In chiave di baritono

Part 7

Chapter 7 3,633 words Public domain Markdown

L'arcivescovo Gaisruck e il conte Mellerio si detestavano, fautore quest'ultimo delle fraterie, l'altro nemico e oppositore pertinace. I liceisti e i forestieri delle provincie assistevano, in piazza del Duomo, al concerto quotidiano della banda che suonava sotto il palazzo del vicerè. Vaccai, l'autore della _Giulietta e Romeo_ e d'altre opere teatrali, presiedeva alla direzione del Conservatorio. Donizetti era maestro di Corte a Vienna, e scriveva, per quel teatro italiano, la _Linda_ e la _Maria di Rohan_. Ogni anno egli tornava alla Bergamo nativa per abbracciare il suo vecchio maestro Simone Mayr, il quale, cieco d'occhi e affranto dagli anni, si era esclusivamente dedicato alle composizioni di chiesa.--Ignazio Marini, il celebre basso, veniva per sempre rinviato dal teatro dell'opera di Vienna, per avere, ad una rappresentazione di gala a cui assisteva l'imperatore, emessa una nota troppo profonda che nessuno potè illudersi gli fosse uscita dal petto.--A quell'epoca, gli artisti si prendevano delle strane licenze, e il governo, purchè non si trattasse di licenze politiche, si mostrava tollerantissimo.

Temistocle Solera, viaggiando col basso Marini da Milano a Stradella in legno di posta, involto nella zimarra teatrale di Faliero, trinciava benedizioni a quanti villani si trovavano sul di lui passaggio, e questi a inginocchiarsi e fare il segno della croce.

L'autore di questo frammento storico, partito da Codogno dopo una rappresentazione dell'_Attila_, con indosso l'armatura e le maglie di Ezio romano, in tale abbigliamento scendeva all'albergo dell'Ancora, e quivi prendeva alloggio.--Un giovane scapato e di mano pronta applicava due schiaffi sonori alla moglie d'un celebre impresario nell'atrio del più vasto teatro. Un tale avvenimento fece parlare il mondo milanese per dieci anni di seguito.--Per quanto mi dolga recar sfregio alla tanto vantata moralità di quei tempi, non debbo tacere di una festa da ballo privata, ove convennero in buon numero persone di ambo i sessi, abbigliate nel semplicissimo costume di Eva e di Adamo. La polizia austriaca non si commosse dello scandalo--quei danzatori così succinti nelle vesti non erano persone da cospirare contro la sicurezza dello Stato. Un _Congresso di scienziati_ chiamò gran folla a Milano nel 1846. Il popolo profittò dell'occasione per testimoniare il suo rispetto alla scienza. Nelle trattorie si gridava al cameriere: _un piatto di scienziati!_--e quegli a recar tosto un piatto di zucche o di patate. Anche i somarelli vennero in quell'epoca salutati col medesimo titolo--Nobili istinti delle masse!

Uomini che pensassero all'Italia, che fremessero del servaggio straniero, che abborrissero l'Austria, erano in numero assai scarso. I più ignoravano che un'Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno assumeva l'incarico pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c'erano rischi tremendi a parlare di politica, foss'anche col più intimo degli amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie. Le _Prigioni_ di Silvio Pellico, erano ritenute un libro ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le liriche concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali ardimenti cominciavano verso l'anno 1842.

Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pavia; non era permesso di varcare senza passaporto i confini della Venezia.

Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni della Scala non era permesso lo accedere senza l'abito nero e un piccolo _domino_ alla spagnuola, che ordinariamente si prendeva a nolo per dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedì e al sabbato grasso, assumeva proporzioni intollerabili.--Recandosi in autunno alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi bagagli.--Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia di Lodi e Cremona erano infestati di ladri. Il brigantaggio scomparve lentamente coll'estendersi delle comunicazioni e colla coltivazione dei terreni boschivi.--La Valtellina, la Brianza, i colli del Varesotto producevano dei vinetti esilaranti. Il _Monterobbio_ e l'_Inferno_ rivaleggiavano coi più famosi vini dell'estero. Ogni anno, gli eleganti di Milano facevano regolarmente la loro comparsa alla sagra di Imbevera ed ai mercati autunnali di Lecco. I signori, boriosi e stolidissimi, dopo aver vissuto famigliarmente in campagna con persone del ceto medio, negavano a queste il saluto, scontrandole pochi dì dopo sul lastrico di Milano.--I Bergamaschi alloggiavano all'_Agnello_, i Lecchesi alla _Corona_, i Pavesi a _Sant'Ambrogio alla Palla_ ed al _Pozzo_, i Lodigiani al _Cappello_ ed al _Falcone_. Fra quei di Bergamo e quei di Milano duravano livori e rappresaglie.--La Pasta e la Taglioni comperavano ville sul lago di Como. Il poeta Ottavio Tasca sposava la Taccani cantante. Il poeta avvocato Bazzoni si annegava nelle acque del Lario; tutti gli anni qualche povero innamorato si gettava dal Duomo.

Alla morte dell'arcivescovo Gaisruk, e poco dopo, alla entrata trionfale del suo successore Romilli, si manifestavano nelle vie i primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana, in una serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo, echeggiarono le prime grida di Viva Pio IX. I dragoni, prorompendo a cavallo nel mezzo della folla, misero in fuga i dimostranti, e un povero fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto sul terreno...

E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacchè mi pare d'aver già adunata materia sufficiente per riempire i due volumi commessimi dall'editore. Certo è che, descrivendo gli avvenimenti in ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone con tratti più larghi, ben altro mi sovverrà alla mente, che qui venne omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non potrà a meno di suggerire dei confronti e di provocare vivaci discussioni fra gli insanabili adoratori del passato e i fanatici dell'èra presente. In poche parole esprimerò l'avviso mio. All'epoca testè descritta, la città di Milano contava i milionarii in maggior numero, ma l'agiatezza era minore assai nelle classi borghesi e nelle masse che vivono d'arte o d'industria. Il patriziato e l'alto commercio sfoggiavano un lusso abbagliante, ma il cilindro obbligatorio del calzolaio, del salumiere, del pittore, del letterato e dell'impiegato, brillava di un lucicore miserevole che ricordava allo sguardo le traccie bavose della lumaca. Il vestito di seta non era sceso alla donna del popolo; e la sartorella sollevando la gonna per trapassare i frequenti rigagnoli, metteva in mostra delle calze e delle sottane più atte a deprimere che a suscitare i salaci istinti di un ammiratore. In letteratura, emergevano delle individualità più distinte, ma la massa del popolo era quattro volte più idiota. C'erano persone serie, che si occupavano di seri studi che pubblicavano seriissimi lavori, ma le crasse maggioranze nè pensavano, nè studiavano, nè leggevano. La musica era in fiore, ma assai meno compresa che oggigiorno: si applaudivano con fanatismo degli insigni capolavori, ma altresì venivano festeggiati degli aborti oggidì intollerabili. Il ceto lavorante spendeva meno per vivere, ma era meno retribuito. Notevolissima, in ogni modo, esemplarissima e degna della massima ammirazione, era a quei tempi la rassegnazione a pagare il testatico, a sopportare i balzelli, a subire i prestiti forzosi, a sopportare i rabuffi e le frustate degl'imperiali regi commissarii di polizia, ed anche la bastonatura dei sergenti croati. In ciò, confessiamolo a grande vergogna nostra, i nostri predecessori, furono sublimi di longanimità e di tolleranza. Gente di buona fede, che odiava la discussione e la polemica irritante. Uomini di sano criterio, positivi e logici in sommo grado, i quali dovevano riconoscere e confessare a sè medesimi che l'Austria era moderatissima, dacchè, potendo, quando buono le paresse, spogliarli di tutto, si teneva paga di prendersi la metà soltanto del loro avere. Come i popoli appariscono ragionevoli e, diremo anche, soddisfatti, quando agli occhi della loro intelligenza insiste, lontana o vicina, la prospettiva della... forca!

LA CORTE DEI NASI

I.

Piperio III, re dei Panami, era un principe saggio e di indole assai mite. I suoi sudditi lo adoravano. Assunto al trono in età giovanissima, egli aveva proclamato ai suoi popoli uno statuto dei più liberali. Gli avventurosi abitatori della Panamia avevano veduto in pochi anni, mercè l'iniziativa del loro principe ben amato, realizzarsi tutte le riforme sociali e umanitarie reclamate dai tempi... e dai ladri.

Piperio III poteva chiamarsi un re felice. Nel territorio a lui soggetto non esisteva che un solo giornale repubblicano il quale osasse talvolta indirizzargli qualche frizzo mordace. Piperio leggeva quel foglio tutte le mattine tra una fumata e una tazza di caffè. L'ottimo principe sorrideva dei lazzi democratici che lo assalivano. Egli si sentiva troppo _integer vitae scelerisque purus_, per irritarsi di ogni baja giornalistica.

Nullameno, l'esistenza serena di questo principe privilegiato tratto tratto era annebbiata da una leggiera nubecola, da un'ombra nera, che poteva essere gravida di procelle. Quest'ombra era projettata da un naso, dal naso stesso del principe. La natura aveva dato a codesto accessorio del volto principesco dei contorni così spiccati, e, diciamolo francamente, delle proporzioni così eccedenti che a vederlo di profilo, quel naso attirava l'attenzione, e poteva provocare dei sorrisi irriverenti. Naso profilato, simmetrico, perfettamente modellato, ma alquanto più lungo dei nasi ordinari. Il principe, vedendolo riflesso dagli specchi, non osava arrestarvi lo sguardo, e sempre in vederlo sentiva una stretta nel cuore, e la sua fronte si increspava di una ruga sinistra.

Ma quelle impressioni di disgusto non erano che lampi fugaci. Piperio era amato dalla generalità, nè giammai gli era accaduto di sorprendere nel volto di alcun suddito il menomo accenno di ironia all'indirizzo del suo naso. Quel principe osservatore, dopo dieci anni di regno, già cominciava a persuadersi che il difetto da lui solo avvertito, non fosse altra cosa che un'ottica menzogna degli specchi.

Ma la provvidenza non opera a caso, _quando crea un grand'uomo od un gran naso_: e aggiungiamo pure quest'altra sentenza infallibile: _Da grandi cause non possono prodursi che grandi effetti_.

Strana potenza della parola stampata! A ridestare nella mente di re Piperio tutti gli allarmi assopiti, bastarono tre parole del giornale repubblicano stampate in corsivo.

Qual'è l'uomo, per poco sia assiduo lettore di giornali, che mai non abbia impallidito e tremato dinanzi ad una frase in corsivo?

Era un bel mattino di maggio. Il re si svegliava da un olimpico sonno. A destra del letto, da una guantiera sfavillante di oro e di gemme, esalavano i profumi di un moca squisitissimo. Dall'altro lato, sovra un bacile d'argento cesellato, stavano schierati dodici grossi zigari del colore dell'ambra.

Il re accese uno zigaro, assorbì voluttuosamente un primo sorso di caffè, poi, sciolta la fascia al giornaletto democratico, tuffò in esso il suo sguardo penetrante e sereno.

Che è stato? Lo zigaro è caduto dalle auguste labbra. La mano convulsiva del principe tenta invano di riprendere la tazza... Se è vero che l'occhio del basilisco abbia potenza di istupidire i riguardanti, direste che il principe abbia appunto, in quella fitta compagine di parole stampate, incontrato lo sguardo del rettile fascinatore. Il primo movimento del principe fu quello di portare la mano al naso; dopo quell'atto, da pallido ch'era, l'augusto volto divenne livido e deforme.

Eppure la frase terribile non era formata che da poche innocenti parole allusive al ministro delle finanze: «_Noi speriamo che la nuova tassa votata dal Parlamento_ non avrà mai, sotto il regno dell'augusto Piperio una seria applicazione; il nostro re ha troppo _buon naso_ per non comprendere l'impopolarità a cui egli stesso andrebbe incontro apponendovi la sua firma. Sì, noi lo ripetiamo, il nostro re _ha troppo buon naso_ per commettere di tali errori!»

Sotto l'impressione di tale lettura, il re suonò il campanello con impeto violento. Il maggiordomo accorse nella stanza, e, vedendo la strana lividezza del volto regale, mandò un grido di all'armi. Il re fece uno sforzo per dominarsi, e, dissimulando, come poteva, il proprio turbamento, domandò al maggiordomo con voce abbastanza pacata: che tempo abbiamo, Battista?

--Bellissimo, maestà.

--Pure non veggo sole... Il cielo mi sembra bujo!

--Al contrario, maestà!... il sole è limpidissimo! una vera giornata di primavera... Se vostra maestà si degnasse di mettere il naso alla finestra...

Quelle parole furono uno zolfanello gettato nella polveriera. Piperio balzò dal letto, staccò dalla muraglia una lunga scimitarra, e la testa del maggiordomo rotolò sul pavimento. Tuttociò era accaduto in un lampo. Il re, dopo quell'impeto d'ira, ricadde sovra una seggiola come istupidito.

II.

Quell'atroce avvenimento rimase per alcun tempo involto di mistero. La giovane regina a cui l'augusto consorte era solito aprirsi interamente, non ebbe la parola di quell'enigma sanguinoso. Il fatto fu in diverse guise commentato alla corte; il popolo mormorò sommessamente, ma ben presto cessò d'occuparsene.

Ciò che più seriamente dava a pensare alla regina, ai ministri, alla corte ed al popolo di Panamia, era lo strano cambiamento sopravvenuto nel carattere e nelle abitudini del principe. Quell'uomo sì mite e manieroso, sì affabile ed espansivo, di giorno in giorno diveniva più tetro e irascibile. Usciva rare volte dal palazzo, e sempre in carrozza coperta, a cortine abbassate. Passava molte ore rinchiuso nel suo gabinetto. Rare volte assisteva al consiglio dei ministri. Ogni qual volta gli accadesse di trovarsi in presenza di estranei, si notava nello sventurato una singolare premura di portare la mano al naso e di tenervela accavallata con una pertinacia inesplicabile. A quella posa insolita della mano, il primo ministro e consigliere intimo di re Piperio annodò, come vedremo, le fila che lo condussero alla scoperta del segreto.

Questo primo ministro e consigliere si chiamava Canella, e dopo la regina, era la persona più influente alla corte. Le sue osservazioni erano quasi sempre infallibili. Egli possedeva il colpo d'occhio che scruta i pensieri e approfondisce i più intimi arcani di un cuore. Un giorno, mentre la regina si doleva fra lacrime e singulti degli strani furori del principe, l'arguto ministro proferì a mezzo labbro tre parole: _questione di naso!_ La regina, come ognun può immaginare, provò una scossa nervosa, e chinò il capo arrossendo.

Il gran Canella non s'ingannava. Per accertarsi, non gli rimaneva che tentare una prova sull'animo del re. Egli non pose tempo di mezzo. Un'ora dopo, il ministro ed il re si trovavano di fronte.

--Maestà! disse il ministro con accento risoluto; io son venuto a rassegnarvi le mie dimissioni...

--Io spero, mio ottimo Canella, che tu vorrai palesarmi le ragioni che ti spingono ad abbandonare il tuo sovrano in questo grave momento.

--Maestà! io vi ho sempre parlato colla massima franchezza, ed è quello che farò anche nell'ora di separarmi per sempre da voi... Da qualche tempo, vostra maestà è di un umore insopportabile. Per ogni nonnulla (e qui il ministro fissò nel volto reale una occhiata incisiva come un trapano), per ogni nonnulla vi sale la mosca al _naso_...

--Sciagurato! gridò il re balzando dalla seggiola e portando la mano al pugnale...

Ma il ministro non gli diè tempo di tradurre in atto quell'impeto di collera, e, facendosi barricata di una sedia a bracciuoli, gridò a sua volta con voce di tuono: «O re, la tua ira mi ha tutto rivelato... Il mio sospetto è omai certezza... Poichè non si tratta che di una questione di naso, io ritiro le mie dimissioni».

Il re ed il ministro stettero alcun tempo immobili, guardandosi in silenzio. Il principe si sentì soggiogato. I suoi occhi si gonfiarono. Egli ricadde in sulla seggiola singhiozzando e ripetendo con accento convulso: «è vero: questione di naso!... questione di naso!»

L'arguto Canella non proferì che queste parole: «due soluzioni possibili; o tagliare... o incrociare!...»

III.

Le case dei regnanti hanno le muraglie di vetro.

Tutte le precauzioni imaginate dal gran ministro di re Piperio perchè quel segreto di... naso non uscisse dalla corte, tornarono infruttuose. Di là a poche settimane, non vi era principe d'Asia il quale non ne fosse informato.

--Voglio vedere questo naso!--esclamò il Re di Citrulia, appena letto il dispaccio del suo ambasciatore. E così parlando trasmise il foglio al suo primo ministro.

Il dispaccio era così concepito:

«Sire!

«Finalmente ci venne dato scoprire e siamo in grado di comunicare alla maestà vostra l'origine e la causa persistente della grave perturbazione di spirito avvenuta da pochi mesi nel re dei Panami. Questa perturbazione, che potrebbe o tosto o tardi dar luogo a seriissime complicazioni politiche e produrre delle inaspettate tensioni nei rapporti dei diversi stati dell'Asia e dell'universo, ripete la sua ragione dal... naso del re. Salvo dunque il rispetto che io debbo ad una sacra e reale maestà, io mi tengo in obbligo d'informare il mio augusto sovrano e signore che il suddetto naso di re Piperio, per quali cause si ignora, ha preso in sul cadere dello scorso anno uno sviluppo così straordinario, da produrre il più vivo allarme nell'intero corpo diplomatico qui residente. L'altra sera, alla festa da ballo della baronessa Golasecca, ho inteso colle due mie orecchie l'ambasciatore di Noce Moscata esternare a tale soggetto delle opinioni molto avventate. Per mia parte non credo arrischiar troppo asserendo che quel naso è gravido di avvenimenti. Non tacerò alla maestà vostra che io non ho mancato, com'era debito mio, di ideare i più ingegnosi stratagemmi per avere accesso al sovrano onde verificare co' miei propri occhi il singolare fenomeno. Tutte le mie pratiche riuscirono fino ad ora infruttuose. Il cameriere intimo del re, corrotto dal mio oro, mi assicurava l'altro ieri che il naso del suo augusto signore già sorpassa i due metri di lunghezza. Spero fra pochi giorni con nuovo sacrifizio di denaro, aver in mano la misura precisa, e in tal caso non mancherò di spedirla alla maestà vostra aggiungendo quelle altre informazioni di dettaglio, che naturalmente debbono interessarla. Profitto dell'incidente per insistere presso vostra maestà acciò si degni accordarmi un piccolo aumento di fondi segreti--mi pare che le circostanze lo esigano. Qualora tanto ottenessi dalla vostra grazia sovrana, io confido di indurre al più presto il già menzionato corruttibile cameriere a rilevare con cera o con gesso i contorni di questo naso eccezionale, che forse è già prossimo a partorire... qualche cosa di inaspettato».

»Accolga la maestà vostra, ecc., ecc., ecc.».

--Decisamente voglio veder questo naso! ripetè il re di Citrulia--fra due giorni noi ci metteremo in viaggio. Tutta la corte mi seguirà... Sarà la gita di piacere che tante volte ho promessa alla regina, ai ministri, ai generali, ai miei più affezionati. Vi prometto che rideremo! Voglio ben vedere le smorfie che vorrà fare il mio augusto cugino allorquando sarà costretto a sfoderare la sua proboscide al cospetto di tutta la mia corte!... Presto! Gli si annunzi la nostra prossima visita!... Ah! vorrei essere nel suo gabinetto quando riceverà il telegramma!... C'è a scommettere che il suo naso si allunga di due spanne!...

Di tal guisa parlando, il re di Citrulia si era lasciato cadere sui cuscini del trono, e rideva grossamente colle guancie e col ventre.

--Mi perdoni la maestà vostra--osservò timidamente il ministro--ma a me corre obbligo di ricordare che un tale viaggio verrà a costare una diecina di milioni, e mi pare che... nelle attuali strettezze della Citrulia...

--I Citrulli hanno sempre pagato e pagheranno! interruppe il principe di mal garbo:--non annoiarmi colle tue economie; affrettati a dar gli ordini pel viaggio, e guai se aggiungi parola!

Il ministro fece un inchino fino a terra e si allontanò mormorando: «degno re dei Citrulli!»

IV.

Per poco che uno abbia delle nozioni mediocremente esatte in fatto di geografia, non può ignorare quale immensa distanza di mare separi la Citrulia dalle floride e popolose provincie della Panamia.--I più celeri battelli a vapore, sotto le più favorevoli condizioni atmosferiche, non impiegano in quel lungo tragitto meno di quattro mesi. Il re e la regina dei Citrulli si posero in viaggio col loro seguito al principiare dell'aprile. Al momento del loro imbarco, il telegrafo sottomarino trasmetteva a Piperio un dispaccio, che doveva produrre sull'animo di quel nasutissimo fra i monarchi l'effetto di un colpo di fulmine.

--Guardie! soldati! gridava tutta voce il disperato principe, percorrendo le sale del palazzo--non vi è dunque fra voi un uomo di cuore che mi salvi da tanta vergogna?... Il re dei Citrulli si avanza... non udite quelle voci di scherno? Che tardate? Sguainate le spade! Eccovi il naso ignudo!... ferite!... tagliate questo oggetto di scandalo e di abbominio... Tagliate, vi dico, o che io...

E già quattro o cinque soldati avevano snudate le daghe, e stavano per lanciarsi all'assalto dell'augusta proboscide, quando un personaggio ben noto alla corte, voglio dire il ministro Canella, intervenne in buon punto ad impedire il nasicidio.

--Sire! gridò il ministro, interponendo la sua tunica fra le daghe dei soldati e la punta del naso regale--io vi ho pur detto che nel caso vostro non si presentavano che due soluzioni possibili: _o tagliare... o incrociare_.--La regina e tutte le persone a voi più affezionate propendono all'_incrociamento_ piuttosto che al _taglio_--dunque... _incrociamo_!

Chi vuol farsi ascoltare, procuri di non farsi capire--il sistema è altrettanto facile che sicuro; e l'astuto Canella n'ebbe una prova luminosa in quel solenne momento.

Il re, dopo breve silenzio e coll'aria di chi tutto comprende, si volse al Ministro,--Ebbene? Quali effetti speri tu ottenere da codesto _incrociamento_?... Il re di Citrulia si avanza... Con quali intenzioni egli muove a visitarmi tu lo sai... tutti lo sanno...

--Sire! interruppe il Ministro--prima che io vi riveli il mio stratagemma, è necessario che voi rispondiate ad una mia domanda un po' ardita...

--Parla!... ti autorizzo...

--Sapete voi dirmi esattamente quale risulti la lunghezza del vostro augustissimo naso, misurandolo colla mano dalla radice alla punta?

--Mezzo palmo nè più nè meno--rispose l'infelice monarca abbassando gli occhi e arrossendo come una fanciulla al confessionale.

--Ebbene, rispose il ministro con accento di trionfo.--col mio sistema di _incrociamento_ noi otterremo che, al solo vedervi, il re, la regina di Citrulia e tutte le persone del loro seguito rimangano con un _palmo di naso_.

--Un palmo!... Ah!... se ciò avvenisse... ti giuro, mio ottimo Canella, che io creerò per te un nuovo ordine equestre...

Ma il re non ebbe tempo di compiere la frase, perocchè il ministro, che aveva preparato il suo gran colpo di effetto, fece alzare le cortine di seta che dividevano la sala dal vestibolo--e uno strano spettacolo si presentò agli sguardi del principe.

Erano uomini? Erano rinoceronti? Erano elefanti? Ciò di cui nessuno avrebbe potuto dubitare gli è che fossero nasi.--Quando il ministro Canella gli ebbe fatti avanzare, allora soltanto il re Piperio fu in grado di accertarsi ch'erano propriamente individui della specie umana.