In faccia al destino

Part 17

Chapter 173,818 wordsPublic domain

Ma la fede sorresse ancora quella debole donna. Accarezzava, baciava la figliuola per quietarla; le ravviava i capelli su la fronte e le diceva, sublime: — Tuo padre è onesto e la sua onestà trionferà presto o tardi! Tu non devi essere di chi usò questi mezzi per possederti!

Ah! Ortensia non cedeva; gemeva: suo padre era partito con un'arma!... Eugenia sollevò gli occhi al Cielo, ad attingere il supremo coraggio, e rispose sicura:

— Dio tratterrà la sua mano!

Contemporaneamente io, laggiù, sentivo il tempo volare attendendo il Biondo; e me l'aspettavo con un pacco di biglietti di banca, e mi chiedevo, sempre più ansioso, quanto mi mancherebbe a compier la somma necessaria.

Con un sorriso tra i peli delle palpebre semichiuse e a fior delle labbra rase il Biondo venne alla fine, seguito dalla Pulicreta.

Ella brandiva la rócca quasi ad attestare che non vi rinuncerebbe sebbene fosse divenuta proprietaria, e stordita dall'avvenimento non sapeva se dovesse rallegrarsi della compera o affliggersi perchè era già fredda la minestra.

— Mi scuserà — disse il Biondo — se le ho fatto perdere la pazienza. Cosa vuole? Sono avvezzo a far tutto adagio!

Esclamai, allegro:

— Il tuo difetto! Se non ci avessi pensato su tanto, adesso avresti una dozzina di figliuoli. È vero, Rita? — Essa rise; ridevano ambedue.... Ma, e i quattrini?

— Zitto! — fece il Biondo. — Venga di qua con noi.

Mi condussero nella loro camera; e dopo essersi battuta entrambi la punta del naso coll'indice, tesero la mano sotto il talamo.... Misericordia! Che vista! C'eran due casse da morto; non di quelle piccole, per angioli; ma grandi, per due grosse creature com'erano proprio la Pulicreta e il Biondo! Eran due belle casse di noce: senza, dubbio i capolavori del Biondo. Ne trassero una in mezzo alla stanza.... Ivi stava il morto provvisorio.

— Zitto! — ripetè il vecchio —: che nessuno lo sappia! Ci fidiamo di lei; se no, ci ammazzano!...

— Per l'amor di Dio! — aggiunse la vecchia.

Aprendo, la cassa appariva vuota; ma il Biondo l'aveva costrutta a doppio fondo e nel fondo segreto era il morto: pacchettini di biglietti di banca, nuovi nuovi; oro, argento, e anche cedole al portatore.... Uno spettacolo tutt'altro che funebre! Basti dire che tolto quel che mi abbisognava, vi rimase abbastanza da non rendere inutile il doppio fondo della cassa.

— Zitto, per carità! — Ridevano sommessamente.

Ridevamo tutti e tre, proprio come se io fossi stato un loro figliolo a cui avessero fatto sì bella improvvisata.

Solo alla terza volta che rifece il conto della somma il Biondo spalancò le cateratte per veder bene il passaggio repentino di quella parte di sè stesso dalle sue alle mie mani; nè potè trattenere un sospiro.

Ma la cena fu gaia. Forse da un pezzo i vecchi coniugi non avevano cenato con cuore così pieno. Si comprendeva, a veder in che modo mi guardavano, l'una di sottecchi e l'altro di sotto le ribalte, che il merito di quella gioia era mio.

Quando fui per partire il Biondo mi trasse in disparte:

— I quattrini.... sono per il signor Claudio, è vero?

X.

Lieto che io avessi mantenuta la parola, il curatore mi accertò che nessuno potrebbe più mettere in dubbio l'onestà di Moser e che con l'arma a doppio taglio, preparata a strumento della sua perfidia, Roveni non potrebbe più ferire che sè stesso.

— Mi dispiace di non poterlo denunciare! — disse. — Le ha saputo far così bene, quel birbante! Ma se non avesse un documento che lo salva!...

«Sfuggirà anche a me?», io pensavo uscendo, verso il mezzodì, dallo studio del curatore. Prima di tutto però volevo veder Guido; dargli e ricever notizie. Quand'ecco, fatti pochi passi, m'incontrai.... Immaginate in chi! Nel cavalier Fulgosi!

Era stupendo nel ricco e lungo paletot; con un colletto così alto che pareva averlo ereditato da suo figlio, e la cravattina a tinte scozzesi, e i guanti _gris-perle_; con i baffetti e la barbetta d'un biondo pallido pallido: l'uomo di spirito, avverso ad ogni tintura, aveva ceduto allo spirito della conservazione apparente. E l'uomo di mondo in una città cosmopolita non si confuse a vedermi: mi fe' un inchino alla francese, mi diede una stretta di mano all'inglese e improvvisò un complimento da italiano e patriotta:

— Il dottor Sivori è come Romagnosi: quando si direbbe che è morto è più vivo di prima!

Quale insigne opera meditavo? Quale nobile impresa mi aveva ricondotto in patria? Le risposte che gli diedi non l'impedirono dall'accompagnarsi meco e dal cadere, dopo pochi passi, in discorso di Moser. Sapeva qualche cosa, non tutto, della disgrazia; quel tanto che aveva appreso da Guido, con cui egli, sempre uomo superiore, era rimasto in buona amicizia nonostante l'inimicizia ch'era divenuta sempre più grave tra lui e il Learchi padre, ora sindaco di Valdigorgo. Soavemente compianse la «gentile» Eugenia, la «amabile» Ortensia, la «dolce» Marcella, e rievocò i bei giorni di Valdigorgo.

— Che bei giorni, eh, dottore?...; quando non pioveva....

Già: quel giorno che gli avevo dato dello sciocco, pioveva!

Ma il culto di così care memorie l'induceva a chiedermi un favore grande, memorabile anch'esso.

— Non mi dica di no.... La mia signora sarà felice di rivederla! Mi faccia grazia.... di venire a pranzo da noi, oggi.

Impossibile! avevo tante faccende!

— Lo credo, illustre amico; lo credo. Però dovrà pur rubarlo un po' di tempo alle faccende, per desinare: lo rubi, e me ne faccia dono.

— Impossibile! — ripetei duro come un tedesco.

— Non vuol oggi? Ebbene: domani!

Dàlli e dàlli; _gutta cavat lapidem_; e, come si usa in ogni paese per levarsi un peso d'addosso, finii per preferire l'oggi al dimani. Che peccato non fosse a Milano anche Pieruccio! Era partito, il dì innanzi, per Modena; di dove tornerebbe, fra pochi mesi, con le spalline.

— Ah le spalline e vent'anni! — sospirò il cavaliere allargando le braccia e invidiando suo figlio. Di suo figlio le donne andavan fanatiche anche al solo vederlo in divisa da collegiale.

— Si figuri che l'altra sera, all'ultima festa in casa De Mol....

Mentre narrava le figliali prodezze il cavaliere s'arrestava di tre in tre passi, compiacendosi che i suoi gesti oratori attirassero l'attenzione dei passanti. Tutti parevan chiedersi chi fosse quel signore elegante e nello stesso tempo austero. Un senatore, così giovane? O piuttosto un deputato? O un presidente di Corte d'Appello, o un ex-ministro: un'_eccellenza_ insomma? Ed egli diceva:

—.... La giovine signora del colonnello.... — Pieruccio era stato sul punto di sedur la moglie di un colonnello!

— Vede già la via per diventar generale — dissi io, indulgente.

— A proposito! — il cavaliere riprese. — C'era anche Anna Melvi in casa De Mol. Cantò deliziosamente.... Si fa; si fa! è una ragazza che si fa! La lanceremo!... E lei sa, dottore, che anche Roveni è a Milano? L'ho visto più volte, il bravo ingegnere.

Io m'affrettai a metter da parte il «bravo ingegnere» preferendo il minor male. Meglio discorrer della Melvi.

— Badi, cavaliere, che la Melvi è una ragazza pericolosa.

Un altro sospiro venne su dal cuore e dal colletto di quell'apparente Eccellenza. Quindi:

— _On ne badine pas avec l'amour_. Ma io mi occupo di Anna solo per l'amore dell'arte e per amore del mio paese. Ho la fortuna di alte relazioni, e la lanceremo: vedrà! — Aggiunse che non poteva invitarla a pranzo con noi perchè la sua signora — a torto, ve'! — ne era un tantino gelosa. Ma a questo punto un'idea attraversò la mente di Sua Eccellenza, che si fermò mormorando:

— A quest'ora ci dovrebbe essere....

— Chi? — esclamai io — Anna? Non voglio vederla! Intendiamoci!

— No, no — rispose egli. — Mi è venuto in mente che debbo vedere un'altra persona prima di déjeuner e mi rincresce lasciarla, caro dottore: a meno che ella non si compiaccia d'accompagnarmi sin qui all'_Orologio_. Due minuti....; due passi.... Ci viene? Bravo! Quanto è gentile!

— È la mia strada — dissi, senza alcun sospetto.

Giunti al Ristorante dell'_Orologio_, Fulgosi mi lasciò sulla soglia. Ma, appena dentro, si rivolse accennandomi d'entrare: — Scusi, dottor Sivori! — Quando gli fui presso, m'indicò, fra la gente, una persona seduta a una tavola e chiamò forte:

— Ingegnere!

Roveni si volge: mi vede e resta immoto a guardarmi, mentre io resto a guardarlo; e il cavaliere ride, felice della bella improvvisata che mi ha fatta; solo non comprende il perchè io e Roveni non ci salutiamo, non accorriamo l'uno incontro all'altro; e precipita lui alla conclusione.

— Senza complimenti, ingegnere! Oggi lei è invitato a desinare da me, con l'illustre....

Avanzando, io interrompo l'uno per dire all'altro:

— Ingegner Roveni! avrei bisogno di parlarle entro oggi, in libertà; senza testimoni. I testimoni, se mai, li troveremo poi!

Egli risponde, pallido più di me, corrugando un po' le ciglia:

— Sta bene! Fra un'ora, allo studio dell'ingegner Salghi, viale Monforte, 5. Saremo soli.

— Sta bene — io ripeto; e col capo fo segno al cavaliere che mi segua.

Fulgosi era sconvolto in modo indefinibile; dava l'impressione di un uomo, e un uomo superiore, denudato all'improvviso là in mezzo a tutta quella gente che faceva colazione.

Come quando una repentina bufera agita, piega, rovescia un arbusto fiorito, sì che ne vedi il fusto brullo e le branche spinose, e i fiori e le fronde esterne sembrano vanità in balìa del vento, io vidi allora tutta l'intima povertà del cavaliere in quel fallace rivestimento d'eleganza e di rettorica. Mi seguiva tacito, a capo chino nonostante il puntello del colletto, e pareva attendersi l'ultimo sconquasso. Non gli diedi dell'imbecille: gli imposi di non riferire ad anima viva il mio incontro con Roveni e rimisi a miglior occasione l'invito del pranzo. Dopo tutto gli dovevo gratitudine, perchè, mercè sua, affrettavo la risoluzione che mi premeva.

E mi recai da Guido come avevo divisato. Ma se nella bufera il cavalier Fulgosi scopriva miseramente sè stesso, Guido Learchi vi smarriva interamente sè stesso. Gli affanni in Guido erano fuori di posto; lo svisavano, e la sua faccia gioconda cedeva a impronte quasi di un dolore fisico acuto, straziante; per esempio di un atroce dolor di ventre. Finchè aveva potuto ripetere a se stesso: speriamo!, e immaginar prossimo il ritorno a una beata pace famigliare, egli era riuscito a illudere anche la sua Marcella e a mantener aperta la vena del buon umore: sopravvenuto l'evento a cui non trovava rimedio nel suo ottimismo e nella sua immaginazione, mi si presentò nell'aspetto tragico, alla sua maniera.

— Che è successo di nuovo? — esclamai io, davvero atterrito.

— Zitto! per carità!...

Marcella indovinava una nuova disgrazia, e lui, con quella faccia, non sapeva più che cosa darle a credere.

—.... che Marcella non ci senta!

Poi con un fil di voce e le braccia penzoloni mi annunciò: — Moser.... è scappato!

Il mio telegramma da Molinella era giunto a Valdigorgo troppo tardi. Invano Eugenia aveva sperato che avvertendo Guido, Guido giungesse in tempo di veder Claudio al suo possibile arrivo a Milano, prima che prendesse altro treno.... Nè si sapeva che via avesse presa.

XI.

Successione così precipitosa di avvenimenti e di fatti comprendeva fors'anche, per me, la corsa alla morte? «Altro il parlar di morte, altro il morire», diceva a dritto e a rovescio il signor Learchi sindaco di Valdigorgo; eppure io, attendendo l'ora del colloquio con Roveni, parlavo a me stesso della morte ben diversamente da quando l'apprensione di essa annientava in me la vita, e mi pareva di esserci preparato con animo sicuro e freddo. La notizia della fuga di Claudio mi accresceva il fastidio di un destino avverso; accresceva l'odio che mi sospingeva contro Roveni. E Ortensia non mi amerebbe mai più come io l'amavo; e all'amicizia avevo già pagato il mio debito. Dunque?... In un duello a pistola non m'era difficile immaginare che Roveni colpisse me come alla fabbrica aveva colpito nella carretta. Era stato, quello, un ammonimento molto preciso....

Morire! «Quali dolci sorprese ci prepara la morte?» Credetemi: queste parole di Pascal mi suonavano ora all'orecchio con invito più dolce che quello d'andar a pranzo dal cavalier Fulgosi. Anzi! Un'impressione strana provavo, quasi di lungo soffrire che riceverà lenimento, o quasi di un amante che sarà appagato dopo lunga attesa.... Certo, poteva anche accadere che io ammazzassi l'avversario; poteva accadere quel che accade più spesso, che restassimo incolumi entrambi; ma, ad ogni modo, bisognava far sul serio!

A Milano non ci avevo molti amici. Deliberai, alla fine, che ricorrerei a due antichi compagni di scuola miei concittadini; l'uno ufficiale, che mi avevan detto di stanza a Milano; l'altro che sapevo esservi giornalista.

E risoluto, mi recai ove mi aspettava Roveni.

M'aspettava, allo studio dell'ingegner Salghi, ritto in piedi tra la finestra e l'ampia tavola da disegno, fumando un sigaro virginia, con l'aria di chi s'adatta a stento a ricevere un importuno o un inferiore.

Non aveva pronunziata che una parola: «avanti!», quando io, di fronte a lui, fermo, fissandolo, dissi senza preamboli:

— Moser è scappato...

Alla notizia, mi accorsi che egli non rimase padrone di sè quale voleva parere, e lo sforzo che sosteneva per sembrar tranquillo fu manifesto a un istantaneo abbassar dello sguardo.

Pensò senza dubbio che se Moser era fuggito, Ortensia, non avendo più da temere denuncia o processo per il padre, gli sfuggiva.

Io gli chiesi:

— La notizia vi meraviglia?

Allora i suoi tocchi bianchi tornarono su di me; con la sinistra s'affilò l'uno dei baffi e disse a mezza voce, affettando incuranza.

— Peggio per lui se è scappato!

— No! peggio per voi! — Mi sentivo superiore io poichè la sua voce era stata malferma; e volevo tagliar corto. — Peggio per voi!

E aggiunsi nello stesso tono: — Io so perchè Moser è fuggito come un ladro! so che la colpa è vostra!

Roveni rise sguaiatamente deponendo lo sigaro su la tavola e incrociando le braccia; ma la risata cessò d'un tratto, del tutto; anche nell'ironia non serbava sorriso. Poi disse:

— Benone! Se Moser è fuggito come un ladro la colpa è mia! E se domani s'imparerà che si è ammazzato, sarò io l'assassino che l'avrà ammazzato!

— A questo punto? — io gridai. — Così, con tutta la brutalità che non avete più coraggio di nascondermi, voi potete pensare a questa sciagura estrema, a questa conseguenza ultima del vostro tradimento? È l'incoscienza! E io che son venuto qua per accusarvi dinanzi alla vostra coscienza! Non vi ho ancora conosciuto abbastanza! Volevo dirvi che non avete saputo ordire così bene i vostri inganni da scampare alla condanna degli onesti. Ma mi accorgo che non vi ho ancora conosciuto abbastanza! Come dovete esser tristo!

Per lui furono parole che gli diedero tempo di rimettersi e delle quali non sospettò tutta la gravità. Credè, forse, che io parlassi vagamente d'inganni, nè supponeva che Moser fosse salvo e che mi fosse nota la frode perpetrata nei libri della ditta. Sempre pallido, ma sicuro adesso nello sguardo freddo e nella voce, e privo di sorriso, ribattè:

— Adagio, signor dottore; calma! Corre troppo, lei! Lei mi ha già detto, tutto in una volta, che io sono un ingannatore, un traditore, un tristo, un incosciente. Lei mi sembra un rappresentante del Pubblico Ministero che fa la requisitoria a un povero diavolo d'accusato e gli scaglia contumelie in nome della legge. Ma prima di far la parte di accusato io voglio domandarle in nome di chi e con che diritto si assume, lei, la parte di Pubblico Ministero!

— In nome della vostra vittima; col diritto che mi dà l'amicizia di Moser; col diritto di chi ebbe il torto di credervi diverso da quel che siete e di favorire senza volere i vostri inganni.

Tacque; ripigliò il virginia. Il suo sguardo mi sfuggì mentre lo riaccendeva riflettendo. Allo stesso modo che Learchi dalla pipa, egli attingeva forza e prudenza dallo sigaro.

— Benone! — fece poi. — Ora le concederò di giudicarmi. Solo la prego di lasciar da parte le parole grosse, che su di me non hanno presa. Amo i fatti, io. Dunque: sono accusato d'inganni. Con molta calma, come vede, rispondo che l'ingannato sono io, e glielo provo. Non ho nulla da nascondere, io!

Il suo sguardo, divenuto tagliente, compiva il significato dell'ultima frase: accusava egli me di simulazione. Ma troppo lontano dall'immaginare che cosa comprendeva quella frase «non ho nulla da nascondere, io!», non la raccolsi e attesi.

Egli proseguì:

— Per dirle tutto, le dirò anche cose che lei conosce; ma è necessario togliere ogni dubbio, ogni equivoco fra noi due.... Quando l'ingegnere Moser ebbe bisogno di un direttore che gli raddrizzasse la baracca, mi chiamò a Valdigorgo e mi promise mari e monti. Fin d'allora aveva in vista il fallimento. Io usai tutta la mia energia per riparare; introdussi economie e riuscii a ordinare e migliorare il personale, a migliorare la produzione. Per contratto non avevo obbligo di far la metà di quel che feci: per compenso del di più non ebbi un soldo di più del meschino stipendio, e le promesse sfumarono. Ma l'ingannatore sono io! Avrei potuto trovar di meglio e andarmene subito dopo il primo anno, e lo dissi. Mi scongiurarono di restare. M'ero affezionato alla famiglia....

— Affezionato alla famiglia! — interruppi ironico.

— Sì: affezionato alla famiglia! Lo ripeto. Aggiungo che a Valdigorgo rimasi anche perchè una delle ragazze Moser cominciava a piacermi. Per essere sicuro del terreno dove mettevo i piedi, come vuole il mio temperamento, un giorno discorsi di quella mia simpatia alla madre. La signora o previde che io non piacerei alla capricciosa figliuola o per la bella figliuola sperava un miglior matrimonio; ma, d'altra parte, temeva che io piantassi in asso il marito, e mi pregò di lasciar passar qualche tempo prima di dichiararmi.... E l'ingannatore sono io!

— Eugenia Moser accusata di sotterfugi, di simulazione, da voi?...

— Non da me; dai fatti — oppose egli. — Sono fatti, questi! Se li può smentire, aspetti che io abbia finito: ci sbrigheremo più presto.

Lo lasciai dire.

— Un bel giorno arrivò l'amico di casa....

Ma a vedermi urtato dalla espressione, si corresse subito: —.... un vecchio amico della famiglia; non così vecchio però da non innamorare a poco a poco la signorina che piaceva a me. Io non sospettavo; pensavo a un'affezione quasi paterna; non badavo alle chiacchiere. Il dottor Sivori sapeva le mie intenzioni, le sapevan tutti: perchè sarebbe stato sleale? Invece egli amava e innamorava la signorina.... E l'ingannatore sono io!...

Questa volta aveva colpito meglio. Io tacqui ancora. Fatto più sicuro dal mio silenzio, Roveni continuò:

— Ma dovetti pur persuadermi che la signorina era incapricciata di lei, dottor Sivori. Perciò le domandai quel colloquio prima della sua partenza; e volli dimostrarle la serietà dei miei propositi. Sivori ha molto potere su Ortensia — mi dicevo —; la convincerà a non far sciocchezze, a non trattarmi indegnamente. Invece lei, signor dottore, fingeva. Dopo aver innamorata la ragazza, scappava; per una misteriosa ragione, senza il minimo tentativo di riparare al mal fatto, scappava.... E l'ingannatore sono io!

Domandai: — Avete finito?

— Non ancora! Quando fui stanco di fare il collegiale e di aspettare la manna celeste, ed ebbi una nuova proposta d'impiego lontano, volli uscir d'incertezza; interrogai Ortensia. Mi rispose: «Non ci penso, per adesso, a maritarmi». Non era un no: potevo sperare, e rimasi. Ma la signorina non disse no allora per riguardo al babbo, che aveva bisogno di me. Il no venne dopo, quando la società progettata da Moser pareva sicura e non si danneggiava il babbo disgustandomi. E sono io l'ingannatore!

— Avete finito? — ripetei più forte.

E Roveni, più forte ma pur come chi si padroneggia anche nella vittoria:

— Non ce n'è abbastanza? Vuol dell'altro? Ecco! L'affare della società andò a rovescio. Moser stava per fare il capitombolo; gli operai, senza paga, minacciavano di prenderlo a sassate. All'ultimo momento mi domanda una somma per restituirmela, s'intende, il giorno dopo. Io gli do tutto quello che ho: i miei poveri risparmi; e il giorno dopo Moser fallisce.... Chi è l'ingannatore? Adesso ho finito!

Buttò in terra il resto del sigaro; incrociò le braccia e con un moto del capo più insolente che accondiscendente:

— A lei!

— Avete finito male, come avete cominciato! — feci io, a mia volta. — Per accusar di falsità Moser, Ortensia, Eugenia, me, non vi siete accorto che svelavate voi stesso del tutto: falso in tutto, falso sempre! Consapevole del vostro basso egoismo, voi assumeste la figura di un uomo risoluto e diritto nel pensare e nell'operare, ma foste sempre un calcolatore; non prudente: astuto, doppio. Finchè, per disgrazia, vi siete smarrito in una passione e l'arma vi si è scambiata in mano: dopo essere stato astuto siete stato audace; e siete caduto.

— Caduto, io? — Rise in quel suo tristo modo.

— Voi! Oh credete che io sarei venuto a questo diverbio se non fossi certo di superarvi e di smascherarvi? Giù la maschera! I vostri benefici per Moser che scopo ebbero? Aiutare Moser valeva assicurarvi la dote della ragazza che vi piaceva. Ma non eravate uomo, voi, da compromettervi per un capriccio: tastar terreno, metter le mani innanzi, predisporre la madre prima della ragazza senza compromettervi nè con l'una nè con l'altra, era la tattica nascosta sotto l'apparenza di franchezza e di lealtà. Corteggiare Ortensia era pericoloso; correvate il rischio di non poter più liberarvene se le faccende di Moser si volgessero al peggio. Il vostro riserbo intanto.... — Ortensia era così giovane! — vi meritava la stima della madre; il padre non poteva stimarvi di più, e Ortensia adora i suoi; al momento opportuno avrebbe ascoltato il loro consiglio....

Con una smorfia di riso, che parve ora una stigmata di cattiveria, Roveni venne di qua dalla tavola, si arrestò spavaldo di fronte a me, e m'interruppe:

— In quel mentre però avrei potuto spassarmela anch'io con la ragazza di nascosto, come faceva chi portava la maschera dell'amico di casa!

— Tacete! — urlai sul punto di scagliarmegli addosso. — Non osate malignare, voi, sul mio affetto e su la mia condotta! Per spassarvela voi avevate Anna Melvi! Ortensia non le rassomigliava: a diciassette anni avrebbe già saputo frenare la vostra volgarità. Oh quando penso che dopo gli eccitamenti di un'Anna voi, chissà quante volte, avrete contaminato nel vostro pensiero.... — (mi arrestai con ribrezzo) — Ma appunto ciò fu quello che vi vinse! Ortensia era tanto diversa dall'altra!, dalle altre! Ve ne innamoraste troppo; come non avreste mai creduto, come non riusciste a celare nemmeno ai miei occhi; ed ero cieco per voi, allora! Chi l'avrebbe mai detto? Venne il giorno che l'avreste sposata anche senza dote, Ortensia! Gli affari di Moser andavano male, ma non avevate più la forza di lasciar Valdigorgo. E non potevate immaginarvi che Ortensia vi rifiutasse; così buon partito! Finchè venne un altro giorno che Ortensia vi disse no, addirittura. No, a voi! no, a Roveni! Insisteste: fu peggio. La volontà di una ragazza di diciassette anni era più forte della vostra voglia! L'amore diventò in voi una passione delittuosa; e dinanzi all'ostacolo ricorreste alle minacce.

— Verissimo! L'avvertii, la signorina, che potevo far molto bene e molto male a suo padre. Colpa sua se volle il male!

— E il primo passo fu quello di dissuadere i creditori dal compor la società: è vero?

— Sì! — Mi sfidava apertamente a proseguire sperando d'arrestarmi tosto, e rifarsi.

Proseguii:

— Ortensia non si piegò! Allora prestaste duemila lire a Moser per interporvi ai creditori e dominarli; per impossessarvi di Learchi e aver in mano la rovina di Moser. Ortensia non cedè neppur allora. E voi affrettaste il fallimento, dopo aver falsato i libri della ditta....