Part 4
Era un antico carbonaro, il quale avea passati quindici anni nella fortezza di Civitacastellana, per espiare il delitto di aver appartenuto alla setta. I preti lo avevano crudelmente perseguitato fin da fanciullo, e la condanna profferita contro lui nel tenebroso Consiglio della Inquisizione, e la immeritata, lunga, angosciosa prigionia aveano maturato in quell'anima di ferro un odio profondo e un indomabile desiderio di vendetta. Uscito dalla fortezza, in seguito all'amnistia del _costituzionale_ Pio IX, era tornato a Camerino per rivedere la famiglia--una moglie, e due figlie, di cui non avea più udito parlare. Il povero carbonaro, mettendo piede nel paese nativo, seppe che la sua vedovanza datava da parecchi anni. La moglie era ita a Roma per supplicare la clemenza di Gregoriaccio a pro della famiglia infelice. E frattanto un cardinale del paese, che l'avea consigliata a quel passo, si era fatto _pagare la mediazione_ dalle due figlie, in moneta molto abusiva.--La povera madre, riportò da Roma la terribile convinzione che i preti, quanto facili ad accordare indulgenza ai morti mediante retribuzione di pochi baiocchi, altrettanto rigidi e crudeli rifiutano il perdono ai vivi, quand'anche per essi interceda un sentimento di umanità e di giustizia.
Rientrò nel tetto domestico coll'angoscia disperata--e sulla soglia trovò la più grande delle sventure: il disonore.--Il cardinale aveva operato misteriosamente, con tutta l'arte e la diplomazia di un corruttore tonsurato, ma le due giovanette non potevano dissimulare più a lungo le naturali conseguenze del fatto. Il paese mormorava--gli amici del condannato imprecavano sommessamente--le povere figliuole, non osando più mostrarsi in pubblico, si struggevano in lacrime, presso il letticciuolo della madre, che nei delirii dell'agonia, imprecava al Pontefice. Quando la buona donna mandò l'ultimo sospiro e l'ultimo anatema contro i sicarii della sua famiglia, le orfanelle ricorsero al cardinale, e annunziandogli per iscritto il luttuoso avvenimento, gli chiesero misericordia.--Il cardinale ricevette la supplica, dinanzi ad una magnifica zuppiera colma di riso alle quaglie. Lesse, crollò il capo, trasmesse il foglio al segretario, dicendogli con aria indifferente: vedete di mandare a queste due disgraziate qualche baiocco sulla cassetta particolare... di S. Giuseppe. E inforcata una quaglia, e levatala all'altezza del naso: quest'anno, soggiunse, sono men grasse che l'anno passato!... Bisogna migliorare la pastura, signor segretario. Quel briccone di Petronio avrà risparmiato la _pannera_.--Le figlie del condannato, due mesi dopo scomparvero da Camerino, e più nessuno ne udì parlare.
Allorquando il vecchio carbonaro seppe da' suoi compaesani la orribile istoria, mandò un ruggito, e afferrato un coltello, corse alla Chiesa per scannare il primo prete che gli si parasse dinanzi. Un amico, un correligionario di carboneria lo trattenne.--L'ora della vendetta non è ancora suonata; fra breve, non uno, ma tutti!--E il vecchio prigioniero di Civitacastellana raffrenò gli impeti della vendetta, nel desiderio di una vendetta più universale e più terribile. Si chiuse nella casa deserta, e sulla pietra del vecchio focolare aguzzò la lama del _coltellaccio_; e all'indomani venne in campo santo, per _ripulire_ l'acciajo sulla croce della povera moglie.--Quindi incamminossi a piedi fino a Bologna, onde tener d'occhio una _cattiva bestia_, ch'egli voleva _accarezzare d'un colpo_ al primo squillo della rivoluzione. Ma la _bestia_, quand'egli giunse, si era già nascosta in un covo--e quindi gli fu mestieri attendere e andarla a cercare in altri luoghi.--Il vecchio carbonaro, nel raccontarci questa lugubre istoria, si animava di un ardore feroce, e i suoi piccoli occhi bigi parevano carboni infuocati.--La _cattiva bestia_ era sfuggita sempre alle carezze del suo _fido_.--Ed ora, egli tentava l'ultima prova, recandosi in Roma, per vedere--diceva egli--se Iddio sia il dispensiero della giustizia e il punitore delle scelleraggini umane, o non piuttosto il capo invisibile dei briganti.
Quel racconto, pieno di episodii commoventi e di descrizioni vivamente colorite, ci distrasse durante la lunga ed incomoda scarrozzata.
Compiremo il viaggio in compagnia, disse l'Ascolana, stendendo la mano al vecchio, poichè questi ebbe finito di parlare. Voi dite di non aver denaro? Ebbene,--faremo cassa comune. Quindi innanzi voi potete disporre dei nostri tesori privati... Ma a proposito di tesori, soggiunse l'Ascolana volgendosi a me con disinvoltura amichevole; badate, mio buon amico, che io sono ridotta a dover contare su voi per le spesuccie che ci occorreranno prima di giungere a Roma. Vi prego di aprirmi una partita di credito: ed io vi rimborserò non appena avremo posto piede nella città eterna.
Per moto istintivo, io portai la mano alla taschetta del _gilet_, dove si chiudevano i residui indeterminati del nostro tesoro.--Palpai, numerai le monete con qualche trepidazione--poi, rifiutando fede alla prova e controprova del tatto cavai fuori il denaro, per rivedere i miei conti sul palmo della mano.
Il nostro tesoro si riduceva a una quindicina di paoli.
--Noi dobbiamo sei paoli al vetturino--e questa sera, andando a Civitacastellana, non potremo passarcela senza cena. Quand'anche trovassimo una vettura per proseguire immediatamente il viaggio, noi giungeremo alle porte di Roma senza un baiocco.
--Lasciate fare a me, disse il vecchio carbonaro. A Civitacastellana io troverò degli amici, i quali ne assisteranno. Con un segno della mano io farò nascere gli scudi dalle muraglie...
Non fui molto rassicurato da queste parole.
Verso le nove della sera, noi entrammo in Civitacastellana, e tosto ci dirigemmo ad un albergo di buona apparenza, che era nel mezzo della piazza grande.--Cenammo frugalmente; chiedemmo all'oste se fosse possibile noleggiare una vettura per andare sino a Roma. Quella domanda provocò una risposta quale noi non ci saremmo aspettata. Il Sindaco della città quel giorno istesso aveva ricevuta la sgradevole notizia che i Francesi aveano intercettata la comunicazione con Roma per lo stradale dell'Emilia; non esservi più che una sola via sicura per noi retrocedere fino a Borghettaccio e gettarci nelle Sabine. Quanto ai mezzi di trasporto, impossibile contare sovra altro veicolo fuor quello delle nostre gambe.
La crisi diventava più difficile.
Il vecchio carbonaro, fidente nei soccorsi della setta, usciva tratto tratto dall'osteria, ripetendo il segno convenzionale della mano alla fronte a quanti gli venivano incontro. Sventuratamente egli non trovò persona che rispondesse. In Civitacastellana la carboneria aveva cessato di esistere, ovvero, ciò che io credo più probabile, i fratelli, indovinando l'ultima ragione del saluto, non osavano rivelarsi.
Ci convenne passar la notte all'albergo.
Il giorno seguente, allo spuntare dell'alba, noi ci appigliammo all'unico partito possibile, e riprendemmo la nostra marcia pedestre per la via delle Sabine. Pagato il conto all'albergatore, non ci rimaneva più che una trentina di baiocchi per provvedere al vitto quotidiano.
Non dirò le torture fisiche e morali di quel viaggio.
Furono cinque giorni di marcia per sabbie infuocate. La notte ci riposavamo in orribili stallazzi, ove, per conforto delle membra, eravamo condannati a sdraiarci sul fieno, al fianco di persone ignote e in compagnia di bestie notissime. Le pulci, le zanzare, ed altri animaluzzi creati da Dio pel solletico della cute umana, ci corteggiavano tutte le notti.
Il nostro alimento consisteva in uova, ricotta, o latte agro e rappreso, che i pastori ci fornivano gratuitamente.
Gli alberghi posti sullo stradale, pressochè tutti erano abbandonati alla mercè dei passanti. I proprietarii, per evitare molestie o pericoli, si erano allontanati, nascondendo o portando via le suppellettili di qualche valore.
Lungo il cammino noi incontravamo dei viaggiatori, i quali ne facevano parte delle loro provvigioni. L'Ascolana era prostrata di forze. Il nostro vecchio compagno più volte era caduto nel mezzo della via colla disperazione della stanchezza.
Quando piacque a Dio, giungemmo a Monte Rotondo, grossa borgata a quindici miglia da Roma. Le nostre finanze erano ridotte all'estremo. Non ci restava la croce di un baiocco!
Ma io contava sull'ultima risorsa, sugli ultimi sforzi di un'arte, che altre volte mi aveva salvato. A Monte Rotondo, io mi era proposto di rinnovare lo stratagemma di Grottamare, invitando la popolazione ad un concerto vocale-istromentale a mio benefizio.
Questa volta il peso del trattenimento sarebbe stato condiviso da un collega del vecchio carbonaro, il quale, per aver esercitata parecchi anni la professione di organista nella cattedrale di Camerino, credeva di poter divertire il rispettabile pubblico, eseguendo sulla spinetta un _Tantum ergo_ ed un _Kyrie_ di sua composizione.
Fermi nel nostro proposito, entrammo in un alberghetto, e quivi, animati dalla fede e dall'appetito, ci ponemmo a tavola, e prelevando una anticipazione sui probabili incassi del concerto, ordinammo una cena completa.
Sono pure stravaganti i capricci delle rivoluzioni! Chi l'avrebbe detto--a vederci famigliarmente raccolti intorno alla piccola mensa--chi l'avrebbe detto, che io, l'Ascolana e il carbonaro di Camerino, ci eravamo scontrati per caso pochi giorni innanzi--che ciascuno di noi era trascinato verso Roma da una cura diversa--che io mi rassegnava a divenire soldato per non aver potuto andare a Chieti a cantare da baritono--che l'Ascolana, per amor del marito, era decisa di impugnare un fucile--che il vecchio carbonaro si recava da Camerino a Roma per piantare il suo stiletto _nell'anima_ di un delatore!
Ma ciò che nessuno avrebbe potuto immaginare, vedendo la ricca imbandigione che ci stava dinanzi, era il segreto della nostra _bolletta_ colettiva--l'assenza assoluta di quel vile metallo, che pure nel mondo rappresenta e conquista le cose più sublimi.
Infatti, mentre noi trinciavamo un grosso pollastro--una voce fioca e lamentosa, che pareva il sospiro del povero Lazzaro negli atri di Epulone, ci scosse le fibre del cuore...
E quella voce articolava delle parole in un dialetto a me solo conosciuto--in quel dialetto meneghino, che mi suona ruvido e barbaresco quando io l'odo nelle vie di Milano, ma mi commuove come accento fraterno, se mi vien fatto d'udirlo a trecento o quattrocento miglia lontano dal Duomo.
--Beati i _sciori_!--sclamò quella voce.--Beati i _sciori_, che anche in questi tempi trovano della grazia di Dio _de trà in Castell_!
Non era una domanda esplicita, ma piuttosto una aspirazione eloquente.
--Signore!.... Se volete tenerci compagnia, e fare un po' di penitenza con noi....
--Che! lei pure... milanese?
E un giovanetto, dalla persona esile, dal volto sparuto, attraversò la sala col passo lento e ineguale di chi abbia una ventina di calli per ciascun piede.
--Profitterò della grazia vostra, mi disse a voce bassa; poichè da circa diciotto ore non ho gustato cibo e non tengo un quattrino nelle tasche...
--Tanto meglio! La vostra assoluta _bolletta_ vi fa degno di esser nostro commensale. Noi pure, quali ci vedete, fra tutti e tre non abbiamo indosso un baiocco.
Il giovine, che già stendeva la forchetta per attirare sul suo piatto una coscia di pollo, si arrestò sgomentato.
--Via, buon figliuolo!... Non perderti di coraggio!... Se questa sera non abbiamo denari, domani penseremo a fabbricarne. Io tengo una macchinetta, colla quale posso fabbricare a centinaja gli scudi e i papetti.
--Una macchina per fabbricare gli scudi!... Oh! questa dev'essere meravigliosa!...
Il povero ragazzo, senza chiedere altre spiegazioni, inforcò la coscia del pollastro, e si diede a spolparla colle mani e coi denti.
Finita la cena, l'Ascolana e il vecchio carbonaro si ritirarono per coricarsi. Io rimasi col nuovo personaggio, il quale, meditando a stomaco sazio le difficoltà della posizione, non poteva darsi pace.
--Ebbene! ora che abbiamo cenato, prepariamo la macchina per fabbricare gli scudi.... Favorite di chiedere all'oste quattro o cinque fogli di carta, e ponetevi a scrivere quanto io sto per dettarvi...
Il giovine obbedì senza repliche: spiegò un foglio sul tavolo, intinse la penna nell'inchiostro, poi mi fissò in volto due occhi attoniti, come un fanciullo che affissi il sacco del cerretano per vederne uscire le uova.
Allora io dettai il programma del mio secondo concerto-vocale-istromentale, che doveva aver luogo all'indomani in una sala qualunque di Monte Rotondo, a benefizio di quattro volontari, _che partivano per Roma_.
Il mio scriba, ad ogni tratto levando gli occhi dal foglio, mi guardava, torceva il labbro ad una smorfia indescrivibile; poi di nuovo curvava la testa, ripigliando la scrittura colla rassegnazione di una macchina.
--Mio buon ragazzo: questa notte ricopierai il programma sovra dieci o dodici fogli; poi, domattina di buon ora, n'andrai tu stesso ad affiggerlo nelle vie più frequentate del paese. Sarai tu esatto nell'adempiere alla commissione?
--Come è vero che io mi chiamo Bertoni, e che io son nato a Milano.
--Buona notte...!
--E voi credete...? Ma... se...
--Buona notte! Domani alle dieci, ti aspetto nella mia camera.... Dalla tua puntualità dipende la nostra salvezza.... Questi avvisi produrranno una trentina di scudi, dei quali avrai tu pure la tua parte.
Il Bertoni aveva perduta la favella.
Io lo lasciai in balìa del suo stupore e salii le stanze superiori.
All'indomani, il fedel giovanetto percorreva la città di Monte Rotondo, affiggendo con mollica di pane biascicato gli avvisi del concerto.
Bertoni era divenuto un uomo d'importanza. Tutti gli abitatori di Monte Rotondo lo guardavano meravigliati e si affollavano intorno a lui per chiedergli delle spiegazioni.
Il concerto di Monte Rotondo non differì gran fatto da quello di Grottamare sia pel successo degli artisti, come pel prodotto della cassetta. Il carbonaro-organista, nell'ora del cimento, fu assalito da una leggiera indisposizione. Ma il Bertoni--convien rendergli questa giustizia--prese una parte attivissima al trattenimento, incaricandosi di illuminare la sala, di distribuire le scranne; complimentare le donne--e perfino di raccomandare la _abbondante elemosina_ verso la fine dello spettacolo, a coloro, che entrando, si erano dimenticati di salutare il bacile.
Raccogliemmo una trentina di scudi. Quella sera istessa, il denaro fu diviso in quattro parti--una per me, un'altra per l'Ascolana, la terza per l'organista, e l'altra pel Bertoni.--All'indomani noleggiai una vettura e partii alla volta di Roma in compagnia dell'Ascolana. Il Bertoni e l'organista promisero raggiungermi in quella sera.
Poche ore dopo la mia partenza da Monte Rotondo, alcuni carrettieri, rientrando in paese, recarono la triste novella, che io, la mia compagna e il vetturino eravamo caduti in mano dei Francesi, i quali, senza tanti complimenti ci avevano fucilati l'uno dopo l'altro nel bel mezzo del cammino. Quella notizia riempì di costernazione il paese. L'organista e il Bertoni, più vivamente colpiti, sacrificarono uno scudo per far celebrare tre messe onde abbreviare il purgatorio ai poveri fucilati. Ma la nostra morte era stato un sogno dei carrettieri--e i preti recitarono inutilmente le tre messe di suffragio. Inutilmente?--Ciò non può dirsi--I preti, quella istessa sera, all'osteria di Pietro Rossini, commutarono il denaro delle esequie in tanti fiaschetti di eccellente Sabino.
CAPITOLO X.
_La tomba di Nerone._
Il giorno s'era fatto già grande, e la nebbia non dileguavasi ancora. Pareva che i raggi del sole evocassero dalla terra grosse nuvole di vapori, e pareva che queste nuvole, agglomerandosi con incessante densità, corressero dietro alla nostra vettura per seppellirla in un vortice caliginoso. Nessun augello si era desto a salutare di gorgheggi il ritorno della luce. Tratto tratto dalla folta siepe che costeggiava il cammino, qualche bufalo sporgeva il capo sonnolento. Talvolta ci era forza arrestarci per dar libero passaggio ad una grossa mandra di pecore che in quella cieca atmosfera camminavano a ritroso, urtando nelle zampe de' nostri cavalli e nelle ruote della vettura. Allora il postiglione rompeva il silenzio con due o tre bestemmie, a cui i mandriani pareva non facessero attenzione. Que' poveri diavoli, al paro delle pecore, avean sveglie le gambe ed il resto del corpo addormentato.
--Fra pochi minuti avremo il sole, disse il postiglione agitando allegramente la sua frusta.
--Quante miglia ne rimangono per giungere alle porte di Roma?
--Tre miglia.
--Iddio sia lodato! esclamò l'Ascolana.
--Vi assicuro che non è un bel vivere a Roma in questi momenti, riprese il postiglione.
--Che? ti fa paura il fuoco delle battaglie, mio bel postiglione?
--Non è propriamente del fuoco che ho paura, ma delle palle. Vi assicuro che i francesi mirano dritto, e tutti i giorni sulle mura di Roma vi è buon numero di morti e di feriti.
--E nel campo francese?
--Anche laggiù credo non ci sia molto da ridere.
--A tanta vicinanza di Roma dovrebbe udirsi il cannone.
--In questi giorni s'è cessato dal battagliare per dar agio all'inviato di Francia signor... Lesseps di intavolare trattative di pace.
--E voi credete che il signor Lesseps riuscirà a qualche accomodamento...?
--Io credo... Mortacci! Questo è un colpo di cannone... E due, e tre, e quattro...! Pare che l'inviato di Francia sia tornato colle pive nel sacco... Ah! ne vedremo di belle, e chi camperà sano poter contarle ai figliuoli.
In quel mentre un raggio di sole si aprì un passaggio fra la nebbia.
--Misericordia! gridò il postiglione, rattenendo improvvisamente i cavalli....
--Che avvenne?
--Siamo in mano dei Francesi.....
--Presto.... gira il timone, e indietro a furia!
Il postiglione era bianco dalla paura; le redini gli tremavano nelle mani; la sua gran frusta era divenuta impotente; invece di manovrare al regresso come io gli aveva ingiunto, tormentò i cavalli in foggia sì strana che l'un d'essi stramazzò a terra.
Per noi non v'era più scampo. Alcuni dragoni francesi si fecero intorno alla nostra vettura, accompagnati da un uffiziale côrso che doveva servire da interprete.
--Dove sono diretti questi signori?
--Alla volta di Roma.
--Il loro nome, di grazia?
--Sono uno sciagurato cantante, che viene da... Grottamare...
--La signora?
--La signora è... mia moglie.
La bugia era lanciata con buona intenzione. Il Côrso esploratore mi prestò piena fede.
--E questi signori vanno a Roma....?
--Per cantare.... al teatro.... dell'Argentina....
--La stagione non è molto favorevole al teatro, rispose il Côrso con ironia; sarà meglio che loro signori vengano con noi. Favoriscano di scendere dalla vettura.
L'opposizione sarebbe stata inutile. Convenne obbedire.
L'Ascolana mi seguiva come un automa. Ci avanzammo verso un ponte a metà demolito. Essendo il sole finalmente comparso in tutta la sua pompa, mi vennero veduti nelle campagne adiacenti due o trecento soldati, che stropicciandosi gli occhi e distendendo le braccia, mostravano d'aver passata una mala notte coricati su quel terreno pantanoso.
Come e perchè quel drappello di soldati avesse occupata una posizione tanto sfavorevole, mi fu spiegato doppoi. Sullo stradale per cui io e l'Ascolana e il povero postiglione eravamo poco dianzi arrivati, si intese di bel nuovo un romorìo di ruote ed uno scopiettìo di fruste misto a quelle grosse bestemmie, che i carrettieri d'ogni nazione credono sia il linguaggio più eloquente per farsi comprendere dai cavalli o dai muli. I soldati francesi si alzarono tutti d'un salto, ed appostati i fucili, si collocarono dietro le siepi in modo da non esser veduti da lontano. Poco dopo s'avanzarono verso il ponte da venti o trenta carri, due dei quali carichi di polvere e munizioni da guerra, gli altri di pollami, uova, formaggi, vini ed ogni genere di vettovaglie. Quando il momento parve opportuno, a un cenno del capitano, i segugi francesi sbucarono dai loro nascondigli, e fattisi intorno a quei carriaggi, intimarono ai conduttori di arrestarsi. Quali rimanessero i fieri romagnoli nel vedersi così inaspettatamente assaliti, è facile immaginarlo. Lottare era esporsi a morte sicura. I soldati dirigevan le canne dei fucili contro i poco numerosi, ma ferocissimi carrettieri, che proferendo una salva di imprecazioni, cedettero alla evidente certezza della propria impotenza, e si arresero prigionieri. Fu visto allora uno stranissimo spettacolo; i soldati francesi montarono sui carri, e cominciarono a man salva il saccheggio. In men di cinque minuti, i pollami, le uova, i formaggi, i giamboni, i fiaschetti di vino d'Orvieto, tutto fu messo a ruba, e il grosso bottino posto come ornamento delle baionette, del giacò e delle giberne, che mal reggevano all'insolito peso.
Il Côrso mi venne incontro con un fiaschetto di vino d'Orvieto, e presentandomelo gentilmente, si lasciò scappare queste parole, da cui sarà facile il comprendere quali sospetti cadessero su me e sulla mia compagna.
--Bevete, signor cantante! bevete! perocchè avete diritto alla vostra parte di bottino. Voi andavate a Roma per cantare, non è vero? E questi altri signori, che venivano dietro a voi, erano forse i professori d'orchestra ed i coristi... Sta bene! Ma a noi altri Francesi non le si danno ad intendere così grosse! Due carri di polvere... Vi par nulla?
--_Fiat voluntas Domini_, esclamai vuotando d'un sorso il fiaschetto. Un uffiziale francese giovanissimo, già decorato nelle campagne d'Africa, adocchiava l'Ascolana furtivamente, poi venne ad offrirle il braccio per accompagnarla nell'interno di un casolare a poca distanza dal ponte. Ella si volse a me quasi per consultarmi; l'uffiziale, interpretando quell'occhiata:
--Signora, le disse, io non intendo disgiungervi da vostro marito, egli può seguirvi, se ciò gli aggrada.
Entrammo in una stanzaccia a pian terreno, dove altri uffiziali facevano colazione, onorando senza ritardo i giamboni, i formaggi ed i fiaschetti di vino che poco dianzi avevano _legalmente acquistati_. All'entrare della bellissima donna, tutti quanti si levarono in piedi. L'Ascolana parlava il francese a meraviglia: ella, che da parecchi giorni, esausta di forze, scorata, direi quasi intorpidita dai patimenti fisici e morali, pareva avesse perduta la loquela; commossa ora dal nuovo infortunio riacquistò d'un tratto quell'energia, quella vivacità di linguaggio che erano a lei naturalissime. Sedette a tavola cogli uffiziali; volle che io le stessi a fianco, e mangiò coll'appettito convulso di chi ha l'anima fortemente agitata. Alle galanterie francesi rispondeva con una disinvoltura ammirabile: I poveri soldati, che forse da tre o quattro mesi non avean fiutata una gonnella, cadevano in deliquio, si dimenavano sulle scranne, torcevano gli occhi, insomma, per servirmi d'una frase Dantesca:
Non avean membro che tenesser fermo.
--Voi avete là una bella moglie! mi sburravano all'orecchio i commensali più vicini, empiendomi in pari tempo il bicchiere.
--Donna adorabile!
--Donna fascinatrice!
--Che occhi!
--Che labbra!
--Che profilo!