partito, che mi pare essermi dettato dal mio Angiolo Custode, non posso poi nè devo inviluppare nella mia rovina una creatura innocente, e per ogni verso degnissima di commiserazione. Io confido pertanto questo figlio del mio dolore alla vostra pietà: pensate che la sua culla è circondata di serpenti, e la sua vita è la vita della belva del bosco, a spegnere la quale ogni uomo pensa avere ragione e diritto. Non vi vogliono meno della prudenza e della autorità di Regina gravissima e potentissima quale voi siete, per salvare questo misero capo: se non che mi è a bene sperare cagione vedere come la donna a cui raccomando questo figliuolo perchè lo riponga nel grembo della M. V. quasi in porto fidatissimo di salute, lascia patria, casa, e parenti, per consolare di un qualche conforto me peritura. Questa donna è mia sorella di latte: nata e vissuta nelle vie del Signore, mi abbandonò rejetta nella ora del peccato, e mi ritorna spontanea in quella della sventura. La urgenza dei casi non patendo indugi, ella si pone sola in cammino da me scongiurata; ma io farò in modo che la raggiunga in breve l'amatissimo suo marito. Giovani entrambi fedelissimi, meritano la benevolenza della M. V., che prego a somministrare loro le più larghe grazie e favori di cui il vostro animo regio è così copioso largitore con tutti, e specialmente poi con quelli che in vantaggio dei congiunti vostri e della magnifica vostra casa si mostrarono volenterosi di assumere incarichi ancorachè con manifesto pericolo delle loro sostanze e persone. Io non ho a dire altro, che supplicare la M. V., per l'amore di Gesù Cristo nostro Salvatore, di prendere sotto la sua protezione questa misera creatura. Dio ve ne darà quel rimerito, che non posso io. -- Pensi la M. V. essere queste le parole novissime di persona a voi stretta per sangue; -- questo essere il mio testamento; -- e con questa fiducia morire rassegnata e compunta, chi altramente avrebbe concluso la vita disperata e bestemmiando. Quando giungerà alla M. V. la notizia della mia morte, che presento vicina, vogliate ricordarvi di me nelle vostre orazioni, e fare suffragare l'anima mia. Vi auguro in questo mondo le maggiori felicità, che la gloriosa mente e il cuore magnanimo della M. V. sanno, per così dire, creare; e baciandovi le mani mi dichiaro della M. V. indegna, ma pure affettuosissima figliuola. -- Isabella duchessa di Bracciano.»

Prima assai di arrivare in fondo, Cecchino accorto dell'errore suo, spogliata la ira, venne preso da tale una passione al cuore, che non potè fare a meno di sfogare con lacrime copiosissime. Depose il foglio; già prima assai aveva scagliato lontana da sè la daga, e tutto in pianto si abbandonò sopra la sua Maria, sollevandole amorosamente il capo, e con mille nomi dolcissimi chiamandola. Ma la povera donna non dava segno di vita, e nella caduta aveva percosso così duramente, che dietro la orecchia destra le si era rotta la pelle, e grondava sangue. Per poco stette che Cecchino pure non venisse meno; ma lo sostenne il pensiero di provvedere alla salute della sua donna amatissima: le fasciò la ferita, l'adagiò sopra il letto, tentò farla rinvenire con acqua e con aceto, col fumo della esca, con quello delle penne di pollo; insomma non vi fu argomento che egli non mettesse in opera; ma la donna non rinveniva. Egli poi non irrompeva in lagnanze inopportune: gemeva di tratto in tratto, e alzava supplichevoli gli occhi al cielo. -- Alla fine disperato le si pose al fianco, l'abbracciò stretta, la inondò di lacrime, la ricoperse di baci, e tra i singhiozzi esclamò: -- "Signore, fate ch'io muoia qui accanto a lei!"

Ma il Signore non volle un tanto danno, e profferito ch'ebbe appena Cecchino cotesto scongiuro, che Maria, anch'essa sciolto un profondo sospiro, aperse gli occhi, immemore di quanto fosse accaduto.

Cecchino si pose in ginocchio davanti a lei, non osando pure aprire la bocca: ma alla Maria tornava a poco a poco la memoria dei casi passati, e si sforzò rilevarsi; e vista aperta la lettera da lei custodita con gelosa cura nel proprio seno, sollevò Cecchino da terra, e sorridendo con un languido sorriso mormorò queste parole:

-- "Di poca fede, perchè hai dubitato?"[82]

E quindi a breve, guardate dal balcone le stelle soggiunse:

-- "Cecchino, non abbiamo tempo a perdere: tra pochi momenti verranno per noi. Mentre io vesto il bambino, tu metti assieme i tuoi panni, e cúciti addosso l'oro e le gioie della signora; -- al rimanente è stato già provveduto."

Cecchino non aveva volontà propria; ormai obbediva come cosa passiva allo impulso che gli veniva dato: tante, e così diverse, e tanto profonde erano state le passioni che lo avevano commosso nel giro di poche ore, ch'ei si sentiva quasi annullato; ma dove fosse rimasta in lui facoltà di pensare e di volere, non si sarebbe mai opposto ai desiderii della sua moglie, che animata da spirito di carità, di sacrifizio e di amore, gli pareva creatura da uguagliarsi piuttosto alle sostanze celesti, che anteporsi alle mortali. Insomma, come cosa santa la riveriva ed amava. -- Di tali e così subiti trapassi vanno capaci le umane menti quaggiù! Misere intelligenze in balía della passione, come un fragile schifo commesso alle tempeste dell'oceano, per poco piangiamo, per poco ridiamo, ma, e questo importa assai più, per poco ancora trascorriamo a fatti che come ci tolgono la dignità dell'uomo e la pace dell'animo, così ci rendono meritevoli in questa vita del vituperio degli uomini, e nell'altra dello sdegno di Dio.

Nè s'ingannava punto Maria; perchè non istette guari, che comparvero due uomini sotto casa, e battuto con molta circospezione alla porta, invitarono con piana voce Cecchino, recatosi alla finestra, di scendere, e avacciarsi, essendo apparecchiata ogni cosa. Andò prima Maria col pargolo; seguitava Cecchino con un forziere, chè pochi panni era prudente portare; e dato il primo passo fuori della porta si voltò indietro sospirando, e disse:

-- "Ti lascio per non rivederti mai più!"

E scesi che furono, Maria chiamando Cecchino maravigliò forte di non trovarselo al fianco: stava per rifare le scale, quando apparve di nuovo Cecchino affannoso, che le favellò sommessamente:

-- "Mi era scordato del rosario di mia madre sospeso a capo del letto, e sono tornato per esso. Se fosse appartenuto alla tua, tu non te ne saresti dimenticata...."

Maria gli prese la mano, e gliela strinse, -- perchè conobbe che non aveva difesa, -- e l'accusa le piacque.

Camminarono alcun tempo in silenzio, e trovata una carrozza che aspettava presso al canto del Giglio dietro San Lorenzo, vi entrarono tutti, e si diressero a porta San Frediano. Quando vi furono vicini, uno degli sconosciuti scese, e chiamato il gabelliere mutò seco lui alquante parole, ch'ebbero virtù di fare aprire la porta. -- Lo sconosciuto tornò alla carrozza, persuase a scendere l'altro compagno, e disse:

-- "Potete andare: -- buon viaggio; -- Dio vi accompagni."

Maria, per la pratica grande che ne aveva, e perchè già cominciava l'orizzonte dalla parte di oriente a diventare di colore rancio, riconobbe in cotesto uomo il cavaliere Lionardo Salviati; onde ebbe baldanza di chiamarlo a sè, dicendo:

-- "Favoritemi ascoltare una parola, signore...."

E il cavaliere ascoltava.

-- "Messer Lionardo," gli mormorò all'orecchio "quando la vedrete, assicuratela che il suo figliuolo si trova in salvo: ditele che mio marito viene meco, sicchè non si prenda altra pena. Se potete, salvatela; perchè la sua morte, senza il vostro aiuto, è sicura. La roba che ho lasciato in casa, fatemi la carità di dire al vostro amico don Silvano che la venda, e ne dica tanto bene pei morti, e.... pei morti secondo la mia intenzione...."

-- "Sarà fatto."

E messere Lionardo, chiuso lo sportello, ordinava che la carrozza partisse.