Part 16
— Tu non gli avrai risposto.... — Questo dubbio mi affliggeva più che non mi afflisse quella affannosa preghiera. — Non devi cedergli. Mente! È un'insidia!
— No..., non gli ho risposto....; ma se arresteranno mio padre...., come un ladro...; se lo condanneranno.... per colpa mia...., io morirò....
Si compresse con la sinistra al cuore; e aggiunse:
— Non è meglio finirla? Tutte le speranze in Learchi non sono perdute? Bisogna preparar la mamma, a tutto....
Riafferrandole la mano io, con un'attitudine che esprimeva, di me, la sincera e profonda commozione e la preoccupazione di un monito solenne: — Ortensia! — dissi —. Per tutto quello che hai sofferto, che ti ho fatto soffrir io; per il bene che voglio a te e a tutti voi altri; per tuo padre e tua madre, ti scongiuro: non t'abbandonare alla disperazione, così; abbi in me, ora, la fiducia che non meritai in passato. È impossibile che io non riesca a sventar le trame di un birbante, perchè è impossibile che tuo padre non sia stato sempre un galantuomo! Resisti; tu sei forte!
E dando alla mia voce, alle mie parole tutta la tenerezza e la dolcezza che potei attingere dal mio amore:
— Solo, tu hai il cuore di tuo padre. Bisogna frenarlo, questo cuore, che la bontà fa pulsare troppo in fretta.... Mi prometti, sorellina, di confidare in me....; almeno un giorno o due...? Via! Riceverai la buona novella.... Trionferà la giustizia; supereremo l'infamia di quell'uomo....
Non pianse; mi guardava stupita come non potesse credere alle mie parole e alla speranza che io dimostravo di esser creduto.
Poscia mormorò percuotendosi il cuore:
— Carlo! Carlo! non c'è più bontà qua dentro! C'è solo del male!
Io le accennai sua madre, che veniva verso di noi.
Le dissi, a Eugenia, che benchè Learchi mi fosse sembrato ostinato più di un mulo, il colloquio con lui mi aveva confermato nel proposito di recarmi subito dal curatore del fallimento.
Credevo d'aver trovata una via....; e altre bugie pietose dissi, per confortarla.
Ella esclamò rivolta a Ortensia:
— Vedi se bisogna sperane?
.... Io ripartii senza avere in me la fede di Eugenia. E mi seguiva lo sguardo di Ortensia: lo sguardo di una vittima.
VIII.
Il mio colloquio con il curatore del fallimento fu breve. Il ragioniere *, a udirmi amico di Moser e a udir il mio nome, ebbe uno scatto che non tentò di reprimere, e un'impressione di piacere che tentò di celare, ma indarno.
In sostanza ecco quel che mi disse:
Il fallimento Moser gli si era presentato in una situazione più che discreta. Strano quindi per lui il fatto che non avesse avuto buon esito la moratoria. Convocati i creditori, si era loro proposto un dividendo del 60 per cento. Ma uno di essi, il signor Learchi, aveva richiesta, come la legge concede, una garanzia, insistendo perchè fosse garante l'ingegner Roveni. Forse lo rendeva dubbioso il troppo lauto dividendo! Poteva, a prima vista, recar meraviglia la pretesa d'aver garante uno dei creditori minori, quale il Roveni; ma questi più d'ogni altro aveva pratica dell'azienda fallita e meritava perciò, più d'ogni altro, la fiducia del Learchi. Se non che il Roveni non aveva accettato subito questa prova di fiducia; aveva voluto tempo a riflettere; ed era stata rimessa a un'altra convocazione dei creditori la sua risposta. Perchè mai?
Il curatore a questo punto sembrò attendere da me la spiegazione. Io, infatti, cominciavo:
— Evidentemente Roveni stesso consigliò Learchi a chiedere la garanzia, e Roveni seppe persuaderlo che egli solo....
Ma il ragioniere, quasi mal pago dell'«evidentemente» con cui era incominciata la mia risposta, m'interruppe:
— Prego! Mi lasci dire.... So di dire una cosa grave.... A lei non chiedo che la sua parola....
In fede del segreto io portai una mano al petto. Egli proseguì risoluto:
— Il contegno dei signori Learchi e Roveni mi insospettì. Avrò torto...., badi; posso aver torto; mai il sospetto si è confermato in me, da ieri. Insomma: io dubito che nella gestione Moser ci siano irregolarità mascherate così bene da esser sfuggite alle mie indagini.
(Era la falsificazione a cui aveva alluso Learchi!)
Nè il curatore esitò ad aggiungere che il giorno innanzi Moser era stato da lui e a certe dimande aveva risposto, confuso, che gli schiarimenti desiderati poteva darli solo il Roveni. A questo, negli ultimi tempi, aveva affidato anche parte dell'amministrazione.
— È la verità, senza dubbio — dissi io.
L'altro non attese al mio asserto; come non m'avesse udito.
— Ho pregato quindi l'ingegner Roveni di venir da me per schiarimenti sui libri dell'azienda. Non è venuto; m'ha scritto che egli nell'amministrazione Moser non ha nulla a vedere, tranne il suo piccolo credito; e riferisce una clausola del contratto da lui conchiuso col Moser quando assunse la direzione della fabbrica. Per quella clausola va esclusa, ogni sua responsabilità amministrativa.
Volendo io di nuovo interloquire, il curatore mi trattenne con un moto d'impazienza.
— Non m'interrompa!... Si dirà che Roveni ha messo le mani avanti per precauzione, per prudenza. Io però voglio le spiegazioni che ho richieste invano! Attendo documenti che dimostreranno meglio i rapporti della ditta Moser con due case commerciali; e se mi convincerò di quel che dubito, non esiterò un istante a compiere il mio dovere.
Io m'alzai d'impeto, esclamando:
— Ma io proverò che una vendetta indegna spinse il Roveni a tradire il suo benefattore! Un'infamia! scoprirò un'infamia!
Il curatore si strinse nelle spalle, quasi ciò importasse poco e punto.
Insistetti:
— Moser è un galantuomo! Ha avuto un solo torto: quello di addossarsi imprese superiori alle forze di un uomo e di aver fiducia illimitata in un birbante! Sopraffatto dal lavoro, lasciò tutto in mano a Roveni, senza pensare che costui si varrebbe di quella tal clausola per tradirlo!
Sdegnato, il curatone oppose:
— E perciò? Se io non m'inganno nei miei sospetti non sarà tutto questo che salverà Moser da un processo per bancarotta!
Finalmente avevo scorto il punto a cui il ragioniere aveva voluto condurmi: dovevo prevenire in lui la certezza che gli darebbero i documenti; se no, Claudio era perduto! Anzi il ragioniere era già certo; ma fingeva dubitare, perchè credeva anche lui nella buona fede di Claudio.
Che cosa dovevo dunque fare io? Che cosa potevo fare?
Rispose:
— Prima che io abbia le spiegazioni che voglio, si potrebbe, per evitarne le conseguenze.... probabili, pareggiare il passivo all'attivo. Non è poi necessaria una gran somma! Calcolando che dalla vendita dei fondi e della villa si ricavino ottomila lire più del prezzo di stima — e ho già una proposta —, basteranno ventimila lire per accomodare ogni cosa.
— Quanto tempo mi concede a trovarle?
— Quarantotto ore.
Misurai nella mente il tempo che bisognava per andar a Molinella, restarvi un po' e tornare; e dissi:
— Amico di Moser, io tenterò di trovane questa somma. Ma...., e se le irregolarità che lei teme non ci fossero?
Il curatore mi tese la mano e disse senza rispondermi:
— L'ingegner Moser, nella sua sventura, ha una grande fortuna: quella di avere un amico come lei....
Quando, giovani, io e Claudio andavamo a caccia in risaia ci accompagnava talvolta il Biondo falegname, divenuto poscia mio fittavolo. Come Claudio faceva ridere quell'omiciattolo, a proposito della mia filosofia! Ma chi avrebbe mai detto allora che un giorno io avrei dovuto ricorrere al Biondo, perchè Claudio scampasse dal Tribunale?
IX.
E nello stesso giorno, partenza per Molinella!
Non era più per me, allora, un destino assurdo che in pochi giorni mi sbalzava da Berlino a Milano, da Milano a Valdigorgo, da Valdigorgo al mio piccolo paese nella pianura emiliana. Mi trasportavano volontà e coscienza: più forti anche del dolore, più forti anche dell'amore!
L'amore?... Quale speranza poteva restarmene, ormai? La mia passione era stata una colpa e doveva avere il suo castigo. Ogni illusione doveva cedere alla realtà, che mi rinchiudeva, mi stringeva come in un cerchio di ferro. Il mio soccorso cancellerebbe nel cuore di Ortensia fin le ultime tracce d'amore, se vi rimanevano; ed io con l'azione che stavo per compiere confermavo irremovibilmente, per sempre, l'antico proposito di essere per Ortensia un fratello: non altro.
Ma è pur vero che il dolore aggiunge lume alla bellezza! Ancora ancora, avidamente, mi richiamavo l'immagine d'Ortensia alla memoria: più alta della persona; con quegli occhi che un tempo avevan solo un riso di gioia e adesso ardevan di sdegno o si velavano d'angoscia; con il viso un tempo pieno e roseo ed ora pallido e magro, ma come illuminato da una luce ideale: con le belle mani, che un tempo ella recava a sollevare dalla fronte l'onda dei capelli copiosi ed ora stringeva in uno spasimo di preghiera; con quelle attitudini decise, quei moti improvvisi, non più indizio come un tempo di un fervore di giovinezza sana e lieta ma reazione al tumulto di un'anima inferma, ma eccitazione di un'energia abusata fino alla violenza. In lei il patema d'animo aveva trovato una predisposizione nella delusione d'amore e nel male che io le avevo fatto col mio pessimismo, col mio tristo esempio, con la negazione d'ogni bene e d'ogni fede.
Le parole d'Eugenia mi si ripercotevano nel cuore e nella mente: «C'è una disperazione in lei...!» Ortensia non vedeva più intorno a sè che il male, a cui resisteva per naturale impulso ma col vuoto dell'anima....
Tali i pensieri che mi accompagnarono più assidui nel viaggio da Milano a Bologna. Però il fine a cui tendevo sopravanzava di tratto in tratto. Riuscirei? Ero sicuro che il Biondo teneva in casa grosse somme; mi ricordavo di quante volte egli aveva manifestato diffidenza delle banche e dei cassieri, e chiedendomi consigli intorno al miglior modo d'investir capitali, aveva espresso avversione a ipoteche o a prestiti d'altro genere.
Ma con il timore di mettere in pericolo i suoi risparmi e perder la tranquillità, c'era in lui, per di più, la preoccupazione di nascondere al prossimo il vero stato delle sue finanze. Confesserebbe il Biondo di posseder in casa quanto andavo a chiedergli? Non gli parrebbe di confessarmi che dall'affittanza aveva ricavato ciò che negava con le lamentanze annuali? E se egli non voleva darmi, o se veramente non aveva disponibile l'intera somma, che mi bisognava fare? Basterebbe per il resto una cambiale con le firme di me e del Biondo? A chi rivolgermi altrimenti?
Dubitavo; eppure anche questi dubbi non mi abbattevano; la speranza mi inanimiva, e m'immaginavo di veder salvo Moser e Roveni sconfitto.
.... Quando finalmente, a Bologna, ebbi lasciato il treno più rapido per quello che mi trasporterebbe a Molinella, e quando nel freddo e tetro pomeriggio m'approssimai al luogo ove nacqui, invece della mestizia dell'esule che ritorna dove sa di non trovare più nessuno del suo sangue, provai, questa volta, un senso di conforto ineffabile.
Con occhio tranquillo guardai, giungendo, a quel po' di terra che fra poco non sarebbe più mia; e con sguardo affettuoso cercai la mia casa, la vecchia casa appartata dal paese e dalla via maestra e indicata da pioppi fedeli. Il Biondo, me la lascerebbe, la mia vecchia casa paterna; io serberei in essa l'ultimo asilo.
Lo sorpresi, il Biondo, mentre nell'ampia cucina stava piallando un'assicella; e la moglie, seduta al focolare, filava in cospetto del gatto. Bisogna sapere che da quindici anni, da quando era divenuto mio fittavolo, il Biondo non esercitava più il mestiere del falegname ma aveva conservato affezione alla sega e alla pialla per un alto ideale: la carità dell'infanzia morta. Nelle ore, cioè, nelle quali non doveva andare al mercato e per i campi con l'invidiata carrozzella, riprendeva il mestiere di San Giuseppe e se la passava a fabbricar piccole casse da spedir angioli in Paradiso! Il Signore domandava un'anima d'infante? E il Biondo regalava la cassa. Egli si consolava in tal modo d'essere invecchiato senza figliuoli.
Al mio entrare in casa, all'improvviso richiamo, gli occhiali dal naso del Biondo caddero sul banco; e la rócca non si lasciava svincolare dal fianco della Rita (soprannominata Pulicreta per lode di pulizia). La Rita gemeva: — Gesù, chi si vede! — Io vedevo loro due sempre più invecchiati, ma sani e contenti; il marito con la berretta verde divenuta gialla e spelato il fiocco; con le anelline alle orecchie, la faccia paffuta, le palpebre cadenti, pesanti come foderate di prosciutto, e, sul pomello destro, i due bottoncini vermigli come coralli; la donna grinzosa, con le vene grosse quali corde alla gola e alle mani e i bianchi capelli ben pettinati. Sempre rispettoso, il Biondo intonò il solito: — Laus Deo! Ben tornato, padroncino! — E la moglie ripetendo: — Com'è bello! com'è arioso! —, si asciugava col dorso della mano un gocciolone all'occhio destro.
Furono spalancate le finestre della mia camera dal letto immenso; della camera di mia madre, sempre fredda da poi che rimase priva di quella voce; della camera da desinare, dipinta a righe bianche e azzurre che il tempo non discolora....
— Chissà che freddo là, nei paesi di dove viene! — mi diceva la Pulicreta facendo fuoco al caminetto.
— Il signor Claudio è da quelle parti anche lui? — domandava il Biondo; perchè essi non sapevano dimenticarsi di Moser, il quale non avevano più visto da quasi vent'anni e del quale mi richiedevano ogni volta tornavo a casa. Era uno dei loro ricordi più cari.
— È sempre quel bel matto allegro?
La domanda del vecchio suggerì a me stesso un'altra dimanda: dove fosse in quell'ora e che cosa facesse il povero Claudio. Al Biondo risposi:
— Adesso Moser è in guai.
Ma a me che cosa potevo rispondere? Ah! ogni risposta che mi diedi quant'era lontana dalla crudele verità!
Ecco che cosa faceva Moser a Valdigorgo quello stesso giorno, nella stessa ora.
Convinto che Eugenia s'illudeva sperando nella mia visita al curatore; convinto che il curatore non m'avesse rivelato il pericolo che lo minacciava; vinto dalla certezza che Roveni l'aveva tradito e che egli doveva pagare il fio della frode commessa da Roveni, egli, Claudio, meditava di fuggire! Commettendo i brogli Roveni aveva ben provveduto al suo scampo: allo scampo di lui chi poteva provvedere? La legge, in nome della Giustizia, sovrastava su di lui responsabile; e dinanzi all'accusa che varrebbero le attestazioni di buona fede? Sperare in Sivori? Ma dove avrebbe trovate ventimila lire, Sivori, dalla sera alla mattina? Sivori apprenderebbe, impotente, che Claudio Moser era accusato di frode e che si leverebbe contro di lui mandato di cattura! Moser in carcere: Moser in Tribunale, a esser condannato per ladro!
E Claudio in quel giorno raccoglieva tutta l'energia della sua fibra per resistere alla disperazione. Disonorato in Italia, lavorerebbe altrove, sconosciuto, per risparmiar la fame alla sua famiglia. Ma in Tribunale no: morire piuttosto! E in quell'ora Claudio con uno sforzo che non valeva a nascondere la disperazione, cercava persuadere Eugenia che gli era necessario partire. Fuggire! Intanto Ortensia udiva la voce di lui, udiva il terribile silenzio della madre!...
No: io non potevo immaginare ciò che accadeva a Valdigorgo mentre il Biondo e sua moglie chiacchieravano, mi colmavano di notizie paesane, e io stentavo a non abbandonarmi alla stanchezza del viaggio e provavo la tentazione di un riposo dolce quale non mai, quale di una tregua a una dura battaglia.
Poi il discorso del Biondo si rifece alla solita antifona: la popolazione che cresceva e la miseria che cresceva.
E il socialismo con gli scioperi? E le malattie? Tifo e pellagra; tanto che in paese c'era gran malcontento perchè non prendevano un altro medico; e ci voleva proprio un medico di più....
Finchè mi riscossi. Ordinando alla donna di prepararmi subito un po' di cena, attesi ch'essa trottarellasse via per dire al vecchio:
— Biondo! Prima di partire....; parto stasera stessa....; ho bisogno.... di vendere il podere!
Credo che egli fosse stato sempre dell'opinione di Claudio: che la filosofia una volta o l'altra m'avrebbe rovesciato del tutto il cervello; e a ripensarlo quale rimase alle mie parole, ora credo s'accertasse, di colpo, che questa volta era la buona. I grossi coralli che gli abbellivano la faccia divennero paonazzi, simili ai bargigli di un tacchino in amore; le palpebre, così grevi che pareva impossibile uno sforzo bastevole a sollevarle al di là della metà degli occhi, si alzarono in modo da scoprire due occhi enormi, quali nessuno avrebbe mai supposti; e per lo sforzo di sollevare quelle cateratte, e per il terrore del colpo ricevuto, la bocca gli rimase aperta ma senza voce. Parlai io.
— Debbo partire con i quattrini in tasca, questa sera. Capisci?
Allora il buon uomo mi scorse in volto una risoluzione e, nello stesso tempo, un'attesa penosa più di qualsiasi indizio di demenza. Impaurito più per me che per sè, calò le ribalte e chiuse la bocca dicendo:
— Cos'è successo?
— Debbo versare domattina, a Milano, ventimila franchi; e vendo il fondo.
Fosse la risposta che non del tutto a tono potè significargli poca confidenza, o fosse il dubbio che per quella misteriosa disgrazia io vendessi il podere lì per lì a un altro, il vecchio cadde a sedere, smorto anche nei bargigli e guatò intorno, quasi il compratore potesse nascondersi in qualche parte là dentro, o stesse per entrare dall'uscio, o dalla finestra.
— Vende....; a chi?
— A te!
— A me?!
Respirò, sollevò le palpebre a due terzi dell'altezza normale, e si cavò la berretta per ringraziarmi dell'onore. Ma disse piano:
— E il _cumquibus_?
— L'hai! O mi darai, per adesso, tutto quello che hai in casa. Ma bada! È un affare. Se non ti conviene, il fondo resta tuo, per questa obbligazione (e gli porsi la scrittura in carta bollata),... resta tuo solo fino a quando avremo trovato un altro compratore.
Avevo parlato quasi duramente; ma aggiunsi abbastanza commosso:
— Son ricorso a te perchè son certo che non mi strozzerai; e poi perchè non vorrai portarmi via la casa dove è morta mia madre.
Speravo fosse questa, la via che affrettasse il fine della mia impresa.
Ma a quell'attestazione di stima e a quel ricordo il Biondo temè di commuoversi troppo e senza più muovere difficoltà sul _cumquibus_ tolse dalla busta gli occhiali; li mise; li levò per tabaccare, prima, liberamente; li ripose all'estremità del naso; e lesse o mostrò di leggere l'obbligazione mentre, a pausa a pausa e con le cateratte giù, diceva:
— Quel che posso fare lo farò volentieri per lei! Non me la scordo io quella buon'anima di sua madre.... E io, morta la mia donna, chi ci ho al mondo? Chi mi resta? (Non dubitava affatto che la Rita morirebbe prima di lui). Nessuno del mio sangue, mi resta; solo un nipote della donna, che farebbe patto col diavolo perchè morissimo d'accidente — salvo il rispetto — tutt'e due in una volta.
Ma a ridargli l'intero dominio di sè e la debita ponderazione ossia lentezza a trattar l'affare, occorse l'intervento della Pulicreta; la quale annunciava che la cena era pronta.
— Lasciateci stare quando si discorre d'interessi! — rimbrottò il marito, dimentico che l'affamato ero io e non lui. E s'addentrò in un lungo ragionamento, protestando anzitutto che — salvo il rispetto — i quattrini sono sempre quattrini, e proseguendo a contare le tornature del campo, e a stimar il prezzo delle tornature, e a sommar il prezzo totale, e a rifare e correggere quel benedetto totale.
— Nel valore del fondo c'è o non c'è la capienza per la somma che ti chiedo? — feci io, impaziente.
C'era e non c'era. I socialisti per un verso, le stagioni, che non son più quelle, per l'altro, deprezzavan la terra, laggiù.... Poi, a dir la verità, chi avrebbe comprato il campo senza la casa padronale, con la casa del contadino che non stava più, dritta? Finalmente, dopo più prese di tabacco e vani tentativi di rialzar le palpebre:
— Per me.... ecco.... sissignore!... il fondo li vale ventimila franchi.... Ma come l'intenderà la donna?
Non avevo pensato che ci fosse da persuadere anche lei.... la Rita, perchè anche lei aveva parte nel _cumquibus_. Il Biondo s'alzò tabaccando; andò fino all'uscio; tornò:
— Alla donna io non ci penserei nemmeno! Fa quel che voglio io! Ma...., e il nipote?... quel brigante di suo nipote?
Anche questa! Era necessario anche il consenso del brigante?
— Altro che consenso! Se impara che abbiam comprato il fondo, ci dà il veleno, come è vero Dio in croce, per far l'eredità! È il nostro tormento: vagabondo, giocatore....
Tranquillai il vecchio assicurandolo che la vendita resterebbe segreta e giurai, per di più, che morivo di fame e che morirei di fame piuttosto che cenare prima che l'affare fosse concluso. Egli uscì.
Intanto, in quell'ora, che cosa accadeva a Valdigorgo?...
L'appresi mesi dopo....; e come sarebbe stato meglio non l'apprendessi mai!
Mentre Ortensia, dietro la porta, ascoltava suo padre, che tentava persuadere Eugenia a lasciarlo partire — fuggire! —, Eugenia pensò che la ferrea fibra di Claudio fosse anch'essa piegata, infranta; anche la mente di lui fosse travolta in una disperazione che ne velasse la percezione della realtà. Essa ebbe come il presentimento che quella fuga sarebbe un doloroso e vano errore, e si provava a dissuadere il marito.
Questi, al nuovo ostacolo, abbandonò, per superarlo, il freno a cui si era tenuto pietosamente, e, affranto, rispose rivelando tutto: che non si lascerebbe nè arrestare nè processare nè condannare. I singhiozzi gl'impedirono di compiere la minaccia: che piuttosto morirebbe.
Allora Ortensia precipitò nelle braccia del padre. Lo pregava, lo scongiurava ad attendere facesse lei un ultimo tentativo.
Quale? con chi?
Con Learchi! Ancora lui, solo lui avrebbe potuto risparmiar l'onta, la morte?
Oh c'era un altro! Ma Eugenia sollecitò la figliuola:
— Sì! Va tu, con Mino!
Da prima Claudio si oppose; quindi, o perchè in quegli istanti fosse come il naufrago che s'appiglia a un fuscello, o perchè non gli reggesse il cuore di dire addio alla figlia e al figliuolo, parve accondiscendere.
Con tutto l'impeto, l'eccitazione del suo dolore, Ortensia condusse seco per mano il fratellino e si presentò con lui a Learchi.
Avrebbero impietosito un sasso; ma neanche l'innocenza di Mino, che piangeva, tra le braccia della signora Redegonda, intenerì quell'uomo.
Rispose:
— Nulla da fare; lasciamo andare!
E allora.... (quel che io provo scrivendo questo!), allora Ortensia,... Ortensia s'inginocchiò dinanzi a quell'uomo! Ortensia a mani giunte, in terra, come dinanzi a un dio!... Egli ripeteva, con la pipa, in bocca: — Nulla da fare!
E dava consigli: — Lasciate correr l'acqua per il suo verso.... Quando la matassa è tutto un imbroglio, il meglio è tagliare. — Tagliare! Meglio era per lui, il processo, il disonore, la condanna!
Ma Ortensia, esasperata dall'umiliazione, si rialzò, fuggì per rivedere, forse per l'ultima volta!, suo padre.... Il padre non c'era più! E un pensiero atroce attraversò la mente della figlia, intanto che la madre diceva a Mino: — Preghiamo Dio, se gli uomini non ci ascoltano....
.... Nello scrittoio del suo studio Moser da anni e anni teneva un revolver, che Ortensia aveva veduto più volte. Ella corse nello studio.... Il revolver non c'era più!
Fuori di sè, la misera tornò da sua madre; allontanò Mino; poi confessò tutto, a voce rotta: confessò che mi aveva amato, che per me aveva respinto Roveni, che odiava Roveni e che per salvare il padre doveva cedere a Roveni! Disordinatamente ripeteva quel che Roveni le aveva detto, le aveva scritto; dimandava alla madre in che modo dovesse telegrafare.... — Sarebbe sua — purchè egli le salvasse il padre!
Eugenia, la debole Eugenia, per un istante si sentì attanagliata dal dilemma: o il disonore del marito, o il sacrificio della figliuola....