In faccia al destino

Part 22

Chapter 223,845 wordsPublic domain

— A Molinella — affermò il Biondo — non c'è mai capitata l'uguale. Ce n'è, qui, delle ragazze che hanno una bella dote? Ma tutte bùggere! aria! fumo!

— La più bella dote sta nell'affezione....

— Bene! Ho un'idea anch'io, se volete saperla: che l'affezione c'è, a quest'ora, e come! Con quegli occhi che parlano.... Si vede!

— Ma siete matti da legare! — gridai io, finalmente. Press'a poco con lo stesso tono avevo dato un giorno dello sciocco al cavalier Fulgosi.

E la Rita: — Non ve l'ho detto che il cattivo questa volta è lui, il signor Carlo?

— Ma non sapete — gridai di nuovo — che potrei essere suo padre?

A questo grave argomento la Rita oppose un proverbio: «Se il marito non è in età, la moglie giudizio non ha». E il Biondo oppose un'argomentazione che tagliava la testa al toro, meglio dei proverbio:

— Se lei, signor Carlo, avesse i miei anni, poh! avrebbe ragione di pensarci su; ma se io avessi suoi...., ah! corpo di....! non ci penserei su tanto!

Quindi la Rita avanzò di due passi verso me parlando più seriamente che mai.

— Vuol campar sempre solo come un cane? Quando siam morti noi, chi ci ha più, al mondo?

— Dove vuol trovarla una ragazza così a ragione? — insistette il Biondo alzandosi e avvicinandosi anche lui per stringermi con la moglie come in una tanaglia.

Io finsi un principio di resa.

— E se la ragazza non mi volesse?

Peggio che peggio! Non concepivano nemmeno che una donna potesse rifiutar la fortuna di essere posseduta da me.

— Se questo fosse — disse il Biondo — mi sbattezzerei, quant'è vero Dio!

E la Rita scuotendo le spalle e abbandonandomi alla mia cattiveria:

— Ma lasciatelo cantare! Credete che non lo sappia che è innamorata cotta, la poverina?

Però il Biondo e la Rita sarebbero stati meno entusiasti di Ortensia quando avessero conosciuta questa lettera, che ricevevo il giorno dopo:

_Carlo_!

Vi ho promesso di scrivervi, ierisera, ma non vi ho detto il perchè.

Io vi voglio bene, vorrei correre da voi, dirvi: sono vostra per sempre e saremo felici!

Ma per quanto saremmo felici? Con quali dolori saremmo condannati a scontare la nostra felicità? Non di voi diffido! non di voi! Diffido di me e del destino. Non è debolezza che mi trattiene, credetemi, Carlo! È forza, è resistenza; perchè io non voglio veder soffrire per me, per causa mia!

Mi direte che saremo più infelici a non essere congiunti, a vivere separati così, poichè ci vogliamo bene; direte che io non vi amo come mi amate voi. Invece io sono orgogliosa del vostro amore e vorrei abbandonarmi a voi senza più temere, per la vita e per la morte!

Ma ora sento d'aver fatto più male io a voi che voi a me e temo di dovervene fare ancora. Temo, temo..., e vi scongiuro Carlo: riflettete! non sono più quella di una volta. Che non dobbiate pentirvi! Ve ne scongiuro piangendo, ora che posso piangere!

Ah per voi due, Biondo e Rita, questa ragazza ha meno giudizio di quel che pareva? Per voi, quando una ragazza ha chi le discorre di buon animo e lei gli vuol bene, non ci dovrebbero più essere tante dubbiezze?

Ortensia non dovrebbe piangere, ma cantare a squarciagola, come ai vostri vent'anni, o Rita?

Ebbene; sentite, cari vecchi! Io vi assicuro che Ortensia diventerà mia moglie!

. . . . . . .

(E Roveni?)

IX.

La mia gran fede, che aveva riscossa e commossa quell'anima, la riscaldava a poco a poco.

Diverse espressioni ricorsero nelle sue lettere che significavano in lei il prossimo, compiuto ritorno a sè stessa. Questa, per esempio:

Ho sognato che mi passavi una mano su la fronte e così mi toglievi ogni antico male, ogni brutto ricordo. La dolcezza del sogno m'è rimasta tutt'oggi nelle vene; mi è parso di sognare tutt'oggi e di vivere in uno splendore.

Le mie visite non erano frequenti. Essa mi imponeva lo stesso riserbo che per il passato. Perchè?

Diceva: — Voglio aver la consolazione di dire io al babbo: «Io sono più ostinata di te, ma Sivori è più ostinato di noi due insieme! Si è messo in testa di sposarmi, e bisognerà cedere!»

Quando direbbe ciò?

Oh anche in questo indugio, che sembrava un capriccio, c'era tanta delicatezza! Prima di tutto io comprendevo tacitamente il perchè voleva rivelar lei al padre il nostro segreto.

Per quanto ottimista, Claudio come resterebbe se la notizia gli venisse da me o se Eugenia gli dicesse: — Sivori domanda la mano di Ortensia? — D'un amico come me non era da dubitare gli domandassi in moglie la figliola in compenso dei quattrini che mi doveva; ma, insomma, per quei maledetti quattrini gli potrebbe essere amareggiata una gioia che Ortensia sperava piena e perfetta se lasciassi fare a lei.

Poi Ortensia non aveva torto del tutto quando esclamava:

— Abbiate pazienza, signor dottore! Volete che i miei credano che sono tornata buona solo per voi? che torno allegra, solo per voi, che non penso che a voi?.... Ho dei rimorsi — aggiungeva più piano. — Con mio padre, quando si sforzava di nascondere il suo dolore, ero sgarbata e urtante; avrei voluto vederlo soffrire come soffrivo io. E con la mamma, quando mi ribellavo alle sue parole di conforto, alla sua rassegnazione? Mi ricordo di certe sue occhiate che adesso mi sembrano quelle di una povera creatura ferita a morte, tant'ero irritata, cattiva!... No, Carlo: è troppo presto dire a lei e al babbo che sono disposta ad abbandonarli. Lasciamo passare almeno qualche mese, che s'avvezzino un po' a questi luoghi, a questa solitudine....

— Ma credi che tua madre non ci legga in faccia il nostro segreto e non ne goda? — le dicevo io.

— Non importai Vorrei anzi che indovinasse tutto; anche la nostra riserbatezza. Così si abituerà meglio all'idea del mio abbandono.

.... Io andavo alla Ca' Rossa due o tre volte la settimana.

O di giorno o di sera, erano ore di felicità.

Ivi, alla Ca' Rossa, avanzando l'estate, mi ristoravo in quella frescura spirituale che v'infondeva la novella quiete.

Ortensia m'appariva più bella nella veste umile, con il lungo grembiule attinente alla persona ardita e disinvolta; e la gola, che sorgeva bianca dal corpetto un po' scollato, e la nuca scoperta sotto l'onda dei capelli copiosi strettamente raccolti, davan cenno di forme che la salute rifiorendo renderebbe in breve tempo perfette. Più era lieta se colta in faccende di massaia o di giardiniera. Perchè già il lazzeruolo proteggeva una corona di molti vasi in cui era solo da temere l'eccesso dell'acqua che Mino v'impartiva; ed erano questioni con la sorella, che pareva averli inventati lei i garofani e i gelsomini e l'arte di coltivarli!

Dall'altro lato della casa schiamazzavano galline in un piccolo recinto, e Ortensia sperava ricavar tante ova da farne spedizione fin a Milano; ma un _cocodè_ poco naturale rivelava spesso che Mino a ber le ova cantava con la stessa gioia che le galline a farle. Ah quel Mino! A sentir lui non gli piacevan solo le ova fresche; gli piaceva anche l'astronomia. Nell'infinito riscintillamento di una sera senza luna accennai ad Ortensia massaia che anche in cielo passeggiava una chiocciola con un drappello di pulcini; e Mino cominciò a pretendere gli dicessi i nomi di tutte le stelle: tutte!

Infatti, oltre che la Stella Polare gli insegnai a riconoscere la smeraldina Vega e il rubicondo Antares, Arturo e il Delfino, e, benchè pianeti, Marte e Giove.

Disgraziatamente gli esami di Mino pretendevano ben altro!; e durante il giorno egli faceva altro che studiar grammatica, aritmetica e storia: martellava, inchiodava, impiastricciava dei più vivi colori certi fogli che avrebbero sbigottito fin un pittore impressionista. Incarcerato nella sua camera, vi declamava per cinque minuti i verbi irregolari o la costituzione di Servio Tullio; poi governava una tribù di formiche restìe ai suoi ordini. Redarguito, rispondeva piangendo d'aver appreso a scuola che chi studia troppo, muore; e poichè il troppo è relativo all'indole e al giudizio delle persone, asseriva in coscienza che studiare due ore al giorno era per lui uno sforzo; e gliene doleva sinceramente perchè avrebbe voluto diventar ingegnere navale o ufficiale d'artiglieria.

Di conseguenza, a luglio fu bocciato agli esami in tutte le materie (in astronomia non l'interrogarono). Dopo di che gli pesò addosso la minaccia di essere messo in collegio se non riparasse in autunno.

Perciò avrebbe studiato in luglio e in agosto più di due ore al giorno, a costo di morire, se per distrarsi dalla pesante minaccia del collegio non avesse anche studiato la marcia reale al suono di un'ocarina di terracotta, e se non avesse dovuto perfezionarsi al tiro al bersaglio per divenire un bravo ufficiale d'artiglieria.

Mio buon Mino!

X.

.... L'8 settembre, giorno di festa, Ortensia mi scriveva:

Sono felice, oggi! Se tu fossi qua, Carlo, saresti felice come me a vedere che oggi io sono proprio quella d'una volta. Domandalo alla mamma se non corro e canto e non l'abbraccio così forte che essa è costretta a dirmi, come allora, cervellina! Tutto il brutto è passato; non mi ricordo più di altro che ti voglio molto bene, che vi voglio tanto bene a tutti e che.... Zitto, signor dottore! Mi guardo nello specchio; vediamo la sposa.... Poh!; non c'è male.... Il merito sai di chi è? dell'aria e della festa. Non senti anche tu che la festa è nell'aria, oggi? Dottore, se vi vedessi sorridere da incredulo mi dispiacerebbe, perchè io alla messa ho pregato per la nostra felicità e perchè sento proprio che la mamma ha ragione; bisogna aver fede. In questi luoghi cantano le litanie in un modo malinconico; eppure quando le donne e i ragazzi hanno finito il canto, mi pareva che tutti dovessero essere felici come me.

Quando siamo tornati dalla chiesa io e Mino, il babbo ci è venuto incontro tutto allegro anche lui e mi ha domandato: — Sivori viene oggi?

Tu forse sospetti che egli cominci ad aprir gli occhi? No, no! sta sicuro! Solo non può ammettere che si stia allegri in casa senza la tua presenza. Gli ho detto che verrai domenica.

— Domenica non è oggi, — ha brontolato lui — e mi pare anche a me che questo sia vero.

Oggi avresti dovuto esser qui! Ma chi sa che prima di sera.... Se giungi, dico tutto al babbo, oggi....

P. S. Invece di te è arrivata una lettera di Marcella che annunzia per sabato o domenica la sua venuta con Bebe e con.... Non te lo dico con chi verrà invece di Guido; no e no!

La venuta di Marcella mi darà più forza per aprir gli occhi al babbo e per salvar Mino dal collegio.

Non voglio che restino qui soli, quest'inverno, i nostri vecchi!

E chi pensava più a Roveni?

XI.

Colui il quale invece di Guido accompagnò Marcella a trovare i suoi era, manco a dirlo, il cavalier Fulgosi. Ma per che complesse vicende famigliari la gelosa signora Fulgosi se n'era andata in licenza a Varezze con il tenente Piero suo figliolo, lasciando o relegando il marito a Valdigorgo? Forse la sua fosca gelosia s'era spenta al brillare delle spalline figliali? O la gloria delle figliali imprese l'inteneriva come l'avevano inasprita un tempo quelle del marito, e lui, il cavaliere, godeva di una relativa e nuova libertà? O con quali finezze diplomatiche giustificava egli le sue scappate da Valdigorgo a Milano e meritava il permesso d'accompagnar Marcella a Bologna?

Non so e non m'importa rispondere; so che il cavaliere m'accolse alla Ca' Rossa con tutti gli antichi segni di deferenza e ammirazione. Mi avvertì subito che la scienza aspettava ansiosamente il profitto dei miei studi sulla malaria, o la pellagra, o il tifo, o il socialismo, o qualche altra malattia fisica o morale o sociale per cui mi fossi umiliato a medico condotto a Molinella.

Io intanto ammiravo lui. Con risoluzione eroica egli aveva raso dal mento e dalle ganasce la stopposa barbetta, conservando solo, per un più adeguato uso della tintura, gli esili baffi; e i capelli lasciati crescere dove ce n'erano e appiccicati a ricoprire, con economia, la lacuna nel bel mezzo del cranio, gli facevan da parrucca. Rideva ora a bocca un po' più stretta per attenuare la novità di qualche dente. E anche l'abito bigio, attillato, e il gilet bianco e il ventaglietto, che gli risparmiava troppe assidue contemplazioni di sè medesimo nello specchio del pettinino, gli conferivano un'aria di baldanza tra giovanile ed estiva.

Marcella, la florida Marcella, trovò opportunità a narrarmi che partendo da Milano il cavaliere s'era messo in mente d'apparire, agli occhi dei viaggiatori ignari, quale suo marito e padre del bimbo. In vagone egli aveva discorso in modo da evitare l'uso del _lei_, e fino a un certo punto c'era riuscito. Ma quando Marcella aveva udito uno dei compagni di viaggio susurrare a un altro: — Che moglie giovane ha quel vecchietto! — aveva essa rotto l'incanto dicendo, per una dimanda qualsiasi: — Scusi, cavaliere....

Egli però si era consolato ad ogni stazione con l'esporre dallo sportello il bambinone, che accarezzava paternamente senza timore di passare per nonno.

A dir vero la timida Marcella, che rideva così di gusto, si era fatta ardimentosa! Ne diede prova anche più vivace mentre io e Ortensia ci rubavamo il suo Bebe. Ortensia pareva divorarlo a baci fragorosi, ed io glielo rapii.

— _Tivovi_! _Tivovi_!

— Vuoi più bene a Sivori o alla zia? — gli chiese la madre.

Risposi io ch'egli voleva più bene a _Tivovi_, perchè lo baciava meno forte e non gli faceva male e lo faceva trottare su di un ginocchio.

— Già! — esclamò Ortensia fingendosi irritata meco: — io faccio del male anche quando faccio del bene? Cattivo! Oh come è cattivo Sivori!

E Marcella:

— Chi non vi conoscesse direbbe che siete cane e gatto, voi due!

Dimandò Ortensia:

— Ci conosci, tu?

— E come! Tutti e due.... (si battè coll'indice in mezzo alla fronte per dire che avevamo entrambi poco giudizio). Se vi metteste d'accordo, una buona volta!

— Faremmo una pazzia sola — io dissi ridendo.

— Ma la fareste finita: sarebbe ora!

Guardai Ortensia. Ella esclamò:

— Io non voglio, farla finita! Sempre cane e gatto noi due! E il gatto sono io!

Soffiava contro al bambino e lo minacciava con le unghie.

Egli mi sfuggì, per rincorrerla.

Allora Marcella mi susurrò:

— Se il babbo non fosse cieco, o io potessi parlare....

— Zitta!

— Sì, sì: starò zitta; ma è ora di finirla! Aspettatevi un tiro birbone, Sivori!

Ed io m'aspettai il tiro birbone. Chi m'avrebbe mai detto che Marcella me ne giocherebbe non uno ma due, e uno più ardito dell'altro?

Dopo colazione, Bebe e il cavaliere — che ci promise una grande, strepitosa notizia per l'ora del desinare, _entre la poire et le fromage_ — andarono a godersi un meritato riposo; e mentre Ortensia attendeva a faccende e Claudio e Mino conversavano fuori all'ombra con Cleto l'ortolano, Eugenia mi disse che lei e Marcella avevano una cosa da dirmi.

Marcella m'aspettava nella camera da pranzo. Su la tavola era un piccolo pacco e a quello ricorsero gli sguardi delle signore, che sorridendo l'una all'altra non mi celavano un grande imbarazzo.

— Parlo io o parli tu? — chiese Eugenia alla figliola.

— Tu, mamma. Sivori mi mette sempre un po' di soggezione.

— Poco fa non si sarebbe detto — osservai io, ridendo. E Marcella:

— Ma adesso si tratta di tutt'altra cosa!

— Che cosa mai?

Eugenia cominciò:

— La notizia, che il cavaliere ci ha promessa speriamo sia bella, ma è più bella questa che vi diamo noi ora. Grazie a Dio, Learchi s'è riconciliato con Guido.

La figliola scosse il capo:

— No, mamma; non cominci da quello che importa di più a me e a Guido.

E rivolgendosi a me:

— Anche voi dovete esservi meravigliato che Guido non facesse nulla per mio padre, quando avvenne la disgrazia. Allora tutti i rimproveri cadevano su di me. Ortensia....

— Questo è inutile — interruppe Eugenia. — Basta che Sivori sappia la minaccia di tuo suocero....

— Appunto! Noi non lo dicevamo, ma mio suocero aveva minacciato di diseredare Guido. Avete capito? Odiava tutti; me più di tutti, e la mia creatura....

Necessariamente Guido non aveva potuto compromettersi ad aiutar Moser con quel pericolo addosso: che alla morte del padre gli rimanesse solo la parte legittima dell'eredità.

Ripigliò Eugenia: — Il vostro intervento, Sivori, ebbe anche l'effetto di mitigare quell'uomo.... — E alla figliola: — Racconta tu....

— Adagio, mamma! Prima bisogna dire che cosa la signora Redegonda mi scrisse dopo che il marito ebbe recuperato il suo avere. Mi scrisse che quell'avaraccio riteneva il dottor Sivori un gran galantuomo e cominciava a ritenere l'ingegner Roveni una canaglia. Allora lei non lo lasciò più vivere; gli diceva sempre: — Bella figura avete fatto col dottor Sivori quando venne a trovarci! Bella stima avrà di voi il dottor Sivori a udire che odiate fin il vostro sangue!; — e così via.

Dopo aver disposto il marito a vergognarsi, un bel giorno la signora Learchi aveva detto di voler andare a Milano. Il marito rifiutava di accompagnarla. — Andrò sola — disse lei.

E sì che la signora Redegonda non aveva mai viaggiato da sola; non era uscita da Valdigorgo che due o tre volte in vita sua! Il marito dovè cedere; l'accompagnò; ma giurò che non avrebbe messo piede nella casa di suo figlio.

E la signora Redegonda: — Ci andrò sola. Mi aspetterete su la porta. — Ma quando furono su la porta giurò a sua volta che non sarebbe discesa finchè il marito non fosse salito a prenderla.

Di nuovo animosa e rapida Marcella riferiva la scena intercalando frequenti: avete capito? capite?

— Guido, capite? arriva a casa e vede.... suo padre con nostro figlio in braccio!

Anche Eugenia rideva di gusto.

Già: Learchi era salito; era entrato in casa chiamando ferocemente:

— Redegonda! Andiamo via! Vado via!

Ma la moglie voleva desinare, prima. E si era messa ad apparecchiar la tavola, mentre Marcella fingeva di preparare in fretta il desinare già preparato.

Bebe piangeva a veder quel vecchiaccio; la signora Redegonda glielo pose in braccio perchè lo quietasse lui. Allora arrivò Guido.

— Bella scena! — ripetevo io.

Ma Learchi si era vendicato a tavola; perchè tra un boccone e l'altro non aveva risparmiato mortificazioni, e alla fine si era alzato dicendo al figlio:

— Il vino è amaro; ma ho mangiato bene.... Buon pranzo; bella casa! Devi guadagnar molto.

Guido colse la palla al balzo:

— Guadagno abbastanza; se continuo così, in pochi anni pago i debiti.

Immaginarsi la faccia del Cerbero!

— Debiti! Debiti! Hai dei debiti?

Era una bugia credibile quella di Guido, giacchè Learchi ignorava gli aiuti che la signora Redegonda dava a Guido.

Marcella proseguì:

— Debiti! debiti! — urlava il vecchiaccio. — Andiamo via! Via! — Strappò seco la signora Redegonda, la fece sin piangere.... alla sua maniera.

— Ride anche quando piange — notò Eugenia.

— In conclusione.... Adesso parla tu, mamma....

(Eravamo al _quia_ e Marcella perdeva l'animo tutto in una volta).

— In conclusione, qualche tempo fa la signora Redegonda ispedì a Guido una certa somma, quella lì sulla tavola, che ottenne dal marito perchè il figlio pagasse alcuni debiti. Oh non una gran somma! Ma per di più la buona donna annunciava che Learchi assegnava al figlio un tanto al mese, sempre per estinguere quei famosi debiti e non farne altri.

— Guido però ne ha abbastanza, per la famiglia, di quel che guadagna e dell'assegno materno....

— Guadagna davvero, Guido — asserì Marcella.

—.... e Guido desidera assumersi lui il credito che avete voi con Claudio.

Me l'aspettavo!

— Capite? — interloquiva Marcella per aiutar la madre. — Non abbiamo più alcun timore per l'eredità.... La belva è ammansata. Senza sacrificio possiamo mettere in disparte qualche cosuccia ogni anno....

— Eccovi intanto cinquemila lire in contanti — conchiuse Eugenia porgendomi il pacco, e quindicimila in cambiali in bianco, con la firma di Guido e della signora Redegonda.

Che dire?

— Non vi offenderete.... — pregavano a una voce Eugenia e Marcella.

— Lo sa Claudio? — domandai.

— Sì; e trova giusta la cosa.

Allora dissi:

— Sia dunque fatta la vostra volontà! Ma vi dichiaro che non credo sia della signora Redegonda la parte principale di questa storia: è vostra, cara Marcella.

Ella rise, pur protestando:

— Ho detto la verità; credetemi.

Eugenia mi porse la mano.

— La restituzione della somma non ci sdebiterà con voi. La nostra gratitudine è anzi più grande perchè non ve ne avete a male.

Eh! Altro che avermene a male! Accettando, affrettavo la mia felicità. Infatti Marcella preparava il secondo tiro; e si valeva questa volta del fratello per lanciare una bomba a dirittura.

Mino in quel giorno di festa passeggiava e correva per ogni parte con un libro (chiuso) in mano; tanta aveva voglia di studiare! Con Marcella abbondava in carezze: a un certo punto si vide che le confidava le sue pene. Ne seguì un lungo colloquio; ma mentre fratello e sorella andavano a braccetto su e giù per la loggia, m'insospettirono le occhiate che il ragazzo mi volgeva di traverso. Poi, a un tratto, egli cercò Ortensia e le balzò al collo a baciarla senza dir nulla. La udivo gridare per liberarsene:

— Diventi matto?

Che diavolo mai gli aveva suggerito Marcella?

XII.

Prolungando la nostra aspettazione e acuendo la nostra curiosità il cavalier Fulgosi accresceva l'importanza della notizia che ci aveva promessa.

— Cavaliere, la notizia? — La notizia, cavaliere?

Resistè fino a mezzo il desinare; poi solennemente, dall'alto della sua prosopopea cominciò:

— Signore e signori! Ho, non dico l'onore, non dico il piacere, ma la _bonne chance_ di parteciparvi per primo che l'esimia artista di canto signorina Anna Melvi da qualche giorno ha giurato fede di sposa all'egregio giovane signor....

— Ingegner Arturo Roveni! — conchiuse precipitosamente Marcella.

A un oh! di stupore seguiron particolari commenti.

— Disgraziata! — fece Moser.

— Bene accompagnati! — mormorò Ortensia.

E Eugenia guardandomi:

— Così va il mondo!

Io tacevo. Provavo un senso di nausea e nello stesso tempo un'apprensione di malefizio.

— Che interesse ha avuto Roveni a legarsi a quella donna? — chiesi al cavaliere.

— Anna guadagna molto — Marcella disse ingenuamente. — Canta benissimo.

— Benissimo! — ripetè il cavaliere, che era rimasto deluso dalla consapevolezza di Marcella. — Ma se ella, signora mia, ha appreso dai giornali ciò che io ho appreso per partecipazione diretta, ella, mi consenta dirlo, non può sapere il perchè o i perchè di questo matrimonio. Io sono in grado di rispondere alle dimande del dottor Sivori.

Si fece assoluto silenzio; ma allora l'eloquenza del cavaliere arrembò dinanzi a una difficoltà non preveduta nel primo slancio. Bisognava parlare in modo da non offendere orecchie caste, e proprio allora non gli vennero in mente frasi inglesi che fossero del caso.

— Sono due le versioni che corrono di così inopinato avvenimento. Secondo l'una.... ehm!... si tratterebbe di.... riparazione. Mi spiego? L'ingegnere.... ehm! si sarebbe lasciato cogliere dalla signora Melvi madre....

— Basta! — esclamò Claudio. — Se continua, cavaliere, chi sa dove va a finire!

— Secondo l'altra versione, che ho da miglior fonte....

— Sentiamo! — interruppi io —; perchè la prima è inverosimile. Roveni non è uomo da riparare!

— Secondo, dicevo, una miglior fonte, un _gentleman_ inglese del Transvaal, capitato a Milano quando Anna cantava al _Lirico_, se ne sarebbe innamorato e....

— Avanti! — comandò Moser.

L'oratore proseguì di corsa:

—.... l'inglese avrebbe offerto un impiego nelle miniere all'ingegner Roveni, altro ammiratore della diva, e l'ingegnere avrebbe sposata la diva per compenso, e tutti e tre en bon ménage sarebbero partiti da Milano alla volta del Transvaal. Mi sono spiegato?

Moser rispose: — Anche troppo!

— Questo è certo che gli sposi sono già in viaggio.

Dopo una pausa Fulgosi mi domandò se la seconda versione mi pareva più verosimile ed io risposi che la credevo nel vero. Era uno scandalo degno dei personaggi!