Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

Part 14

Chapter 143,874 wordsPublic domain

Lodano Luigi XI, perchè tagliando le teste alla idra feudale instituiva la grandezza del regno; e plaudendo il fine, ai mezzi non badano. -- Lodano il cardinale di Richelieu, che ridusse per ultimo i baroni servi dorati di corte. -- Lodano ancora i Convenzionali, quando col sangue dei Girondini scrissero essere la Repubblica una e indivisibile. Ma lasciando di questi ultimi, erano poi così savii i primi come predica il mondo? Trasportati anche essi dallo ardore del disegno, ogni estrema forza essi adoperarono ad abbattere una muraglia, senza conoscere quello che dietro di cotesta muraglia potesse loro apparire; e dietro il muro abbattuto trovarono una fiera dai denti acuti, dagli occhi infiammati, avida anch'essa di mordere, cupida di avere, affamata dalla necessità, sitibonda di sangue, -- il popolo flagellato insomma. -- I due principii invasori, senza un principio tra mezzo che o li disgiungesse, o li temperasse, certo giorno si avventarono addosso, e il secondo divorò il primo; ma trangugiato che l'ebbe, sentì risuscitarlo dentro le proprie viscere, e da quell'ora giace infermo, e giacerà.... fino a quando? I destini del mondo stanno chiusi nel pugno di Dio. Però a me sembra, cosa strana a pensarsi, che Luigi XI e Richelieu, i più assoluti dei dominatori, sieno stati padri delle rivoluzioni dei popoli. Caterina dei Medici, femmina, con re bambini sopra le braccia, con forze più deboli delle loro, anzi pure senza forze, fece per la Francia assai più che essi non fecero: nè i casi le consentirono essere più mite; nè fu di costumi niente più trista dei suoi tempi; ed io vorrei che mi dicessero se Luigi XI, se Richelieu, se Francesco, ed Enrico di Guisa, se lo stesso Coligny, sieno stati migliori di lei? Eppure una perpetua infamia si rinnuova in Francia sopra la memoria di Caterina dei Medici: non vi è generazione che in passando non la maledica, e non le imprechi grave sul capo il marmo del sepolcro, e la vendetta di Dio! -- Quello poi che riuscirebbe inverosimile a credersi, se non fosse vero, a lei regina sepolta in tomba reale con la corona e il manto dei re, mancò una bocca -- bocca comunque comprata, -- che pronunziasse la laude venale sopra il suo feretro. Tre giorni dopo la sua morte, il predicatore Lincestre così dall'alto del pergamo la raccomandava agli astanti: «La Regina madre è morta, la quale vivendo, fece molto bene e molto male, e per me credo molto più male che bene. In quest'oggi si presenta una difficoltà, che consiste in sapere se la Chiesa cattolica deva pregare per lei che visse tanto male, e così spesso sostenne la eresia, quantunque si dica che in ultimo sia stata per noi, e non abbia acconsentito alla morte dei nostri principi. Su di che io devo dirvi, che se volete recitarle un _pater_ ed _ave_ così a casaccio, fate voi; varrà per quello che può valere: e lo rimetto nella vostra libertà.»

Basta: -- dal giudizio degli uomini si appella a quello di un giudice che non può fallare. -- Intanto, per questo giudizio terreno giovi pensare che è giudizio di tali che può dubitarsi perfino se abbiano veramente giudizio, e che Caterina come Italiana non deve sperare giustizia da un popolo presuntuoso, un tempo grande a caso, perchè vi spruzzò sopra gli effluvii del suo genio una immensa anima italiana.

Caterina dei Medici regina di Francia, desiderosa di risparmiare infamia alla famiglia donde nasceva, aveva risposto alla lettera di donna Isabella, mostrandosi dispostissima a darle asilo, ma la consigliava e pregava di mandare subitamente ad esecuzione il concetto disegno: avere ordinato a Genova la raccogliessero; a Marsiglia l'accompagnassero, e quindi sotto buona scorta fino a Parigi la conducessero, dove avrebbe pensato ella a metterla in parte sicura dai sicarii e dai pugnali. Il cavaliere Lionardo Salviati, ricevuta appena la lettera, la fece pervenire quanto più sollecitamente e secretamente potè nelle mani della Isabella col mezzo di don Silvano Razzi, monaco camaldolese amicissimo suo, per evitare sospetti ed incontri funesti. Ma Isabella da poco tempo in qua aveva perduto la consueta costanza; erasi invilita nell'animo, presentiva il fato, e lasciava sopraffarsi da quello. I manoscritti che ci rimangono intorno a questo miserabile caso, in siffatta maniera favellano: «Ma l'accordo non seguì altrimenti, perchè così non era la volontà di Dio benedetto, essendo le cose sue troppo scoperte, che ormai non si potessero più colorire i disegni, e poi i suoi pensieri conoscevano tutti.»[64] -- Insomma, o non potesse, o non volesse, il fatto sta che prima assai della risposta di Caterina regina di Francia, ella poneva giù dall'anima ogni disegno di fuga.

La duchessa aveva una sorella di latte: ella bevve l'avanzo dell'alimento della figlia del popolo; e avventurata lei, se come del latte, si fosse nutrita delle virtù domestiche della buona nutrice! Però essendo dotata di naturale eccellente, volle sempre al suo fianco la sorella, che aveva nome Maria, e l'amò d'amore svisceratissimo. Senza di lei non le pareva poter vivere; e a lei confidava i più riposti secreti del cuore, fintantochè questi furono tali da potersi confidare senza vergogna; quando poi cessarono essere innocenti, allora prese a ravvilupparsi in ambagi e in reticenze; molto più, che avendo provato mettere a parte Maria di qualche suo pensiero, che se non poteva reputarsi colpevole, almeno incominciava a deviare dalla diritta strada, n'ebbe cotale ammonimento, che le tolse la voglia di continuare. Maria, comecchè buona femmina fosse, e non la guardasse tanto pel sottile, pure troppo bene si accorse che il cuore della sua padrona non era più con lei, e si accorse ancora che non lo potrebbe riacquistare se non per via di compiacenza ai suoi stolti desiderii, e facendosi per così dire complice sua. Ciò non le consentiva la propria religione, e nè anche la fede avuta sempre nella sua padrona, e poichè non trovava maniera di riunirsi a lei qual fu, deliberò lasciarla qual'era. La povera giovine, per non istaccarsi dal fianco della Isabella, aveva ricusato onesti partiti da accasarsi, e a lode sua conviene anche aggiungere, avere ella soffocato qualche affetto che sentiva nascersi nel cuore. Le prime rose della giovinezza erano alcun poco appassite per lei: ma vissuta castamente, e schiva di ogni reo costume, si manteneva pur sempre sanissima e bella. Mentr'ella stava in simile situazione di animo, la fortuna le parò innanzi un giovine chiamato Cecchino del Bandieraio, di cui le andarono a genio la persona, e più della persona assai la pietà che dimostrava grandissima verso la sua vecchia madre. Maria, rimasta sola di casa sua, non ebbe a domandare licenza a nessuno, tranne alla padrona; e questa, tanto la vinceva allora la passione, senza dolore lasciò che Maria l'abbandonasse, la quale poteva considerarsi come l'àncora estrema di salvazione per lei; anzi la vide allontanare con piacere, come persona di cui lo aspetto le riusciva importuno. Però, secondo che le porgeva la sua natura veramente reale, ella non le fu parca di doni: le dette in copia vesti, masserizie, gioie, e denari, e dolci parole, e raccomandazioni che in ogni suo bisogno facesse capitale di lei. Quando vennero al punto del dividersi, prevalse l'antica tenerezza, e l'abbracciò tanto strettamente, che non pareva potesse distaccarsi da lei, e pianse; -- ma un bacio ardente dello amore asciugò subito cotesta lacrima, e Maria fu ben presto dimenticata.

Maria all'opposto non seppe dimenticare Isabella, e non cessò mai di recarsi giornalmente al palazzo per vederla: ma di cento volte le veniva fatto di vederla una sola, imperciocchè le dicessero ora, che non poteva; tale altra, ch'era assente; e la povera Maria se ne tornava indietro mortificata, col cuore grosso, e gli occhi sovente lacrimosi, ma non aveva fornita anche mezzo la strada, che scusava Isabella, credeva vero il motivo del commiato, si dava torto per averne dubitato, e si confortava nel presagio che sarebbe stata più avventurosa domani. Il giorno appresso si rinnovava l'avventura, e a inacerbirle il rammarico si aggiungeva il ricorrere che la gente faceva a lei per essere raccomandata alla Isabella. Invano ella assicurava con mesto sembiante oramai non potere più nulla sopra l'animo della duchessa: non la credevano; pensavano volesse schermirsi da rendere servigio, e le dicevano: «Sapersi, tanto lei quanto Isabella essere tutta una cosa, un'anima in due cuori; quanto piaceva a lei, essa fare; quello che voleva, potere: non ributtasse la preghiera della vedova e della orfana, intercedesse e ottenesse; operasse cotesta carità, ricordasse essere nata dal popolo; non insuperbisse; un giorno il Signore potrebbe provare anche lei, e allora le sarebbe dolce pensare al bene che aveva fatto, e potrebbe domandarne il compenso dal popolo, che glielo renderebbe gratamente, conciossiachè ella sapesse che il popolo conserva viscere di gratitudine.»

Immaginatevi se cotesto era un dare delle coltella nel cuore alla povera giovane: nonostante, come meglio poteva s'ingegnava, e nel suo segreto si confortava nel pensiero, che se la duchessa le aveva tolta la grazia sua, non se l'era in verun conto demeritata.

Intanto Cecchino si era accomodato per lancia spezzata col signor Paolo Giordano, che lo aveva condotto a Roma. Egli stette dubbio di menare seco la Maria, ma considerando che da tutti a un tratto non poteva essere abbandonata senza infamia la vecchia madre,[65] decise lasciarla, molto più che sperava tornare spesso a casa. Ma la fortuna gli troncò i disegni, che di mese in mese promettendo tornare, e non tornando mai, aveva compiuto i tre anni; e in questo frattempo la madre con inestimabile amarezza della moglie e di lui se n'era andata con Dio. Allora Maria gli scrisse, che non restando altro che la tenesse a Firenze, anzi essendole venuta in fastidio, voleva ad ogni patto raggiungerlo a Roma; ma Cecchino le rispose, non si movesse, imperciocchè il duca pochi più giorni potrebbe differire per mettersi in cammino alla volta di Firenze, e sarebbero tornati in su tutti assieme; non gli parendo bene, che ella donna sola si avventurasse al viaggio, mentre le strade erano rotte da masnade intere di grassatori, e in Roma stessa non si viveva sicuri. E la buona Maria, tolta la cosa con santa pazienza, aspettava ogni giorno il marito.

Era la sera del quattro luglio 1576, e la Maria se ne stava soletta _traendo dalla rocca la chioma_, e in silenzio, dopo avere cantato alcune ottave della canzone di Giosaffatte e Barlaam, e tutto lo episodio della morte di Zerbino e d'Isabella, commoventissima immaginazione di Lodovico Ariosto,[66] quando sentì battere alla porta di strada. Trasalì come avviene a chi ha il cuore sollevato; balzò in piedi, e tirata la corda della porta si recò a capo di scala con un suo lume in mano, tra il sì e il no di vedersi comparire davanti il suo Cecchino: invece ella vide entrare un uomo tutto nero, che messo il piede dentro la soglia con molta avvertenza richiuse l'uscio, e poi prese a salire gravemente le scale. Maria n'ebbe sospetto, ma come donna animosa non si lasciando punto sopraffare dalla paura, guardando meglio, ravvisò nell'uomo nero don Inigo, il taciturno maggiordomo della duchessa.

-- "Buona sera, don Inigo; ben venuto: che miracoli sono questi?"

Ed Inigo, con parole che ormai non ritenevano più dello spagnuolo, e non per anche erano diventate italiane, le rispose:

-- "Dio vi guardi, señora Maria, e la Santissima Vergine del Pilar." -- E continuava a salire: giunto in sala, si riposò alcun tempo, e finalmente disse:

-- "La mia Señora mi manda a voi perchè verso la mezzanotte voi vi troviate quanto più potrete cautamente alla porta segreta di fianco al palazzo; picchierete due volte, e vi sarà aperto. Dalla Señora apprenderete il resto: la quale si raccomanda a voi per la massima discretezza, trattandosi di cosa ove ne va la morte o la vita. Buona notte."

Ed alzandosi, don Inigo com'era venuto se ne andava.

-- "Don Inigo, sentite, fermatevi un momento: volete _bagnarvi la parola_? O che cosa sia questa? Gran Madre di Dio! levatemi di pena! se ne sapete voi nulla, non mi lasciate in questa tribolazione...."

Intanto don Inigo, arrivato in fondo della scala tirava su il saliscendi, e mezzo fuori della porta si voltava a inchinare Maria; poi, senza aggiungere verbo, tirato l'uscio a sè, scompariva.

Rimasta sola, Maria cominciò a mulinare col cervello: e che cosa fosse, e che cosa volesse, se bene, o male; ad ogni modo un gran segreto covava li sotto; dunque Isabella le ritornava la confidenza antica? Riacquistava la sorella amatissima? se l'avesse posta a parte di qualche sua contentezza se ne sarebbe rallegrata; se di qualche suo affanno, l'avrebbe consolata: proprio il suo angiolo custode l'aveva trattenuta da partirsi per Roma; ed è pur troppo così, che non bisogna lasciarci prendere dallo impeto della furia, che basta non esserseli meritati, la fortuna a lungo andare ripara i suoi torti, e la città vi rende onore, e gli amici tornano ad amarvi e a riverirvi a mille doppi di prima. E in questi dilettabili pensieri diventata tutta lieta, non trovava luogo che la capisse, faceva un gran rimestare di su e di giù per la casa; si acconciò i capelli, si vestì da festa, e poi (conciossiachè io non sappia quello che avvenga degli uomini delle altre parti del mondo, ma in queste nostre contrade quando una gioia veemente ci occupa tutti, forza è che prorompiamo nel canto) la Maria si dette a intuonare non più Giosaffatte e Barlaam, non più il mesto episodio di Zerbino e d'Isabella, ma la canzone:

Vaghe le montanine pastorelle, Donde venite si leggiadre e belle? Vegnam dall'alpe presso ad un boschetto: Piccola capannella è il nostro sito, Col padre e con la madre in piccol letto, Dove natura ci ha sempre nutrito. Torniam la sera dal prato fiorito, Che abbiam pasciute nostre pecorelle,[67]

con quello che segue; e tutto le veniva terminato presto, sicchè l'ora le pareva che fuggisse innanzi a lei come la farfalla al fanciullo quando smanioso la perseguita, ed ella volando di ramo in ramo della siepe, sembra che si prenda giuoco di lui. Finalmente le ore batterono, e Maria porgendo intentissima le orecchie le contava con le dita stese su per le labbra; ma si confuse nel novero: stette più avvertita al ritocco; se non che anche questa seconda volta i latrati di un cane per la via le interruppero la successione dei suoni, e si rimase sapendone quanto prima: si fece alla finestra per domandarne a qualcheduno che passasse; non vide persona: si attentò battere alla parete per interrogarne il vicino, e questi, che forse in quel punto pigliava sonno, stizzoso per essere disturbato rispose acerbo: -- "Non lo so." -- Parendo a Maria patire niente meno di San Lorenzo sopra la brace, arrovellata dalla curiosità, deliberò andare, e nel caso di troppa fretta avrebbe aspettato all'aria aperta, passeggiando; imperciocchè dal caldo grande, e dalla impazienza grandissima, stando in casa gliene veniva un martirio da non poterlo in verun modo sopportare. Però la impazienza non era meno veemente dall'altra parte; conciossiachè giunta che fu alla porta segreta, e bussato appena la prima volta, le si aperse davanti, e vide madonna Isabella seduta sopra l'ultimo scalino di pietra, bianca in volto come un voto della Santissima Annunziata, con un lume ai piedi, che parte della persona le illuminava, e parte lasciava nelle tenebre. Isabella veduta Maria si alzò, e senza profferire parola le strinse affettuosamente la destra, e se l'accostò al cuore, e tolto il lume cominciò a salire la scala rischiarandole i passi.

Giunte nella stanza, Isabella depose il lume presso alla culla di un pargolo. Maraviglia a vedersi era il lavoro della culla tutta messa ad oro; maraviglia la coperta di velluto trapunta di bei fogliami di oro; di seta e di oro le fasce donde uscivano lembi di trine d'inestimabile valore. Chi ha veduto nella galleria del palazzo Pitti il ritratto di Leopoldo de' Medici infante che poi fu cardinale, di leggieri si formerà idea del come fosse questo fanciullo addobbato; ma la maraviglia a vedersi maggiore era certamente il fanciullo stesso, oltre ogni credenza leggiadro. Lo sguardo di Maria corse subito sopra cotesta creatura, e vedendola tanto vezzosa, prese a vagheggiarlo, siccome le donne costumano, in questa maniera:

-- "E chi sei, bel fanciullino? Gesù! Quanto egli è caro! E chi ti ha fatto questi occhietti? E come ti chiami? Mettendoti due ali, parresti uno angioletto di amore.[68] Su via, sta lieto, ridi un po', mostrami i bei dentini."

E qui postogli l'indice sopra la fossetta del mento lieve lieve lo vellicava, e il pargolo si pose a ridere festoso e alzava le manine al volto della Maria, quasi volesse renderle le carezze.

Isabella muta, ma in parte sollevata dalla immensa mestizia che la opprimeva, si stava considerando quella scena commovente; pure alla fine, come la urgenza dei casi desiderava, così prese a dire: -- "Vedi? Questo bel capo in breve compresso dentro una mano di ferro, o battuto contro la parete, o calpestato andrà in frantumi: questi occhi schizzeranno fuori dai cigli rovesciandosi giù per le guancie; queste membra tenerelle e candidissime in breve diventeranno una massa informe di carne insanguinata...." --

-- "Ohimè! E chi sarà il rinnegato che farà questo? Chi mai ardirà l'orribile misfatto nel palazzo Orsini?"

-- "L'Orsini."

-- "Io non capisco. Il signor duca mi parve sempre cavaliere onorato, e cristiano...."

-- "Questo fanciullo è mio, e non del mio marito.... intendi!"

-- "Misericordia! -- Ma perchè siamo cristiani se non se per perdonare? Confidate in Dio; confidate nella virtù del pentimento, gettatevi ai piedi del vostro marito...."

-- "Egli ucciderà me e lui...."

-- "Gittatevi ai piedi del vostro fratello...."

-- "Egli ucciderà me e lui...."

-- "E chi ve lo ha detto? Voi sospettate troppo: e' non mi pare bene credere capaci uomini battezzati di tanta enormezza...."

-- "Ah! Maria, gli uomini sono disamorati e crudeli. Essi vogliono amare noi quanto loro piace; ma se noi cessiamo amare loro, questo dicono delitto, e come delitto acerbissimamente puniscono. Giordano, che dove io mi morissi consunta di amore per lui non si sarebbe mosso da Roma neppure per dirmi: -- Vattene in pace, o anima affannata, -- volerà come saetta a trucidare me e questa creatura, perchè io ho dimostrato non mi curare di lui..."

-- "Tal sia del duca; i fratelli però...."

-- "I fratelli hanno preso un'ombra, ch'è vanità, e chiamarono onore. Essi che vorrebbero soverchiare tutti, e in tutto, si sono resi schiavi di questa vanità, ne hanno fatto un codice, che citano senza requie: ma le carte sono affatto bianche; ognuno vi legge quello che la passione gli detta: una cosa sola vi apparisce significata mercè di caratteri di sangue, e questa cosa è morte...."

-- "Ebbene, se non si trova più misericordia nel mondo, fuggite, riparatevi in qualche riposto asilo dove chiederete perdono del vostro fallo al Signore, il quale certamente vi perdonerà...."

-- "Io non posso partire, nè voglio: io mi sento colpevole, e non intendo sottrarre il mio capo alla pena che mi verrà destinata; io non so più che cosa farmi di una vita piena di rimorsi, di una vita contaminata: di ora in avanti, se mi avvenga incontrare la faccia altrui, bisognerà che io abbassi la mia; -- e una figlia di principe che portò corona, deve aborrire dalla vita quando l'è forza declinare la faccia rossa di vergogna.... Ma quale ha colpa questa creatura? Ella è innocente: deve la mia causa separarsi dalla sua. Questo pargolo ha da essere salvo...."

-- "E lo sarà."

-- "O Maria, così favellando mi dai l'unica contentezza di cui oramai è capace la dolentissima anima mia. Prendilo.... è tuo.... e come tuo lo salva...."

E così dicendo, tolto il fanciullo, glielo pose sopra le braccia. Il pargolo, a cui lo aspetto della Maria era già riuscito grazioso, alzando le mani verso il viso di lei, pareva che anch'egli come sapesse meglio la supplicasse; e Maria baciandolo con affettuosissima passione favellava:

-- "Sì, mio bello angiolo, non pensare, che io ti salverò. -- Sì, che tu non morrai; tu hai da vivere, hai da essere lieto; e se gli uomini sono crudeli, le donne sanno essere pietose: e riusciamo noi meglio di loro, perchè Dio aiuta la pietà, e odia i cattivi...."

-- "Maria, io non mi aspettava meno dallo amore che sempre mi hai portato svisceratissimo, e porti. Iddio e la tua coscienza ti dieno per la buona opera quel rimerito che io nè in parole nè in fatti non potrei renderti mai. Io lo confesso, nei giorni della mia colpa ti allontanai da me; come importuna mi venisti in fastidio. Non adontartene: l'uomo cadrebbe mai in fallo, se non cacciasse lontano da sè il suo angiolo custode? -- Tu mi vedi punita abbastanza del mio errore con la presente miseria; e per satisfarti intieramente, come me ne corre l'obbligo, Maria, io te ne chiedo perdono...."

-- "O dolce signora mia, che parole sono queste? Voi mi volete fare piangere, e qui abbiamo mestieri di animo fermo e risoluto. Orsù, ditemi quello ch'è da farsi. La notte e il silenzio copriranno di mistero le cose; nessuno le saprà, e voi pure vivrete."

-- "Ecco: io presaga della ottima mente tua avevo apparecchiato quanto bisogna. -- In questo forziero troverai gioie e moneta sufficiente per formare uno stato. -- Se il fanciullo vivrà, voi le adopererete per allevarlo come conviene; se a Dio piaccia chiamarlo a sè, le terrete per voi. Questa è una lettera che confido solennemente alla tua segretezza. Allora quando sarai giunta in Parigi, la rimetterai proprio in mano a madama Caterina regina di Francia...."

-- "Parigi! Francia! Che mi parlate voi? Io non credeva mai questo."

-- "O che cosa credevi?...."

-- "Ma!... portarmi meco il fanciullo; mutare di strada, ridurmi ad abitare qualche casetta oltrarno, e quivi dare ad intendere che il figliuolo fosse mio...."

-- "Ciò tornerebbe a nulla, perchè cercheranno questo innocente coll'ardore del segugio lanciato dietro alla fiera, e mentre lui non salveresti, tu correresti pericolo. Con bene altri argomenti vuolsi difendere questo caro capo: appena lo spazio di mille miglia tra i suoi persecutori e lui potrà dargli salvezza...."

-- "Ah! signora. Io non posso abbandonare Firenze...."

-- "Come, non puoi? Ti penti forse del dono? Vuoi tu mancarmi di fede?"

-- "Signora, voi sapete ch'io sono donna altrui. Mio marito si trova lontano: ora, come posso io partirmi onestamente senza il suo volere? Come abbandonare una terra ch'egli non volesse abbandonare? Se tornando egli, e sapendomi partita, il suo amore per me si convertisse in odio, e dicesse: -- Poichè se n'è andata, stia con Dio: -- se, fattami randagia pel mondo senza di lui, egli dubitasse dello amore ch'io gli porto grandissimo, e della fedeltà che sempre gli ho conservata, e mi disprezzasse.... Ahi me misera! Io mi sentirei morire, io certamente ne morrei di dolore...."

-- "Tu ami assai questo tuo marito, o Maria?"

-- "E come non lo dovrei amare io? Quando derelitta da tutti sopra questa terra; morti i genitori, senza parenti, discacciata da voi, io supplicava Dio che mi chiamasse a sè, perchè ogni motivo di vivere mi era venuto meno, e non mi esaudendo il Signore, sentivo sprofondarmi nella disperazione; questo amatissimo giovane ebbe misericordia di me, e mi disse: -- Vieni, povera derelitta; agguantati al mio braccio; noi faremo insieme il viaggio della vita: se cerchi amore, io ti offro un cuore capace di amare: -- ed io mi vi appigliai come San Pietro alla veste di Cristo quando gli parve pericolare sopra il mare; e fui salva, e la vita mi piacque, e tuttavia mi piace, però che io senta di piacere a lui.... al mio marito.... al mio sposo.... alla unica mia consolazione sopra la terra...."