Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 12
»E' merita il pregio della opera, e mi si appartiene, signore Silvio Illustrissimo, scrivere a vostra signoria illustrissima una grande e prolissa lettera. Quando, che alli giorni passati la Morte cavalcò sopra il suo destriero magro e disfatto per investirsi del titolo di Grande. La Morte ottenne a Roma il titolo di Grande, e conseguita ch'ella ebbe cosiffatta indecentissima intitolazione, se ne cavalcava frettolosa alla volta del Poggio a Caiano, e quivi con irresistibile forza e pari valore assaltò il Grande Etrusco di Firenze e Siena, e lo abbattè alli 19 di ottobre 1587 a 4 ore e mezzo di notte, e di 47 anni lo privò di vita dopo strani e disusati scontorcimenti, e ululati e muggiti diversi. Stette senza favella da dopo desinare fino al punto in cui fu soprappreso da febbre scottantissima. Il signor Pandolfo de' Bardi, e il signor Troiano Boba, hanno sempre attestato che fosse per soverchio insolito esercizio scalmanato, e così presa una calda per essersi fermo in frigido luogo vicino all'acqua, come pure per causa di vecchi disordini, troppa continua beuta di elisir, e suo acquerello, et acqua arzente, e da mezzi minerali alchimiata e alterata; immoderata e nociva familiarità con l'olio di vetriolo ed uso troppo frequente di acqua di cannella stillata; e dal mangiare paste e composizioni calide, torte con tutte sorte di speziarie, gengiovi, noce moscada, garofani e pepe, polpe di capponi, fagiani, francolini, pernici, starne, e passere minutamente tritate, intrise con rossi di uova, crusca di zucchero, e farina inzaffranata; sorbire prima di pasto, fra pasto e dopo pasto continuamente uova con pepe lungo di Spagna pesto; empirsi sempre di cibi grossi, triviali, e di robaccia dura a smaltire, come agli d'India con pepe nero, cipolle, porri, scalogni, aglietti, malige crude, ramolacci, radici, rafani tedeschi, raponzoli, carciofi, cardoni, gobbi, sedani, nuchette, e nasturzii indiani, castagne, pere, funghi, tartufi, e in istrabocchevole quantità sorte di ogni formaggio; bere vini crudi, frizzanti, raspati, indigesti, grechi fumosi e gagliardi, e vino di Spagna, di Portercole, e di Reno: lacrima, chiarello, vino di Cipro, Malvagia, Candia, vino secco di Spagna, di Corsica, di Pietra Nera con la neve, avendo lo stomaco frigidissimo, e il fegato caldissimo; ai quali vecchi disordini voglionsi aggiungere i nuovi nella presente mala valetudine, come in mezzo alla febbre ardente bere gli sciloppi gelati, reluttare in tutto e per tutto il cristere, mandare giù pillole involte in pasta di ostie tenute a raffreddare nel diaccio, medicine e bevande nevate, e nel colmo dell'ardore della febbre sotterrarsi le mani nella neve; bere dopo il farmaco un gran bicchiere dì acqua agghiacciata; saziarsi a strane ore di latte infrigidito, e tirar giù due bicchieri di mosto ancora bollente, e poi per l'arsione della gola, aridità di lingua, asciuttezza di fauci e palato, collepollarsi fra le gote dentro in bocca con due pallottole di cristallo di montagna affreddate nel ghiaccio o nella neve, e raffreddare il letto con lo scaldino pieno di ghiaccio alla foggia del principe Carlo. Questo ed altro faceva a guisa del cardinale S. Angiolo, della Queva, del vicerè di Napoli, di Giannettino Doria, e del Signor Prospero Colonna, ma vi si tolse giù restandone chiaro. Non fece testamento prima, nè poi; solo sottoscrisse una polizza di sua mano di scudi 50,000 da distribuirsi tra i suoi servitori di corte. Confessollo il padre Maranta, il quale mi afferma che non ispecificò il numero e la quantità degli scudi da distribuirsi, ma raccomandò in generale che fosse rimunerata la servitù, e rincrescergli di non potere vivere tanto da farlo da se stesso. Il confessore non fu a tempo di memorargli se volesse erogare più altro a benefizio dei suoi, perchè chiusi gli occhi non potè muovere la lingua, o crollare la testa. Nel ricevere i sacramenti proferì le orazioni, la confessione della messa, e il _Miserere_ assai speditamente. Monsignor Abbioso lo linì della estrema unzione. Il cardinale di Firenze fu assistente alla data dei sacramenti, e alla più parte delle cerimonie.
»Saperà ancora V. S. I. come interrogatolo uno intrinseco suo, che cosa volesse dire che in tanta felicità di stato, e abbondante potenza di tutte le cose, mai non si rallegrasse, così rispondesse: -- «Certo ch'io dubito, che questa mia moglie non mi abbia fatto qualche malía affatturamento, comecchè separato e disgiunto da lei, vivere e posa avere non posso.» -- Intorno a che più volte ragionando la Bianca disse: -- «Da mio marito a me hanno a correre ore, e non giorni.» --
»La morte, finito l'uno prima, andò alla volta della granduchessa, che stava chioccia, e la sopraggiunse mentre con ansia investigava lo stato del marito, e si sforzava di fargli ricordare la promessa per la promozione di D. Antonio, perchè fidandosi sopra il bene essere del Granduca, non gli chiese in vita danari, beni o roba, ma indovinando la morte del suo marito dal calpestio di un andito all'altro, dalla una all'altra camera, dal rumore delle carrozze e dei cavalli, e dal vedere il signore Pandolfo de' Bardi con gli occhi molli, le guancie infuocate e bagnate, sospirante spesso, e semivivo, comecchè la sua damigella L. V. N. A. gliele avesse poco anzi messa in dubbio, cacciato il capo sotto, frastagliando parlò: -- «Conviene anche a mi morire col mio signore.» -- E mandato un sospiro interno per entro il cuore, non fiatando più fino alle quindici ore e mezzo dell'altra mattina, spirò; e come undici ore prima trapassò il marito, similmente undici ore dopo morì la moglie; facendo comparire con simili accidenti un atto in commedia terminato in doppia tragedia nel sopraddetto spazio breve dall'uno all'altro. Il successore, che con iscusa di rinforzo della sua gotta, si era su le tre ore licenziato da lei, alle sette e mezzo giunse alla porta a Prato, ove scontrato il primo capitano dei Lanzi, rispettosamente, con temenza, e tremandogli la voce (credo io per la grande novità di mutazione) gli disse: «Ora avete ad essere così fedele a me, capitano, da qui innanzi, come a mio fratello siete stato.» Il palazzo granducale fu dipoi come per lo avanti custodito dai Lanzichenecchi soliti, e gli Spagnuoli, che già per questo effetto si erano chiamati dal Monte, si rimandarono. In seguito chiamato Bernardo Buontalenti, fedelissimo discuopritore dell'intimo Etrusco, gli dette il contrassegno, e si fece scuoprire sotterrato il tesoro di cinque milioni e mezzo di oro, e di 700,000 scudi di elette gioie; onde, chi vorrà negare che non siamo venuti alla età dell'oro? Già per comune discorso danno al nuovo signore per moglie la vedova di Francia, ma non vi è fondamento, ch'essendo vissuta regina, regina intende morire; e altri altre, secondo la opinione di quelli che vogliono indovinare: staremo a vedere et udire quello che nascerà, perchè questi son giudicj temerarj. Il nuovo signore pensa già, tratta, discorre e ragiona di volere rivoltare e ritravagliare il mondo, rifare e ritoccare ogni qualunque cosa, rivolgere sottosopra ogni mal fatto, ogni sconcio correggere, moderare ogni scempiezza; levarsi dattorno i ministri mozzorecchi, sbandirsi innanzi tutti i ribaldi, mandar via i cortigiani oziosi, superflui e girovaghi; cacciare in malora i parassiti, gli adulatori, le finte meretrici, tutte le triste persone, e di male affare; gastigare i malvagi, i maligni, i rei, gli scellerati, i mariuoli, i tagliaborse, dileguare i banditi, punire i ruffiani, i sicarii, i grassatori; far morire gli assaltatori di strade, gli assassini, gl'ingannatori, i seduttori, i bestemmiatori, i viziosi, gli scorretti, i bislacchi, tutti gli uomini di mala vita; mandar via, e segregare dal commercio degli altri i vagabondi e i girovaghi, tòrre insomma la vita ai pessimi, far vivere esaltando, accarezzando, giovando, riconoscere premiando, e amando sempre i buoni, e perseguitando i contrarj; proibire i giuochi, le bische, le baratterie, i ritrovi, le carte, i dadi, le scommesse, e le altre barerie; levare i grecovendoli, temperare e moderare i postriboli e le taverne; mutare le segreterie, li magistrati, gli uffiziali, i giudici, i rettori, gli auditori, gl'infedeli et insufficienti ministri, e gli uffici distribuire per i meriti, e non per i favori, e ai necessitosi; rivedere i conti a tutti, e i non buoni gastigare e cassare, avendo riguardo ai poveri bisognosi, e sovvenirli di limosine, giovarli, aiutarli di comodità, esercitando sempre le doti potentissime di principe, che sono liberalità e clemenza; afferma, tra le altre cose, la nostra Siena essere mal trattata e mal governata: non volerla così, e doversi guidare dal Piccolomini vostro cugino, e dal Pannilini. Basta, staremo a vedere, imperciocchè non manchi chi affermi essersi soltanto dalla padella entrati nella brace, Venere sempre dominante, ed essersi mutata la frasca non il vino; ma ragionevolmente scorti e conti gli errori dell'altro governo, potrà agevolmente correggerli nel suo. E di già le avviso la sua prima azione, ch'è stata d'imprigionare il procuratore di Livorno, aggravato d'infiniti rubamenti e querele, il quale ha voluto primieramente ammazzarsi col darsi percossa di un Cristo, nostro Signore, posto in croce, e appresso in Santa Maria Nuova si è morto. Il cardinale ebbe sempre in urto a cagione della sua iniquezza, poco rispetto e malvagità, Pietro Lazzero Zeffirini cabalista di Siena, nomandolo sempre ghiotto, impiccato, mozzorecchi, e tristo; così non prima morto il fratello, e forse prima, o in quel punto e in quella ora, diede ordine a messer Guido Del Caccia gonfaloniere, che facesse dare la caccia a costui, e preso, lo facesse custodire in lato iscampabile; talchè data rigida commissione al Cagnaccio principale, che con insolenti cani andanti alla presa dell'uomo lo rabburchiasse, fu carpito in casa, onde gli disse: -- «Siete prigione del granduca.» -- «Del granduca prigione io sono sempre» (rispose). -- Al che con sinistra e soprastante maniera lo garrì dicendo: -- «Havete ad essere prigione dadovero.» -- Scandalizzossi il signore Piero Lorenzo, e disse: -- «Prigione io, ministro di Sua Altezza? voglio vedere il mandato, e suo chirografo.» Ed esclamando -- io protesto, io ti farò, io ti dirò, -- lascia pure minacciare e bravare a lui! Intanto ei lo afferrò per un braccio, e fattolo muovere lo condusse al buio presso di Bora, e forse peggio, avendo ad essere giudicato delle tante querele, misfatti, e male opere da messere Lorenzo Osimbardi, successore in suo luogo; ciò ch'è stato caro, et ha piaciuto a tutta la gente.
»Ora l'altra sera dopo la morte, il cadavere del Grande Etrusco fu portato in lettiga con la guardia del signor Piero Antonio dei Bardi con 200 torcie bravissimamente portate da uomini di arme, e stefaniani, e uomini di corte, fino alla porta della città, e a quella di S. Lorenzo con gli stangoni in ispalla dei cavalieri, e dei cortigiani; e la seguente sera fu portato il cadavere della Bianca con assai meno caterva, 20 torcie sole, alla semplice, alla pura, alla solinga, et abietta bene. Il cadavere del granduca si vide con la corona, e così stette fino all'avello. Il Buontalenti domandò se doveva lasciarsi vedere la Bianca, e incoronata; gli fu risposto: _che si era vista, e che aveva portato la corona pure assai_; e instando egli, dove si avesse a seppellire, gli fu risposto: _dove volete voi_; al che replicando, fu risposto interzando: _dove volete voi: non la vogliamo fra i nostri_. Onde involta in un lenzuolo fu alla rinfusa gittata nel carnaio, ch'è la tomba maggiore generale alla plebe. Per lo innanzi ambedue i cadaveri furono aperti, e mi accertarono maestro Baccio Baldini, e maestro Leopoldo Carlini da Barga, essere stato nelle interiora dell'uno e dell'altro la medesima simpatia di malore: come di corruzione di fegato e polmone, di trista abitudine, di panniccoli nello stomaco, e mal colore di arnioni; se non che nel cadavere della donna fu gran copia di acqua, comecchè infetta da due anni in dietro d'idropisia: e queste combinazioni di morte accostatesi insieme nello spazio di 11 o 12 ore, siccome da prima in altrettanto si ammalarono, hanno fatto credere allo ignaro volgo e alla rozza gente di collegazione di spiriti, e a me hanno fatto sovvenire dell'antica commedia di Plauto intitolata _Commorientes_, e degli due Plantuomini di... che in _Venere obiere_. Alcuni altri imburiassati da popolaresche voci hanno creduto che, siccome risuona di fuori il grido da più bande, che sieno morti di veleno, ma sono baie; chè fu di natura. Et in vero, egli è stato un atto di commedia in iscena comparso bene, molto presto finito in doppia tragedia; in somma abbiali fatti uscire di vita o il medico, o Dio, io la intendo a mio modo.
»Con la sopraintendenza del cardinale di Firenze il nobile Bernardo Vecchietto, il ...... Ricasoli, Bernardo Buontalenti, e messer Francesco Lenzoni, hanno ad attendere alle cure dell'esequie, le quali si processioneranno alli 15 decembre del presente anno.
Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa assai dopo, perchè continua con queste parole:
»Gianvettorio, come di sopra si può leggere, ha narrato la vita del granduca Francesco, i disordini che fece nella vita, la causa della malattia, e così della moglie, e della morte dell'uno e dell'altra. Ora narrerà succintamente l'ordine dell'esequie, delle quali per non essere tedioso descriverà solo quello che sostanzialmente gli parrà da tenere conto, e lascerà stare la borra, e però dice:
»Che si partirono dal palazzo granducale con 6 trombetti muti a cavallo: era il palazzo parato di nero, e nel cortile il cataletto entrovi la effigie del granduca con la corona, e così era portato in San Lorenzo dove avevano destinato i posti ai magistrati, agli ambasciatori dei principi, e a quelli delle comunità. Messere Pietro Angioli da Barga fece la orazione funerale, dopo che fu entrato il cataletto col cadavere finto, la quale fu tenuta dotta, elegante e breve, in latino, dandogli quelle laudi che si potevano e convenivano a lui, biasimando i ministri cattivi i quali offuscarono in buona parte il buono animo e il governo suo, siccome interviene e interverrà sempre a tutti i principi che troppo si fidano dei loro ministri, i quali per lo più sono furfanti, e mercenarj, e però sarà bene avere loro l'occhio e l'orecchio alle mani; e che del dolore che si ebbe della perdita di tanto principe se ne afflisse inconsolabilmente il popolo, se non lo confortava la successione del fratello, dal quale si deve sperare una vita gioconda e felicissima, con quelle altre adulazioni convenienti ad un Oratore, che ha da lodare una cosa. Vi furono 11 vescovi. Del baldacchino che gli fu portato, non istarò a dire come fosse, nè manco del panno ch'era sopra il catafalco, ch'era tutto di broccato di oro con frange: napponi di oro ricchissimi, e le imprese e i ricami ricchissimi: 80 cavalieri con quelli del baldacchino che lo portavano, e 80 nobili a cavallo gramagliosi, andavano per le strade per far cansare gl'impedimenti, e andare ognuno in regola; alla porta vi erano 8 gigantesse di carta di chiaro scuro, tra le quali una sola sendovi, per essere morte, femmina, stima che significasse la Bianca quegli che scrive, non vi avendo ad essere altro simbolo che potesse denotare colei. Erano in San Lorenzo gli scudi delle 16 città tutti posti in fila in testa; e dai lati del coro eravi la sua andata a Genova quando vi venne il re Filippo, sendo esso principe di poca età; vi era ancora quando andò allo imperatore per la moglie Giovanna di Austria regina nata, quando s'impadronisce dello Stato, e che i Cappucci lo riveriscono rendendogli la obbedienza; la macchina di Pratolino, l'addirizzamento dell'Arno, il porto et accrescimento di Livorno, le fazioni fatte dalle sue galere co' Turchi, e altre fatte da lui quando andò al Poggio, vivo, e tutto vigoroso. Era il catafalco alto braccia 32, e sotto esso catafalco fu fino a 3,500 tra torcie e fiaccole per la chiesa, e su esso catafalco posto il baldacchino di tela di oro nera, e sotto il baldacchino il simulato corpo. Alle orazioni e preci della messa grande, celebrata dal cardinale di Firenze, assisteva tutto il clero. La chiesa parata tutta, e archi, e colonne di rasce bianche e nere, intramezzate con più sorte di motti. Il viaggio fu di piazza dai Gondi per la via del Palagio a S. Croce, al ponte Rubaconte, per la via dei Bardi, per la via dei Guicciardini, a San Felice in Piazza, per via Maggio, per il Ponte a Santa Trinita dall'Antinori, al canto dei Carnesecchi, dai fondamenti del Duomo, e voltando dalla via dei Servi, dai Pucci, dai Medici, a San Lorenzo, processionarono 7225 passi in 5 ore. Innanzi al feretro andarono tutte le regole di frati, preti, canonici, vescovi, arcivescovi, la guardia dei Tedeschi col capitano armato a cavallo, ed essi tutti a negro rivestiti; 82 uomini d'arme, 250 cavalleggieri, 270 cavalieri con il loro abito lungo, 29 capitani, e tra essi 45 prigioni, e tutto a bruno con le insegne basse, archibusi sotto il braccio, e bandiere strascinate; 6 stendardi grandi di città principali, uno dei cavalieri di S. Stefano, portati a cavallo da persone nobili vestite di abito lungo di velluto dovizioso, e quello di mare portato a piedi; e arrivati che furono alla porta della chiesa, li riceverono sei nobili, e li portarono diritti intorno al catafalco per piantarli dentro a certi zoccoli fatti di terra, i quali, insieme a tutti gli altri abbigliamenti, rimasero alla chiesa. Dietro andarono i magistrati, la corte, i signori, i conti raccomandati, ambasciatori delle comunità e città, collegi di dottori di leggi, e di medicina, e studj, e la famiglia dei Medici. Seguirono appresso a tutti questi gramagliosi come gli altri di abito lungo, ma maggiore strascico per il gran bruno, 100 imbacuccati, 10 cavalli coperti di velluto nero, con amplissimi e potentissimi strascichi sostenuti da 60 giovani; le sue armi, cimieri, cornetta, stocco, zagaglia e la sopracoverta delle armi ricamata di oro furono portate a cavallo dai paggi, e con loro 17 baldacchini delle arti con drappelloni nuovi portati bassi, terragnioli, bandiere, e bandieruole portate ugualmente chine, e attorno la sembianza del morto da una banda e dall'altra. Nè può celebrarsi con quanta allegria e frequenza di popoli, che non saranno mai nozze o feste viste, e fatte così con tanta splendidezza, che ombreggiarono quelle dello invittissimo Carlo V ordinate e consumate a Brusselles, nelle quali si rappresentò andante la nave Magellana che fece il giro del mondo; e quelle di Giovanni Galeazzo Maria Visconti, che durarono 18 ore a passare, e vi furono 3000 torcie accese; e quelle del duca Alfonso di Ferrara, che per la copia grandissima di lumi fecero l'alluminatissima notte apparire limpidissimo giorno.
»Le doglienze agli re ed ai principi furono queste:
»Il sig. Ciro Alidori da Castel Rio allo Imperatore, in Sassonia e in Pollonia. Il sig. Giovanni Vincenzo Vitelli in Ispagna al re Filippo, con istruzione di raffermamento di collegazione, e di amicizia, e di servitù; e più appresso la SS. R. M. C., affinchè abbia moglie che possa essere per lui, benchè i più stimino, che per trapassare il negozio con più reputazione sposerà prima don Pietro. Il sig. Giovanni Niccolini a Roma. Il sig. Razio dal Monte in Francia col notaro a cintola il Paccalli per accomodare a modo della regina la vertenza che pende tra loro sopra il Poggio a Cajano di acconcimi, miglioramenti, ed altre pretensioni, e cacciarvi dentro 10,000 scudi prestati già al re nella scappata che fe già di Pollonia. Il sig. Rutilio Montalvo a Mantova. Il sig. Luigi Andonara a Venezia; duro et aspro ginepreto fare scilome a quei Magistrati, per dare loro ad intendere che non si sia beuto, ond'ei parlò così piano in Pregai, che appena fu sentito, sicchè dal segretario maggiore venne presa scritta la orazione, e poi gli rispose, ed egli riuscì acconciamente. Il sig. Emilio Pucci andò a Napoli, Sicilia, e Malta. Il sig. Luca Vaina in Baviera, e in Allemagna. Il sig. Alfonso Appiano d'Arragona a Ferrara. Il conte Bevilacqua ed il sig. Adriano Tassoni al duca di Urbino. Il sig. Matteo Bolli in Savoia, il quale non potè passare la Magra allora grossissima di acqua, ed essendosi abbattuto con tre dei suoi in un tal sergente della banda di quei paesi, con parole di orgoglio e presunzione, contendè perchè lo facessero passare a ogni modo, e lo trattò di villano. Il sergente, adunata la sua gente, lo aspettò poco dopo sopra la strada di Lerici, e a mano armata pose lui e tutti i suoi in pericoloso stato, per il che lo Standera con parole pacificatorie, spintosi innanzi alla volta sua, quietamente e posatamente dimostrò con buone ragioni al sergente, che per essere il sig. Matteo persona pubblica, dependente da principe di potenza grande vicino ai suoi signori similmente potenti, non volesse essere cagione di risse tra loro, con danno che ne verrebbe alla guerra contro ai Saracini comuni nemici. A così fatta persuasione sedossi lo scandaloso tumulto, del quale poi dolutosene a Genova n'ebbero gli aggressori notabile punizione, ma il sergente si dileguò. Il sig. Giulio Ricasoli a Massa, a Lucca, e a Genova; ma arrivato a Sarzana lo raggiunse il corriere speditogli dietro dal cardinale, con ordine che non passasse più innanzi, imperciocchè avea avuto certezza di là, che non volendo dargli del Serenissimo non arebbe udienza, onde se ne tornò subito indietro. Il conte Germanico Ercolani ed io siamo stati destinati per costà al Serenissimo di Parma, ma io ho voluto satisfare all'animo mio, lasciando il carico di tutto al conte, non avendo voluto disconciarmi della persona a così lungo viaggio per conto di morti tanto poco amati, niente apprezzati, meno dolsuti, e punto pianti.