Part 18
A udir questo, Roveni divenne livido fin nelle labbra e fece come un serpe che si raccoglie in se stesso, incerto se di celarsi ancora o d'avventarsi. Tentò di sorridere; ma fu un sorriso viscido e velenoso; gli occhi bianchi mandarono fiamme. Poscia ricuperò idee e voce:
— È un'insinuazione ridicola!
Io procedevo:
— Impossessandovi anche dell'onore di Moser pensavate: se Ortensia vuol salvare suo padre dal disonore, cederà; se non cede, mi vendico! Ah avere amato, desiderato, aspettato per degli anni, voi, e senza riuscirci! Aver speso duemila lire! Si ha diritto di possedere una bella ragazza per duemila lire!... La vostra vendetta doveva esser degna del vostro amore; della vostra passione!
Roveni rifletteva, senza più sforzo di dissimulare. Adagio, contro la mia irruenza, disse:
— E così io avrei dato di cozzo nel codice?.
— Non so che pezzo di carta basta a difendervi!
Anche questo mi aveva detto il curatore! Colpo non aspettava colpo. Bisognava fingere di nuovo.
— Benone! — egli riprese. — Ma che tutto ciò è assurdo, che è roba da romanzo, lo prova un'ipotesi molto semplice, molto probabile, che lei si è dimenticato di fare. Le parole grosse mandano a rotoli la logica! È logico supporre che nello stesso tempo che Ortensia avrebbe dovuto arrendersi a discrezione il curatore avrebbe potuto scoprir la frode. Come avrei fatto io, in tal caso, a salvar il padre per amor della figlia?
— Persuadendo Learchi ad accomodar tutto, o trovando altrove ventimila lire. L'avrete ben prevista la via di uscita!
— E lei è proprio convinto di tutto questo?
— Convinto? Ma non vi ho già detto che Moser è fuggito come un ladro? La frode è scoperta!
A questo punto, in un istante, vacillò e s'avventò:
— Benone! Oggi stesso informerò io il Procuratore del Re che si è scoperta una frode nel fallimento Moser e che Moser l'ha fatto fuggire lei d'accordo col curatore!
Credeva d'avermi abbattuto, finalmente!
Ma a udire:
— Troppo tardi! Moser è già salvo! —; a udir tali parole Roveni rimase come a ricevere una mazzata sul capo. Il sangue gli affluì tutto al volto. Fuori di se, mi assalì, mi afferrò al petto, inferocito — una tigre — urlando:
— Chi l'ha salvato?
— Io!
Allora il braccio gli ricadde pesantemente; chinò il capo; sghignazzò, livido di nuovo; disse:
— Anna Melvi aveva dunque ragione!... L'amico di casa ha salvato l'onore del marito.... Adesso potrà sposarla, la figliola...., senza più dispiacere alla madre....
Che cosa? Una cosa orribile! Mi parve di comprendere; compresi.... E afferrandogli un braccio con violenza pari alla sua:
— Spiegatevi! — Aveva gettato fango e veleno su Eugenia! Eugenia! — Spiegatevi!
Egli mi guardava fisso: — Voglio dire che il codice non contempla il caso dell'amante della madre che sposa la figliola.
La mia destra sfiorò la guancia del miserabile. D'un balzo egli si era sottratto da un lato. Si ritrasse verso la porta laterale e toccò il bottone d'un campanello. Fu un attimo. Contro di lui urlavo:
— Vigliacco! Calunniatore infame! — Ma già un servo o un portiere che fosse, evidentemente in attesa mi tratteneva. — Vigliacco! — urlavo. — I sicari! Hai sicari in agguato! — e tentavo divincolarmi, rivolto a lui.
Immoto, su la soglia, Roveni mi guardava; pareva attendere che mi quietassi per parlare. Stretto da quell'altro io gridavo sempre più forte:
— Vile! vile! Calunniatore di donne! falsario! E mi dibattevo.
— Insultatemi impunemente! — Roveni potè dire alla fine. — Non mi batterò; non voglio mandarvi una palla nello stomaco! Dovete vivere! Devi vivere! — Mi par di sentirlo ripetere «devi vivere!»
E agitando la destra, quasi a farmi grazia, e volgendomi le spalle, nel rinchiudere la porta dietro di se, mormorò non so che di «vendetta».
— Fuori! fuori! — ripeteva intanto quell'altro, che mi spingeva verso l'altra porta. Io gridavo ancora: — Vigliacco!
XII.
Non si batterebbe. Anche se insultato, oltraggiato in pubblico, si comporterebbe da quel facchino che era e non si batterebbe, per un lontano e oscuro scopo di vendetta. Ah no?... Ma non aveva previsto, l'uomo sagace, che per indurlo a operare da gentiluomo e per evitarne le bassezze c'era un modo più persuasivo di quel degli schiaffi: c'era la stampa. Egli comporterebbe la vergogna di ogni offesa in un pubblico ristretto e in luogo limitato, ma alla minaccia d'esser trattato da vigliacco su pei giornali non potrebbe resistere. Doveva premergli la stima dei molti a quell'ipocrita della lealtà, a quell'ambizioso!
Così, ardendo d'ira com'è facile immaginare, andai subito in cerca degli amici che già avevo prescelti ad assistermi nel duello: il giornalista e l'ufficiale.
Di buon grado essi accettarono l'incarico.
.... Non pochi che si sian trovati in attesa d'andar sul terreno avranno avuto, oso credere, un timore più grande che quello d'arrischiar la pelle: il timore di fare una magra figura. Un passo di più o di meno; un colpo di sciabola tirato un po' più in basso o un po' più in alto; un colpo di pistola sparato un secondo prima o un secondo dopo, basta a «squalificare» un gentiluomo; cosa orribile fin nel vocabolo. E c'è di peggio: perchè è anche possibile far ridere con qualche errore di inesperienza; e il danno del ridicolo è in proporzione alla solennità della funzione che si compie. Che cosa c'è che eguagli la solennità di un duello? Nessuna. Tutte le altre funzioni, dal matrimonio al funerale, accomunano ogni sorta di gente; ma i gentiluomini che si battono con tante regole son gente fuori del comune e più in alto; se no, non si batterebbero così. Ne viene che uno che faccia ridere in un duello è disprezzato pur dalla gente comune, la quale non si batte con tanta solennità. Ebbene, io ero disposto a morire, ed ebbi questo timore! Attendendo che i padrini tornassero cercai prepararmi con la fantasia ad evitare così gran disgrazia; nè mi domandavo se per l'addietro ci avrei pensato su tanto; nè mi meravigliavo d'essere così tenuto a modalità della vita proprio sul punto di rinunciarvi. Contraddizione ridicola, insomma, ma prova anche questa del mutamento avvenuto in me.
Mi immaginavo sul terreno; avanzavo numerando i passi; sparavo mentre vedevo Roveni procedere nella stessa guisa. Con uno sforzo resistevo alla tentazione istintiva di chiuder gli occhi e li spalancavo al momento del colpo. Guai se chiudessi gli occhi!: farei credere d'aver paura!; farei ridere i testimoni dell'una e dell'altra parte! Studiavo anche la miglior maniera di comportami durante le disposizioni preliminari; e non esitavo a figurarmi la catastrofe, cadessi io o cadesse Roveni....
Però insieme con questo ricordo di vaga e insulsa comicità mi è rimasto il ricordo serio di un sentimento che allora mi sembrò un presentimento assai triste. Mentre fantasticavo in tal modo, mi si affacciarono alla mente, d'improvviso, le immagini di mio padre e di mia madre; con perspicue sembianze di dolore. Mia madre ancora giovine, pallida, sorridendo di quel sorriso che nessun volto mai ebbe per me, e quale mi guardava allorchè io, ragazzo, ero malato; mio padre con quei suoi occhi pieni di bontà e il capo un po' chino, come sotto un peso di sventura. L'impressione che n'ebbi mi fece dubitare di rimanerne troppo a lungo commosso. Forse...., di là...., mio padre e mia madre attendevano, così, il mio destino incerto anche per essi?
«Chi sa quali sorprese ci prepara la morte?»
Ma, di ritorno, gli amici apparvero visibilmente malcontenti nello stesso modo e nella stessa misura, non so se più di me o di Roveni. Mentre il giornalista mi sogguardava, ripulendo gli occhiali col fazzoletto, il rigido ufficiale parlò:
— L'ingegner Roveni s'è trincerato dietro l'articolo 151.
— Che articolo?
— «Si respinge la sfida dell'offensore che ha provocato ed offeso senza giusto motivo».
— Senza giusto motivo?
Era il colmo della sfrontatezza!
— Lo sfidato — riferì il capitano con l'attitudine di chi cita un nobile esempio — ha ascoltato le nostre comunicazioni senza commento; solo, ha preso il codice Gelli e ha indicato l'articolo 151 dicendo: «Ecco la mia risposta».
— Io però — disse il giornalista — son uscito dalla prammatica che obbliga i padrini a non discutere e ho avvisato quel signore che si pubblicherebbe il verbale. E lui: «Risponderò pubblicamente, se il dottor Sivori vorrà lo scandalo!» E io: C'è poco da rispondere! E lui: «Mi basterà dire ciò che potrò provare: che l'ingiuriato fui io; che credetti mio dovere non raccogliere le offese, e credo mio dovere non dar seguito alla vertenza per non compromettere due signore: quella che il dottor Sivori si sente in obbligo di difendere e quella che io non ho l'obbligo di difendere, ma che mi fornì la notizia sgradita al dottor Sivori».
(Eugenia Moser e.... Anna Melvi!)
— Allora io ho detto — proseguì il giornalista —: Badi, signor ingegnere, che nessun articolo di nessun codice o nessuna signora di questo mondo tratterrà Sivori dall'assalirla pubblicamente, e la stampa riferirà l'accaduto. E lui: «In tal caso, trascinerò il dottor Sivori in Tribunale, e lo scandalo sarà più grande e più doloroso per una terza persona: il dottor Sivori sa quale».
Ortensia! Ortensia apprenderebbe ciò che si diceva di me e di sua madre!
— Dopo ciò, che si fa? — il giornalista mi chiese.
Ero annichilito! Ad ogni costo, dovevo evitar il pericolo di quella propalazione infame! Dovevo cedere alla minaccia.
— Dopo ciò — io dissi — voi vi sarete convinti che io ho a che fare con un mascalzone furbo e pericoloso.
Ma il giornalista: — Io sono convinto che tu hai a che fare con uno che ha paura!
— Roveni — osservai sorridendo, per celare l'intima angoscia — è un formidabile tiratore a pistola.
Osservò l'ufficiale:
— Eh! credi non si possa essere tiratore formidabile e nello stesso tempo aver paura?
XIII.
«Si ricorda?» Con compiacenza patetica Anna Melvi, quel dì che andammo alle Grotte, m'aveva chiesto: — «Si ricorda di quando io e Marcella, piccoline, correvamo innanzi, mentre lei e la signora Eugenia andavano incontro a Moser, e la signora Eugenia portava in braccio Ortensia? Una Madonna! E a chi ci domandava chi era lei, noi non sapevamo che cosa rispondere....»
Io sarei stato, allora, l'amante di Eugenia!
Anna quel giorno lontano pensava: «Verrà forse l'ora che te ne farò ricordare amaramente». Così pensava per punirmi del mio disprezzo. Io la ferivo; io avevo scoperta e manifestata la sua intenzione di accalappiare Roveni. Guai se l'ingegnere le sfuggisse!
Finchè aveva sperato di sedurlo, la Melvi aveva taciuto: perduta ogni speranza, essa si era proposto di vendicarsi, a un tempo e a un modo, di me, di Ortensia — la rivale preferita —, e di Eugenia, colpevole d'esser la madre di Ortensia. E non era un bel colpo far appunto Roveni strumento della sua vendetta?
Ortensia infatti amava me; dell'ingegnere non voleva saperne. Ma Roveni apprendendo che io ero stato l'amante della madre, troverebbe ben lui la via a impedirle il mio matrimonio con la figliola!
Quante volte Anna Melvi, mentre osservava Ortensia con l'invidia e l'odio di cui è capace una rivale abbattuta, doveva aver pensato: «Per colpa tua e del tuo Sivori io non avrò Roveni, ma tu non avrai Sivori!»
Nè c'era da meravigliarsi che Roveni avesse creduto a una donna spregevole anche per lui! Le anime triste hanno legami di reciproca fiducia pur quando sembrano avverse. Poi, nessuno meglio della Melvi, la quale fin da bambina capitava alla villa Moser, poteva malignare con apparenza di verità intorno all'antica amicizia di Sivori e di Eugenia. Poi, venne il giorno che Sivori abbandonò Ortensia, e ciò confermava la calunnia; persuadeva magari Anna stessa d'aver cólto nel segno! Ah verrebbe forse un altro giorno: quello che Ortensia imparerebbe il perchè io l'avevo abbandonata: perchè ero stato l'amante di sua madre! Tal giorno dovette parer prossimo ad Anna quando Ortensia respinse definitivamente Roveni.
Se non che costui non era solito a precipitare: aveva creduto alla calunnia, ma se ne varrebbe solo a tempo opportuno....
(Sfinito dai lunghi viaggi, dalle notti insonni, dalle battaglie di pensieri e parole, io m'ero gettato sul letto.
Ma mi contorcevo e dibattevo in questa rete in cui i miei nemici mi avevano preso).
.... E mi ero dimenticato affatto, per lungo tempo, di Anna Melvi...! M'era uscito affatto dalla memoria quel suo: «Me ne infischio.... per ora!» Intanto l'altro sghignazzando mi ammoniva alla prudenza: «Giudizio! Non provocatemi in nessun modo; se no, rivelerò tutto a Ortensia». Questa la minaccia che Roveni aveva sospesa sul mio capo, di una terribile vendetta avvenire.
Ma insomma: chi conoscendo Eugenia Moser e me potrebbe credere alla calunnia, a un'infamia? Nessuno, tranne quelle due anime triste. Potrebbe dunque credervi Ortensia se Roveni arrivasse alla vigliaccheria estrema? Era un sospetto assurdo, il mio! mi ripugnava fin concepirlo più chiaramente..... Infatti, a poco a poco, la mente mi si ottenebrava. M'assopii. Mi riscosse il pensiero di Claudio. Allora mi sfogai contro di lui.
Avevamo pattuito io e Guido che il primo a ricever nuove di Moser le recherebbe all'altro. Guido non era venuto a cercarmi all'albergo nè mi aveva mandata alcuna notizia. Nessuna notizia! Claudio però avrebbe dovuto aver più fiducia in me e ritardare quant'era possibile così dolorose angustie alla sua famiglia. Sapeva Ortensia della fuga del padre? L'avevo vista in preda a un orgasmo di follia allorchè mi aveva detto, a Valdigorgo, che l'onore del padre era in pericolo. Che aveva fatto, quanto aveva sofferto se Eugenia non era riuscita a celarle la verità della fuga? Ah! che pena, mio Dio!
Ma anche una tal pena, a poco a poco, cedette alla stanchezza; e mi addormentai.
.... Dopo non forse più di mezzora mi risvegliò la voce del cameriere, il quale mi annunziava la visita di un ignoto.
Benchè desto di soprassalto, io mi sentivo nel sangue il breve ristoro e nello spirito quella leggerezza che si ha dopo il riposo e prima di riacquistare la piena coscienza dei propri mali. Accolsi quasi lietamente il visitatore. Egli, il signore ignoto al cameriere, era il cavalier Fulgosi; e io pensai, lì per lì, che venisse per riparare con i complimenti e le scuse al caso topico della mattina. Ma tutta la sua persona, cedendo a strane mosse, rivelò un turbamento nuovo e più grande. Volgeva il capo a destra e a sinistra, come una galana, per accertarsi che potevo udirlo io solo; quindi avanzando come le gambe lo reggessero a fatica esclamò con quanta efficacia d'espressione può attingere un afono: — Ha scritto!...
Moser — compresi subito — aveva scritto a lui; a lui che così pallido dava immagine di un morto con la barbetta e i baffetti tinti. Cadde a sedere e:
— Ha scritto.... Son compromesso!
Quel terrore senza ragione e, più, l'amarezza che egli manifestava d'essere sacrificato senza voglia, indegnamente, mi fecero gustare un po' d'indugio a dimostrargli che avevo compreso.
— Ha scritto.... Chi?
— Lui! — E si guardò attorno balbettando: — _Ci Emme_.
— Claudio Moser? — feci io a voce alta.
Il gentleman tenne per strombazzato a tutto l'albergo il suo pericoloso segreto; s'immaginò l'albergo circondato dalla polizia; e alzati gli occhi al Cielo e aperte le braccia al fato, significò che tutto egli aveva perduto benchè avesse fatto il possibile per non perder nulla.
— Moser ha scritto a lei?
Annuì col capo in silenzio; trasse dal portafoglio e mi porse una lettera. Scriveva da Genova. Al cavaliere, quale fidato amico, Moser accennava che dolorose circostanze l'avevano indotto ad allontanarsi da Milano e lo pregava di cercare di me. Mi troverebbe dove gli direbbe Guido: io, con falso indirizzo, l'informerei nel caso gli convenisse imbarcarsi....
— Perchè scrivere proprio a me, che ho famiglia? — susurrava, nel mentre che io leggevo, il cavaliere. — Compatisco...., compiango....; ma per riguardo alla mia posizione, nella mia qualità di ex-ufficiale dello Stato...., non avrebbe dovuto.... mettermi a rischio.... di comparire suo.... complice! Che accadrà...? se si scopre che io?...
«Scappi anche lei in America», ebbi voglia di rispondere. Senonchè l'ometto poteva essermi utile; e gli tolsi la paura di corpo.
— Stia tranquillo! Moser ha perduto la testa. Non ha mai avuto e non avrà mai conti da pareggiare con la Giustizia.
— Davvero? Proprio? Oh come ne godo!
Avevo ridato la vita al morto!
— Se lo dice lei, dottore, non ci può esser dubbio!
E il più bell'indizio del miracolo da me compiuto fu che il cavaliere estrasse il fazzoletto e si spolverò le scarpe; quindi ricorse al noto taschino che teneva in serbo il famoso astuccio con lo specchietto e il pettinino dei baffi.
— Ne godo, da amico! Non dubitavo neppur io, in fondo.... Mi pareva impossibile che quel bravo ingegnere!... Solo, lei comprende, era legittimo, umano il timore che io, così impreparato al servizio, piccolo servizio impostomi dall'amicizia, io, dico, potessi rimettere del mio decoro....: l'onore.... l'onore _avant tout_!
— Via! — feci, non concedendogli per buone quelle scuse —: da un uomo di cuore quale è lei, un uomo d'onore e in disgrazia quale è Moser deve sperare qualche cosa di più che parole!...
Con lo specchietto a mezz'aria Fulgosi non dissimulò di sentir il rimprovero e disse sinceramente e umilmente:
— Giacchè lei m'assicura...., dica tutto quello che posso fare e lo farò volontieri.
Così dicendo pareva un altro uomo; diveniva simpatico.
— Ad avvertire Moser che non corre alcun pericolo e che deve ritornare, penso io. Lei e Guido pensino a Eugenia. Anzi: perchè non lei solo, subito?
— Io? Ma certo! Vuol telegrafare? Corro subito! — esclamò l'ometto scattando in piedi. — Ho la carrozza!
— A telegrafare penso io. Lei.... va a Valdigorgo! Meglio di ogni altro lei può tranquillare la povera Eugenia, e Ortensia. La visita di un amico cordiale in questi casi è un gran benefizio. Lei dirà che mi ha visto tranquillo e contento; che io stesso l'ho pregato di recar lassù la buona novella: gli affari del nostro amico sono accomodati.
— Ci vado! — Riposto al suo luogo l'astuccio dello specchietto e del pettinino, Fulgosi portò la mano al cuore quasi per un giuramento o per un voto. — Ci vado davvero! _Coute que coute_.
Tosto però l'entusiasmo sembrò cadergli nella dimanda:
— Ma arriverò in tempo per il treno delle diciotto e venti?
Arriverebbe in tempo, affrettando il fiacre, anche ad avvisare la sua signora, che non dubitasse di un dramma o non soffrisse di gelosia se non lo vedeva a casa all'ora del desinare.
— Vado! — ripetè; non senza aggiungere:
— E la ringrazio, dottore, d'avermi dato occasione a dimostrare la mia sensibilità per quelle gentili signore, a torto provate dalla sventura!
Mosse rapido fino alla porta. Ma ivi s'arrestò; si voltò indietro, come trattenuto da un ostacolo impensato, insormontabile.
— E desinare? Dove desino?
— Nel vagone _restaurant_!
— _Parbleu_! — L'idea gli irradiò il volto. Desinare in un vagone _restaurant_ nobilitava vieppiù il suo sacrificio.... E partì.
XIV.
Per parte sua, Guido Learchi nell'apprendere da me che era imminente l'arrivo di Moser si mise a ballare con poca dottorale dignità. Tutte le bugie inventate faticosamente, per quietare Marcella intorno l'assenza del padre, gli disparvero dalla faccia come le nubi, che restano di un temporale, al soffiare d'una brezza rasserenante; e la timorosa Marcella, a quel ritorno di letizia, si accertò che un gran malanno era accaduto e rimediato. Con insistenza non tediosa m'interrogava, mentre dalle sue braccia il bambino mi guardava con la stessa dolcezza degli occhi materni. Non mi schermii abbastanza bene; ella si persuase che suo padre mi doveva molto; e forse fin d'allora concepì la prima idea del tiro che mi giocò poi.
Quello stesso giorno, tornato all'albergo per attendervi Claudio, pensavo che dovrei riprendere subito la via dell'esilio, ove cercar maggior guadagno che per il passato, e partirei forse senza rivedere Ortensia, quand'ecco mi sovvenne di certe parole udite dal Biondo, laggiù, allorchè mi preparavo a dargli il gran colpo. A quel ricordo s'accompagnò un'idea curiosa, ridicola dapprima, quindi sempre meno strana, sempre più opportuna e lusinghiera. M'aveva detto il Biondo che a Molinella era richiesto un altro medico.... Perchè no? Io ero certo che sarei bene accetto al paese e a quell'amministrazione comunale. Il dottor Sivori ridursi medico in risaia! — rimbrottava in me l'orgoglio. — Per guadagnar più che per il passato! — ghignava l'interesse. — Fine degna di un filosofo! — notava la coscienza a cui non sfuggiva la nuova contraddizione.
Infatti la mia vecchia casa, che adesso mi pareva di amare più di quel che l'avessi amata mai, poteva scusarmi del ricercare un magro stipendio là dove non possedevo più quasi nulla e di dove ero partito coll'indefinibile proposito di rifarmi, lontano, una fortuna; poteva scusarmi sin la filosofia, che consiglia di abbandonare ogni ambizione e d'essere contento del poco; ma io non speravo più nulla del mio amore. A che restare in Italia? Non solo: la minaccia di Roveni non mi intimoriva a patto che io andassi lontano da Ortensia.
Tuttavia accolsi con fretta quell'idea stramba. Scrissi subito al sindaco di Molinella proponendogli l'opera mia.... Sì, una contraddizione! Ma pensate: i miei affetti più forti eran qui, nella terra delle memorie e dei rimorsi; qui in patria avevo ripreso a vivere col proposito di umiliarmi in una attività non più inutile; qui avevo conosciuto la gioia, prima ignota, del sacrificio; qui mi tornerebbe cara la solitudine per amare e soffrire; qui un giorno Ortensia mi rivedrebbe lieto del suo perdono.
Ecco tutto ciò che desideravo. Non troppo, è vero? E bastava perchè all'antico pessimista sorridesse, ora, la vita!
La speranza però non mi rifioriva in cuore senza spine. Di quella più acuta mi fece sentire le punture l'amico Fulgosi; il cui ritorno precedette di poco quello di Moser.
Più di una volta, a guardarlo bene nella faccetta sbiadita e nella personcina arida, io, dentro di me, avevo paragonato il cavaliere a un limone spremuto; ma nessuno, che si sforzasse a spremere qualche goccia da una buccia di limone, faticò mai più di quanto faticassi io a spremere dal cavaliere ricordi che non fossero alla sola superficie della sua memoria quando giunse da Valdigorgo. Cominciò la relazione dicendo:
— Sempre loro, sempre uguali, quelle care signore; così gentili! così buone! Si figuri che accoglienza mi hanno fatta! Quanti complimenti! Troppi in confronto al mio merito. Ma ho avuto il piacere di vederle sorridere, per qualche barzelletta. Son proprio felice di aver fatta questa visitina! In viaggio poi me la son passata benissimo. Buon _menu al restaurant_.... A Novara è salita nel mio vagone una signora.... ehm!...
L'interruppi: — Mi parli di Eugenia; mi dica come l'ha trovata....
— Abbastanza bene, poverina! Davvero, credevo di trovarla peggio! È inutile dire che i ringraziamenti per lei, per il suo telegramma, per tutte le sue premure, sono stati infiniti, come infiniti gli elogi, ben giusti!, a tutte le qualità di mente e di animo dell'amico Sivori....
Ripetei impaziente: — Mi parli delle signore, non d'altro! Che impressione ha ricevuto di Ortensia?
A questa domanda il cavaliere lentamente spalancò le braccia ed elevò gli occhi con mossa così tragica che mi spaventò.
— Che cos'è stato? Mi dica!; mi dica tutto!...
— Vuol che le dica tutto, tutto in due parole?
— Sì!
— Ortensia.... è troppo bella!
L'avrei accoppato! Egli continuò scioccamente:
— Ah se io fossi mio figlio.... quando sarà capitano!
— Ma perchè «troppo bella?»
— Perchè una creatura simile non dovrebbe soffrire! È un'ingiustizia esporre tanto charme alle traversie della vita! Questa almeno è la mia opinione.
— Dunque Ortensia le è parsa molto deperita? È eccitata?
— Infatti.... si è adirata anche con me!... Per colpa mia, però; ne ho fatta una grossa e me ne confesso umilmente.
Era il suo destino.
— Racconti tutto! andiamo!
Sospirò: