In chiave di baritono

Part 5

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E nell'alternarsi di questi punti ammirativi, i miei ospiti si davan premura di riempirmi il bicchiere. Coloro s'eran messa in capo l'idea d'ubbriacarmi. Vinto il marito, pensavano essi, sarà men difficile la presa della moglie. Ma io non era un marito, e i furbacchioni fallirono completamente. Da quanto mi accadde quel giorno, ho dovuto convincermi che l'avere una bella moglie non è poca fortuna in certe occasioni. Se l'Ascolana non era meco, avrebbero forse gli uffiziali francesi pensato ad offrirmi quell'eccellente colazione? Infatti, gli altri prigionieri erano rimasti di fuori, agglomerati come caproni sotto la vampa del sole cocente, a divorare cogli occhi i giamboni e gli altri commestibili che poco dianzi essi aveano recato alle bocche nemiche. Al mio povero postiglione era toccata l'ugual sorte. Io mi sovvenni di lui: lo ricordai all'Ascolana, e questa pregò gli uffiziali di inviargli qualche cibo. È inutile ch'io vi dica con quanta sollecitudine fu risposto al voto della bellissima donna. Tutti quanti balzarono in piedi, e recandosi in mano le scodelle, i piatti, i bicchieri, corsero ad offrire al postiglione una colazione lautissima. Quel povero ragazzo, vedendosi onorato in siffatta guisa, non capiva più in sè dalla gioia; prese i piatti, le scodelle, i fiaschetti; li adagiò sotto un albero, e mangiò come forse mai gli era accaduto nella vita.

Era già il mezzogiorno, quando da Monte Mario venne improvvisamente un ordine ai soldati di abbandonare quelle posizioni per ricongiungersi al grosso dell'esercito. Tutti i prigionieri furono schierati, distribuiti in drappelli e passati in rivista. Grazie alla buona opinione che s'ha di noi Italiani al di là delle Alpi, que' malcapitati carrettieri furono frugati e manomessi dal capo al piede. Il postiglione fu obbligato a levarsi anche gli stivali. I terribili perlustratori che con una indecenza poco francese avean eseguito l'uffizio crudele, non avendo trovata arma alcuna, si guardarono in viso meravigliati, esclamando colla miglior buona fede del mondo: «Costoro non sono Italiani!»

Grazie all'Ascolana, mi fu risparmiato quel barbaro affronto. Gli uffiziali ne offersero un posto sui carriaggi, e vi salirono con noi. L'Ascolana fu posta a sedere sopra un gran padiglione di verzura improvvisato alla meglio dagli zappatori, i quali a tal uopo avevano atterrati quattro o cinque alberetti, e li aveano disposti sul carro intrecciando ai rami qualche fiore dei campi.

Il capitano tuonò il comando della marcia, e tutti quanti partimmo alla volta di Monte Mario.

Il luogo dove fummo fatti prigionieri, secondo mi venne riferito dal postiglione e dagli altri compagni di sventura, denominavasi la _Tomba di Nerone_.

CAPITOLO XI.

_Un pranzo a Monte Mario._

Dopo un'ora di marcia, giungemmo alla sommità di Monte Mario, ove accampava un grosso distaccamento di truppe, sotto il comando del generale Souvant.

Entrammo in un magnifico palazzo. Il generale non tardò a comparire. Girò gli occhi intorno, passando ad uno ad uno in rassegna quei numerosi prigionieri; poi voltosi a me e all'Ascolana, che in disparte meditavamo qualche ingegnoso stratagemma per uscire dalle mani nemiche; signori, ci disse, io non posso permettere che voi restiate con tanto disagio fra questa canagl.... cioè.... voleva dire... fra questa brava gente. Noi siamo troppo galanti per dimenticare i riguardi dovuti ad una bella e giovane signora, dalle fibre delicate. Io vi offro il mio braccio, o nobile e maestosa progenie delle Cornelie e delle Lucrezie! Compiacetemi di seguirmi nell'altra sala in compagnia del vostro signor marito!--Così parlando, il generale, con una galanteria irresistibile, si impadronì della donna e con lei si diresse nell'interno del palazzo, dopo avermi accennato di seguirlo.--I soldati francesi, vedendomi attraversare il porticato nelle umilianti apparenze di un marito vittima, ridevano sotto i baffi e portavano le mani alla fronte facendo un gesto molto pittoresco.

Il generale ci condusse in una magnifica stanza al piano superiore, dove trovammo un letto eccellente.--«Riposatevi fino all'ora del pranzo, disse egli con amabile cortesia; verso le cinque vi faremo chiamare; spero non rifiuterete di pranzare alla nostra tavola, dove il mio stato maggiore vi farà allegra corona.... Convien adattarsi alle circostanze... Siamo sul campo di battaglia, e i nostri cuochi qualche volta sono distratti dalle bombe... Però le nostre cantine sono ben fornite... I preti ci mandano da Roma dell'eccellente Champagne, che il migliore non si potrebbe avere a Parigi. Il Champagne e l'Orvieto strinsero alleanza nelle nostre cantine... Ciò mi è di buon augurio per le future relazioni tra l'Italia e la Francia... Io spero che un giorno le due nazioni si stringeranno la mano, come io ve la stringo di cuore sin da questo momento.»

Il generale voleva ad ogni costo mettersi nelle buone grazie... dell'Ascolana--e frattanto, egli ci aveva fornito la stanza ed il letto,--dove, in un momento di esaltazione ingovernabile, per noi si compì finalmente quella parte del rito coniugale, che è reputata la più dilettevole.

Tiriamo un velo su quella scena. E d'altronde le sono istorie troppo comuni--tutti gli animali della creazione passano per quella via. Si potrebbe discutere sulla maggiore o minore colpabilità dell'Ascolana: ma la mia questione di teologia morale fornirebbe un episodio troppo noioso.

--L'Ascolana non è meno virtuosa, non è meno pura innanzi al tribunale della mia ragione, e del mio cuore.--Ella ha ceduto ad uno di quei casi di _forza maggiore_, che ponno riguardarsi una clausola eccezionale anche nei contratti di fedeltà, stipulati col matrimonio.--Eravamo stanchi, abbrustoliti dal sole, in uno stato di esaltazione indescrivibile. Nella stanza non c'era che un solo letto--un letto molto comodo--ombreggiato da folte cortine...--angusto--colle sponde rilevate, formanti un declivio...

Eppure ci eravamo coricati coi più onesti propositi. L'Ascolana aveva fatto il segno della croce.... io aveva recitato una giaculatoria...

Alle cinque ore, un'uffiziale entrò nella camera, per invitarci a discendere. Fummo condotti nella sala da pranzo. Alla Ascolana era riserbato il posto d'onore fra il generale ed il suo aiutante maggiore,--io fui relegato,--come era da prevedersi--all'estremo confine della tavola.

Il desinare fu servito lautamente; v'era copia di vivande squisite, dilicati vini, frutta, confetti, ogni ben di Dio. Al principiare del pranzo si parlava, poi si venne alle grida; all'ultimo, sturate le bottiglie dello Champagne, la sala divenne una babele di schiamazzi.

Quattro importanti questioni, di genere affatto opposto, alimentavano la impetuosa loquacità dei commensali.--Musica, guerra, politica e gastronomia!

Io mi ero prefisso di secondare in ogni cosa i miei ospiti. Cionullameno, verso la fine del pranzo, le incredibili enormità e i nuovi spropositi che circolavano per la sala, e sopratutto la sprezzante albagia di un ufficiale nel disconoscere lo scopo e la giustizia della nostra rivoluzione, mi inagrirono il sangue. Tutti i calcoli della prudenza furono in un punto soffocati da un impeto di bile. L'amor di patria e lo Champagne infiammarono la mia eloquenza--io presi a difendere la rivoluzione con tutta la vigoria delle mie note cantonali; sicchè in breve pervenni a dominare l'assemblea. L'Ascolana mi incoraggiava col baleno degli occhi e colla intercessione di una gentile parola, ogniqualvolta gli irritabili uditori accennavano di prender fuoco.

La discussione prese forma di una grande _aria da baritono con accompagnamento di coro_.

Permetti, lettore che io ne trascriva le parole, onde tu possa di tua fantasia applicarle la musica.

CAPITOLO XII.

_Fra due repubbliche._

(Grande aria per baritono con accompagnamento di coro).

_Baritono._ Vi ho detto fin da principio ch'io sono un primo baritono assoluto; ma poichè vi ostinate a credermi un repubblicano, lasciamo correre l'ipotesi, o piuttosto fissiamola come punto di partenza. Alla mia volta, o signori, permettete che io vi chiegga qual parte siate venuti a rappresentare voi sotto le mura di Roma.

_Coro._ Noi siamo soldati della repubblica francese!

_Bar._ Alla buon'ora! Dunque, se io fossi soldato della repubblica romana, noi ci troveremmo su due campi avversarii a combattere per lo stesso principio. In verità che le mie idee si confondono. Come si spiegano questi rapporti contradditorii fra due popoli, che dovrebbero chiamarsi fratelli nel vincolo di una identica costituzione, e invece si azzuffano accanitamente per..?

_Coro._ Per ristabilire l'ordine pubblico.

--Per liberare i romani dall'oppressione straniera...

--Per proteggere il papa contro gli attacchi di pochi rivoluzionarii.

--Per difendere la religione cattolica, apostolica...

_Bar._ Basta, signori; ho capito. Per tal modo voi venite a dichiarare che repubblica è sinonimo di disordine, che gli Italiani debbono considerarsi come stranieri in casa propria; che il papa è tanto screditato ed impotente, da non poter resistere da solo contro gli attacchi di pochi faziosi; che la religione cattolica apostolica, ecc., ecc., ha cessato di essere una forza morale, ed ha bisogno, per sorreggersi, delle vostre baionette. Quanto alla prima questione, mi permetterete di farvi osservare che l'idea di costituirci in repubblica è una conseguenza dell'esempio che voi ci avete dato. Non credevamo che una forma di governo, conquistata da voi con tante rivoluzioni e tanto sangue, trapiantandosi da Parigi a Roma, divenisse sinonimo di disordine e di anarchia. Aggiungerò--vedete come è ingenua la logica degli Italiani!--che la repubblica di Roma faceva assegnamento sul vostro appoggio morale e materiale--e in caso di coalizione europea, non contava che un solo alleato possibile, la Francia repubblicana.

_Coro._ _Tiens! tiens!_...

--_C'est drôle!_

--_C'est bête!_

_Bar._ Voi dite che Roma è violentata dagli stranieri...

_Coro._ _Oui! des lombards! des toscans! des piemontais! des vénitiens!_

_Bar._ Voi mi confondete, signori.--Se i lombardi, i toscani ed i veneti, in Roma debbono considerarsi come stranieri, voi avete mille ragioni di prendere il loro posto, ed io sto per credere che i veri Italiani... siate voi... Ma non perdiamoci a cavillare sopra una questione che potrebbe risolversi colla carta geografica. Qualcuno di voi, a giustificare l'intervento, vuol farmi credere ch'esso abbia per iscopo di proteggere il papa contro la rivoluzione... Ma, in nome di S. Pietro apostolo! che altro è mai questa nostra rivoluzione se non la risposta di tutti gli Italiani all'appello del pontefice, la conseguenza diretta ed immediata della splendida iniziativa presa da Pio IX?--I Lombardi insorsero contro l'Austriaco ed eressero le barricate al grido di viva Pio IX! Questo grido fu scritto sulle nostre bandiere, questo grido fu ripetuto dal nostro esercito sui campi di Goito e di Somma Campagna.--Concorrendo alla terribile crociata contro i suoi mille tiranni, l'Italia, più che una rivoluzione, compi un atto di fede cristiana. Chi ha mancato? chi ha tradito? qual fu il primo disertore nel momento della lotta?--Quegli stesso, che l'aveva iniziata, e benedetta nel nome di Dio. Perchè il Capo ci fornì l'esempio nefando, vorrete voi condannarci di non aver disertato in massa?... Questi soldati, questi Italiani, che voi perseguitate, che voi venite a snidare dall'ultimo asilo della libertà, non d'altro sono colpevoli fuorchè della loro troppa fede in Pio IX. Perdonate, signori uffiziali, s'io vi parlo con qualche vivacità. Ma io mi trovo in tal posizione, da cui la balordaggine umana mi apparisce tanto deforme che quasi mi vergogno di appartenere alla specie. A che giovano le lezioni della istoria, a che giovano i progressi della libertà, quando ad ogni tratto vediamo trionfare l'assurdo, e la follia distruggere in pochi mesi il progresso di un secolo?... La repubblica!... L'ideale del migliore dei governi, che ha per epigrafe: libertà, uguaglianza e fratellanza.--Non è questa la nostra insegna?... Pure, le due repubbliche si guardano in cagnesco... La libertà dell'una osteggia la libertà dell'altra--si accusano--vengono alle mani,--da ambo le parti si prodiga il sangue--e intanto, fra queste due repubbliche che si sgozzano, un prete ed un croato, seduti ad una tavola grassamente imbandita, aspettano tranquillamente l'ora di riprendere lo scettro del mondo.--Io concludo: se è vero che voi siate repubblicani, la repubblica non è altro per voi che una formola di transazione per ricondurre i popoli, da un governo moderatamente liberale, all'assolutismo più dispotico.

Il generale Sauvant non pose tempo in mezzo; diede alcuni ordini al Còrso, il quale, rientrato pochi minuti dopo nella sala, disse ad alta voce: la vettura è pronta!

Allora il generale, voltosi gentilmente all'Ascolana:--Signora, le disse, noi siamo ben lieti di usare a vostro pro del dritto di grazia a noi concesso. Fra un'ora sarete in Roma, a fianco di vostro marito--voi potete partire all'istante.

Tutti ci levammo in piedi per farle cortegio infino alla vettura. Ella era pallida in volto, e a stento camminava, e non profferiva parola. Io l'aiutai a salire in vettura; e stringendole la mano, le sussurrai all'orecchio alcune frasi sconnesse che mal traducevano i tanti e variati sentimenti che in quel punto mi cozzavano nel cuore.

«Addio, bella Italiana, dissero gli uffiziali. Fra due giorni ci rivedremo.... Dite a que' bravi Romani che fra due giorni verremo a far colazione anche noi al _caffè delle belle arti_, e a fumare uno zigaro sulla Piazza del Popolo.»

La vettura si mosse, e scendendo pel ripido pendìo, scomparve ben tosto dai nostri sguardi.

Io cercava dissimulare il profondo cordoglio di quella improvvisa separazione. Dissi dunque agli uffiziali:

--A quanto pare, voi contate d'esser fra due giorni padroni di Roma?

--È colpo sicuro!...

--Per qual porta entrerete?

--I Francesi non entrano mai per le porte...

--Al diavolo i rodomonti! sclamai in buon italiano, per dar sfogo alla rabbia che mi strozzava.

--Che avete detto?

--Ho detto che son rimasto senza moglie... e che ora i buoni pranzi sono finiti!

Di tal modo finì la mia grande aria. Ma il coro che si era intercalato al recitativo e alle prime battute dell'adagio, non concorse all'effetto delle cadenze.--Qualcuno degli uffiziali, con un cenno leggiero della testa, mostrò di arrendersi al mio ragionamento--altri si scambiarono furtivamente delle occhiate d'approvazione--finalmente, i più avversi alla logica, risposero con una crollatina di spalle, che mi fece inorgoglire. Erano convinti, ma non osavano confessarlo.

Fu breve silenzio nella sala. La bella Ascolana, per distrarre le menti da una questione, che avea messo i miei ospiti in tanto imbarazzo, si volse con amabili accenti al generale per chiedergli qual sorte fosse a noi destinata.

La risposta del generale, come ognuno può immaginare, mi interessava grandemente.

CAPITOLO XIII.

_I buoni pranzi finiscono._

--In poche parole vi metto al chiaro della situazione, prese a dire il Sauvant.--Voi siete prigionieri di guerra, e come tali io debbo inviarvi al quartiere generale, ove, dopo breve esame, sarete giudicati. Da questa misura sono eccettuate le donne, quelle almeno che non si lasciano prendere colle armi alla mano. Per esse noi abbiamo il diritto di grazia, e ben volontieri ne useremo a vostro vantaggio, amabilissima signora, se non foste vincolata ad un uomo, che voi senza dubbio vorrete seguire giusta il precetto cristiano: la donna seguirà il marito, ecc., ecc., con quel che segue.

--E in qual modo esercitate voi il diritto di grazia verso le persone del mio sesso? domandò l'Ascolana con volto radiante.

--Rimettendole sul loro cammino, od anco facendole scortare da gente fidata fino alle porte di Roma.

--Se ciò è, voi potete da questo momento esercitare il vostro diritto di grazia verso questa donna, diss'io al generale.

--Che! separarvi dalla moglie! sclamarono i commensali.--_C'est drôle! c'est incroyable!_

--Signori, cessate dal far le meraviglie. Questa donna ch'io vi ho presentato per mia moglie, allo scopo di guarentirle il rispetto ed il decoro, non è che una mia compagna di viaggio, colla quale mi incontrai per caso in un paesello delle Marche. Essa altro non brama fuorchè di por piede entro le mura di Roma, per abbracciare il suo vero marito, dal quale fu per lunga pezza disgiunta.

Qui mi fu d'uopo narrare dettagliatamente l'istoria del mio incontro coll'Ascolana a Grottamare, l'intendimento del viaggio, e tutto insomma dall'_a_ alla _zeta_ quanto ci era accaduto.

Storia di Milano dal 1836 al 1848.

STORIA DI MILANO dal 1836 al 1848

Sotto l'oppressura di una indigestione solennemente cattolica, io mi accingo ad un lavoro altrettanto grave che proficuo; a scrivere la Storia di Milano dall'anno 1836 al 1848. Voi tosto comprenderete che io scrivo dietro incarico di un editore, al quale preme, se non mi inganno, di aggiungere due nuovi volumi alle opere del Verri e del De-Magri, oggimai screditate completamente. Conviene adunque, che io raccolga i pensieri a capitolo--l'impresa è molto arrischiata, ma io solo conosco l'alta mercede che mi attende.

Raduniamo i materiali. Io detesto gli sgobboni che fabbricano la Storia sui libri altrui, sulle testimonianze poco attendibili dei giornali e sulle postume adulazioni delle medaglie e dei marmi sepolcrali.--D'altronde, non l'ho io veduta coi miei propri occhi la Storia di Milano dal 1836 al 1848?--Questa riflessione mi fa incanutire venti peli della barba, ma in ogni modo mi conforta e mi infonde lena al lavoro.

Aduniamo le nostre reminiscenze--senza ordine--senza legge--come vengono.--Cosa era Milano dal 1836 al 1848?--O piuttosto: qual era Milano?--A tale interpellanza, mi si affaccia il caos... Dodici anni mi si affollano intorno, urtandosi, sospingendosi, assordandomi l'orecchio di grida diverse. L'immortale questurino di Siviglia non si trovò a peggior condizione della mia, allorquando salì in casa di don Bartolo per rimettervi l'ordine.

Se non m'inganno, fu nell'anno 1838 che S.M. Apostolica l'imperatore Ferdinando d'Austria venne a Milano per farsi incoronare Re d'Italia. A quell'epoca, per ricordare l'augusto, si diceva generalmente; il _nostro imperatore_, taluni, più ingenui: il _nostro buon imperatore_.--Molti nobili lombardi si recavano ad onore di vestire la divisa di uffiziali tedeschi... C'erano, all'entrata di S.M., delle guardie italiane sfolgoranti d'oro e di perle;.. una meraviglia di splendore, di pompa, di beatitudine generale. Non ricordo se il cholera ci abbia fatto la sua prima visita, innanzi, o dopo l'incoronazione di Ferdinando. Il perfido morbo si diè a conoscere verso quell'epoca, ed anche allora si rinnovarono scene atroci e balorde, non molto dissimili da quelle che il Manzoni descrisse nel suo sublime romanzo. Il popolaccio è sempre uguale in ogni tempo--è sempre la gran bestia.

Di politica nessuno fiatava.--Le contrade erano illuminate da lampade ad olio, e i riverberi delle fiamme acciecavano affatto il passeggiero.--I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza e i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non sentivano di muschio. La cattedrale, ammirata dagli stranieri, serviva da pisciatoio ai più civilizzati, i quali, per maggior vilipendio dell'edificio, erano in buon numero.--La città si svegliava verso le undici del mattino; i veri _lions_ non apparivano in pubblico che alla una dopo mezzodì.--Si incontravano al Corso dei giovanotti di sedici ed anco di diciotto anni, vestiti colla giacchettina corta, profilata alle natiche, accompagnati dal tutore o dal pedagogo, il quale ordinariamente era prete. Il cappello a cilindro torreggiava sulla testa degli eleganti a porta Renza ed ai pubblici giardini; ma c'era pericolo ad affrontare, con quel simbolo in testa, i terraggi di porta Ticinese e i rioni di porta Comasina.--Quando al Corso passavano in cocchio l'arcivescovo o il vicerè, non c'era alcuno che non levasse il cappello. L'arcivescovo era tedesco e si chiamava Carlo Gaetano conte di Gaisruk; il vicerè si firmava Rainieri. Nel 1840, i figli di quest'ultimo, due figuri lunghi e rasi sotto la nuca, venivano salutati al corso con qualche affettazione di rispetto e berteggiati dietro le spalle a voce bassa.--Gli uffiziali austriaci portavano l'abito borghese.--Il governatore, il conte Pachta, il Torresani, il Bolza, godevano di una autorità illimitata.--C'era un casino di Nobili e un casino di Negozianti, rivaleggianti di supremazia.

L'aristocrazia e il commercio si guardavano biecamente. I giovanotti di _buon genere_ si ubbriacavano di Porto o di Madera, e da ultimo si suicidavano coll'absinzio. Questa atroce bevanda si introdusse a Milano verso il 1840.--La moda dei mustacchi e della barba completa incontrava degli oppositori pertinaci e accaniti. Molti padri di famiglia tenevano il broncio ai figliuoli od ai nipoti per una leggiera insubordinazione di peli. Due fratelli Clerici rappresentavano le più belle e più complete barbe di Milano. I vecchi, gl'impiegati, e in generale, tutti i così detti uomini seri, si radevano scrupolosamente dal naso al gozzo. Gli studenti che portassero barba o mustacchi rischiavano compromettere il loro avvenire; ordinariamente venivano rinviati dall'esame, od anche eliminati dalla scuola.

Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori di quello rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione della ferrovia fra Monza e Milano fu un avvenimento colossale, che parve prodigio. Si udivano dei vecchi esclamare: Ora che ho veduto questa meraviglia, sono contento di morire! e parecchi morirono infatti. L'apertura del caffè Gnocchi in Galleria De Cristoforis inspirava due lunghi articoli alla _Gazzetta di Milano_; quasi altrettanto rumore levò l'apertura del caffè dei _Servi_, e più tardi l'inaugurazione della bottiglieria di San Carlo.

I _Cafè-restaurants_ non esistevano prima del 1840--nel 1847 si contavano sulle dita. La colazione di lusso consisteva in un _caffè_ e _panera_, con due _chiffer_ o pannini alla francese.--Questa lauta colazione costava otto soldi di Milano. Non era permesso fumare in alcun luogo pubblico, e, innanzi al 1844, erano guardati di mal occhio e tacciati di malcreanza i pochi scioperati che osavano inoltrarsi, collo zigaro in bocca, sui bastioni di porta Renza, o dentro i pubblici giardini durante il trattenimento della banda. Le signore, all'appressarsi di uno zigaro, fingevano il deliquio: alla vista di una pipa inorridivano del pari il gracile e il forte sesso.

In materia culinaria, l'istinto pubblico tendeva al grasso e al pesante.

Gli Ambrosiani non avevano ancora degenerato al punto da proscrivere il _cervelaa_ dal risotto. Il buon vino, il vino corroborante e stomatico doveva innanzi tutto essere un liquido opaco. Si mangiava eccessivamente ad ogni ricorrenza di solennità ecclesiastica; nel resto dell'anno una parte del popolo digiunava per compenso. Questo popolo non aveva giornali, nè libri--la sua letteratura erano le _bosinate_--la sua politica si riassumeva nel motto: _Viva nûn_ e _porchi i sciori!_--Porta Comasina e porta Ticinese si detestavano; esistevano, dentro i bastioni, antagonismi feroci, come fuori, tra villaggio e villaggio. A porta Ticinese, verso l'imbrunire, una persona civilmente vestita rischiava la fine di santo Stefano.

La _Gazzetta di Milano_, il solo foglio che trattasse estesamente la politica, usciva in formato modestissimo; il suo primo articolo verteva ordinariamente sulle questioni della China. Al compleanno ed al giorno onomastico di S.M. l'imperatore d'Austria, il foglio usciva stampato a caratteri d'oro e tutto ornato di rabeschi. In quelle ricorrenze, la _boemia_ dei poetastri gracidava dalla _Gazzetta_ i suoi inni pindarici. I poeti e i letterati, meno qualche eccezione, passavano per spie.