In Egitto: La caccia della jena

Part 2

Chapter 23,833 wordsPublic domain

Io sapeva di non far cosa grata nè all'_attâr_ nè ai suoi amici portando meco un europeo, ma sapeva pure che me l'avrebbero perdonato. Il padrone di casa mi venne incontro, accolse cortesemente il francese e Mohammed-effendi, e ci portò ad accovacciarci presso gli altri: c'eran tutti gli amici del caffè: il povero compagno mio non sapeva acconciar le gambe sulla stoia a mo' degli altri, e il padrone gli fece portare un cuscino, della qual cortesia io stesso rimasi meravigliato. Non eravamo ancor fermi, che già ci avean dato pipa e caffè.

La festa era incominciata: al nostro arrivo si rappresentava una sorta di scena o dialogo improvvisato fra due giovani del villaggio, di cui uno, armato di scimitarra, pistole e kurbak, rappresentava il turco che viene a riscuotere il tributo, e l'altro, col suo consueto vestimento, il fellah che deve pagare. Quello che faceva da turco contrafaceva il parlare arabo coll'accento e colle storpiature dei dominatori, ed imitava i portamenti, i gesti, l'incesso di questi. Il fellah si pigliava grandi colpi di kurbak sulla schiena, e si sfiatava a protestare, strillando, che avea pagato tutto il tributo dell'anno, e non gli restava un _parà_. Il finto turco ripigliava che, se aveva pagato il tributo suo, gli rimaneva pur da pagare quello di un vicino che era fuggito, e di un altro vicino cui il Nilo aveva portato via il campo, e che il governo non deve mai perdere; e seguitava a battere. Il dialogo procedeva frizzante e incalzantissimo, e turchi ed arabi presenti si smascellavano dalle risa.

S'intese ad un tratto un cinguettìo di voci femminine dalla parte della casa, i due filodrammatici disparvero, e tutti i visi si rivolsero da quella parte: la cantatrice stava per dar cominciamento al suo canto. Noi non vedevamo che una gran tela; dietro, sopra una specie di palco scenico nascosto, s'era allogata la cantatrice col suo coro, in modo che il canto si potesse sentire ugualmente dalla casa e dal cortile. La tela non s'alzò, ma dietro salì per l'aria il malinconico _maual_ della cantatrice: il coro ne ripetè le ultime note, e i tocchi del _tar_ o tamburello annunziarono che la canzone era finita.

— Come mai potete gustare una tal sorta di cantilena? mi disse il sig. Oscar, che m'avea visto tutt'orecchi.

— Capisco, risposi, come, avvezzo alle musiche d'Europa, voi non possiate a tutta prima gustar questo canto, e vi faccia meraviglia la mia ammirazione, e quella ben più viva che vedete scolpita qui su tutti i volti; ma se foste da qualche tempo in questo paese, vi assicuro che ne provereste ben altro effetto; tanto più se vi fosse inteso il senso di queste canzoni.

— E quale è il senso della canzone testè cantata?

— Eccovelo: è una donna che si lagna della morte del suo amante:

«Quale profumo dell'Arabia Felice, qual fiore del giardino dei genii, qual voluttà di giovinezza è più dolce della tua rimembranza, o amante mio, o mio diletto? Chi mi sa dire se col dileguarsi del nostro ultimo dì si ritrovano nel soggiorno del riposo eterno le persone amate e le gioie ineffabili dei tempi trascorsi? O caravane celesti! o angioli consolatori! fateci sentire le melodie con cui incantate i cieli. Diteci, diteci se Colui che nella sua sapienza ci strappò quaggiù l'uno dall'altro, ha possanza di riunirci in cielo».

La cantatrice cantò dipoi due altre canzoni, sempre seguite ciascuna dal canto in coro e dai tocchi del _tar_: la prima era lamento di schiava amata, poi negletta e venduta; la seconda, imprecazione d'amante derelitta. Le venni traducendo al mio compagno così:

«Tu mi hai respinta. Ciò era scritto. Io ti aspetterò, ingrato, finchè tu abbia fatto il giro del mondo, e trovata una schiava che abbia cura di te e ti ami d'un amore pari al mio. Intanto tu vai errando con un branco di vagabondi così varii che rassomigliano ad una scatola piena di fili di seta d'ogni colore! Allah ti soccorra! Tu mi hai lasciata per un branco di stranieri vigliacchi; ma l'anima mia non ti abbandonerà mai. Non sarei già io quella che t'avrei venduto per oro: tu m'hai venduta per un fuscellino di paglia».

— Ecco l'imprecazione:

«Ho pianto quando l'amante mio s'allontanò da' miei occhi; poi, silenziosa e coll'occhio asciutto, mi lasciai divorar dal dolore. Oh se ti potessi afferrare, te cui maledico, nemico feroce, che hai separato quelli che si amavano, ti imprigionerei frammezzo a giunchi secchi; io arderei le tue viscere, e spargerei ai venti, colla mia propria mano, le tue ceneri impure».

Dopo qualche altra canzone, la cantatrice si tacque, e vennero limonate, caffè, pipe, mentre gli uditori facevano i loro commenti.

— Chi è quel _drôle_, domandò il signor Oscar, che si muove con un piattello in mano in atto di domandar l'elemosina?

— Gli è un servo della cantatrice, che raccoglie l'offerta del pubblico.

— Ma la cantatrice non è pagata dal padrone di casa? Tocca a noi a pagarci la festa?

— La cantatrice è pagata dal padrone di casa, ma è uso che invochi pure la generosità degli invitati.

— E che sono queste grida?

— Il servo che raccoglie il danaro dice man mano il nome di chi dà e la somma data e, quando questa è discreta, il coro dietro la tela manda un grido di ringraziamento.

— E conviene dar molto?

— Domandatene a Mohammed-effendi vostro interprete.

L'interprete insegnò al francese una gherminella per dar poco e parer generoso.

— Date a me, diss'egli, una moneta da mettere per voi nel piattello, poi datemene un'altra da far scivolar nella mano del servo, e questo griderà che avete dato dieci volte tanto che non è realmente.

Riprese il canto: siccome le canzoni precedenti erano state quasi tutte in onore degli uomini, così le seguenti furono quasi tutte in onore delle donne: eccone alcune fra quelle di cui venni dicendo il senso al mio vicino:

«Quando passi pei solitari sentieri del tuo incantato giardino, e levi, per godere il rezzo, il velo misterioso che copre la tua inebriante bellezza, il rosignolo rapito sospende il suo lagno d'amore, e la rosa, la sua sposa adorata, è gelosa della tua beltà. I giunchi del ruscello s'incurvano al tuo passaggio con murmure melodioso. Il sole stesso par prodigo a te di carezze amorose. Come mai il mio cuore non languirebbe per te? Gli sguardi tuoi celesti rapiscono, le tue parole incantano, più dolci del raggio delle notti; i baci tuoi inebriano; le tue carezze fanno morire. O maraviglia della bellezza! nulla prima di te, nulla dopo di te».

«Viene verso noi colei che tutti gli uomini adorano. Il velo pudico ricopre il suo volto, ma al suo appressarsi tutti i cuori si commovono, e fremono di tenerezza. La sua pieghevole e svelta persona è fatta per ingelosire il ramo più flessibile dell'oasi dei palmizi. Eccola: essa leva il velo geloso che nascondeva le sue divine fattezze. Tutti gli uomini della valle gridano rapiti: — È questo un baleno celeste che brilla ai nostri occhi, o sono i fuochi della carovana nel deserto che splendono nella notte?»

La canzone seguente destò grande entusiasmo nell'uditorio:

«La tua snella persona, o mia diletta, s'è fatta svelta e graziosa come lo stelo del giglio. Il momento è venuto di scordare nelle gioie dell'amore il tempo che fugge, che fugge senza posa. Non respingere la tenerezza dalla soglia misteriosa de' tuoi favori; perchè, credi, la giovinezza passa come un olezzo portato via dalla brezza. La donna è un essere labile, come ogni cosa quaggiù, e nessuno ha possanza di rendere eterno l'impero della bellezza».

Il _maual_ che venne dopo, era fatto per muovere altri affetti:

«Te ne vai rapido come il vento nel deserto, te ne vai verso la valle, o mio pensiero, o anima mia! Così, fendendo coll'ala il limpido cielo di Bagdad, sopra i giardini fioriti del califfo, l'azzurra colomba, colpita nel volo dalla perfida saetta del cacciatore, fa uno sforzo supremo per portare la sua ferita e il suo ultimo sospiro nel nido odoroso, ove l'attende il suo diletto; così, cattiva in strania terra, la generosa giumenta del Nezdi, triste e stanca, aspira a piene nari il vento del deserto, e riconoscendo a un tratto le fragranze della sua patria, rompe i lacci per volare, attraverso alle solitudini, verso la prateria ove saltellano le sue compagne, verso le tende risonanti dei preparativi della battaglia; così tu vai, o pensiero mio, vai verso la valle, ove ho lasciato la mia diletta; vai verso le tende dei nostri padri, ove i capi delle tribù, assisi all'ombra ospitale dei palmizi, m'aspettan forse perch'io racconti loro le geste maravigliose di Antar, o perchè io muova con loro alla battaglia. Te ne vai, o pensiero mio! Mentre io resto qui, sulla soglia della casa straniera, gli occhi fisi al cielo che vorrei varcare, per andare dove tu vai, o mio pensiero, o anima mia».

A questo mestissimo canto tenne subito dietro un grido trionfante d'amore avventurato.

«La sua persona è pieghevole e delicata. Le ciglia de' suoi occhi spirano languidezza. La grazia e la voluttà trapelano dalle sue vestimenta gelose. Perdio, che vaga e fiera beltà! Essa mi venne a trovare al tramonto, sparsa la guancia di mille rose. Come non le avrei dato io prova dell'amor mio? Perdio, che vaga e fiera beltà!»

Il letterato parigino trovava esagerato l'entusiasmo degli uditori ed il mio, ed io gli faceva notare essere impossibile che dalla mia povera traduzione si potesse fare un concetto di quella poesia.

— Ma insomma, mi diss'egli, siamo noi condannati a sentire soltanto questa signora senza poterla vedere? Se questo vecchio tien nascosta la sposa e le sue amiche, sarà ugualmente severo riguardo alla cantatrice e al suo coro?

— Nessun maggior disonore per una donna musulmana oltre a quello di mostrare scoperto il viso ad un uomo che non sia suo marito: le sole ballerine ciò fanno; non isperate di veder viso di donna musulmana non ballerina.

— Questo mi dice pure Mohammed-effendi; gli ho domandato tante volte se fosse possibile, per danaro, entrare di soppiatto in un harem, e sempre mi rispose negando.

— Mohammed-effendi è galantuomo; un altro v'avrebbe preso il danaro, e condotto in casa di ballerine, facendovi credere di avervi portato in un harem....

— _Cependant...._

— Credete a me, astenetevi dal fare altrui una simile domanda, se non volete andare incontro a qualche brutto risico.

Intanto la cantatrice cantò un _maual_, che fece rivolgere a noi gli occhi di tutta l'assemblea. Il francese mi domandò che cosa ciò significasse, ed io gli dissi che il senso del _maual_ era il seguente:

«Il mio diletto copre il suo capo con un cappello. Il suo calzone è adorno di nodi e di cappi. Io lo volli abbracciare, ed egli mi disse in italiano: _Aspetta._

«Abbracciami adunque, gli risposi; abbracciami, o tu dalla dolcissima favella — Allah mi guardi da colui che ha gli occhi di gazzella! Ah! quanto è dolce la sua favella italiana!»

— Ma questo, sclamò egli, è un complimento a _brûle-pourpoint_ fatto a voi.

— È un complimento fatto ad entrambi; la canzone parla d'amante italiano, perchè la lingua italiana è più popolare di ogni altra in Levante, anche oggidì; la cantatrice sa che siam qui, e ci ha voluto ringraziare prima di riposarsi, come fa ora.

Un suono improvviso s'intese dalla parte del cortile opposta a quella dove era la cantatrice, e tutti si rivolsero con lieto susurro da quella parte: un uomo soffiava in una sorta di cornamusa, un altro accompagnava battendo la _tarabukah_.

— Che cosa vuol dir ciò? mi domandò il francese.

— Vedrete.

Una donna giovane e bella, scoperto il viso, impudicamente vestita all'orientale, sbucò di colpo di là d'onde veniva il suono e, scotendo fra le mani un tamburello coi sonagli, si precipitò come un turbine in mezzo all'assemblea, e ristette immobile.

Signora, una ballerina araba non è descrivibile. Tutto quello che vi posso dire si è che il suo ballo è fatto d'una serie d'atteggiamenti e di movenze, or lente e languidamente molli, ora vibrate e turbinose, secondate dallo scoppiettìo delle nacchere, e che essa si mette davanti ad uno degli spettatori, balla un tratto, poi abbandona quello, e va a ballare da un altro. Da ciò è nato fra gli Arabi un grazioso proverbio, a significare la mutabilità delle sorti umane.

— Il mondo, dicono essi, è come una ballerina; or balla davanti a questo, or davanti a quello.

Ma la ballerina non si stacca da quello davanti a cui ha ballato, senza che esso le abbia fatto un regalo: sogliono quei signori trar di borsa una monetina d'oro, d'argento o di rame, secondo la varia fortuna, la bagnano da una parte sulla loro lingua, poi la appiccicano alla fronte, alla guancia, al petto della ballerina: questa torna più sovente a chi abbia appiccicata la moneta di maggior valore.

Il mio compagno francese appiccicò a quella quanta moneta aveva nel borsello, poi ce ne tornammo a casa: egli non rifiniva di parlarmi della ballerina. Quando fu a letto, introdussi con cura il lembo della zanzariera sotto i suoi materassi.

— Fate di non movere questo cortinaggio, dissi; se no, lasciato uno spiraglio da qualunque parte, avrete una notte infernale, e domani il viso doppio per la gonfiezza.

— C'est _bon_, rispose di dentro alla zanzariera, _c'est bon_: ma tant'è, avete un bel dire, non lascerò l'Egitto _sans m'être fourré dans un harem_.

IV.

Stavo aspettando al mattino che il mio ospite parigino si svegliasse, quando a un tratto sentii lo sparo d'una pistola nella sua stanza. Corsi, e lo trovai seduto sul letto, la pistola ancor fumante nella mano, la zanzariera dietro le spalle, lo sguardo a terra verso un angolo, ove si attorcigliava un serpente insanguinato.

— Vedete, gridò, da quale pericolo ho saputo scamparmi! M'avete messo a dormire nella vostra stanza di studio, ed io, svegliato testè, stava guardando macchinalmente attraverso la zanzariera i vostri libri e queste pelli di uccelli e queste bocce, che ingombrano i tavolini, piene di animali nello spirito di vino, mentre mi ballava sempre nella mente la ballerina di ieri a notte, quando, chinati a caso gli occhi, vidi strisciar tacitamente a terra lungo il muro quella bestiaccia viva: afferrar le pistole che avevo sotto il guanciale e colpirla fu un punto solo: buon per me che ho imbroccato!

— Avete ucciso un innocente animale, che da molto tempo mi faceva buona compagnia!

— _Merci de la compagnie!_ Quello è un animale innocente?

— Innocentissimo! non v'è casa nel villaggio che non abbia il suo serpe familiare, tenuto di buon augurio, come le rondini dai contadini nel villaggio mio. Questo povero animale prediligeva la mia stanza di studio, e sovente mi veniva strisciando amorevolmente intorno ai piedi, mentre io me ne stava a tavolino. Il solo difetto ch'io gli abbia dovuto rimproverare, fu quello d'esser ghiotto dei teneri piccioni e delle uova di questi uccelli: mandava giù tutto, i piccioncini colle piume.

— E digeriva?

— A meraviglia; ma imparai a tenerlo lontano dalla piccionaia, spargendo sul suolo la lavatura delle pipe; d'allora in poi fu pago della caccia dei topi e degli uccelletti nei nidi sulle acacie del giardino. Ora non lo posso neppur mettere nell'alcool od in pelle, tanto l'avete disfatto col vostro colpo.

— Quando è così, mi dispiace di averlo ucciso; ma davvero è una singolar compagnia!

— Buon per me che non avete veduto quel camaleonte che è sull'alto della finestra, e due lucertoloni del deserto che mi sono carissimi, e per fortuna han passato questa notte in un'altra stanza.

— Ma voi avete in casa l'arca di Noè!

Feci portar via il serpente, e portare il caffè al mio ospite.

— Ditemi, proseguì egli centellando, non temete che coi serpi innocui scivoli talora qualche serpe velenoso in casa vostra?

— Nelle case vengono solo, e son reale pericolo, gli scorpioni. Eccone uno che non vi farà più paura, nell'alcool: se avete veduto così fatti animali nel vostro paese, ove si trovano nelle parti più meridionali ed orientali, troverete che questo è foggiato sullo stesso stampo, ma più grosso: la sua puntura è dolorosissima, ma non tanto pericolosa quanto si dice.

— Avete trovato talvolta scorpioni in questa casa?

— Sovente; si cacciano sotto le stoie, negli armadi, nei letti, anche nelle vestimenta: ma sapendo tal cosa, ogni giorno si fa un'ispezione diligente e circospetta, e si scansa un pericolo.

— _Drôle de pays tout de même_, ove convien fasciarsi il viso per salvarsi dalle zanzare, gli scorpioni passeggiano per la casa _la canne à la main_, e i serpenti girondolano intorno ai piedi! Ma, vi ripeto la mia domanda, non avete serpenti velenosi qui d'intorno?

— Ne abbiamo, e non pochi. Eccovene nell'alcool; questa è la cerasta, o vipera dai cornetti; questa piccina la vipera delle piramidi; vedete la naja haje, che si fa sì gonfio il collo, e da cui, per darsi morte, si è fatto mordere il bel seno la regina Cleopatra. Stanno queste serpi tutte qui d'intorno, ma non ho mai sentito che siasene visto una nelle case del villaggio: alcune trovansi sulle sabbie del deserto; altre pei campi; ma non s'avventano all'uomo, paghe di guardarlo se non le tocca. Ho veduto più gente morsicata dalle vipere nelle alpi piemontesi che non qui: questi Arabi prendon con isveltezza le serpi più velenose per la coda, e staccanle di colpo da terra: per quanto il serpente si rivoltoli, non arriva col capo alla mano che tien la coda. I serpenti velenosi che vedete qui, li ho avuti tutti vivi.

— Non vorrei vederne io vivi, e se ne viene qualcuno oggi, vi prego di confinarlo fuori sino a domani.

— Non avete veduto mai per le strade del Cairo i giocolieri coi serpenti vivi?

— No.

— Fate di vedere, che è spettacolo curioso.

— E questi pesci che cosa sono? mi domandò interrompendomi il francese.

— Sono pesci elettrici del Nilo: me li portò dal Cairo il dottor Diamanti, il quale, venuto in Egitto per incarico del Matteucci a studiare l'anatomia di così fatti pesci, fece come il corvo, non ritornò più all'arca universitaria di Pisa. Egli vien talora a consolarmi di qualche sua visita, e non vi posso dir quanto io glie ne sia grato.

— Come si chiamano le bestioline che voi avete infilzate sotto questo vetro?

— Si chiamano coleotteri.

— Questo sapeva, me ne fu parlato in collegio. Vi domando i singoli nomi.

— Ecco due specie di _Copris_: il _Copris isidis_ e il _Copris sesostris_: qui è l'_Aleucus sacer_, e lì vicino l'_Aleucus ægyptiorum_; questo si chiama _Prionotecha coronata_, quell'altro _Heteracantha depressa_....

— Basta, basta!

— Dunque venite con me in giardino: vi farò vedere qualche animale vivo, un fenicottero, una rossetta, un icneumone, una piccola lince, due gazzelle; poi faremo l'asciolvere.

— Come passa qui la giornata un uomo che non abbia nulla da fare?

Così m'interrogava il mio ospite, fumando la pipa sdraiato sul divano, dopo alcuni vani tentativi per fumare il narghileh, come fumava io.

— La passa, risposi, orizzontalmente, e si distrae colla pipa e col caffè.

— E la sera?

— La sera va a letto quando il moazino intona il canto dell'Aesce, cioè un'ora e mezzo dopo il tramonto.

— Che vita!

— Caro signore, io credo che chi non ha nulla da fare passi la sua giornata male in ogni parte della terra.

— Ah! _de la morale!_... Ditemi un poco, per parlar d'altro, perchè avete messo una rete ad ogni vostra finestra, ed una alla porta?

— Ciò feci per tener fuori le mosche.

— Come! le mosche non passano attraverso la rete? Ma le maglie di queste vostre reti sono tali, che tre mosche ad ali aperte v'entrerebbero insieme!

— Sì, e ciò non ostante non entrano, purchè non siano due finestre o la porta e la finestra aperta l'una in faccia all'altra; quest'uso è qui antichissimo, e ve lo trovò già Erodoto.

— Per esempio, ciò solletica tutta la mia curiosità, e sarà bella novità del mio libro.

— In Francia ne parlerete primo, e un anno fa ne avreste parlato primo in tutta Europa; ora sarete stato preceduto in Inghilterra dal dottor Spence, che da poco ne lesse una memoria alla Società entomologica di Londra, dicendo di aver imparato questo metodo da un signore fiorentino che gli raccontò averlo veduto in atto in un convento presso Firenze, e averlo inteso lodato da un pittore romano, che con esso avea il doppio vantaggio di lavorare colle finestre aperte senza la molestia delle mosche e di non aver guasti i suoi quadri da questi importuni insetti. Dopo la lettura del dottor Spence, il dottor Stanley fece una serie di sperimenti con varie sorta di reti, e trovò che anche quando i fili son sottilissimi, le mosche pur non passano. Egli cercò di darsi ragione di questo fatto, e pensò che le mosche si spaventino delle reti scambiandole per tele di ragno.

— Mi pare che se le mosche avessero tanta paura delle tele di ragno, non c'incapperebbero così sovente.

— Quest'è quel che disse il dottor Spence, il quale considera la avversione delle mosche per le reti siccome dipendente dalla struttura particolare dell'occhio della mosca, che le farebbe vedere in ogni filo una successione d'ostacoli aumentati e moltiplicati dalla rapidità del volo.

— Oh, lasciamo la spiegazione in disparte, se non vi dispiace. Quello che mi preme è la certezza del fatto. Dunque voi mi assicurate che con tal semplicissimo mezzo questi molesti insetti _sont consignés à la porte_?

— _Ils sont consignés à la croisée._

— Vivaddio, ecco la prima spiritosaggine che vi vien detta. Ma è tempo che vi parli dello scopo principale della mia venuta, dacchè non me ne domandate, e appena me ne avete lasciato dire una parola ieri.

— Mi avete espresso il desiderio di fare la caccia della jena.

— Sì, ma a condizione che me la lasciate fare a modo mio.

— Sia pure.

— V'han jene nel vicinato?

— Molte: stan sul confine del deserto, e rendono a questo villaggio un segnalato servigio divorando i cani morti, e anche un tantino i cadaveri umani nei cimiteri.

— Che cosa direste se nel mio libro facessi un'invettiva contro le jene, per questa loro profanazione? Non vi par tema un po' vecchio?

— Mi pare, e credo che fareste meglio a dimostrare, che finchè gli Orientali non si daranno cura di seppellire un po' meglio i loro morti, è bene che le jene facciano quello che fanno.

— Ma le jene non sono anche paurose per gli uomini vivi?

— Qui non sono: esse fuggono dall'uomo. Un capo ameno di questo villaggio fece una volta scommessa di uccidere una jena senz'armi, strozzandola colle mani; si sdraiò la notte in campagna, facendo il morto, e una jena si avvicinò sino a fiutargli i piedi; egli allora sorse in un tratto, e le si slanciò sopra; ma essa non gli diede tempo, e fuggì. Se un giorno andrete in Algeria, vedrete come là pure, sì dagli Arabi come dai Francesi, sia poco temuta la jena.

— Sentite! V'ho detto che voglio fare una caccia a modo mio, e che anzi l'ho già descritta quale deve avvenire: ma vorrei pure mettere nel mio libro qualche cosa di nuovo, di interessante intorno alla jena.

— Di nuovo anche pei naturalisti?

— Sì, se fosse possibile.

— Mettete i brani genuini di Plinio e di Aristotele, ove questi autori parlano della jena.

— E questo sarà nuovo pei naturalisti?

— Novissimo: ecco qui Plinio colle aggiunte zoologiche di Cuvier: ecco Aristotele; non ho la traduzione francese di Camus, ma questa edizione col testo greco da una parte e la traduzione latina dall'altra.

— La cosa più strana che direi nel mio libro, sarebbe quella d'aver letto Plinio e Aristotele a Khankah: ma senza costringermi a sentire questi brani, ditemene voi in succinto il contenuto.