Part 8
Per un viale tortuoso, fra le macchie, si giungeva a un prato estraneo al giardino, in cui alcune donne risciacquavano il bucato in una cisterna. A questa recava l'acqua un piccolo fosso, queto queto, alle sponde del quale cresceva l'erba e abbondava il trifoglio.
Le donne ci osservarono tra le file dei lenzuoli stesi su corde da palo a palo; poscia ripresero il cicaleccio e lo squasso.
— Sarà meglio la cerchi io per te, la fortuna! — dissi io.
— Avanti! a chi la trova!
E andavamo adagio adagio, lungo il piccolo fosso.
— Una sposina per Sivori: bella...., buona....
Quindi passando rapida, come soleva, dal pensiero presente a un pensiero o a un ricordo che apparentemente non aveva con quello uno stretto legame, Ortensia aggiunse:
— Anna.... Oh! io la disprezzo, Anna!
— Adesso....
— No, sempre; anche prima che lei venisse quassù!
— E l'accompagnavi a trovar Roveni?
— Insisteva tanto! Poi, non facevo niente di male, io!
— Ne sono convinto, di te. Ma Anna che faceva?
Mi provai ad attenuare nel tono della domanda, non la curiosità, bensì il timore che m'induceva a interrogarla. Quasi non osavo guardarla in faccia.
— Non so...., non posso dir nulla....
— Non vuoi dirlo!
— Non posso dire quello che non ho visto.
— E allora perchè accusi?
— Perchè...., perchè quel giorno dei pizzicotti, io scappai a veder lavorare in fabbrica. Quando tornai e fui sotto la finestra dello studio, sentii che Roveni sgridava ad Anna....
— Cioè?
— Diceva piano: «C'è Ortensia....» Capisce? Era lui, Roveni, che doveva sgridare ad Anna! Dunque, mi pare....
Io, senza più titubanza avevo fissato lo sguardo negli occhi di lei per scoprirne tutto il pensiero; nè riuscendoci, perchè volevo più del suo pensiero, sentii il bisogno di rimproverarla ancora.
— Tu ascoltavi, sotto la finestra!
— No! glielo giuro!
In questo mentre una delle donne con la gerla piena di biancheria veniva verso di noi. Salutò, si fermò e chiese con faccia franca:
— Cosa cerca, signorina?
— Cerchiamo fortuna, Teresa!
— Eh non ne han bisogno loro! — disse la donna sorridendo un po' maliziosa. Ma Ortensia, ingenua:
— Non ci credi, tu, nel trifoglietto dalle quattro foglie?
E l'altra guardando a me;
— La povera gente non ci crede in queste cose!
— Male! Se tu ci avessi creduto quand'eri ragazza, adesso non faresti più la lavandaia; saresti contessa o duchessa.
— Oh ne trovavo tanto anch'io, quand'era giovane! — confessò la donna intanto che riprendeva il sentiero. — Ma sì! Ci vuol altro!
Per dire qualche cosa, io dissi:
— Hai sentito? Andiamo, che è tempo perduto.
— Nossignore! — esclamò Ortensia. — Io ci credo!
Così proseguimmo; lei dimentica del discorso di prima, e io tornandoci in segreto, quasi per forza, e con un sentimento di profanazione.
Aveva appena diciassette anni: che le avevano appreso i sogni? le letture? le compagne? l'esempio di Anna? Quanto sapeva, insomma...., dei piaceri e delle brutture dei sensi?
Possibile che dell'amore non presentisse quei diletti che il mistero ingrandisce alla fantasia nelle prime commozioni del sangue? Possibile non avesse pensato che certe «brutte cose» diventano lecite e desiderabili solo per la benedizione del prete e per il vincolo della legge?
Che turbamento avevano lasciato nell'animo suo le audacie della Melvi con Roveni? Che cosa, a quelle parole, terribili per me e sollecitatrici per lei: «C'è Ortensia....», aveva immaginato? un bacio?... soltanto? Ciò che poteva aver immaginato essa cercavo d'immaginar io; e ora mi pareva eccessivo il mio pensiero, e ora limitato troppo; e avrei voluto chiarirmi con inchieste che non sapevo nè dovevo fare: il senso di profanazione s'accresceva entro di me a un ribrezzo quale per una indagine vergognosa.
La guardavo. Sì, sì, era affatto dimentica del discorso di prima: il sole le splendeva nei capelli; cercava, bambina, il trifoglietto dalle quattro foglie.
Io, uomo e corrotto, non sapevo neppure perchè temevo tanto; edotto dalla scienza, non sapevo perchè ora vedessi un male in una necessità fisiologica, se qualche imperioso moto del sangue e dei sensi richiamasse in Ortensia immagini sensuali. Temevo; soffrivo; e mi consolavo a guardarla.... Mi ripetevo che voci di colpa erano giunte al suo orecchio, ma non all'anima sua; e io avevo ben visto in lei il contrasto fra la voglia puerile di mostrarsi perspicace e il pudore istintivo che le faceva parere enorme quel che ricordava; il lume degli occhi, mentre parlava, e il lieve colore passato nelle sue guance, subito avrebbero dovuto accertarmi che a lei ripugnava rimeditare ogni impurità, proprio per un pudore d'istinto; per uno oscuro sgomento dello spirito; per una nativa repulsione da ciò che l'intelligenza le aveva appreso senza volere. E la stessa sua attività fisica....
— Ebbene? Non dice più nulla? — mi chiese tutta contenta di costringermi a pazientare con lei nella ricerca. — A che pensa? Ohe! signor dottore!...
Ma repentinamente io avevo osservato.... Gridai: — Là! — Nè avevo compiuto il monosillabo che Ortensia, con più alto grido di gioia, raccoglieva il quadrifoglietto, al margine del fosso.
— L'ho visto prima io — feci rallegrato, più che dal caso, da quella allegrezza di lei, che bastava a dissipare dalla mia mente e dal mio animo l'ultima ombra.
— No, prima io! Mi chinavo a raccoglierlo proprio quando lei ha detto: — Là!
— Non è vero!
— È vero! — S'inquietava. Finchè, rabbonita, mi disse:
— A lei: glielo offro.
— Non lo voglio! Sono io che l'offro a voi, signorina, per ricordo, per augurio, per gratitudine, per omaggio.
— Auff! — Diventando minacciosa, gridò: — Lo butto nell'acqua!
— Guai! la fortuna si vendicherebbe di tutti e due: anche di me che non l'ho cercata per me.
— Dio! Dio! Che pazienza!
Ma infine ebbe una buona idea.
— Leveremo a sorte chi debba conservarlo; benchè sia di tutti e due.
La sorte favorì Ortensia; e io godetti anche di questo!
Ero dunque riuscito nell'intento di attenuare la mia esistenza, così e così ricuperavo la vita con piena letizia, e dissipavo ogni fosco pensiero e obliavo? O dovevo al sole la novella gioia? Che deliziose ore riebbi nel giardino di Moser! Rivedendomi nei giorni del mio rinnovamento, con che cuore rivedo il bel luogo!
Verso nord acacie e robinie e alberi in ischiera disegnavano l'erta, con la strada del vecchio convento; e più oltre, riprese di boschi.
Alla parte occidentale, era un confine di siepi, tigli e platani: a mezzodì la catena di monti in linea uguale, netta, tagliava il cielo; simile a un limite remoto ma preciso. E da questo limite, d'un cupo verde, alle ore meridiane sormontavano nel cielo cristallino nuvoli di bambagia lucente al sole, che cadevano all'ombra delle montagne occidue con pallore improvviso. Più spesso, sorgevano vapori bianchi, quasi segnali d'una terra ignota e invisibile. Sopra, nello spazio di cielo, passeri traversavano, pari a frecce, e le rondini esercitavano obliqui voli e volteggiamenti.
Là dentro, nel giardino, ricevevo adesso impressioni di cui non credevo più capace il mio spirito; mi beavo nell'amore della campagna. Vedevo che riflessi metallici il sole traeva dalle foglie lisce delle magnolie e dei lauri; come penetrava radioso tra il folto degli abeti; che toni gialli suscitava dalle acacie e dai tigli; che denso e lieto verde gli opponevano le tuje; di che sovrano fulgore investiva i fiori e allagava il prato. Poi, di quelle piante conoscevo tutte le attitudini e le movenze: dai molli abbandoni nell'aria mite, alle agitazioni penose nella furia del vento. Anche avvertivo effluvi di profumi semplici e commisti, alcuni dei quali da me non avvertiti mai. Certo, in quella famiglia di piante ed erbe conoscevo pur dei rami che intisichivano, e steli che pativano, e fiori che perdevano petali; ma tali indizi di infermità e di morte sparivano dal mio sguardo confusi in un vasto e complesso aspetto di giovinezza, di vita intensa, feconda, continua, gioiosa: fiori e verde, luce e calore, giovinezza e amore!
Il sole! il sole! Finalmente nell'eterno splendore che avvolgeva tutte le cose io rivedevo l'energia della vita universale e nella vita universa tornavo a sentire me vivo. Al cielo, che bianco intorno al divino lume diventava con insensibile gradazione del più puro cobalto e del più puro indaco, tendeva da tutta la terra un'anima sola, letificata: e in quella letizia comunicavano con voci udibili e con voci inaudite le anime di quanti corpi volavano per l'aria; le anime di quanti corpi correvano e indugiavano su la terra, o serpevano tra l'erba, o si ricercavano sotto terra; le anime di tutti i fiori e le anime d'ogni natura vegetativa; le anime delle acque fluenti, dei fuochi e dei vapori latenti; le anime in tutte le forme ancora ignote ad occhio umano, e l'anima mia. E per l'addietro io avevo infranto in me il vincolo di tale comunione! Per essere felice, m'ero staccato dalla universale vitalità; al lume del sole avevo creduto poter opporre il lume del mio pensiero, e vivere! Pazzo!
Ora io mi gettavo su l'erba col gaudio di un bambino che ritorni tra le braccia della madre. Navigavo con lo sguardo per il cielo fin dove lo sguardo poteva resistere, e ascoltavo ogni più debole suono, e addentrandomi con lo spirito nelle sensazioni molteplici, smarrivo felice la continuità del mio pensiero. Oh non pensare! non pensare mai più! e vivere!
Nè pensavo ai filosofi che predicarono il benefizio del tornare all'amore della terra e della campagna: sentivo in me una virtù superiore alle loro concezioni.
E non pensavo al piacere di chi va per i campi in traccia della sua scienza di cause e di effetti, nè alla consolazione del poeta solitario il quale chiama cielo e terra a testimone del suo amore.
Perchè io sapevo di una vita più viva, di una consolazione più pura, di una gioia più umana e naturale insieme: quella della fanciulla che viveva meco là fuori, nel giardino, con finezza sensitiva, con anima ignara, con intelligenza serena. Per Ortensia tutto viveva; a lei tutto parlava, senza sua riflessione, spontaneamente. Strapparla via di là, a un tratto e per sempre, sarebbe stato come recidere un fiore.
Ella ne recideva, dei fiori, per adornarsene; ma alcune volte l'udii dire: — peccato! —; e altre volte notai che dalla pianta non staccava il fiore più bello.
XIV.
Chi mi richiamava a cose più gravi?
Moser a vedermi «così chiaro», come egli diceva, diventava più chiaro anche lui.
La sera, di ritorno a casa, m'abbracciava, esclamando:
— Te lo dicevo io? L'aria di Valdigorgo fa miracoli! Non ti resta che abbandonare per sempre Spinoza e compagnia, e sarai l'uomo più felice del mondo!
Quanto a lui, Moser, continuava la sua vita di lavoratore indefesso e fiducioso. E gli argomenti che egli adduceva a sostegno della sua fiducia, mi persuasero a poco a poco che la disparità di criteri fra lui e Roveni indicasse in Roveni un po' di gelosia per la superiorità di Moser. Il direttore avrebbe voluto primeggiare in tutto e su tutto, nell'azienda; dominare anche il principale, perchè tal era la sua natura; di qui il suo malcontento.
Così mi tranquillai, e tranquillato non pensai più agli affari di Moser. Solo, ad accorgermi che negli occhi di Roveni persisteva un'ombra, ne riferii il motivo al dissidio, lieve del resto, che egli aveva con Claudio. Del resto, all'infuori di quell'ombra, la quale poteva essere anche indizio di stanchezza, nulla appariva di mutato nelle abitudini e nelle attitudini del giovane ingegnere. Mi par di vederlo allorchè veniva a noi, la sera, dallo studio di Moser, là dove l'aspettavamo. Si arrestava su la soglia della sala o della terrazza, quasi a prender possesso della situazione. La sua prima occhiata era diritta alla mia volta; ma non me ne meravigliavo, perchè di solito ero nel gruppo giovanile, e di là prorompevano le grida che sfogavan la lunga attesa; applausi di Anna e Ortensia; rimproveri a mezza voce di Marcella; comiche esclamazioni di Guido.
— Che si fa? — domandava, sembrava comandare Roveni.
Se gridavano _polka_ o _waltzer_, egli afferrava, senza indugio nella scelta, o Anna o Marcella o Ortensia, e trasportava la ballerina seguendo la novella foga della signora Fulgosi, sotto le cui rapide mani il pianoforte scontava le colpe del cavaliere.
Veramente Roveni rideva poco o punto, e per me sarebbe stato non bell'indizio se non ci fossimo trovati in mezzo a compagni che ridevan tanto. Mi pareva ch'egli dovesse sentirsi di tempra diversa e più forte. Sorrideva a pena pur quando Ortensia voleva strisciar il _waltzer_ con il cavalier Fulgosi e il povero gentleman era costretto a scomporsi e ricomporsi alle norme dello strascico musicale, che la moglie protraeva per dispetto.
Talvolta però scherzava anche lui, l'ingegnere. Non di rado si schermiva dai giuochi e attaccava discorso con le signore e con i soliti contendenti politici, il cavaliere e il vecchio Learchi. Mi chiamava allora senza badare ad Anna, che l'avrebbe sempre voluto al suo fianco.
— Qua, dottor Sivori! È vero o no che in paese è corsa la voce....
Serio, mi obbligava ad attestare una strampalata notizia di sua invenzione, la quale era un po' scandalosa e faceva sobbalzare per le risa l'adipe della Melvi madre. Oppure dal gruppo degli uomini diceva a voce alta verso di me: — Me n'appello al dottor Sivori! È vero o no che la guerra è nella natura delle cose? È vero o no che secondo Darwin, o Spencer che sia, la prevalenza della forza è la legge dell'esistenza universale? Dunque i fautori della pace universale sono i peggiori nemici della società. I socialisti poi...., a domicilio coatto! in galera! mitraglia!
Io assentivo allo scherzo, pur osservando che anche in questo si rivelava l'energia dell'uomo.
Il vecchio Learchi grugniva: — bravo! —; e il cavaliere spalancava le braccia.
— No, dottore, no!... Non faccia _bonne mine à mauvais jeu_! Stasera il nostro bravo ingegnere è un po' _farceur_. Prima di tutto, confonde i socialisti con i più nobili, più puri pensatori della pace universale! Eppoi...., eppoi condannare _sans façon_ tutti i socialisti, condannarli in nome della scienza...., ohibò...., è un'eresia! La scienza è amore!
E giù uno sproloquio per finire con la libertà nell'ordine e viceversa. Ma parlava con arte il cavaliere, mentre ascoltava e osservava sè stesso. Il suo gestire era effetto di lungo studio, perchè gli altri ascoltatori ammirassero i polsini, i gemelli nei polsini, gli anelli delle dita, il candore e l'arco delle unghie. Ed ora tendeva il braccio agitando due o tre volte la mano aperta a dita aperte; ora col gomito nel braccio della poltrona abbandonava la mano fuor del polsino quasi fosse sostenuta da quello; or appuntava all'avversario l'indice teso fuor del pugno mollemente socchiuso col pollice a contatto del medio; or apriva ad arco ambedue le braccia e concedeva la vista d'ambedue le palme nell'atto del porgere....
Bisogna anche dire il perchè da quando era stato bandito Pieruccio l'eloquenza del cavaliere navigava per il _mare magnum_ della pacificazione sociale. Da che moveva in lui, a che tendeva il desiderio di così vasta idealità?
Moveva dalla guerra domestica; intorno a cui informavano le Melvi. La lontananza di Pieruccio aveva sollevato l'impenitente Don Giovanni, il _vieux marcheur_, da un grave peso, dal timore di scandalizzare il figliolo; e un giorno la signora l'aveva sorpreso mentre egli affrettava gli approcci alla facile fortezza della cameriera. Questa, bandita a sua volta, era andata rivelando per il paese le velleità del padrone e la gelosia frenetica della padrona; onde chiacchiere e risa. Il ridicolo!
La famiglia Fulgosi nel ridicolo!
— Colpa vostra: vergognatevi! — diceva la signora.
— Colpa vostra! — ribatteva il marito. — Siete nervosa nervosa nervosa! E bisbetica! e accattabrighe! Gentildonna in apparenza; in realtà, povera donna! Sì: povera donna!; lo ripeto senza tema di essere smentito: povera donna!
Senza smentire, la gentildonna scagliò una spazzola a scomporre l'accurata pettinatura della barbetta maritale.
Onde l'idea di fondare in Valdigorgo il «Club della caccia» con inaugurazione al 20 settembre. Sissignori: dalla guerra famigliare nacque nel cavaliere il desiderio di portare la pacificazione sociale a Valdigorgo.
Dividevano il paese: socialismo germinante fra gli operai della fabbrica Moser; moderatume governante in municipio con irremovibile fede nel consiglio: «Adagio, Biagio!»; codineria collegante il grasso priore al non men grasso e più cocciuto Learchi, ai quali tenevan bordone clienti o satelliti in buon numero.
Anche lassù covava dunque l'odio di classe. Covava? Generava nelle osterie, nel caffè di mezzo e nel caffè grande, lunghe e feroci discussioni, che alla lor volta partorivano odii personali, indegni del vivere civile, dell'amor di patria e dell'alta politica quale insegnarono Cavour, Bismarck, Gladstone, e quale insegnava il cavalier Fulgosi.
La pace è il maggior bene dei popoli, dei paesi, di un paese! Il cavalier Fulgosi nel caffè grande esortava al bene di Valdigorgo: «Primo passo, unitevi, o cittadini, nel nome dello _sport_!» Solo _sport_ a Valdigorgo era la caccia. Ebbene: in un club ove si raccogliessero per amor della caccia avversari d'ogni sorta, quanti dissidi potrebbero esser composti, quante questioni risolute, quante diatribe mitigate, quanti danni riparati, quanti vantaggi provveduti! Perciò l'idea del cavaliere comprendeva la sublime elevazione di un volo lirico: dall'amor della caccia all'amor della pace, all'amor del paese, all'amor della patria tutta! Il proposito poi d'inaugurare il nuovo club nel giorno anniversario della compiuta unificazione della patria con la capitale Roma, non aveva forse qualche cosa del moderno machiavellismo cavouriano, bismarchiano o gladstoniano? Come potrebbero esimersi dal partecipare alla festa nazionale cacciatori d'ogni sorta, fossero pure socialisti o clericali, se l'invito apparentemente non chiamava che a festeggiare l'amor della caccia e della cacciagione? Fin il sindaco, che cominciava a dubitare della sua resistenza nella onorifica carica da molti anni occupata, ascoltò il consiglio del segretario:
— Appoggi! appoggi! L'idea del cavaliere è buona.
Ma segretario e sindaco, poveri ingenui, ignoravano che cosa meditava il cavaliere! (Alle prossime elezioni....) Intanto essi favorivano. E il comitato presieduto dal cavaliere si mise a raccogliere soci; e un comitato di signore s'adoperava ad accumulare premi che rendessero più gloriosa una gara di tiro nel dì solenne.
Se non che non cessavano le battaglie nella famiglia Fulgosi e nelle vicinanze. La signora Fulgosi dubitava che la cameriera attirasse il marito in paese e faceva ancora volar le spazzole. Inoltre al signor Learchi padre bastava, per politica, bere, mangiare, pipare e predicar la castità ai rondoni....
Diceva: — Cacciatore è chi va a caccia; io a caccia non ci vado; quindi del suo club, stimatissimo signor cavaliere, non so cosa farmene. Religione ci vuole! Altro che caccia!
A parte la religione, l'ingegner Moser non andava più a caccia; l'ingegner Roveni non aveva tempo di andarci; Sivori — l'illustre pensatore — che cosa poteva cacciare? Eppure eran stati dei primi ad associarsi. Perchè? Per vantaggio del paese, per amor della patria tutta!...
.... In uno di quei giorni in cui si faceva scarrozzare a spese del futuro club, il leggiadro cavaliere piombò alla villa mentre io ero con Ortensia ed essa stava leggendo.
— _A quelque chose malheur est bon_! — egli disse entrando nella sala. — Dolentissimo di non aver trovato l'ingegner Moser....
— Il babbo non torna che domattina — l'interruppe Ortensia.
— Me l'ha detto la signorina Marcella.... Felicissimo però, se non disturbo, di mettermi al coperto e trattenermi in così amabile compagnia. Come vedono, torniamo da capo. — Poi in accento toscano: — Il tempo si rimette.... a piovere, Dio bonino!
Sorgeva infatti un nuvolone nero.
— La signorina leggeva? Ah! Dickens! Lo conosco poco, a dire la verità. Non è uno de' miei autori. — E strizzandomi l'occhio: — Io preferisco De Koch.
Gli chiesi:
— Come va il club?
— _All right_! — Mi prese a braccio per susurrarmi in modo che Ortensia udisse: — Bisogna persuadere l'ingegner Moser ad accettare la presidenza effettiva.
— Saremo invitati anche noi alla festa? al banchetto? — domandò Ortensia.
— Invitate, sì: diavolo! Ma banchetto, no! Un _lunch_....
— Con molte paste!
—.... e _farewell_!
— Chi fa il discorso?
Sorrise.
— Forse io....; si capisce: per non urtar nessuno, al 20 settembre, ci vuol tatto, _savoir-faire_.
E poichè tuonava:
— Niente paura! Sempre non è seren, sempre non piove!
Ma Eugenia e Marcella chiamavano
— Ortensia! Ortensia!
Marcella correva al piano di sopra ove il vento sbatteva vetri e finestre.
— Una nuvola che passa! — garantì il cavaliere seguendo Ortensia, che usciva, con gli occhi mollemente pecorini. — Quindi scosse il capo per asseveranza a quanto diceva. — Sempre più bella, quella ragazza! Ce ne sono delle più belle?... Grazie! Ma bellezze che non dicono niente; Ortensia invece.... che simpatia! che _charme_! Eh eh! Il mio Pieruccio non aveva poi tutti i torti.... Solo, alla sua età le ragazze sono pericolose; meglio le signore, per imparare ad amare. Laggiù a Varezze non gli mancherà occasione di far pratica, a quel ragazzo!
Una pausa. Eppoi:
— Tornando a Ortensia, beato lei, dottore!
Io, che guardavo fuori, al tempo, mi rivolsi con un'occhiata feroce. Ma egli continuò:
— Lei è un uomo superiore ad ogni sospetto, superiore in tutto. Su di lei non è possibile far malignità, è inutile fin ripetere: _Honny soit qui mal y pense_. Voglio dire che lei può gustare tutta l'amabilità della signorina senza dar la minima ombra; la loro è un'invidiabile amicizia, un'_entente_ semplicemente cordiale. Però mi consenta dirle anche che se Ortensia avesse solo qualche anno di più....
— Lei scherza! — feci io, aspro.
— Non scherzo niente affatto! Che a lei questa mia idea non sia venuta, è naturale, perchè lei è un uomo superiore. Ma per me, non ci sarebbe niente di strano; anzi ci sarebbe da rallegrarsi d'un così bel matrimonio...., fattibile, ora aggiungo, fattibilissimo pur con la differenza di età che ci corre fra la signorina e lei.
Non scherzava il cavaliere, e che piacere mi fece!; come di una gratissima improvvisata. La mia antipatia per lui finì d'un tratto. Non era un uomo sagace?
— Che acquazzone! — esclamai.
— Una nuvola che passa. Ma senta: un mio amico, il commendatore Fiscaglia, ha sposato, a cinquant'anni, una ragazza di ventidue; e sono felici, con un bel maschiotto.... La questione sta nella scelta; nel volersi bene....; purchè, intendiamoci, si sia ben portanti e sani....
Trasse l'astuccio dello specchietto, e pareva dire: «Se io fossi vedovo!»
— Lei, dottore, non ne conta cinquanta delle primavere. Quante ne conta? Trentasei, trentotto? Ebbene, francamente, senza complimenti, per la pura verità, se io fossi nella signorina Ortensia io non esiterei un istante nella scelta, tra lei e....
A questa parola di «scelta» io mi era rivoltato d'improvviso, fissandolo non so come; come chi aspetta una cosa inaudita, come chi minaccia un guaio a un incauto.
Ma il cavaliere aveva già preso lo sdrucciolo, e sebbene avvertisse il passo falso dovè tirare innanzi.
—.... non esiterei nella scelta tra lei e l'ingegnere Roveni.
Roveni?... Ero pallido, immoto nella persona e nello sguardo. Il mio stupore, forse più che altro, esprimeva il dolore profondo d'un animo generoso colpito a tradimento. E al dolore sottentrava irrefrenabile lo sdegno.
Con il presentimento di una battaglia più dura di tutte le altre, il cavaliere aveva tolte dall'astuccio le sole armi che potessero levarlo d'imbarazzo: lo specchietto e il pettinino; e con tutta la disinvoltura che potè assumere, con la più tenera occhiata de' suoi occhi pecorini, con l'ingenuità di chi spera ancora di riparare dopo averla fatta grossa:
— Che sia poi vero quello che si dice? — domandò.
Io l'investii:
— Si dice?...