In faccia al destino

Part 13

Chapter 133,751 wordsPublic domain

— Certo!

Tacque a lungo, dopo. Voleva pur dire; e non osava; finchè i nostri occhi s'incontrarono.

Disse:

— Ho sempre pensato.... una cosa strana!: che ci rassomigliamo, noi due.... Ma io non so esprimermi! Ecco — proseguiva rianimandosi — se non ci rassomigliassimo, io non avrei tanta fiducia in lei. Invece, credo che con lei non avrei paura di nulla, che potrei seguirla, a occhi chiusi, nei più grandi pericoli....

Fin nelle parole c'era una voluttà d'abbandono! Perchè, strappato ogni ritegno, dimesso ogni infingimento, io non la riceveva ed essa non s'abbandonava nelle mie braccia? Fui per scongiurarla: «Abbi pietà di me, di noi! lasciami fuggire! Non dir più una parola!»

Sorrise.

— Ma quante volte ho creduto che lei mi credesse sciocca! Per fortuna, mi consolavo a indovinare....

— A indovinare che cosa?

—.... i suoi pensieri....; che so?...; le cause del suo malumore. Lei invece.... non ha mai indovinato nulla di me!

— Questo ho indovinato: che hai l'anima di tua madre e il cuore di tuo padre.

Il suo sguardo s'accese di una gioia istantanea....

Intanto chiamava la campanella dell'Oratorio, e affrettammo.

Poi rallentammo i passi senza che ce ne accorgessimo. Quando avrei voluto chiederle: — a che pensi? — mi chiese essa:

— A che pensa? — provocandomi, per disperazione, a finir quell'angoscia.

— A nulla!

— Non si può non pensare a nulla. La notte, al buio, cerco il sonno e non lo trovo, se mi viene in mente qualche cosa....; e provo a non pensarci. Ma che! Non ci si riesce!

— Tu hai diciassette anni — ribattei amaramente: — io venti di più. Alla mia età si può anche non pensare a nulla!

Ma pensavo, ancora, al male che avevo fatto!

Che possanza ogni mia parola, ogni mio atto, a poco a poco, di giorno in giorno, aveva avuta su quell'intelligenza e in quel cuore!

— Non hai fiori oggi — dissi chinandomi a raccogliere un fiore di colchico.

— Mi dia quello!

— No. È velenoso.

— Che importa? Me lo dia, Carlo!

E mentre lo fermava al petto:

— Non voglio più dirle: Sivori. Carlo: che bel nome!

Dal tono della voce m'accorsi che nel suo segreto più volte ella doveva aver ripetuto forte, così, il mio nome.

— Andiamo: arriveremo a messa finita!

Quando arrivammo il campanello indicava il _Sanctus_; le donne s'inginocchiavano.

Ortensia s'avvicinò a loro, là, dove ci eravamo rifugiati il dì della bufera. Ed io, poggiato al pilastro, liberamente, adesso, avvolgevo Ortensia del mio sguardo.

.... Dove andrei? in qual parte scamperei ai mio soffrire? M'accogliesse, anzi che monti aprichi e boschivi, una landa; m'arrestassero lo sguardo i muri d'una città anzi che estendermelo un orizzonte sterminato: che importava? Per tutto ella mi seguirebbe a farmi soffrire! Dolente immagine, mi seguirebbe? o ridente? Salva del mio amore? felice un giorno nell'amore di Roveni? Ah se tutto non era vanità come l'ombra che ci proteggeva; se tutto non era illusione come la fede che le pareva sentire adesso, perchè il suo Dio non le toccava il cuore e non le diceva: «Sii di me solo?»

Non impazzivo! All'Elevazione abbassai gli occhi, per non vederla, e cercai invano nel mio cuore una preghiera infantile.

Ma se non potevo pregare, neanche potevo più maledire! Impossibile in quel trepido silenzio invocare, come un tempo, un disordine enorme che lanciasse il mondo delle passioni umane nelle tenebre e nella morte! Impossibile sognare mai più che una potenza suprema, mostruosa e gaia, si rivelasse a por termine alla sua commedia, ordinando: «Basta! Basta con l'amore!; col dolore!» Per i buoni, per gl'ingenui, per i forti, — se non per me — una fede, un Dio, c'era! E gettando lo sguardo all'aperto: «Sì, tutto nell'autunno deperirebbe e ingiallirebbe, e marcirebbe nell'inverno; ma in quel cielo cristallino e fervido, in quella letizia luminosa e festiva, risplendeva, certa, una promessa di vita.

Dal mio stesso dolore, nel sacrificio, non rampollerebbe un bene?... Senza più ira, senza più gelosia mi provai a riguardarla....

E quando, finita la messa, la vidi venirmi incontro con quel sorriso di dolore non più respinto, ma palese e quasi solenne, io era deliberato al pari di lei. Lasciammo sfollare; indugiammo per il sentiero risalutando chi oltrepassava e ci salutava.

Tra gli ultimi fu una coppia amorosa. La giovane arrossì; il giovane ci fe' un saluto confidenziale.

— Lo ravviso....

— È un operaio della fabbrica. — Ma sì dicendo Ortensia ristette. Non più vane parole!

— Domani, dunque.... È deciso?

Irremovibile nel pensiero, con il pensiero di fatalità che la parola comprendeva, risposi:

— È necessario!

Anche qualche passo procedemmo; Ortensia, a capo chino, oppressa.

Ma s'arrestò di nuovo raccogliendo tutta l'energia della sua volontà per guardarmi, parlarmi, dirmi con tutta la pietà, con tutto lo strazio del suo cuore nella voce:

— Carlo! Che cosa le ho fatto, io?

La guardai. Tacqui un istante.

— Senti! Senti che cosa mi hai fatto! — esclamai in uno sfogo di gratitudine e di passione. — Senti! Io ero un miserabile perchè non credevo più in me; desideravo la morte, la distruzione, il nulla; io era cattivo perchè invocavo a dividere un soffrire ignobile, per un egoismo feroce, un'anima buona, e cercavo una sorella. Ma la sorella vedeva sereno il cielo, ridente la terra, lieta come lei ogni cosa. Era tanto giovane! Sua madre era guarita, ed essa coglieva dei fiori, e cantava. E la giovinezza e la vita poterono più che l'apatia e la morte: io fui vinto: essa mi fece rivivere: mi ridiede la coscienza della vita.... Ecco che cosa mi hai fatto!

Oh quello sguardo, allora!

Continuavo:

— Ma io che farò per te?... Non è lontano il giorno che io scorgo, che io invoco per te, per i tuoi.... per lui, lui, che ti ama e ti vuol sua.... Io sento fin da oggi quel che t'augurerà quel giorno tuo padre. E tu sarai felice, perchè noi ti vogliamo felice! Tu dovresti essere felice, pienamente felice, per sempre! Ma se a Dio non bastassero le preghiere di tua madre; se contro il destino non bastasse il nostro volere; se mai in un lontano tempo la sventura passasse sul tuo capo....

— Carlo! Carlo!

S'abbandonò, rompendo in singhiozzi, disperata, al mio petto.

Io la risollevai un poco perchè, piangendo, vedesse nei miei occhi l'anima mia....

E la baciai nella fronte.

XXIV.

_Tànn!... Uno.... Tànn!... Due...._ Sei tocchi così. Fosse la campana di bronzo buono, o l'aria pura fosse più capace che altrove d'estendere, limpide e vibranti, le onde dei suoni, l'orologio di Valdigorgo cantava le ore. Rispondeva a colpi piccoli, nitidi, frettolosi, da lungi, quello di Paviglio.... Mezzanotte.

Io davo volta nel letto. A che pensare per non pensare a _lei_?

A quel che m'aveva detto Moser. Dopo desinare l'avevo affrontato nello studio mentre egli, allo scrittoio, faceva conti.

— Claudio: parto domattina con la prima corsa. Debbo essere a Milano nel pomeriggio; e ci sarò!

— A Milano? Benissimo! Sabato ci debbo essere anch'io. Puoi attendere. Ci andremo e torneremo insieme. — E si era rimesso a scrivere e a borbottar cifre.

Sapendo che irritarmi gl'impedirebbe d'irritarsi, avevo ribattuto in tono decisivo:

— Ti ripeto che io debbo trovarmi là domani!

— _Tredicimila e quattrocento lire_.... Dicevi? Domani? Bene! Se è vero, va! Sabato però ci vedremo; torneremo insieme.

— Ti ripeto che mi converrà forse prendere la via del Gottardo....

— _Mattoni seimila_!... I preventivi di Moser fallan di poco, caro amico! Gira e rigira, la spesa non sarà inferiore alle ventottomila lire.... Eh! Eh! proprio così!... Dunque? Ma che Gottardo! ma che Gottardo! Ti dovrebbe venire la malinconia di viaggiare, adesso! Non sai che tutto il mondo è paese ma che il più bel paese del mondo è Valdigorgo?; salvo il rispetto, s'intende, a Molinella, dove pure abbiamo riso molto...., col Biondo.... Ah! Mi dimenticavo le finestre; il ristauro alle finestre!...

Una pausa. Poi:

— Ho voglia di rivedere il Biondo e la Rita.... Bei tempi quelli! E tirare alle folaghe?... ora che sono presidente del _Club_! Perchè no? Se mi riesce.... Sai che ho in mente di prendermi due soci nella fabbrica?

— È una bella idea, perchè tu lavori troppo; abbracci troppo....

— Se mi riesce, dopo, faccio una scappata a Molinella a trovarti.... Ma.... Tutto sommato: _Ventottomila e settecento lire_.... Meno è impossibile!... Ma a te di fermarti a Molinella, per un pezzo, non ti consiglierei. Voialtri Spinoza avete il nemico dentro di voi; avete bisogno di distrazioni più che del pane per vivere.... Oh! mi credi proprio un imbecille?

Nel dir questo aveva gettata via la penna e m'aveva piantati gli occhi in faccia.

— Perchè?

— Credi che non me ne sia accorto, io, che te ne vai press'a poco com'eri quando venisti da noi? Non è vero che abbi necessità d'andartene! La verità è che dappertutto stai male! che neanche l'amicizia ti basta! che neanche Valdigorgo ti basta! Ma sei ancora in tempo per far l'ultima prova. Spicciati! Ammogliati!

— Se tu sei un galantuomo, e se io sono infelice, dovresti dirmi che sarebbe un delitto trascinassi una donna nella mia infelicità.

— Ma perdio! — egli gridò esasperato —: perchè sei tanto infelice?! perchè?

Gli avevo risposto quello che una volta sarebbe stata la verità piena e che purtroppo adesso non ne era che parte:

— Perchè non ho nessuna fede.

E a reprimere il suo sorriso più di pietà che di scherno, avevo soggiunto:

— Io non sono come voialtri che sapete prenderla pel suo verso la vita! Voi sapete perchè siete al mondo, perchè lavorate, perchè soffrite, perchè amate, perchè godete.... Voi leggete nel vostro destino; nel mio, io non so leggere. Lasciami andare al mio destino: quello che è e quello che sarà.

— Il tuo destino è qui! — Claudio si era alzato in piedi; rosso di collera; si era battuta con la mano la fronte. — Qui! Nella testa! Altro che filosofia! Sai cosa ho da dirti? Che è peccato mortale volerti bene! Non lo meriti! Ti vogliam bene tutti; Eugenia, le ragazze, Mino; e per compenso, tu: «Lasciatemi andare al mio destino!» al Gottardo!

Dopo il quale sfogo la scena si era conchiusa con un fraterno abbraccio e con la mia promessa di tornar presto....

.... Di nuovo mi voltai per il letto; pensai ai saluti degli amici dopo la conversazione: Roveni serio, sempre uguale a se stesso, m'aveva stretto forte la mano; il cavaliere si era industriato a commuoversi, con di più la preghiera d'inviargli le mie opere, cui farebbe degna meritata réclame; la sua signora m'aveva augurato buon viaggio con smorfie gentili e disinvoltura aristocratica; Guido, al quale avevo imposto di passare, scrivendomi, dal lei al tu, m'aveva detto addio grato e ridente nella faccia tonda, quantunque gli spiacesse la mia partenza, che gli diminuiva sempre più la libertà di amoreggiare e gli toglieva un protettore....

Le Melvi, per fortuna, non eran venute....

Transitava intanto, nella notte fonda, un tinnio di sonagli col rumor basso delle ruote....

Ed Eugenia mi aveva detto: — A Molinella ci avete i ricordi; ma la vostra casa, è qui. Nessuno vi vuol bene come noi.

E Marcella:

— Domani avremo tutti la luna!

.... Io cercavo con gli occhi chiusi il sonno e non trovavo che le tenebre; e se li riaprivo, scorgevo dalla finestra aperta la serena oscurità celeste. In attesa, così, del giorno.

Finalmente: _Tànn_!... Un'ora.

.... Quanti giorni ero rimasto lassù?...

Dodici giorni dopo il mio arrivo avevamo portato Eugenia in giardino....

Curioso però il pensiero di Eugenia, a indagare il mio male nei primi giorni della mia dimora lassù! Con che sorriso io avevo risposto al dubbio di lei, che soffrissi per una passione d'amore!

Già: Amore e morte....

Cose quaggiù sì belle Altre il mondo non ha; non han le stelle!

.... Un tempo io avevo studiato il terrore della morte in animaletti: in un sorcio; in una cavia. Ferii un giorno una passera, che precipitò senza un grido dall'albero, e quando fui per raccoglierla, sollevò le palpebre invocando pietà e aperse il becco come per l'ultima inspirazione di vita. Mi pareva vederla....

Meglio saltar dal letto; vestirmi; spalancar le vetrate e mettermi alla finestra, al fresco. O no; meglio rivoltarsi e guardare con gli occhi chiusi alle tenebre vorticose; meglio il buio che le stelle! Aspettare. Suonerebbe pure quel maledetto orologio, che non aveva battuta dei quarti d'ora; e i quarti dell'orologio di Paviglio erano così deboli che non mi giungevano.

Proprio una maledizione! Quando stavo per assopirmi transitò un'altra biroccia.... Finchè, volta di qua e torna dall'altro lato....: _tànn_!

Ah finalmente suonarono quelle maledette due ore!...

Ma che mi veniva in mente adesso? quanta demenza travolgeva la mia povera testa? Che fatica persistere al desiderio d'alzarmi; d'uscire piano piano; e andar sotto quella finestra! Forse era socchiusa. Temeva addormentarsi....; voleva essere alzata alla mia partenza.... Come Pieruccio! Scendere e mettermi sotto la finestra di _lei_.... Ma Pieruccio era guarito dalla sua passione!

Io partivo com'egli era partito. Non guarirei? Avrei almeno il conforto d'aver compiuta una buona azione.... E dopo? Non vederla mai più, se Roveni basterebbe alla felicità di lei! Quetare il dolore in una vita nuova, se quest'affetto aveva rinnovato in me una sorgente di vita; vivere.... Oh meglio non pensarci!... Vivere con un vano ricordo d'amore era la mia sorte....

Ah Roveni, lui sì che vivrebbe felice! Vile io ero stato! Vile! Avrei dovuto dirgli: — Io, io stesso, che l'amo, vi voglio felice! — Immaginavo un conflitto tra me e lui, quale sarebbe potuto avvenire. — Voi non sapete come io l'amo! Io che ho più anni, più esperienza, più pensiero, più anima di voi!...

Rispondeva Roveni: — Io sono giovane; e voi, ormai vecchio! Io ho pensato sempre alla vita; e voi ancora pensate alla morte! Io sono forte; e voi? La vittoria è dei forti!

Al sorriso che immaginavo seguire a tali parole mi raccoglievo in me con stento angoscioso....

Eppure dovetti cadere un poco nell'incoscienza del sonno, perchè presto, mi parve, suonarono le tre. Ma una eternità ci volle prima che un gallo cantasse.

Quando cantò balzai dal letto, da _quel letto_, per sempre!

Era uno stellato splendido. Da quanto tempo non avevo guardato alle stelle! Nel loro palpitante mistero vidi una luce che non avevo visto mai: una luce d'amore; sol ragione della vita alla nostra meschina conoscenza.

Finalmente, alle cinque, Claudio batteva all'uscio.

— Svegliati, che è tardi!

— Pronto!

— Faccio attaccare....

Non uscii che quando ebbi udito il rumore della carrozza.

— Se perdi la corsa, casca il mondo! — brontolò Claudio. — Non mi sono fidato di nessuno; neanche della sveglia! Andiamo?

— Aspetta.... — diss'io. — Indosso il _paletot_.... I guanti? Sono qui.... Aspetta! Ho lasciato l'ombrello.

— Andate a prendergli l'ombrello! Presto!

— Il caffè, signor dottore? — pregava la vecchia cameriera reggendo il vassoio con le due mani.

— No, grazie....; scotta.

— Bevi....; c'è tempo!

_Eccola_....: Ortensia.

— Perchè alzarti? — La mia mano tremava reggendo la tazza.

— Quando la rivedremo? — ella disse; perchè il padre la guardava.

Ecco anche Marcella.

— Ohe! signorine complimentose! Vostro padre, non si saluta?

E a me Claudio ripeteva burbero: — Andiamo?

Marcella disse: — Buon viaggio, Sivori; non si dimentichi di noi. Ci scriva! Ci scriva spesso!

— Addio.... — La sua mano era fredda.

Quando già salivamo in carrozza giunse anche Mino; senza bugie, ma, caso mai non tornassimo tosto, con la tromba in una mano e il tamburello nell'altra.

— Vengo con te, Sivori!

— Via! — gridò il padre, frustando Sansone.

— Addio!

— Buon viaggio! Buon viaggio! — ripetevano Marcella e i servi.

Ortensia non disse nulla; mi guardò; sorrise appena; trasse d'impeto nelle sue braccia Mino, che urlava piangendo:

— Voglio andare a Milano, con Sivori!

Come la carrozza svoltava dal cancello, scorsi quello sguardo lungo; che mi seguiva. Essa pareva tendere a me col fanciulletto, che sosteneva da un lato per vedermi....

Quello sguardo lungo, privo di lagrime, mi seguiva innocente e doloroso quale lo sguardo d'una vittima.

PARTE SECONDA.

I.

Mi ero proposto di rimanere a lungo a Berlino, perchè ivi spendevo assai ed ero costretto a lavorar molto.

La moda mi aiutava a scrivere articoli o relazioni di pseudo-scienza per giornali e periodici non solo d'Italia; e per lo più volgevo in apparenze di sociologia facili osservazioni intorno la vita privata e pubblica della Germania. Allorchè qualche rivista, di quelle più gravi, mi impose argomenti più seriamente scientifici, fui obbligato a studiare «sul serio»....; e di tutto ciò, in fondo, ridevo amaramente. Però al disprezzo dell'opera seguiva in me un conforto anche maggiore di quel che dà il lavoro per sè solo; il conforto di una nuova energia che mi sosteneva quando mi sentivo più stanco. Era la coscienza di me stesso ricuperata; era un impulso di emulazione per cui, al solito, mi confrontavo a Roveni quasi a un ideal tipo di uomo temperato a una vita sana e potente. Roveni mi aveva creduto debole. Ebbene, ora io faticavo duramente per vivere e vivevo per vincere la mia passione.

Ma vincerei? Tutto ciò che non era ricordo di Valdigorgo mi pareva fittizio, erroneo, falso; e rincasando ogni sera, nel silenzio dopo il tumulto, provavo l'impressione di un artista comico che si spogli degli abiti scenici per tornare alla vita vera; e con un abbandono, quasi violento, ai ricordi tornavo _lassù_.

Soffrivo in modo che m'era necessaria una speranza. Speravo appunto che quella mia condanna volontaria, quel mio esilio volontario, quel mio faticar volontario un dì o l'altro finirebbe; uscirei da quello stadio di prova; supererei la prova. Dopo, raccolte e ricomposte tutte le mie forze, ritemprato e tranquillato, io potrei rivederla, Ortensia; potrei risentirne la voce.... Oh se l'amavo ancora!

Più spesso che nei sogni, nella prima apprensione del sonno l'immagine di lei tornava a me, non dolente ma sorridente; così viva che sobbalzavo.... — Ortensia! Ortensia! — Avrei voluto chiamarla, la chiamavo a voce alta, come lassù....; ma io non udivo dentro di me la sua voce; non riuscivo a ricuperare nella memoria il timbro, il suono preciso della sua voce; ed era uno spasimo.

Una volta, a una festa dell'ambasciata italiana, stavo chiacchierando con un giornalista, quando egli, d'improvviso, mi vide impallidire e mi chiese:

— Che avete?

Avevo intravvista, agile e bionda, passare nella ressa, tra le signore, una giovinetta.... Le rassomigliava.

Volli esserle presentato.

Ma parlando perdetti il senso della somiglianza che avevo percepita; invano, invano cercai nella sua voce un accento solo della voce d'Ortensia, e mi allontanai desolato, pentito quasi di una colpa. E talora la dolce immagine m'appariva per i luoghi più tumultuosi, impensatamente; spariva tra la folla; mi lasciava doloroso come se mi fosse crudelmente strappata una parte di me dopo un istantaneo gaudio di tutto il mio essere.

Nè avevo un ritratto di Ortensia!

A me non era lecito possederne nemmeno il ritratto, mentre Roveni poteva vederla, udirne la voce ogni giorno. La lontananza e il tempo assopirebbero in cuore ad Ortensia il ricordo di me; la ragione alleandosi alla giovinezza, che in lei domanderebbe amore vivo e fervido, la persuaderebbe che io stesso l'esortavo a consentire a Roveni. A poco a poco ella avrebbe nel cuore l'accensione della nuova e più vigorosa fiamma, non più contenuta....

Io l'avevo baciata sulla fronte: Roveni le carpirebbe sulle labbra il primo bacio, le prime ebbrezze....

A questo pensavo! Con che tormento, con che strazio! Era debolezza, questa? Ancora m'infliggevo lo strazio degli ultimi giorni di Valdigorgo preparandomi al giorno in cui apprenderei che Roveni aveva il diritto di possederla.... Volevo, dovevo dominare in me, così, la gelosia: Roveni possederebbe Ortensia interamente! E correvo al di là di quel mio soffrire, al di là di quel giorno forse non lontano per la felicità di Ortensia, cercando d'immaginare me stesso rassegnato, pacato nell'animo. Rivedrei Ortensia moglie e madre; potrei un giorno, senza rancore e pago della felicità di lei, accogliere tra le mie braccia i suoi figliuoli....

Era debolezza, questa?

In data 2 dicembre 1890, da Pavia, ov'era all'Università, Guido mi scrisse:

_Caro dottore_,

Un po' in ritardo ti do la notizia del mio patatrac! e della mia successiva felicità. Cominciando dal patatrac, esso avvenne un mese fa, per colpa di quel vecchio imbecille di Sansone, il cavallo di Moser, nonchè di Gigi il servitore.

Come sai, Gigi aveva molti obblighi verso di me, che gli prestavo lo schioppo e gli regalavo le cartucce per tirare ai beccafichi; e in compenso lui trasmetteva degl'innocenti bigliettini a Marcella.

Ma Gigi un brutto giorno lasciò inginocchiare Sansone. Se per causa del suo servitore, Moser si fosse rotta lui una gamba, non c'è dubbio che avrebbe perdonato subito. Invece, a vedere spelate le ginocchia dell'amato Sansone si arrabbiò, come sai che si arrabbia delle volte; e Gigi, per difendersi cominciò a dire insolenze, non al padrone, che le avrebbe perdonate, forse, ma al cavallo; e fu bell'e fatta! Gigi fu licenziato, e venne a sostituirlo un cretino, che al primo biglietto da consegnare a Marcella, si fece cogliere dalla signora Eugenia. Per fortuna, nel biglietto io (che avevo fatta una scappata a casa dopo gli esami) dicevo solo che presto dovrei tornare a Pavia all'università e che bisognava far buon uso del tempo; e pregavo Marcella di venirmi incontro per la strada. Apriti Cielo! Un biglietto! Un appuntamento! Come se fosse una gran cosa, una novità! La signora Eugenia cominciò ad aprir gli occhi a Moser e lui...: apriti, o terra!, spalancati, inferno!

Tu, Sivori, penserai che Moser si sia inquietato tanto perchè crede Marcella ancora una bambina o perchè io non sono ancora laureato. Niente affatto! Si è inquietato perchè è in rapporti d'affari con mio padre! Non è un bell'originale? Un altro direbbe: Essendo noi genitori in rapporti d'affari, tanto meglio se i nostri figli si vogliono bene! Si fa tutta una famiglia, e buona notte! Moser invece è andato in bestia appunto per ciò.

Ora tu t'immagini di vedermi piangere come un vitello; ma t'inganni!

Io rido, felice e contento; perchè l'ingegnere ha sgridato tanto; Marcella, poverina, ha pianto tanto; mia madre s'è mostrata così afflitta, che la signora Eugenia, ha dovuto riparare al mal fatto; e a poco a poco ha quietato il Cerbero numero uno. Figurati che adesso io vado a trovare Marcella a Milano (dove i Moser sono da quindici giorni) proprio come un fidanzato ufficiale! Ma c'è anche il Cerbero numero due; mio padre! A questo ci penserà mia madre, se vuole presto un nipotino in tutte le regole!

Non ho altro da dirti. Anna Melvi è spesso a Milano anche lei. Studia il canto per _calcare le scene_. Ortensia, nell'ultimo tempo che stettero lassù, era divenuta insopportabile.

Adesso accompagna Moser di qua e di là; ma io non dico che questo è un capriccio, per non farti dispiacere....

Nel suo giocondo egoismo, Guido non vedeva cosa d'importanza che non si riferisse al suo amore; non immaginava che impressione mi farebbe quella sola frase: «Ortensia era divenuta insopportabile». Dunque la tristezza di lei era cresciuta! La smania di divagamento, a cui Guido alludeva infine, non significava forse che ella si tormentava come me per dimenticare?

Approssimando l'anno nuovo, da Milano, Marcella ricambiò «a nome di tutti» i miei auguri; e a una mia domanda abbastanza, esplicita intorno a sua sorella, rispose così: