Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
Part 10
Ossequiata Sua Santità, per meno lungo sentiero si ridusse il cardinale al suo palazzo, dove chiuso nello studio, senza valersi dell'opera di segretario, scrisse lettera al fratello Francesco, nella quale taciuti i rimproveri che pure ad ambedue loro si facevano meritamente, narrava dei vituperii pubblicati in contumelia della casa a cagione del vivere scorretto della Isabella di Bracciano, e della Eleonora di Toledo, e lo confortava a prendervi con la gravità sua quel rimedio che gli fosse sembrato a praticarsi migliore, ottenendo che le rammentate signore si riducessero a vivere più modestamente. Scritta la lettera, la consegnava ad un cavallaro, ordinandogli che si ponesse subito in via, e giunto a Firenze, ad altri, tranne che al Granduca, non la consegnasse per quanto avesse cara la vita. La lettera, siccome egli comandò, giunse pur troppo nelle mani di Francesco; e quando ebbe partorito quei luttuosissimi casi che danno argomento a questa Storia, non è da dirsi se il cardinale ne rimanesse contristato: ma veramente egli ebbe torto, conciossiachè non si dovesse lasciare andare a quel così subito empito, considerando di quanto cupa e feroce natura fosse il fratel suo, quanto dissimulatore, quanto inchinevole a mettere le mani nel sangue; come colui che allevato nei costumi spagnuoli, riputava obbligo di onore, pari al marito e al fratello, vendicare il torto della moglie e della sorella, e per di più, era stato nudrito in corte di Filippo II, per immanità d'indole fino nei suoi tempi chiamato _demonio del mezzogiorno_. -- Basta, il fato volle così, e forse non sarà stata l'ultima volta, come neppure la prima, che Pasquino avrà fatto versare lagrime e sangue.
Francesco, ricevuta la lettera, la lesse due volte, e senza che si potesse indovinare dalla sua faccia pallida e austera se gli porgesse buone o sinistre novelle, se la ripose con molta cura nel seno; poi voltosi alla moglie, e alla sorella e alla cognata, che si trattenevano in donneschi ragionari, disse loro: -- "Lo eminentissimo cardinale Ferdinando sta bene, e vi saluta."
Passati alcuni giorni, rimandò il cavallaro del cardinale a Roma, con lettera contenente breve orazione: giungergli gratissima la prova della solerzia usata in vantaggio dell'amplissima loro casata, comecchè per somma sventura fosse caduta sopra cosa di per sè rincrescevole assai; stesse sicuro che avrebbe trovato rimedio a tutto senza scandalo, e in modo che se ne chiamerebbe contento; anzi, il fatto meritando grave considerazione, pregarlo, come aveva praticato negli altri importantissimi negozi, così in questo a non lo lasciare privo dei suoi prudenti consigli.
Spedito questo cavallaro, dopo una o due ore ne spediva un altro, al quale commetteva, che, lasciata ogni divisa, vestisse abito da mercante, e condottosi fino a Roma, si presentasse senza darsi a conoscere al signore Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, gli consegnasse in proprie mani la lettera che gli dava, e poi se ne tornasse, senza pure riposarsi in Roma; per quanto aveva cara la grazia sua, i suoi comandamenti eseguisse. Diceva la lettera:
-- «Magnifico sig. duca cognato nostro onorandissimo. -- Ricevute le presenti, vorrà V. S. Illma cavalcare senza porre indugio tra mezzo alla volta di Firenze con un solo famiglio, o due al più. Apprenderà il motivo, ch'è urgentissimo, della sua chiamata dalla nostra bocca, non essendo cosa da fidarsi alla scrittura; intanto vogliamo che sappia, come questo negozio, sebbene a noi non estraneo, riguardi principalmente Lei, e la salute della sua famiglia. Di questa sua partita sarà bene che non informi persona a Lei attenente, e meno di ogni altro lo eminentissimo cardinale Ernando nostro germano. Faccia la via incognito, schivando studiosamente di darsi a conoscere; prenda così le sue misure, da giungere verso la bruna a porta Romana, portando, tanto V. S. Illma che i suoi famigli, una penna bianca alla berretta.
«Troverà qualcheduno che farà mettere dentro alle porte tanto Lei quanto i famigli, senza dare nome, e noi staremo aspettandola in palazzo.
«Dio la conservi nella sua santa guardia ec.»[49]
Paolo Giordano, letta e considerata bene la lettera, levò il fazzoletto di tasca, e si asciugò la fronte grondante sudore; poi si pose a passeggiare, tornò quindi a leggere la lettera da capo, e non sapeva darsi pace.
-- "Mi sono io venduto alla catena" -- andava farneticando tra sè, "con questi mercadanti nati pure eri! Io principe romano! Che lignaggio è il vostro? Donde nascete voi? Quando casa mia onoravano baroni, cavalieri, e uomini di alto affare, i vostri maggiori non erano degni di reggere loro la staffa. -- Al ricevere questa nostra cavalcherete.... con un famiglio, due.... non vi darete conoscere a persona.... entrate fuggiasco. -- La Dio mercè non siamo sudditi vostri.... comandate ai vostri servi.... Io non andrò; ho fermo di non andare, e non andrò...."
E torna a passeggiare. Intanto una voce interna, quasi partisse da qualche suo consigliere, lo raumiliava dicendo: -- Ma egli è tuo cognato, egli è principe di corona, che non può muoversi per venire da te; egli è potentissimo, egli è ricchissimo, di autorità inestimabile in corte di Roma. Poi la cosa riguarda te, sicchè pare giusto che tu debba andare verso lui, ed anche porgergli grazie se si dimostra cosiffattamente amorevole pei tuoi vantaggi: arrogi che ti alleva in corte il tuo figliuolo Virginio, e gli farà lo stato, perchè sopra il tuo ci è poco da contare: nelle tue strettezze, nel diluvio universale dei tuoi debiti, chi può se non egli esserti arca di salvazione? Bracciano, o Bracciano, nobile arnese dei padri miei, io ti vedo in profezia diventare preda di qualche fortunato mercante che dopo avere preso le terre, prenderà anche il titolo.... e così dopo avere sfrattato la mia illustre prosapia dal castello, sfratterà il mio nome dalla memoria degli uomini. -- Dunque mi parrebbe giovevole andare, e tenermi bene edificato questo parente per amore del debito. -- Amore! -- avrei dovuto dire odio: ma gloriosissimo San Pietro, come potrò io odiare i debiti, se i debiti furono le mie fasce quando prima venni nel mondo, e saranno il mio lenzuolo funerario quando scenderò nel sepolcro? il Bernia compose un capitolo sopra il debito; fece male, doveva comporvi un poema epico. -- "A Firenze.... Titta! Fa di sellare tre cavalli a dovere; ci converrà fare cammino. Tu e Cecchino verrete con esso meco: lasciate la livrea, ponetevi una penna bianca alla berretta, e non dimenticate i gabbani. -- Egli è dovere condurre questo povero Cecchino: lo menai via da Firenze, ch'era, si può dire, sposo novello; e rivedrà volentieri la vecchia madre, e la moglie. Penso che me ne saprà grado, o almeno me lo fingo; e questo fingimento mi fa bene. -- Costoro godono meglio di noi: credono allo amore, e si amano, e si rivedono con piacere, e si lasciano con affanno.... Io poi ricordo appena di aver moglie; e sì, che Isabella è pure vaghissima femmina, e di alto animo, e di ornato intelletto, e davvero io ho mostrato fare un gran caso di tutti questi suoi pregi! -- Parmi ch'io lo deva avere per giunta se in casa mia non sarò odiato: -- mi basterebbe dimenticato."
E se non m'inganno, qual fosse Paolo Giordano Orsini in molta parte lo ricaviamo da questo suo discorso: -- il piombino dello archipendolo, di cui un braccio fosse il vizio, l'altro la virtù, per sè fermo perpetuamente, e incapace a muoversi se impulso esterno nol facesse oscillare da una parte o dall'altra. Spensierato, prodigo, e subito così a inferocirsi come a placarsi; ma per colpa dei tempi più spesso trascorrevole nella ira che propenso alla pietà: e poi, quando era aizzato da chi sapesse prenderlo pel suo verso, non possiamo immaginare enormezza a cui non si trovasse parato. Io non voglio dire che assomigliasse Claudio, il quale avendo fatto ammazzare la moglie Messalina, quindi a poco postosi a tavola domandò del perchè la imperatrice non venisse;[50] ma dopo le sanguinose collere, che in balía loro lo trasportavano, tale lo sorprendeva un oblío dei commessi misfatti, che nè i sonni gli si turbavano, nè differiva i conviti, nè trascurava le feste, sollazzevole così, come se nulla fosse avvenuto: dissimulatore non per concetto, ma per abito, e tanto più pericoloso, in quanto che quei suoi modi facili assicuravano di una certa ingenuità di naturale.
Si partiva pertanto da Roma, e giungeva a Firenze, dove fu introdotto nel modo convenuto, e quindi a poco in palazzo.
Francesco stava seduto a mensa in compagnia della Bianca, e non sì tosto ebbe visto il duca, che levatosi in piede gli porse cortesemente la destra, e lo baciò sopra ambedue le gote: compite coteste accoglienze, il duca s'incamminava verso la Bianca, che non si mosse, e fattole omaggio, le baciò ossequioso la mano.[51]
Francesco tornato a sedere,
-- "Giordano," disse "voi dovete essere stanco; ma prima che ve ne andiate a riposare, sedetevi, vi prego, e ristoratevi alquanto di cibo e di bevanda: voi lo vedete, noi siamo in famiglia."
E Paolo Giordano, senza aspettare che gli venisse reiterato lo invito, si assise a mensa a canto a Francesco.
Certo nè a poeta nè a romanziere mai si presentò così magnifica occasione per isfoggiare la sua facoltà descrittiva. Senza far torto a nessuno, poche corti allora, e forse anche adesso, possedevano gli arnesi preziosi di cui i Medici avevano tesoro; e non già preziosi per la materia, quanto molto più pel lavoro: -- credenze di argento, vasi, vassoi, orciuoli, bacini, coppe, fiaschi, candelabri, tutto insomma era maraviglia a vedersi; -- ma io lascerò stare, e mi stringerò a quello che meglio desidera il mio argomento.
Il duca, quantunque assuefatto alla profusione romana, rimase sorpreso della copia immensa delle vivande: e guardando più accuratamente, la sua sorpresa si accrebbe nel considerare le varie generazioni dei cibi: -- passere minutamente tritate intrise con rossi di uova, e con farina inzaffranata, spolverizzate di zucchero, -- agli e nasturzi indiani, -- cipolle maligie crude, rafani tedeschi, scalogni, e raponzoli; -- inoltre, dentro vasi di finissimo cristallo per condire, giengiovi, pepe nero, noce moscada, garofani, zenzero, e simili; -- in mezzo, una piramide di uova; e da per tutti i lati, manicaretti e intingoli di strana apparenza; di più maniere formaggi posti in diaccio dentro piatti di argento.
Siccome le vivande note poco talentavano al duca, si avventurò ad assaggiare alcune delle sconosciute, e bene gliene incolse, imperciocchè fossero composte di polpe di francolini, di fagiani, di pernici e di starne, ma acconciate così, che gli bruciavano il palato, e gli facevano lacrimare gli occhi: si ricordò di Porzia, che trangugiò carboni ardenti; non si sapeva persuadere come uomo potesse nudrirsi in cosiffatta maniera: chiedeva spesso da bere per temperare l'arsura, e le bevande che gli porgevano erano diacciate così, che gliene spasimavano i denti, e i nervi del capo. E poi vini fumosi e frizzanti, da dare la volta al cervello dopo il secondo bicchiere. Gli pareva un convito infernale, e che per assuefarsi a cotesti alimenti e a cotesti liquori, il granduca e la granduchessa avessero dovuto durare maggiore fatica di Mitridate, che beveva e mangiava senza danno qualunque tossico, per gagliardo che fosse. In breve, fu spento, se non sazio, in lui il naturale desiderio del cibo e della bevanda, e prese a guardare il cognato, che silenzioso attendeva a empirsi lo stomaco, con una specie di rabbia, di cipolle novelline spolverizzate di zenzero; e poi ad un tratto cessava dalle cipolle, prendeva un uovo, e rotto il guscio vi gettava dentro una cucchiaiata di pepe nero, e beveva; quindi da capo cipolle; e di tratto in tratto ordinava: -- da bere. -- Il coppiero gli recava un bacino con un fiasco pieno di acqua, e un piccolo bicchiere pieno di vino suvvi, ed egli rovesciato quasi tutto il bicchiere nel bacino, lo riempiva di acqua e lo trangugiava di un sorso.[52] Cotesto depravato costume non era un piacere, ma visibilmente travaglio, conciossiachè giù dalla fronte gli gocciasse il sudore, le pupille mandasse torte, ansasse, e nel volto di colore si tramutasse, ora facendosi vermiglio come fuoco, ed ora giallo come le candele che gli ardevano davanti.[53] A Paolo Giordano parve, com'era pur troppo, cotesto un volersi distruggere, e allora pensava che sarebbe stata cosa più lesta gittarsi a capo fitto dai finestroni del palazzo. Con simile idea per la mente egli volse gli occhi alla Bianca, e gli occhi della Bianca ricambiarono co' suoi uno sguardo d'intelligenza. Giordano aveva voluto esprimere questa domanda: -- E come mai voi che pur siete accorta femmina, consentite che costui così si uccida? -- E la Bianca aveva risposto: -- Se ci patisca, Dio lo sa; voi sapeste con quale arabico umore mi tocca a fare! Proverò non ostante, e voi vedrete. --
E quando tempo le parve, la Bianca, côlto il destro, con quella maggiore piacevolezza che troppo bene sapeva e poteva adoperare, così favellò:
-- "Mio signore e consorte, vorrestemi di grazia essere cortese di un dono?"
-- "Dite...."
-- "Vorreste, per amore mio, essere contento di rimanervi da cotesto cibo crudo, che io temo forte non vi abbia a far male?"
-- "Bianca, io ve l'ho detto un'altra volta, e desidererei non avere a dirvelo la terza: in casa mia, e nel mio Stato, così nelle piccolissime come nelle grandi cose, assoluto signore voglio essere io...."
-- "Nè io vi contrasto il dominio, chè anzi troppo mi onora chiamarmi vostra schiava; ma per questa volta vi supplico, cuor mio, gioia mia, vogliate sodisfarmi...."
E così dicendo, stese la mano al piatto per toglierglielo davanti. Francesco, preso da impeto rabbioso, con la manca strinse il braccio della Bianca forte così che vi rimase impressa di un colore turchino la traccia delle dita, e fremendo del bramito di fiera, la guardò bieco, e lungamente negli occhi; poi senza profferire parola, lento lento aperse la mano. La Bianca ritirò il braccio illividito senza ardire dolersi, e ricacciò dentro gli occhi due lacrime pronte a sgorgare: umiliata e confusa, non seppe nascondere la vergogna, il dispetto, e la rabbia, fuorchè gridando: -- "Candia!..."
E il destro coppiere le pose tosto davanti il bacino di argento, il bicchiere di vino di Candia, e una caraffa di acqua. Ella, lasciata stare l'acqua, prese il bicchiere, e presto presto lo mandò giù di un fiato.[54]
Al duca pareva assistere al convito di Domiziano, quando fece portare i cataletti intorno alle tavole col nome dei commensali: avrebbe desiderato essere mille miglia lontano di là: si rammentava essersi sentito meno tristo accompagnando i funerali di sua madre.
Francesco, come un fanciullo stizzoso, immaginava potere dimostrare quali e quante fossero la potenza e la libertà sue di fare a capriccio, empiendosi la bocca di cipolline tutte coperte di zenzero, bevendo uova impepate, e tracannando acqua gelata, finchè una cosa che poteva più di lui, voglio dire la natura, quasi sdegnosa di sentirsi così manomessa, gli fece fallo, ed egli gittato un grandissimo sospiro, si lasciò cadere riverso sopra la spalliera della seggiola, col capo abbandonato giù sul petto, le braccia ciondoloni, esclamando:
-- "Non ne posso più...."
La Bianca e Giordano gli furono prontamente dintorno; e gli alzarono la testa: egli teneva la bocca aperta e torta come se lo avesse preso l'accidente di gocciola; gli occhi aveva appannati, e il respiro affannoso.
-- "Chiamate il signore Baccio, o il Cappelli," disse la Bianca con immensa ansietà: "andate.... muovetevi.... qualcheduno per amore di Dio...."
E Francesco brontolando:
-- "Nessuno si muova... Acqua... neve... diaccio... un poco di aria... aria..."
Apersero tutti i balconi; gli portarono acqua, e neve, e diaccio; ed egli ambedue le mani tuffò dentro la neve, e così gelate se le accostava a più riprese alla fronte; mescolò nell'acqua diacciata certo suo elisir, e bevutone alquanto si sentì un poco sollevato. La Bianca, che fino a quel punto lo aveva sovvenuto con amorevolissima cura senza dire parola, allora si avventurò a domandargli:
-- "Volete andare a letto?"
-- "Sì, fatemelo rinfrescare... rinfrescatelo voi... nessuno altro della famiglia venga qua dentro..."
E la Bianca di sua mano empì due argentei recipienti di neve; e il coppiere, portatili nella stanza da letto, li pose sotto il lenzuolo, tirandoli su e giù lungo il letto per raffreddarlo.
Scorso che fu un quarto di ora, Francesco, che silenzioso si era rimasto a sedere, si alzò allo improvviso, e disse:
-- "Andiamo."
Bianca e Giordano lo sorressero, e giunto a canto al letto, strappandosi piuttosto che spogliandosi le vesti, si gettò a giacere. Giordano allora pianamente favellò:
-- "Serenissimo, riposatevi: domani discorreremo a migliore agio..."
-- "No... chi ha tempo non aspetti tempo; io mi sento meglio. Bianca, ritiratevi: io ho a parlare a Giordano di cosa che deve rimanere tra me e lui..."
E poichè qualunque osservazione lo avrebbe irritato, Bianca si partiva, e restava Giordano. Questi si pose a sedere presso il cognato, aspettando che gli fosse venuta la voglia di favellare. Francesco stato alquanto sopra di sè, come uomo che pensasse il modo di cominciare, finalmente così prese a dire:
-- "Giordano, ascoltatemi bene: -- già parmi inutile ricordarvi, che appartenendo alla mia famiglia, voi siete come cosa nostra.... e nemmeno mi sembra avervi a rammentare quanto le vostre cose mi stieno a cuore...."
-- "Bontà vostra..."
-- "Non m'interrompete, ascoltate. Ora nell'amarezza dell'anima mia ho da palesarvi tal fatto, che al solo pensarvi sento empirmisi di rossore la faccia... E fosse almeno rimasto celato, che se non si fosse potuto perdonare, almeno avremmo potuto dissimularlo; ma no, egli è diventato pubblico; -- forma argomento di scherno pei miei nemici... Giordano, noi siamo diventati ludibrio delle genti!" -- E riposatosi alquanto continuava: -- "Ludibrio delle genti! Voi siete offeso in me; io in voi. La nostra casa è piena di vergogna; -- Giordano, la vostra moglie, la mia sorella ci ha coperti di vituperio..."
-- "Isabella!..."
-- "Purtroppo! E delle sue disonestà ne vanno attorno le pasquinate, e i cartelli..."
-- "Alla croce di Dio, e chi ardiva?... Io gli strapperò il cuore dal petto, fosse anche in Duomo..."
-- "E così confermare con la vendetta quello che non ha tanto pubblicamente palesato la ingiuria. Siate uomo, e frenatevi. Il traditore è vostro congiunto..."
-- "Chi mai?"
-- "Troilo..."
-- "L'amico della mia scelta! Quegli a cui aveva confidato la custodia del mio onore... Ah!"
-- "Costui calpestando i sacri vincoli del sangue, costui ha tradito il benefattore e l'amico..."
-- "Ma ne siete voi certo?"
-- "Diconsi esse queste cose senza certezza?"
-- "E come io ho potuto ignorarlo fino ad ora, io misero tradito?"
-- "Le orecchie dei consorti sono sempre le ultime ad ascoltare la propria vergogna... Provvidenza di Dio!"
-- "Francesco, non potreste voi essere per avventura ingannato? Il principe, comecchè solertissimo, non tutto vede, non tutto ascolta di per sè stesso..."
-- "Io vedo tutto..."
E non era vero; imperciocchè se mai visse principe che si rapportasse a consiglieri maligni, egli fosse uno: ma per questa volta aveva ragione.
-- "Orsù, questo fato non può mutarsi, bensì vendicarsi..."
-- "Sia...."
-- "Ci ascolta nessuno?" -- interrogò Francesco alzandosi a sedere sopra il letto; e sollevata la tenda di seta, girò attorno alla stanza lo sguardo indagatore. -- "Andate a vedere, Giordano, se le porte sono bene chiuse. La Bianca potrebbe starsi in ascolto: eh! le sono donne; io non posso più vivere con costei, e non so farne a meno: io giurerei che cotesta fattucchiera mi ha ammaliato... Potessi rompere lo incantesimo.... mi proverò..."
-- "È tutto chiuso...."
-- "Sedete, accostatevi, e stabiliamo la maniera di provvedere, la quale, avendoci fatto sopra matura considerazione, mi parrebbe avesse ad essere questa." -- E qui abbassando la voce, prese a susurrare lento, con pace, parole arcane, non altramente che se recitasse il rosario. Di tratto in tratto s'intendeva un detto più alto, come dalle volte di una spelonca si stacca la gocciola, e cade sul pavimento, rompendo in cadenza il silenzio pauroso del luogo. Giordano non pareva cosa vivente, se non che la destra spesso gli si apriva distesa, e spesso gli si stringeva a pugno chiuso. Francesco cessò il susurro fissando intentamente il cognato che si restava immobile e sbigottito: alla fine anch'egli con voce sommessa favellò:
-- "Voi mi avete versato lo inferno nell'anima. E che dirò io a Virginio, se un giorno mai mi domandasse: -- Dov'è mia madre?"
-- "Virginio non lo saprà; e lo sapesse, dirà: -- Ben fece... -- Io educo Virginio..."
-- "Francesco, ma non pensiamo noi, che dopo la morte vi ha pure ad essere un giudizio?.."
-- "Per cui non ha giudizio. -- Ed onta avremo tra i vivi e tra i morti, se non osassimo quello che a gentiluomini impone l'onore. E che? Mentre io vincendo il grido del sangue vi abbandono la vita della sorella, non saprete voi staccare l'animo vostro da una moglie colpevole?"
-- "Ella non è madre dei vostri figliuoli. Ad ogni modo io non devo convincermi della vostra convinzione; volendo ancora, io non potrei: io voglio vedere da me stesso..."
-- "E se non vi riuscisse vedere, sarebb'ella meno colpevole per ciò? Chi ve la salva dal sospetto? E Cesare non sofferse neppure la sua moglie sospettata..."[55]
-- "Ma non la uccise. Di questo lasciate il pensiero a me. -- Mi concedete voi adoperare quei modi che mi parranno più acconci..."
-- "Fate, ma cauto, senza scandalo, e non riveli la vendetta quello che non ha palesato la ingiuria..."[56]
Qui fu sentito battere alla porta, e Francesco con voce minaccevole domandò:
-- "Chi batte?"
-- "Don Pietro."
-- "Il mio fratello! -- Egli non ha da vedervi, Giordano. Partite; andate ad abitare il casino di San Marco: prendete costà sopra cotesto stipo la chiave; troverete persona per ricevervi. Vi raccomando il segreto... Partite... e quando avrete scoperto la odiata verità, tenete sempre davanti la mente che voi siete gentiluomo e cristiano."[57]
Giordano si sentiva il cuore così stretto, che non potè articolare parola: baciò la mano al cognato, e si allontanò passando per una porta opposta a quella ov'era stato battuto.
Francesco, ricomposto il lenzuolo che lo copriva, dolcemente disse:
-- "Entrate, don Pietro."
-- "Dio vi guardi, Serenissimo..."
-- "Grazia vostra..."
-- "Eccomi ai comandi di Vostra Altezza."
-- "Mi pareva ora; chè andarono a vuoto quattro o cinque chiamate..."
-- "Temeva disturbare le gravi occupazioni di Stato, -- e della fabbrica di porcellana di Vostra Altezza;[58] e poi, parmi che giunga sempre presto chi giunge a tempo."
-- "Voi dovreste rammentarvi più spesso, don Pietro, che voi mi siete vassallo: e se non vi riuscisse a rispettare meglio l'autorità del capo della famiglia, dovreste almeno rispettare assai più la maestà del principe. -- Che cosa fate? Perchè vi aggirate così per la stanza? Sedetevi, ed ascoltatemi pacatamente."
-- "Don Francesco, ricordatevi ch'io venni qui sotto la fede vostra, e perchè sapeva che da luglio la quaresima è lontana; non mi vogliate trucidare con un sermone...."
-- "Sedete: non vi chiamo per me; mi muove amore per voi, e studio della reputazione e della prosperità vostre...."
-- "Donde vi è venuta questa partita di amore fraterno ad un tratto? Ve l'ha mandata da Lisbona il re Sebastiano co' galeoni del pepe?[59] Queste tenerezze bisogna dirle per modo e per verso, chè le sono cose da fare strabiliare i cani."
-- "Merito io cotesto? Non ho dato e non do prove continue di amare il mio sangue?"
-- "Il vostro non so... ma il sangue vi piace..."