In faccia al destino

Part 7

Chapter 73,777 wordsPublic domain

Buona, compiacevasi di udirselo ripetere, appunto perchè consapevole della energia di volontà che, come le faceva parer bella talvolta la ribellione, ora la conteneva in tanta sommissione con me.

Ripeteva: — Non mi sgriderà più: è vero? Mai più!

Per poco io non rimproveravo me stesso dell'aver dato soverchia importanza a scappatelle; e pur temendo il malesempio di Anna, ripensavo di Ortensia: «Il male è giunto al suo orecchio e alla sua mente, ma senza contaminarla».

E pareva che questo pensiero mi facesse bene.

Anche con Mino, che avevo indegnamente tradito andando alle Grotte senza di lui, avevo fatto la pace; ed egli interveniva ai miei colloqui con la sorella, e pretendeva lo aiutassi a incollare o ingommare. Saldo su le gambe, sicuro nel grembialone come in una corazza, col pennello in resta, guai a non ubbidirgli!

Ma pur troppo io ero solo con me la mattina presto, allorchè mi pareva più difficile riprendere la vita.

— Poltrone! — dicevo a Mino. — Ed egli:

— Più poltrona Ortensia! Diglielo a lei, che si alzi prima; lei è più grande.

Non glielo dissi a Ortensia; ma essa ci udì, e diventò mattiniera.

Ai primi albori, dalla finestra spalancata della mia camera, io vedevo ogni giorno un chiarore tenue, come di neve lontana nella notte profonda. E più sollecita di ogni altro alato, una capinera mandava il primo richiamo da lungi. Di dove mai? Nessuno rispondeva: essa ripeteva più forte. Nessuno; e ripeteva più forte, approssimando. D'improvviso, dal tetto o da un abete, sorgeva nitida, vigorosa, breve, la risposta.

Si ritrovavano così le piccole creature, e sol due, risvegliate nel mondo immenso quando ancora tutti dormivano e tutto dormiva, e forse rabbrividendo alla frescura sogguardavano con gli occhietti pavidi al cielo, fuorchè da una parte, ancora notturno. Nelle loro voci era un'ansietà di letizia non consentita a pieno, una trepidazione, uno smarrimento quasi di paura. Piccole, innocenti creature, sol due nel mondo immenso! Il giorno volevano; la luce, il sole! Quanto tardava!

Ma ecco il suono delle campane mattutine.... Nell'aria quieta e densa i rintocchi suscitavan copiose onde vibranti, sì che tutta l'aria sembrava agitata da un tremito metallico.... Poi il sole sormontando suscitava innumerevoli specchi dalle foglie del platano e del cedro aperte a rifletterlo, e crivellava di punti vividi i sempreverdi, e indorava le ragnatele tra gli aghi degli abeti. Un brivido scorreva per tutte le fronde, e tutte le piante parevano adergersi in una nuova intensione di vita verso il cielo e verso il sole.

Infine, i rumori della strada....

Io risentivo fuori di me, per tal modo, l'armonia del giorno; ma tuttavia mi chiedevo che cosa me ne avesse escluso, m'impedisse ancora di parteciparvi con tutta l'anima. Quale colpa? qual destino?

A lungo attendevo, così. Quindi mi richiamava la bella voce: — Buon giorno, Sivori!

Appena alzata Ortensia veniva sotto la mia finestra a salutarmi con un lieve inchino, sorridente, il sole nei capelli.

«Dimenticare me stesso!» E scendevo.

.... Nè tacerò di un altro conforto che ebbi in quei giorni.

Pieruccio Fulgosi, dopo la gita alle Grotte, spasimò a dirittura e visibilmente per Ortensia. Alle canzonature di Anna, alle contraffazioni di Guido, ai miei sorrisi pietosi, agl'incitamenti di Roveni, che battendogli una mano sulla spalla gli diceva: — Coraggio, giovinotto! —, e sopra tutto all'incuranza di Ortensia, egli la sera, durante i ballonzoli e i giochi, opponeva una faccia patibolare, un silenzio patetico, un colletto sempre più angusto.

Quando, un pomeriggio, la signora Fulgosi, adducendo con Eugenia non so che pretesto, venne da me per parlarmi in segreto. Aveva gli occhi fuor del capo, come spesso; il viso pallido come sempre, e più del solito il _tic_ delle palpebre e le raggricciature del naso. Sobbalzando con le parole dietro le idee precipitose, quelle sue smorfie rappresentavano gli sforzi per trattenere il filo delle idee e la furia delle parole, mentre accrescevano l'espressione dell'aspetto tragico.

— Ah dottore, dottore! — cominciò affannosa e tremando —. Mi aiuti lei! mi consigli!

Dubitai che in un accesso isterico avesse sofferto di qualche nuovo malanno, e stavo per ricordarle che non esercitavo la medicina. Ma ella esclamò: — Pieruccio! —; e recò le mani alla fronte, contro i capelli, disperatamente.

— Che passione! Il mio Pieruccio..., questa notte.... — proseguiva piano per aumentar l'enormità del fatto —, questa notte è uscito di casa! Fuori di casa, la notte! Me ne sono accorta io!... Mi son gettato uno scialle indosso e l'ho seguito. Immagini una povera madre, di notte, per la strada, a quel modo, rasentando la siepe per non esser vista.... Si è fermato qua, di fronte alla villa, proprio dove sta _Giovannin_ il cieco, e pareva aspettasse.... Immagini, dottore, immagini la mia angustia! Pensavo che la finestra s'aprisse; che Ortensia gettasse le chiavi del cancello.... Che scandalo! Sarebbe stata una sciagura per tutti!...

— Ma la finestra è rimasta chiusa, — feci io sorridendo, certo.

— Sì.... Avrò avuto torto di pensar male della ragazza.... Ma troppa libertà! troppa libertà, dottore! Le ragazze in Inghilterra godono di molta libertà, ma si educano in altro modo.... E intanto Ortensia mi ha innamorato Pieruccio.... Capisce? Per esserle più vicino col pensiero viene qua di notte! Poverino! È una passione terribile! A diciassette anni.... Che passione!

Io contenevo a stento un commento sarcastico. Ella proseguiva:

— A vederlo immobile là, sotto la finestra di Ortensia, non mi è rimasta una goccia di sangue nelle vene. Meditava il suicidio?... Gli ho detto, accostandomi a poco a poco: «Torna a casa con la tua mamma»; e lui, poverino, mi ha seguita come un agnello.

Colsi la pausa, che la commozione imponeva, per suggerire:

— Lo allontani.... Guarirà presto.

Ma la signora m'investì quasi a un affronto:

— Guarirà presto?! Presto?! Ah lei non sa che cosa ha fatto appena a casa!... Una frenesia! un orrore! È nervoso come me.... Improperii, bestemmie, maledizioni: anche a lei, dottore!...

(.... Poco male!)

—.... Maledizioni a tutti: Anna, Roveni, Guido, Moser. Non riuscivo a quetarlo! Ha fracassato le seggiole, ha rovesciato il tavolino, ed è andato in terra, in frantumi, il portafiori!: un portafiori di Boemia, stupendo, magnifico!, dono di mia zia, la De Mol... Ha minacciato fin suo padre, che è accorso....; e anche la cameriera!

(.... Come non ridere?)

— Allontanarlo, lei dice? È la mia idea. Subito! Domani! Lo manderò da suo zio, mio fratello, il colonnello De Mol, a Varezze.... Bel sito, Varezze! Ci son molti villeggianti e ci si divertono. Ma mandarlo con chi, Pieruccio? Con suo padre?

— Con suo padre.

Non l'avessi mai detto! La signora gridò:

— Il cavaliere...., mio marito, a Varezze, in mezzo alla società, alle donne? Non tornerebbe più a casa! — E spalancò le braccia come se il cavaliere le fosse fuggito allora di seno. —.... Ah dottore!, i misteri delle famiglie! Mio marito ha colpa di tutto! È lui la pietra dello scandalo! Fulgosi è un uomo.... che non invecchia, un seduttore, un gentleman traviato che non esiterebbe, se potesse, se io non tenessi sopra tutto al mio decoro...., non esiterebbe a disonorarmi, a tradirmi fin con donne vili! Ma io sono una gentildonna, una De Mol, parente dei De Mol che han la villa a Rivalta! Maria, la povera Maria, che morì etica — un angiolo! — era mia seconda cugina....

— L'accompagni lei, Pieruccio....

— Peggio! Lasciarlo a casa con la cameriera, mio marito?... Non mi fido! Capisce?

— Capisco.... — (Il cavaliere cominciava a diventarmi simpatico). — Dunque, lo lasci andar solo, Pieruccio....

— Solo, no. Temo, dottore.... L'avesse visto ierisera! Oggi dorme: gli ho data tanta camomilla! Ma la passione.... Se si getta sotto il treno?

A queste parole la povera donna contrasse la faccia in modo da far rabbrividire. Se non che io ero sordo e cieco alla pietà, anche perchè avevo compreso ch'essa voleva l'accompagnassi io, il suo Pieruccio, a quel paese.

Spietato a dirittura mormorai: — Se l'accompagnasse la cameriera?

— Oooh! — La signora non dubitò che io scherzassi, ma si meravigliò non tenessi suo figlio per più che un ragazzo. La passione lo ingigantiva agli occhi materni; la passione.... e la lettura dei giornali.

— Sempre suicidi d'amore! Per me, io non voglio armi in casa. Pieruccio desiderava lo schioppo per andar a caccia con Guido Learchi. Niente! Gli ho regalato invece il binocolo....

Ah! il binocolo fu la mia salvezza.

— Stupendo binocolo! — esclamai; e assunta tutta la gravità possibile parlai a lungo, da sapiente consigliero. — Nei giovani, signora, l'ambizione di primeggiare supera ogni altra passione; vince, se soddisfatta, ogni altro desiderio, ogni male. Il binocolo che lei ha regalato al suo figliolo è davvero invidiabile in un luogo come Varezze per scrutar il mare, la riviera, l'orizzonte, le signore e le signorine. I giovinotti invidieranno Pieruccio. Le signore e le signorine se lo contenderanno.... — (il binocolo se non Pieruccio) — Ed è questo il mio consiglio: che lei lasci travedere al suo figliolo il piacere che troverà laggiù; l'invidia che vi susciterà. Conosco i giovani: son certo ch'egli partirà volentieri....

Io avevo corso il rischio d'infuriare la gentildonna e d'esser assalito come capitava al cavaliere. Ma per fortuna anche stavolta la mia serietà non la lasciò nel dubbio di una canzonatura; e la mia esperienza nella medicina delle passioni dovè convincerla.

Infatti il giorno dopo Pieruccio partiva, accompagnato dal binocolo invece che da me o dalla cameriera.

Anna Melvi ne fu dolente, chè perdeva chi le serviva da contraccolpo alle chiassose lusinghe con cui tentava Roveni. Quanto a Ortensia, ella trasse un sospiro di soddisfazione; disse: — buon viaggio! — e non ne parlò più.

Ma chi lo crederebbe? La mia soddisfazione fu assai più grande!

Già più volte io avevo chiesto a me stesso: «Se il mio affetto non è assurdo e insano, che farò quando, presto o tardi, saprò Ortensia fidanzata? quando andrà sposa?» E avevo risposto con animo tranquillo: «Farò come un fratello. Ne godrò».

Ebbene, il godimento che provavo per l'allontanamento di Pieruccio non era forse quello di una gelosia cessata? Non avrei osato confessarlo, ma mi aveva tenuto inquieto a lungo quello scimunito, che ricercava invano lo sguardo di Ortensia; mi aveva turbato quel meschino ragazzo che si era ridotto a vagheggiare il suo amore di notte, attraverso la finestra chiusa e dal sito ove Giovannin il cieco stirava dall'organetto l'«addio mia bella, addio»! Senza mai confessarlo a me stesso, io avevo temuto che vagheggiata da Pieruccio Fulgosi, Ortensia riflettesse come ella poteva già essere amata, più virilmente, da altri; oscuramente io avevo temuto che questo solo pensiero in Ortensia mi carpisse parte del suo affetto per me!

.... Fu dopo la partenza di Pieruccio che Eugenia, a vedermi la fronte sempre più schiarita, si compiacque del mio miglioramento.

— Merito vostro, di voi tutti — io le dissi. — Sento il bene che mi volete e non me ne sento più indegno. Come ricambiarvi?

— Restate qua con noi sino all'inverno.

— Impossibile!

Pur troppo il tempo volava e presto dovrei abbandonare Valdigorgo per cercar lavoro, sebbene non sapessi nè dove nè come. Io non ero tal possidente da vivere di sola rendita; nè speravo più rendite dagli studi, a cui avevo rinunciato per sempre.

Eugenia riprese:

— Non parliamo di partenza adesso; ve ne prego anche per Claudio. Per Claudio? — aggiunse sorridendo. — E Mino? E Ortensia?

Allora io le dissi: — Sapete che mi par d'avere una sorella in Ortensia?

— Fosse davvero! Anzi; trattatela proprio da sorella; correggetela de' suoi difetti.

— Sono così bei difetti!

— No, Sivori. Ortensia mi dà molto pensiero per il suo carattere. È eccessiva in tutto. A vederla, sembra sicura, sicurissima di esser felice per tutta la vita e si direbbe che non si preoccupi di nulla, ma poi, di tratto in tratto, senza che se ne sappia il perchè, ha certe malinconie...; i famosi capricci. Ve ne sarete accorto anche voi, benchè da poi che siete qui voi questo sia accaduto più di rado. Ma vi ricorderete delle bizze che faceva da bambina a contrariarla. Adesso per lei è una contrarietà intollerabile ogni volta che s'accorge che la vita non possiam farcela noi a nostro modo. E a questo mondo bisogna invece sopportare, soffrire. Ci son tanti doveri da compiere!; e la nostra volontà non val nulla in quello che non dipende da noi. Vorrei vederla persuasa di queste cose, per risparmiarle dolori più grandi in avvenire. Ho torto?

— No — risposi.

— Per darvi un'idea del suo carattere: quando ero malata diceva con ira al medico: «Voglio che la mamma guarisca». Voglio! Il medico e la malattia dovevano ubbidire a lei. Io peggiorai; e allora fu per parecchi giorni una disperazione muta, continua. Non mangiava, non dormiva più, sempre al mio letto, e guai se il medico o Claudio o Marcella tentavano di confortarla. Ma se io morivo?

Il discorso fu interrotto dal sopravvenire di Ortensia....

XII.

Però quelle parole di Eugenia m'impensierirono. Per la prima volta, dopo, esaminai la mia condotta, meditai sugli obblighi che m'imponeva l'amicizia, dubitai che uno squallido e sordido egoismo mi trascinasse a colpa di cui un giorno la coscienza mi rimorderebbe. Egoista, io cercavo dall'affetto di Ortensia un benefizio assecondando in lei quelle tendenze che a giudicarle con senno e con lume d'esperienza erano dannose. Volendo dimenticar me stesso cercavo di veder lei spensierata, e volendo reprimere dentro di me un pessimismo mortale cercavo quella sua serenità a cui tutto appariva bello e buono. Infelice, io traevo rimedio da lei consentendo a una felicità fuori della vita reale. Ma se io volevo bene davvero a Ortensia dovevo esentarla dai pericoli di una infelicità futura; dovevo predisporla agli urti della realtà, armarla contro le violenze del destino.

Eugenia aveva ragione. Il compito che la madre mi affidava, di contenere nella figliola le facoltà e le illusioni pericolose, diveniva per me un imperioso dovere per lo stesso affetto che mi ricambiava Ortensia.

Come chi si rassegna a cosa inevitabile, deliberai dunque di ubbidire alla mia coscienza, che ora mi pareva del tutto ridesta.... Oh la coscienza! Perchè non mi avvertì dell'errore in cui cadevo? Che precettore della vita potevo essere io che non avevo una fede? Senza il conforto di una fede, a qual concetto e a qual sentimento della vita potevo ammonire che non esprimesse il veleno di un pessimismo mortale?

A compier tale dovere temetti da prima di nuocere a me medesimo, ora che mi sentivo ravvivare; poi (lo confesso come si confessa un delitto), provai la soddisfazione appunto dell'adempiere un dovere grave, e avrei detto che anche in ciò si rinforzassero in me le energie dell'animo.

Se non che la fatica della mia volontà era poca.

È così facile intorbidare un'acqua limpida! M'era così facile, appena succedevano in me rivolgimenti di malumore, ripetere a voce alta note voci di pessimismo e di duolo, che ricorrevano per abitudine alla mia memoria!

Oh come orribil sei — mondo gentil!

Oppure:

Ascolta, Azzarellina: La scïenza è dolore, La speranza è ruina, La gloria è roseo nugolo, La bellezza è divina — ombra d'un fiore.

O peggio:

.... Amaro e noia La vita: altro mai nulla, e fango è il mondo!

Ortensia protestava:

— Vede se ho ragione io di non volerne sapere dei poeti? Noiosi! Han sempre da lamentarsi!

— Essi però han più ragione di te: essi han vissuto e guardato nella vita.

— No! no! han torto! Non posso credere! Noiosi!...

Protestava, batteva i piedi, ma come chi s'impazienta a udire ciò che potrebbe esser vero.

E le ripetevo:

— Tu vedi tutto bello e tutto buono. Presto imparerai che al mondo c'è più cattiveria che bontà e che il brutto supera il bello.

— Dio! Dio! che uomo! — esclamava; e rimaneva sopra pensiero un istante, guardandomi quasi mi ricercasse nel cuore quanto dolore e quanta sciagura m'avessero condotto a creder così. Le restava come un timor panico negli occhi.

Anche le dicevo:

— Tu sei facile alle impressioni, ma rifletti poco. Comincia dunque dal riflettere su le impressioni degli altri: leggi.

— Leggeremo! purchè non sgridi, non rimproveri....

Ma di leggere non avrebbe trovata opportunità se non si fosse mutato il tempo.

Al principio di settembre piovve alcuni giorni di seguito, con autunnale ostinazione; e poichè non bastava cucire o ricamare a sbalzi per passar la giornata, Ortensia dovè prendere un libro. Avevo vinto. E qual migliore consigliere di un buon libro? Io ne sceglievo di quelli che rappresentassero la vita qual è. Potevo così interrompere il triste ufficio di ammonitore e quietarmi nella consuetudine che il maltempo rendeva più raccolta e più cara, costringendoci a restar quasi sempre in casa.

Però anche lei, la sorellina, aveva vinto oramai. Era così ubbidiente, paziente, affettuosa! Io per lei sentivo rifluirmi nelle vene il sangue della salute, nè mi bisognava più uno sforzo di volontà a bandire dalla mente i pensieri maligni.

Mentre la pioggia or bruiva a pena a pena or squassava a dirotto, dalla poltrona ov'ero adagiato io sogguardavo, con le palpebre un po' chine, alla cupa linea boschiva, in fondo, tutta velata sotto il cielo piovoso, e dinanzi, giù nel giardino, agli abeti densi, dall'innumeri braccia ad arco e dalle esili vette immote a ricever l'acqua come Dio la mandava.

Ortensia leggeva. Non leggeva male; rilevava anzi agevolmente il senso e variava senza leziosaggine la bella voce, e di tratto in tratto s'arrestava, colpita.

— To'! Questo è vero! Questo è bello!

Ma talvolta non coglieva giusta la pronuncia di parole, o non poneva giusto l'accento tonico. Correggerla era tempo perduto.

— Si dice così — avvertiva io. — E lei:

— Si dice così, ma io dico a mio modo; mi piace di più!

E avanti impavida.

Sopravveniva Eugenia.

— Cerca Ortensia; cerca Ortensia.... Dov'è? con Sivori! Sempre con Sivori! Ma non vi stanca?

— Voi vedete.... Mi mette di buon umore.

— Non ditelo a lei, che è capace di vantarsene, la cervellina!

— Sì, mamma, che me ne vanto!

Quando non avevo voglia d'ascoltare, abbassavo del tutto le palpebre. Sognavo? No. Avevo in quest'affetto un legame alla vita; non era più un'illusione: per quest'affetto muterei in una operosità determinata e proficua l'attività del pensiero che male avevo usata in difficoltà insuperabili, rodenti ed estenuanti. La vita non sarebbe più per me una condanna; la morte non mi darebbe più un'apprensione continua; l'avvenire non m'era più pauroso, perchè non avevo più da sopportare danni e sventure senza che una voce mi dicesse: «sopporta se non per te, per me!» E mi sembrava che nel mio avvenire sorgesse, con novella aurora, il sole.

Intanto pioveva. Quando però la pioggia scemava, quasi snebbiasse, Ortensia correva a prendere l'immane preistorico ombrello di tela cerata verde, che sudavo a portare, e via, qua e là, quasi sempre non dove la strada era buona, ma per strade fangose.

Immaginarsi la fatica! Le scarpe caricandosi di fango, diventavano grandi e pesanti come case; nondimeno bisognava ubbidire alla signorina.

Al terzo o quarto giorno di quel bel tempo, l'acqua cessò quasi per uno stacco improvviso; cadde un fascio di raggi tra il nuvolo. Ortensia gridò felice:

— Non piove più! Andiamo al Ponte del Crocefisso, a vedere la piena?

Io astrologavo.

— Tra poco ricomincia.

— No. Lei non se ne intende! Non vede che Monfalco è scoperto? «Monfalco senza cappello, fa bello, fa bello»!

— Ma l'ombrello non farà male.

— Le dico che non piove più! Sono pratica io!

Via dunque senza ombrello, alla volta del Ponte.

Ella provava la stessa gioia che traeva i passeri di sotto il tetto a litigare, a garrire e a bagnarsi, o forse delle piante e delle erbe che si asciugavano ricreate. Cadeva una luce pallida, che si sarebbe detta umida anch'essa a vederla sull'erboso velluto del clivo; finchè a levante trasparve, si colorì, si delineò, s'avvivò a un tratto, andò attenuandosi e scomparve, l'arcobaleno.

— L'iride! — aveva esclamato Ortensia. — Glielo dicevo? Non pioverà più!

— È già sparito. Noi torneremo a casa molli fracidi.

Infatti da mezzodì avanzava una schiera d'altri nuvoloni, più neri, che avrebbero persuaso un eroe romano a tornare indietro e che invece attraevano alla meta la mia compagna. Ci arrivammo, come Dio volle, a osservar l'acqua torbida che passava gemebonda sotto il ponte, superava enormi massi alle rive, piegava i giunchi e le canne da cui l'oscura vôlta era invasa. Da lato, più gaia, chiara e spumeggiante, precipitava nel torrente l'acqua che un canaletto formato d'asse riceveva da un serbatoio in alto. La chiesuola a capo del ponte e a ridosso del monte, usciva candida dal verde folto e cupo, e dinanzi alla porta, più bassa, aveva un piccolo portico.

— È uno spettacolo stupendo! un paesaggio stupendo! — Ortensia ripeteva.

Io guardavo il cielo livido, plumbeo.

— Ortensia, ci siamo!

— Uhm! Comincio a crederlo anch'io! M'è caduto un gocciolone sul naso!

Ci rifugiammo, di corsa, là sotto il piccolo portico.

Ora quasi mani invisibili con infantile divino sollazzo rovesciavano dal cielo secchie a furia; fitta fitta, grossa grossa, scrosciava la pioggia: precipitava; piegava ramoscelli e rami; penetrava tutto, si raccoglieva in rigagnoli, correva, allagava; e sotto quel chiasso il rombo sinistro del fiume e il fragor della cascata.

La breve zona asciutta, ove eravamo, assumeva in tale diluvio, in tale violenza, un'apparenza di protezione miracolosa; e a guardar per la grata nell'oratorio, veniva da quel silenzio di là dentro, da quel senso di chiuso, da quella penombra in cui giaceva il Cristo di rozza pietà, una promessa di pace contro tanto fracasso.

Ortensia guardò là dentro anche lei; poi sorrise a riveder l'intemperie.

— Come si sta bene qui! — Ascoltava.

A me una voce diceva: «Per due anime concordi c'è sempre un asilo».

E il giorno dopo:

— Che piova un poco, pazienza! Ma così! — Ortensia batteva i piedi per l'ira. Soggiunse:

— È ora di finirla! Non ha desiderio d'un po' di sole anche lei?

Ebbene, sì, anch'io desideravo il sole! Con un piacere, con una letizia lo desideravo, quale non avevo provata forse mai in mia vita.

Oh il sole! il sole!

Comprendevo la gioia che del sole avrebbe Ortensia; e dal medesimo nostro desiderio apprendevo che la nostra consuetudine era divenuta l'affinità spirituale da me voluta; io sentivo che finalmente godrei del sole come Ortensia, con Ortensia.

XIII.

Il sole! Il sole!

.... Ortensia, là in mezzo al prato, con la gonna bleuastra e il corpetto chiaro, sorgeva evidente dal verde e contro il verde; e l'aria là in mezzo sembrava più luminosa, ed essa una forma di vita più viva d'ogni altra e più bella.

— Ortensia! — Io la chiamai a voce alta, compiacendomi del mio grido.

— Che cerchi, Ortensia?

Non rispondeva; faceva pochi passi, l'occhio intento a terra. Ma avvicinandomi, compresi.

— Cerchi la buona fortuna, per me?

Rispose sorridendo: — Sì.

— Non la troverai!

— Io? — esclamò col tono d'impazienza e d'ira che per giuoco assumeva spesso. — Io non la troverò?

— Nè tu, nè altri. Del resto, non so che farmene della fortuna!

Scherzavo; ero lieto. Ella ne fu certa e sorrise, esclamando:

— Dunque il trifoglietto per l'amore!

— Che sai tu dell'amore e de' miei amori?

— So che lei un dì o l'altro prenderà moglie e che....

— Oh se per questo — interruppi —, non lo troverai il trifoglietto dalle quattro foglie!

— Io lo troverò anche se lei non prenderà moglie! Lo voglio, e basta!

Ma là non ce n'era di pronto al suo sguardo; e sapeva dove la fortuna ne nascondeva.

— Venga con me!