Part 12
Non m'invitò a tirare, quasi dubitasse di umiliarmi; tranquillamente riprese a pulire il rewolver. Chi avrebbe dubitato che tutto ciò seguisse a un proposito e tendesse a un fine recondito?
Poi entrammo nell'ufficio; d'onde, dall'ampia finestra, si osservava l'andamento laborioso degli operai. Laggiù, coloro che informavano le crete agli stampi e la lunga fila delle carrette che recavano alla fornace il materiale pronto alla cottura: un'altra fila di carrette ne usciva con il materiale già cotto. Risonavano i mattoni nel venir scaricati e ammucchiati. Transitavano intanto, con fragore di ruote e tinnio di sonagli e voci di birocciai, le birocce di trasporto alla ferrovia.
La produzione era davvero grande. Come spacciare tanta roba?
— Ora Moser ha una buona idea — disse Roveni mentre, deposta l'arma, rovistava su lo scrittoio. — Pensa di costituire una società in cui entrerebbero altri appaltatori.... Purchè non v'entrino le piovre!
— Chi sono?
— Si capisce: amici; ai quali è costretto a ricorrere nei momenti d'angustia. Per il fondo di scorta non gli bastano certe volte i prestiti concessi dalle banche. E la piovra più insaziabile è il signor Learchi.
— Learchi!... — esclamai stupito. Che Learchi fosse stato un affarista un tempo, lo sapevo; ma lo credevo.... in riposo. E apprendevo ch'egli strozzava il padre della sua futura nuora, quando gli si sarebbe dato, tutt'al più, del burbero benefico!
— Com'è difficile conoscere gli uomini!
Ora che cerco di rappresentarmi Roveni quale mi si dimostrò in quel giorno, con ogni sua mossa e parola, ne ricordo la fuggevole occhiata alla riflessione con cui accompagnai l'esclamazione di meraviglia. E ricordo ora che non di rado egli aveva di tali occhiate, le quali sembravano sfuggirgli, per quanto fosse padrone di sè, come sospettasse d'esser lui in sospetto d'altri. Ma già Roveni aveva trovata la carta ricercata.
— Vede? — disse. — È la proposta di un impiego per me. Potrei uscire anche adesso, subito, dalla posizione apparentemente falsa in cui mi trovo....
Richiamandomi così direttamente a quanto egli mi aveva detto dopo il mio dibattito con Anna, l'ingegnere s'imponeva di nuovo, più leale di me, al mio giudizio e alla mia stima. Per il peso della simulazione che io avrei voluto gettarmi d'addosso, e non potevo, tentai interrompere il discorso.
— Le ripeto che lei non mi deve alcuna spiegazione.
— Anzi! — ribattè egli. — Io ho proprio il dovere di spiegarmi con lei. Lei è il più fidato amico della famiglia Moser ed è bene che veda chiaro nel mio modo di procedere. È strano che un giovane della mia età, non un bambino come Pieruccio Fulgosi, pensi sul serio a una ragazza e si contenti di guardarla senza dirle nulla. Sembra un mistero.
— Ma io so che Eugenia volle promessa da lei di tacere ad Ortensia, per adesso....
— Ah! sa? Benissimo! Ho avuto riguardo alla signora Eugenia, che è tanto apprensiva; e ho mantenuta la promessa, da uomo leale. Ma questa lettera, questa proposta d'impiego mi scuserebbe abbastanza se uscissi da ogni riserbo. Diavolo! Posso provare che un impiego non mi mancherà, e con tutto il rispetto alla signora Eugenia, potrei cominciare a corteggiare Ortensia, che non è più una bambina.... Invece, no: lei ha visto; lei vede come mi comporto. Perchè? Appunto perchè non mi piace di stare in una posizione falsa; perchè io debbo riguardi anche a Moser e non voglio si dica che, mentre mi dispongo ad abbandonarlo, gli innamoro la figliola senza avere la certezza assoluta di sposarla. La certezza assoluta! L'impiego che mi propongono non l'accetto: è vantaggioso; molto vantaggioso; ma non mi soddisfa del tutto. Eppoi: non voglio, non debbo abbandonare Moser finchè non si sia provvisto di un altro direttore, o non abbia costituita la società.
Costui era un uomo! Io?... Mi sentivo umiliato, avvilito; ebbi di nuovo una smania impetuosa di riscuotermi, di svelarmi, di non restare inferiore a lui.
— La sua condotta, ingegnere, non merita che lodi. Suo solo errore è d'aver preso per sè un rimprovero che non era nelle mie intenzioni; che lei forse potrebbe riferire a me stesso.
Egli mi fissò come non era solito e come chi dubita d'aver frainteso.
Quindi disse (e io non badai che le sue parole non s'accordavano del tutto all'espressione da me attribuita alla sua occhiata):
— Lei pensa che io abbia dato retta alle chiacchiere di Anna? — E scrollò le spalle.
— Quali chiacchiere? — domandai. — Che io sono innamorato di Ortensia?
— E che Ortensia è innamorata di lei.
Se io mi lasciavo andare alla confessione del mio amore, non compromettevo Ortensia, per allora e per l'avvenire? Perciò sorrisi in modo che quel sorriso valeva una menzogna; e dissi:
— Lei non crede ne l'una cosa nè l'altra? Perchè?
— Prima di tutto, perchè lo dice Anna. Povera diavola! Cercava persuadermi che lei sposerebbe Ortensia, naturalmente per trarmi nella rete. Non poteva capacitarsi, Anna, che Ortensia mi piacesse davvero!; sperava sostituirla! Ma ha visto ieri come dà la caccia, adesso, al dottor Minguzzi?
Intanto Roveni lasciava sospeso il discorso di prima. Ripresi io:
— E per quali altre ragioni le sembra inverosimile ciò che la Melvi dice di me e di Ortensia?
— È impossibile che un uomo come lei abbia voluto innamorarsi di Ortensia; un uomo di studio, di studi ben diversi dai miei; un uomo che forse non ha mai pensato ad accasarsi e che, se mai ci pensasse, non si perderebbe con una giovinetta...
— Oh bella! — esclamai dissimulando la ferita che mi diede quest'argomento. — Non è possibile che io _abbia voluto innamorarmi_? Non potrei essermi innamorato senza volere?
— No. Io non credo all'amore fatale dei romanzi. O meglio, credo che gli amori romanzeschi siano per la gente debole, malata, senza volontà. La volontà, per me, entra anche nell'amore.
— Uhm! — feci io lieto di dare al colloquio un avviamento di discussione psicologica. Ed egli:
— Anche nell'amore c'entra la volontà! Ma scusi: un uomo sano, normale, con la testa a posto, desidera una donna. Che deve fare per ottenerla? Deve misurare gli ostacoli che lo separano da lei. Sono superabili? Avanti! Non sono superabili? E allora non ci pensa più!
— Il guaio è che l'amore accieca, fa perder la testa.
— Accieca chi non ha occhi; fa impazzire chi non ha giudizio!
—.... O illude: attenua gli ostacoli che sembrarono superabili. In chi non li può superare l'amore diventa poi romanzesco, come dice lei.
— L'uomo sano deve prevedere questo pericolo!
Poi con la sicurezza di un giusto orgoglio Roveni troncò la teoria per addurre l'esempio di sè.
— Io spero di non illudermi; spero di superare gli ostacoli che si frappongono per adesso a fidanzarmi con Ortensia; voglio superarli. Non ci riuscirò? Non mi ammazzerò per questo, come si usa nei romanzi. Solo — aggiunse — si può vivere anche senza moglie!
Quell'uomo di volontà indomita, quell'uomo che con la energia della persona e della fisionomia pareva domandar a confronto la saldezza del granito o del bronzo, e che pareva condensare e raffreddare a un tempo tutta l'energia dell'animo e dei nervi nello sguardo degli occhi chiari, quasi bianchi, quando disse: — Si può vivere anche senza moglie! — tremò nella voce; le sue labbra ebbero un tremito! Ora io domando: chi a osservare così vivi contrasti avrebbe giudicato tal uomo all'opposto di quel che lo giudicavo io? Per me era un forte che amava fortemente; che aveva giurato a sè stesso: o Ortensia, o nessun'altra!
Con amarezza; con invidia non abbastanza respinta nel cuore, osservai:
— Lei però dimostra anche che quanto più son gravi gli ostacoli, tanto più aumenta l'amore, sia o no volontario....
Non si diè per vinto. Esclamò:
— Bene! Ecco perchè lei, dottor Sivori, non può essere innamorato di Ortensia! Che cosa le impedirebbe di sposarla, se la volesse?
— La differenza di età.
— Che! Moser per darla in moglie a lei aggiungerebbe dieci anni addosso a sua figlia!
— Ma io potrei non volerla per timore di renderla infelice; per la fiducia almeno che moglie di un altro sarebbe meno infelice.
L'ingegnere ruppe in una sghignazzata. Rideva di rado, ma quando rideva, rideva così: con violenza.
— Oh questa è grossa! Questa farebbe ridere anche in un romanzo! Amare una donna vuol dire desiderare di renderla felice; vuol dire sperare, aver certezza di renderla felice, come nessun altro: se no, che amore sarebbe? — E proseguì: — Ma lei scherza! Si vede. Non nego però che forse qualcuno le darebbe ragione, a costo di far ridere i polli. Piuttosto che confessare la propria debolezza c'è chi cerca di gabellare la debolezza per eroismo, e chiama egoisti gli altri. Io non li posso soffrire.... So bene che lei non è di questi! Lei scherza!
Nelle ultime parole Roveni insistè per escludere assolutamente il sospetto di un'allusione; mentre io sorridevo proprio a mo' di chi ha scherzato. Per non scherzar più, avrei dovuto dirgli: «Ebbene: Ortensia sarà mia!» Ma una voce mi diceva dentro: — «Il tuo sacrificio è ridicolo per lui, per la sua forza; ma tu devi compierlo per la felicità d'Ortensia!»
Tuttavia il discorso non era compiuto. Fiaccamente, quasi solo per proseguire nell'argomento scherzoso, chiesi anche:
— E perchè Ortensia non potrebbe essere innamorata di me?
— Innamorata? Come dice Anna? Eh!, conosco le donne! conosco le ragazze! Un capriccio....; un fuoco di paglia, potrebbe darsi; se lei stesse ancora qua, o tornasse presto: sarebbe un primo amore; e io mi ricordo di quello che disse lei del primo amore a proposito di Pieruccio. Una ragazza come Ortensia, a diciassette anni, non fa passioni.... Affezionarsi, sì. Questo è indiscutibile: a lei Ortensia è molto affezionata; ed è un bene. Io ne sono contentissimo!
Spalancai gli occhi. Egli proseguì tranquillamente:
— Da un po' di tempo s'è fatta più seria, la signorina! Aveva tanti capricci! Ma adesso diventa una donnina a modo. Brava! Perchè c'era da preoccuparsene. Non sono un poeta io; sono un meccanico!
Quasi per concludere, ma in realtà per togliermi ogni timore in proposito e ogni scrupolo, io mi sforzai a domandargli anche quando penserebbe di chiederle la mano d'Ortensia.
— Appena sarò sicuro del mio avvenire; gliel'ho già detto.
— Ma lei è sicuro del suo avvenire!
— Non ancora. Le ripeto che non amo i castelli in aria e che sono un uomo leale. Cerco un buon impiego; stabile. Quando l'avrò trovato, mi terrò sciolto dalla promessa che ho fatta alla signora Eugenia e parlerò liberamente a Ortensia. La mia partenza, a ogni modo, non sarà avanti la primavera di quest'altr'anno; così avrò tempo di spiegarmi anche con Moser. Va bene?
Gli strinsi la mano.
Forse un altro che ricordasse il proverbio «guardati da chi si dice uomo leale», un altro forse avrebbe sospettato un motivo recondito e oscuro alla condotta di Roveni; avrebbe potuto diffidare di lui appunto perchè egli aveva voluto dissipare ogni possibile equivoco.
Ma io! Io mi chiesi: «Se fossi davvero fratello di Ortensia potrei desiderare per mia sorella marito migliore?» La scienza mi suggeriva ch'egli era un uomo eletto per forza, equilibrio, sanità, saviezza, fede, predominio di sè e dominio della vita.
Che ero mai io al paragone di lui?... E Ortensia non saprebbe mai il mio sacrificio!
«Ah morire per te, sorellina!»
Essa non era rimasta ad attendermi; ma vedendomi tornare, mi aspettò presso il cancello. Non sorrise; non mi chiese di dove venivo. Disse:
— Porto l'elemosina a _Giovannin_. Quanti giorni ce ne siamo dimenticati!
Allora sorrise; con l'ineffabile tristezza di un bel sogno dileguato. Poi disse:
— Gli dia qualche soldo anche lei, per domani, che è festa.
Come Ortensia, senza dir nulla, pose il cartoccio su le ginocchia del cieco, questi trattenne il suono dell'organetto e alzando quel suo volto, che l'improvvisa gioia illuminava accrescendo l'orrore delle pupille spente, esclamò:
— Ortensia di Claudio!
— Mi vuoi ancora bene, _Giovannin_?
Egli rispose, goffamente solenne:
— Come a Dio!
— Prendi — dissi io, buttandogli alcune monete nel cappello.
— Voi chi siete? — domandò allora il cieco perplesso, serio; meravigliato egli stesso, pareva, che la voce non gli manifestasse di subito la persona. Finchè rise dalla enorme bocca, che mostrava i denti candidi, e con modo di stupida furbizie:
— Ah! Lo so chi siete!
— Chi sono?
— Lo so! lo so!
Era contento; godeva a indugiare nella risposta. Esclamò infine:
— Siete....: lo sposo di Ortensia!
Ella arrossì, mentre io ridevo più stupidamente del poveretto.
— Suona _Giovannin_....; — Ortensia disse con intenzione ironica, nell'avviarsi.
Quando fummo di nuovo al cancello (e il cieco straziava l'«addio, mia bella, addio!») essa mormorò:
— _Giovannin_ è forse da invidiare!
Io avevo l'angoscia alla gola; avrei voluto ribattere: «Anch'io credetti invidiarlo un giorno! Ma tu in avvenire sarai felice!»
Chiesi invece, per celarmi:
— Dove vai?
— Su in casa, a cucire.
Nè la rividi in tutto il giorno. «Mette a prova la sua forza di volontà — io pensavo. — Se resiste alla tentazione di star meco le ultime ore, resisterà all'amore fino a guarirne, e forse in breve». Anche lei più forte di me!; ed essa ignorava quant'io soffrivo!
Sul tardi Eugenia, passando dalla sala terrena e scorgendomi solo, si meravigliò e ristette.
— Ortensia non è qui, con voi?
— No: m'ha detto che saliva a cucire.
La madre scosse il capo.
— Al solito — disse —: ieri si è divertita, e oggi è un brutto giorno. Vedete se ho ragione di lamentarmi? Non si fa forza nemmeno per non dispiacere a voi, gli ultimi momenti che siete qua.
Che dire? Pregai che la lasciasse queta; tentai scusarla con lo stesso argomento: il malumore, dopo le ore di svago, era segno di una rara, bella facoltà spirituale....
— Voi la scusate sempre! — disse l'ingenua madre.
Quindi volse il discorso alla mia visita alla fabbrica, della quale l'avevo informata la mattina.
Credei desiderasse sapere se Roveni m'aveva parlato di Ortensia. Ma ella mi prevenne:
— Roveni v'ha parlato di Moser? degli affari?
E vedendomi incerto, aggiunse:
— Io non so nulla, non debbo saper nulla. Claudio è fatto così.... Parla di tutto in casa, fuor che degli affari. Ma la notte è spesso desto....; sospira. Temo mi nasconda qualche cosa di brutto.
M'affrettai a dirle del disegno che Claudio aveva di comporre una società e che Roveni approvava; sebbene Claudio stentasse a ridurcisi. — Vorrebbe esser solo; far tutto da solo. Però sarà meglio limiti le sue fatiche....
— Certo che sarà meglio! Così non potrebbe continuare. Si consuma l'esistenza....
Tranquillata intorno a ciò, Eugenia mi domandò se Roveni mi aveva parlato di Ortensia.
Con acerba soddisfazione della mia coscienza, con l'acre voluttà di contrappormi all'ingegnere e di essere forte come egli non avrebbe immaginato mai, le risposi di sì: me ne aveva parlato; mi aveva manifestato chiaramente le sue intenzioni.
Egli l'amava tanto, Ortensia, che aveva giurato a sè stesso: — o Ortensia, o nessuna!
— Farà felice la vostra figliola; e sarà degno di lei.
Questo dissi!
— E di Ortensia, voi, che cosa pensate?
— Ha molta stima di Roveni; dalla stima verrà la simpatia, l'amore.
Questo dissi! Avevo vuotato il calice sino alla feccia! Ma Eugenia, la buona amica che per bontà mi leggeva nel cuore, questa volta non mi lesse nel cuore.
XXIII.
L'agonia cominciò la mattina dopo; la domenica. L'ultimo giorno! Perchè si ostinava Ortensia a starmi lontana anche in quelle ultime ore? Per nascondermi il suo dolore, l'amore, lo sdegno? Per dimostrarmi la sua fierezza? Avrei dato metà del mio sangue per rivedermela lieta dinanzi ancora una volta, come quando accorreva ad augurarmi il buon giorno, e il sorriso in cui m'appariva tutta la sua persona placava la cura che mi rodeva. Non più quel sorriso! Mai più! Patire, frattanto, il castigo quasi d'un delitto; dubitare che fosse insania non l'amore ma l'azione generosa che mi era imposta da un destino crudele.... Ortensia! Ortensia! Era una crudeltà.... Non poter chiamarla a voce alta per quelle ultime ore; non poter invocarla a sostenere con la sua presenza quell'agonia....
Dalla terrazza udii affrettare passi alla mia volta. A distrarre la mia pena veniva invece il cavalier Fulgosi con un fascio di giornali, che sollevava e agitava come un trofeo.
— Dottore! _Hurrà!_
_La Campana_ e _Il Corriere della Valle_, allora giunti, riferivano che alla festa del 20 settembre in Valdigorgo era stato presente anche un illustre scienziato; perciò il cavaliere veniva a portarmeli così per tempo, e a portarne copie alle signorine. Ma perchè io partivo l'indomani? Avrei potuto, dovuto attendere a partir con lui e con la sua signora appena Pieruccio sarebbe ritornato da Varezze, ove era guarito....
(Pieruccio era guarito!...)
— Si guarisce presto dell'amore a diciassette anni! E le medicine della giovinezza sono dolci. Ma alla mia età — sospirò Fulgosi traendo di tasca lo specchietto — è amaro non poter ammalarsi così! A me non resta che trovar dolci le amarezze della politica. Eppoi...: _tout passe, tout casse, tout lasse!_
Per non apparir gioioso, qual era, della réclame che s'era fatta egli stesso nei giornali, si mutava a quell'aria di melanconia.
Sospirò e disse:
— Lei, dottore, almeno ha la scienza....
— _Almeno?_
Vedendosi in pericolo, aggiunse subito:
—.... se sdegna l'amore.
— E chi le ha detto che io lo sdegni?
— Nessuno.... Immagino....; suppongo....; forse.... Ah! è qua l'amabile Ortensia. «Venite a noi parlar, s'altri nol niega!»
Ortensia, che sopravvenendo salvava il cavaliere dalla china perigliosa, non si curò di lui e si rivolse a me concitata, quasi per ira mal rattenuta:
— A messa in paese io non ci vado! Vado all'Oratorio. M'accompagna lei, Sivori?
Io non avevo ancor risposto che Fulgosi s'inchinò come a una regina, e disse:
— Anch'io, se crede.... — Ma ella l'interruppe, evidentemente decisa a non volerlo.
— Domenica prossima m'accompagnerà lei, cavaliere.
— Volentierissimo! Parigi val bene una messa!
— Farà lei questo sacrificio.... — E Ortensia mi guardava.
— Un sacrificio — il cavaliere oppose — che il corrispondente della _Campana_ invidierebbe. Legga, signorina, che cosa si dice qui.... — E le porse uno dei giornali.
Da prima sommessamente, poi forte, Ortensia lesse; ma nel suo volto pallido la lettura sostituiva tosto alla noia un'impronta di sarcasmo. Mi parve di vedere un'anima intristita. E quando dalle lodi del cavaliere «oratore splendido», degno di essere assunto non pure «alla più alta carica municipale, ma a quella di rappresentante dell'intera nazione», il corrispondente passò a descriver la festa, a nominar le persone cospicue del pubblico e a vantar le «ideali parvenze» delle signorine Moser, allora Ortensia proruppe: il cavaliere rimase innondato da un'onda di torbida ilarità.
— Ma bravo! Bravo, signor cavaliere! E lei crede che nessuno se n'accorga? Ah Ah! Ma la corrispondenza l'ha fatta lei! Tutti lo capiranno; e se qualcuno non lo capirà, lo dirò io! io! a tutti!
Fulgosi affogava. Si mise a scongiurare:
— No, signorina, non lo creda; non è vero; non lo dica!... Anche se lo crede, per carità non lo dica!... _Noblesse oblige_.... Lei così gentile perchè vuol rovinarmi?
— A tutti! Tutti debbono saperlo! Mamma, Marcella, venite a leggere che coraggio ha avuto il cavalier Fulgosi!
Fortunatamente Eugenia e Marcella, le quali venivano già pronte per andare in paese, interpretarono quello sfogo come uno scherzo; e io stesso m'intromisi a mutar la cosa in gioco.
Salvo, il cavaliere s'accontentò dei ringraziamenti che gli fece Marcella; poi s'accomiatò più frettoloso di quando era venuto.
— Dunque — disse Eugenia — tu, Ortensia, che fai?
— Vado all'Oratorio.
— Un capriccio!
— Con Sivori, ci vado!
— Meno male! — disse Marcella. — Un capriccio questa volta che ha una buona intenzione!
— Io vado con la mamma — interloquì Mino, che certo aveva qualche affare in paese. — Piuttosto, di', Sivori (e mi susurrò all'orecchio): — Mi prendi a Milano?
Risposi sogguardando a Ortensia, quasi per mitigare con la mia dolcezza l'asprezza di lei.
— Volentieri, caro amico! Ma la difficoltà più grande è il permesso del babbo. Bisognerà trovare una buona ragione o una grossa bugia.
Il fanciullo meditò a lungo, finchè quasi sapesse che a me non era più difficile quel che ancora era difficile a lui:
— Dilla tu, Sivori, la bugia!
Intanto Ortensia raccomandava alla sorella; e alla madre: — Spicciatevi: se no, perderete la messa! — E a me: — Andiamo?
Appena ci fummo incamminati io vidi che dalla concitazione, dall'eccitazione di pocanzi il suo animo era caduto in una depressione angosciosa. Che battaglia aveva sostenuta, in sè stessa, per esser meco l'ultima volta! Certo non affidava più alcuna speranza a quella gita, ma voleva forse che io comprendessi il male che le avevo fatto, o comprendessi quant'era grande l'amore che io avevo ostinatamente respinto. Il dì innanzi aveva resistito in un proposito di fierezza: poi la passione doveva averla persuasa ch'era per lei maggior forza confessarmi tutto. Se non che ora, a ritrovarsi sola meco, non poteva nemmeno celare il panico che le incuteva il suo fermo proposito. Procedeva a capo chino, senza trovar parola. Tornava la giovinetta inesperta, intimidita dalla stessa passione che le aveva data tanta forza. E io dopo la scena di pocanzi mi sentivo più colpevole: avevo io forse intristita quell'anima?
Finalmente disse:
— Sono stata cattiva con Fulgosi! Ora me ne dispiace....
A udir la sua voce così diversa, a vederla così rabbonita, ebbi un infrenabile moto di consolazione entro di me; le sorrisi.... L'amore ci voleva buoni entrambi, nell'ultima ora che stavamo insieme! Il sole, il cielo ci volevan buoni se non potevamo essere, per quell'ora, felici!
— Che giornata! — io dissi guardando intorno allo svoltar della viottola. Solo in un punto vapori candidi quasi impercettibili velavano il cielo: sul resto, nel chiaro azzurro, andava diffuso il sole ormai autunnale, e per i dorsi bruni dei monti e per gli spazi verdeggianti, e i molli declivi e i campi tracciati di solchi e carraie, effondeva una dolcezza che non ha la primavera. Sui tetti d'ardesia, nel paese, la luce si rifletteva come ad accenderli; prorompeva entro le finestre; vibrava intorno il campanile dalla croce scintillante in alto. Con più frequenza che in primavera giungevan pigolii dai campi, e richiami nitidi di luì e gazzarre festose di passeri. Bianche farfalle sorpassavano la siepe; vagolavano a due a due: lievi anime in rincorse d'amore. La costa boschiva dell'antico convento era immersa in un fulgore immoto, in uno splendore coerente e meraviglioso.... Io mi ricordai d'un tramonto....
Ortensia guardava anch'essa; e ripetè: — Che giornata!
Indugiava quasi ad assaporare quella dolcezza; scosse il capo come quella dolcezza le si mutasse dentro, nell'animo, in una mestizia profonda. Quindi, per dire qualche cosa, disse:
— Don Pietro si spiccia in venti minuti. Ma il priore, in parrocchia, non la finisce mai.
Aggiunse: — Del resto, per pregar bene non basta un minuto?
— Anche meno, per chi può pregare. Tu non puoi; me lo confessasti.
Senza titubanza, ma con un breve rossore, ribattè:
— È vero. Quand'ero così allegra, dopo la guarigione della mamma, non ne sentivo il bisogno, di pregare, neppure per un secondo.... — La voce le cadde interrotta perchè interruppe l'espressione del pensiero, che doveva compiersi nella esclamazione: «ma ora!...» Riprese: — Lei però non prega nemmeno quando è triste. Non crede a nulla!
A niente: nemmeno a lei, che mi amava! Invano ella mi aveva voluto tanto bene; invano mi amava così; e io, che non raccoglievo dalle sue parole il rimprovero e le lagrime, io ero perverso; ero spietato, io, che non osavo guardarla negli occhi e sorprendervi quanto amore vi tremava per me!
Esclamai:
— T'inganni! Oggi credo fino a me stesso! Mi sento buono oggi.... E tu? — Mi sembrava di correre su l'orlo di un precipizio con il senso della vertigine. — E tu credi a ciò che senti?