In chiave di baritono

Part 3

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Accompagnato dal fedel sagrestano e da quindici o venti giovinetti del paese, io discendeva poco dopo a Grottamare inferiore, recando con me un sacchetto di circa quaranta scudi romani. Lagrime di tenerezza mi piovvero dalle ciglia quando, giunti all'albergo del _Marcuccio_, dovetti accommiatarmi da quei bravi e generosi amici, e ricevere il bacio d'addio, e udire le schiette parole di benevolenza che i Romagnoli ed i Marchigiani profferiscono con tanto di cuore.

All'indomani, verso le quattro del mattino, io salii coll'Ascolana nella vettura del Marcuccio. Il sagrestano quella notte non s'era coricato. Quel dabben figliuolo voleva esser testimonio della mia partenza, ed augurarmi ancora una volta il buon viaggio. Appena lo vidi appressarsi corsi a lui, e lo abbracciai come un fratello; poi, tratti di tasca due scudi, glieli posi nella mano.

--Che!--diss'egli, quasi indispettito--credereste ch'io potessi accettare.....?

--Non sono per te, buon amico. Quando io sarò partito, fa di recarti al convento e di presentare cotesto regaluccio a frate Domenico in segno della mia riconoscienza; e siccome quel buon religioso rifiuterà il denaro, provvedi del tabacco da naso, e pregalo d'accettare la tenue offerta d'un povero diavolo, che sempre farà voti per lui.

Il sagrestano prese gli scudi, mi gettò le braccia al collo, e dopo un ultimo bacio se ne andò singhiozzando.

Io salii nella vettura; il figlio del Marcuccio arringò le sue bastie; e partimmo alla volta di Macerata.

CAPITOLO VII.

_Colle Fiorito._

L'età mia giovanissima, la salute vigorosa, la lunga astinenza dai diletti di amore, più volte, durante il viaggio, mi esposero a difficili cimenti. Ma la donna, che nei propositi generosi ed onesti è sovente più ferma dell'uomo, moderava i miei ardori colla saviezza del suo contegno. Quand'io, fissandola con uno sguardo troppo espressivo, le minacciava una dichiarazione, il nome di Carlo le veniva sul labbro accompagnato da un sospiro eloquente. Se la mia conversazione volgeva al sentimentale, essa si atteggiava da eroina--io parlava d'amore; ella rispondeva: battaglie!

I frequenti trabalzi della vettura che l'uno verso l'altra ci spingevano, la solitudine, l'oscurità della notte, e gli altri lenocinii della nostra posizione non debellarono la fermezza della Ascolana.

Passammo per Macerata, Camerino e Tolentino, non arrestandoci che per prender cibo.

Giunti alla Muccia, il figliuolo del Marcuccio non volle più accompagnarci colla sua vettura.

Noi lasciammo ch'egli retrocedesse e ci recammo ad un meschino albergo per riposarci dal lungo e disagiato viaggio.

Io dormiva placidamente da due buone ore, quando un rumorio di cariaggi e di cavalli, mi riscosse d'improvviso.

--Sono carabinieri bolognesi che si recano a Roma--disse l'oste entrando nella mia stanzuccia.

--Ben giunti!

E balzai dal letto, diedi la sveglia all'Ascolana, poi con essa mi recai sulla piazza.

La fortuna mi inviava in que' soldati una eccellente scorta per proseguire più sicuro nel mio viaggio. Parlai al colonnello ed ottenni due posti sui cariaggi.

Poche ore dopo, giungemmo a Colle Fiorito.

Le scene ch'io sto per descrivere sono di un genere ben diverso dalle precedenti; mi è quindi forza mutar stile e colori, e darmi l'aria di scrittor serio.

L'esercito austriaco pochi giorni innanzi era entrato vittoriosamente in Bologna. Come suole avvenire in tali fortune di guerra, prima che le nuove truppe occupassero la città, le antiche ne sgomberavano, seguite da quei cittadini che per avventura si credevano più compromessi.

I carabinieri, coi quali io mi era accompagnato, erano circa duecento, e rifuggiavansi a Roma dietro ordini di quel governo repubblicano. Il colonnello, che precedeva a cavallo la comitiva, era un gagliardo di cinquant'anni in circa; volto abbronzito dal sole, occhio di brace, irti mustacchi. Cavalcavano al di lui fianco da cinque o sei uffiziali e due donne belle e giovanissime entrambe, figlia l'una, l'altra cognata del chirurgo maggiore. Un sergente di circa quarant'anni, inchiodato alla sua cavalcatura, si era legati dietro il dorso due piccoli bimbi, mentre dinanzi, fra l'una e l'altra briglia del cavallo, sporgeva il capo una leggiadra fanciulletta non maggiore di due lustri, che tenendosi d'una mano aggrappata alla folta criniera della giumenta, coll'altra accarezzava languidamente il volto del soldato.

--Povero padre!--sclamò l'Ascolana additandomi quel gruppo--Povero soldato!

--Eccellente padre, eccellente soldato!--io risposi. E la viva commozione mi troncava le parole.

--Que' poveri bambinelli cominciano presto a sperimentare i disagi della vita. Eppure, non vedi come sorridono? Essi scherzano infantilmente colle cinghie di quella bianca tracolla. E quella gentile fanciulletta che di tempo in tempo si volge indietro a salutarli con un bacio!... Oh beati i fanciulli! felice l'età in cui l'uomo può sorridere in mezzo ai più gravi pericoli e trastullarsi delle avversità! Quelle vergini creature sono inaccessibili al dolore.

--È vero; ma il povero padre... porta egli solo il fardello di tutti.

Le nostre considerazioni furono interrotte da parole aspre ed odiose, che di un tratto ferirono l'orecchio. Alcuni soldati pedestri s'erano in quel punto avvicinati al carriaggio. L'un d'essi aveva proferita una grossa bestemmia: l'altro, volgendosi al conduttore del convoglio:

--Pe' tuoi mortacci!--gridò con rabbia feroce--dev'essere molto comodo viaggiare a cavallo od in vettura! Io ho le scarpe consunte, e la pelle che fa sangue. Sozii, fatevi in là, o cedetemi il posto per qualche ora, se ciò vi torna più gradito!

Così dicendo, il soldato spiccò un salto e venne a collocarsi sul carriaggio. Gli altri non tardarono a seguirne l'esempio, e tutti quanti vennero a sdraiarsi confusamente vicino e noi. L'Ascolana arrossì, tremò di dispetto e di paura; quando ella si strinse al mio braccio come per cercare un rifugio, sentii che la sua mano tremava.

--Signori--diss'io volgendomi ai soldati,--permettete che noi scendiamo a terra. Non ci sarà discaro far qualche miglia a piedi.

Nessuna risposta. Io balzai dal carriaggio, e l'Ascolana meco. Camminammo due ore in silenzio: la mia bella compagna troppo tardi s'avvedeva che l'andare a Roma non era in quell'epoca la cosa più facile del mondo, e che più ci accostavamo alla capitale, più crescevano gli ostacoli e i disagi.

Di tratto in tratto io porgeva orecchio alle parole dei soldati. Parvemi da prima ch'essi macchinassero qualche orribile disegno; li intesi proferire sommessamente il nome del colonnello; poi vidi segni e gesti minacciosi, accompagnati da bestemmie ed imprecazioni; alla fine compresi il mistero. In quel piccolo esercito era entrata la sfiducia, che propagandosi come per magnetico influsso da uomo ad uomo, riesce talvolta a demoralizzare anco i valorosi, a trasformare i leoni in conigli. Lamentavano i disagi sofferti nel cammino; ricordavano le care famiglie abbandonate, le spose e i figliuoli lasciati senza sostegno; stimando inevitabile e prossima la caduta di Roma, vana impresa giudicavano lo accorrere a difenderla. E tali cose ripetendo, dapprima con trepida voce, poi colla sicurezza di chi trova appoggio negli altri, tutti concordemente risolvettero di abbandonare il colonnello e di andarsene ove ciascheduno credesse meglio.

Eravamo a qualche miglio da Foligno, quando alcuni paesani ci vennero incontro, annunziando al colonnello esser poche ore innanzi entrata in quella città l'avanguardia dell'esercito austriaco, che movea da Toscana alla volta d'Ancona.

Il colonnello fece sosta; poi, dopo aver riflettuto, ordinò ai soldati di retrocedere verso Colle Fiorito. Tutti obbedirono; il colonnello (duolmi d'averne obbliato il nome) avea nella voce, negli sguardi, in tutta la nobil persona qualche cosa di solenne e di autorevole. Poichè fummo giunti a Colle Fiorito, egli si fermò nuovamente, e fatte schierare le truppe, lo arringò con queste brevi parole:

--Fratelli! dovere d'ogni soldato è la cieca obbedienza agli ordini de' superiori. Questi ci chiamano a Roma; noi dobbiam tentare ogni mezzo per giungervi. Là (ed accennava una strada erta e dirupata) apresi la valle di Tesino, per cui in meno di sei ore giungeremo a Spoleto. Il passaggio è alquanto malagevole; convien quindi abbandonare i carriaggi, i bagagli, e tutto quanto può darci impaccio. Riposatevi per pochi istanti; io vi concedo due ore di bivacco prima di riprendere il cammino.

Un mormorìo lugubre e sinistro rispose a quella breve allocuzione. Il volto del colonnello si fece pallido di sdegno; egli tentò proferire altre parole, ma l'impeto della commozione gli tolse la voce. Allora le file dei soldati si scomposero, e taciti ciascuno, la fronte dimessa, presero la via opposta a quella che il colonnello aveva additata.

--Figliuoli! figliuoli!... la vostra è una risoluzione codarda! Abbandonarmi in tal momento! Disertare la bandiera della libertà. Fermate!... Ah! vile canaglia! ah! briganti screditati!... poichè il morire in battaglia vi fa tanta paura, possiate, com'io di cuore ve lo auguro, morire sulla forca appiccati!

Così parlava il sergente, che, sceso da cavallo, e collocati i suoi figliuoletti sotto un albero, si adoperava con preghiere e minacce a ricomporre le file, a rianimare gli spiriti della soldatesca demoralizzata. Ma nè preghiere nè minacce valsero a tanto; i disertori non ascoltavano più che il freddo consiglio della paura, e allontanandosi a piccoli drappelli, si spandevano nelle campagne vicine. Il colonnello dall'alto del suo cavallo li accompagnava con sguardi di rimprovero e di dolore.

Già i disertori erano quasi tutti scomparsi, e intorno al colonnello non rimanevano che venti o trenta uomini incirca, allorquando il tuono di una fucilata ci fece trasalire.

--Ah cane! assassino!--urlò il sergente come toro ferito.

Noi accorremmo al suo grido. Povero sergente! Tengo vivamente scolpiti nella memoria i lineamenti di quella fisonomia vivace e stizzosa, e parmi vedere tuttavia que' suoi occhi da augello grifagno mandar lampi di sdegno. Le invettive lanciate contro i disertori gli eran state cagione di un alterco con tre o quattro soldatacci, i quali avevano posto mano alle spade. Nell'allontanarsi, un di essi, nascosto dietro gli alberi, aveva scaricato un colpo sull'animoso sergente.

Il buono e generoso soldato esce illeso dalla mischia e con paterna sollecitudine ritorna presso l'albero, ove poco dianzi aveva adagiata la sua piccola famiglia....

I due bimbi agitano le mani in segno di esultanza e prevengono coi baci le carezze del padre... Perchè mai la gentile fanciulla non si leva dagli erbosi tappeti per lanciarsi nell'amplesso paterno?....

Il sergente si avvicina al piccolo gruppo... Il pallore, l'immobilità della figliuola gli stringono il cuore di un orribile presagio... Egli stende la mano, prende fra le braccia il corpo amato--lo agita, lo stringe, lo scuote con moto convulso...! Oh momento di terribile angoscia!--Enrichetta, la vispa fanciulla, che poco dianzi folleggiava sotto l'albero, governando come una piccola madre i due minori fratelli--Enrichetta non era più che una gelida larva.--La palla scagliata dal disertore codardo, risparmiando il sergente, era giunta fino al cuore della povera fanciulletta...

Le grandi, le improvvise sciagure istupidiscono... Appena il sergente si riscosse, mandò dal petto un ruggito...

Poi, senza profferire parola, cedette all'Ascolana la piccola salma, e trasse la spada dal fodero per slanciarsi nella boscaglia ad inseguire i fuggiaschi...

--Ferma! gridò il colonnello, ferma!... Vuoi tu cimentare la tua vita contro un centinaio di codardi, i quali ti piomberanno adosso per ischiacciarti?

Fossero non cento, ma mille! replicò il sergente nell'entusiasmo del dolore; io giuro di esterminarli.... tutti...

--Tu rimarrai soverchiato, ed essi ti uccideranno...

--Ebbene? che importa?.... desidero vendicare mia figlia... e morire...

--Morire... Sta bene... E chi avrà cura degli altri due figli?

In questo punto, i due poveri bamboletti, ignari dell'orribile caso, si erano trascinati carpone fin presso al sergente, e gli abbracciavano le ginocchia per fargli festa...

Il padre sentì la voce del dovere... Le piccole braccia che gli stringevano le ginocchia parvero pietrificarlo.

--Oh! voi avete ragione! esclamò il sergente, stendendo la mano al colonnello... Grazie! grazie del buon consiglio!... Questi poveri innocenti... hanno bisogno di un padre...

Ciò detto, il desolato ritolse all'Ascolana il prezioso deposito, e sedette sotto l'albero, riscaldando co' suoi baci e colle lagrime le guancie dell'estinta. Quel volto abbrunato dal sole, duro, irsuto, spirante furore e vendetta--in quel momento di sublime dolore avea acquistata una espressione di tenerezza materna.

CAPITOLO VIII.

_Spoleto._

Il giorno era tramontato, e già la luna imbiancava la vetta degli Appennini, quando noi ripigliammo la marcia. I soldati e le donne montarono a cavallo; io salii sulla groppa di uno sciagurato asinello, noleggiato per pochi baiocchi dall'oste di Colle Fiorito.

Il sergente si fece legare dietro il dorso i minori figliuoletti e adagiò l'amato cadavere sulla sella.

Viaggiavamo in silenzio. Ciascuno avea qualche segreto dolore nell'animo, o tristi memorie del passato, o presentimenti funesti dell'avvenire.

Da Colle Fiorito fino all'entrata della valle di Tesino, si ascende per facile pendio tappezzato di verdi erbette, nudo di alberi e di cespugli; e quindi, dove comincia il declivio, la strada diventa più malagevole e va intricandosi in una specie di laberinto, ove di leggieri ci saremmo smarriti, se il talento dei quadrupedi in tali casi non guidasse quello dell'uomo. Cavalcammo tutta notte senza mai arrestarci, ed allo spuntare dell'alba ci trovammo aver superata la spaventosa vallea, dove, per la pioggia abbondante caduta pochi dì innanzi, il torrente s'era ingrossato a tal segno che il mio povero asinello più volte aveva nuotato nell'acqua fino alla pancia. Verso le dieci del mattino, entrammo in Spoleto. Quivi era giunta una colonna mobile di soldati volontari, reclutati dal generale Arcioni, parte in Toscana, parte nelle città e nei villaggi delle Romagne, Arezzo, Perugia, Cortona, Assisi, Macerata, Foligno, tutte le città e le grosse borgate poste sullo stradale che da Firenze mette a Roma, aveano dato il loro contingente a quell'esercito improvvisato, che simile ad una falda di neve staccatasi dalla cima d'un monte, si era ingrossato nel discendere e trasformato in una valanga formidabile.

Sulle porte di Spoleto, io e l'Ascolana prendemmo congedo dai nostri compagni. Quando fummo per separarci, il sergente si avvicinò a noi colla sua cavalcatura, e volgendosi alla mia compagna: signora, le disse, questa sera avran luogo i funerali della mia povera bimba. In così dire, sollevò un lembo del panicello bianco che la copriva, e riguardato il bellissimo volto dell'estinta, e baciatala religiosamente in fronte:--ella è proprio morta! riprese singhiozzando; converrà quindi che questa sera noi la portiamo al camposanto. Voi l'accompagnerete, signora? Voi verrete a spargere qualche fiore sulla sua tomba. Saremo pochi al corteggio, tanto pochi, che se alcuno mancasse....

Le parole del sergente si perdettero in un singhiozzo. Adelaide gli stese la mano:

--A qual ora?

--Alle sei, rispose il sergente, nella chiesa dell'addolorata.

--Prima delle sei, saremo là ad aspettarvi.

Il sergente ci ringraziò con un melanconico cenno del capo e volse il cavallo verso la piazza maggiore. Io entrai coll'Ascolana nel primo albergo che ci occorse.

Riposati il corpo e la mente dalle insolite fatiche, essendo già il sole prossimo al tramonto, ci avviammo taciti e mesti verso la chiesa, donde il convoglio funebre dovea partirsi. Entrati, noi trovammo le due donne ed i carabinieri devotamente inginocchiati presso un piccol feretro, coperto d'un bianco drappo e sormontato da una ghirlanda di fiori recenti. L'Ascolana vi depose un'altra corona; poi, colle lagrime agli occhi, si confuse all'altre donne. Il sergente, traendo seco i suoi due minori figliuoletti mi si accostò, mi strinse la mano per ringraziarmi, e fissato lo sguardo sulla cassa mortuaria, stette immobile come impietrito dal dolore finchè un sacerdote, accompagnato da due chierici, mosse alla nostra volta intuonando la pace dei defunti.

Il sacerdote, che allora scendeva dall'altare per la funebre cerimonia, veggendo tanti soldati nella chiesa, ne parve sgomentato: se non che la pia attitudine delle donne e le lagrime del povero sergente, e i nostri volti compunti da religiosa mestizia, lo rincorarono. Poichè ebbe cantate secondo il rito le lamentevoli salmodie, le donne, sollevata la cassa, in bell'ordine uscirono dal tempio, e noi tutti dietro quelle per strade solitarie ci avviammo al camposanto.

Sotto le mura di Roma cadevano ogni giorno le vittime a centinaia; le palle dei _Chasseurs de Vincennes_ colpivano i petti dei militi generosi, che pieni di giovinezza e di vita, bivaccavano sui baluardi assediati; e noi con occhio asciutto leggevamo ogni giorno il bollettino dei morti e dei feriti, fra il pranzo ed il caffè, indifferenti spettatori di quella sanguinosa tragedia per cui il Tevere scorse parecchi mesi vermiglio.--Perchè mai, nel condurre al cimitero la figliuola del sergente, noi tutti, compreso il colonnello dal volto abbronzito, commossi l'anima d'insolita tenerezza, camminavamo a capo chino e versando qualche lagrimuzza?

Misteri del cuore umano!

Quando fummo nel camposanto, e il sacerdote ebbe per l'ultima volta benedetta la piccola salma, una scena inaspettata e commovente pose fine alla cerimonia lugubre. I due piccioli bimbi che il sergente avea condotti seco; essi che durante la giornata non aveano dato alcun segno di compunzione quasi in loro non fosse coscienza del doloroso avvenimento; essi, che senza piangere aveano seguito il funebre convoglio, appena i becchini si impadronirono della cassa per calarla nella sepoltura, entrambi ad un tempo mandarono un grido, e cercando svincolarsi dalle braccia paterne, fra le lacrime ed i singhiozzi, si diedero ad esclamare il nome di Enrichetta. La buona Ascolana se li recò in grembo tentando placarli con amorose parole; ma di mano in mano che i becchini colmavano di terra la fossa, i pianti e le grida di quei due poveretti raddoppiavano.

--Enrichetta è salita al paradiso, diceva il sergente, a mala pena soffocando i singhiozzi; Ella è andata lassù a trovare la vostra povera madre e tornerà presto.... e voi andrete a stare con lei... e per sempre.

--No! no! strillavano i due bimbi, additando la fossa, e fissando gli occhi nei due becchini con espressione quasi feroce.

--Signori, disse il sergente volgendosi a noi; il santo uffizio è compiuto, nè io pretendo abusare più oltre della vostra carità. Lasciate ch'io rimanga solo per pochi istanti colla mia piccola famiglia; ho bisogno anch'io di sfogare senza testimonii il mio dolore. Le lagrime stanno male sul ciglio di un soldato, ma il padre ha bisogno di piangere, ed egli vi chiede a tal uopo un momento di solitudine. In pari tempo, vedrò di calmare anche questi due innocenti, che, siccome voi vedete, ora soltanto si sono accorti di aver perduta una sorella.

Noi uscimmo dal camposanto; l'Ascolana si appoggiò al mio braccio, e rientrammo all'albergo coll'animo profondamente commosso.

CAPITOLO IX.

_L'organista di Camerino e il sensale Bertoni di Milano._

All'indomani, prima che l'alba spuntasse, uscii solo dall'albergo, per cercare una vettura. Ma tutti i cavalli erano stati sequestrati dai volontari, e il mio povero asinello, nell'attraversare la valle di Tesino, avea preso una tosse caparbia, una di quelle tossi che domandano l'assoluto riposo e la cura dell'olio di merluzzo.

Tali ostacoli non potevano trattenere la foga bellicosa dell'Ascolana. Quand'io rientrai nell'albergo per annunziarle il mal esito delle mie ricerche:--Ebbene! diss'ella colla massima indifferenza: noi proseguiremo il viaggio a piedi! Giungeremo più tardi, ma in tempo da prestare una mano ai nostri fratelli!

Perchè dissimularlo?--Ho già detto più sopra che io non ho veruna pretesa di eroismo. La speranza di giungere _troppo tardi_ mi fece accogliere come un benefizio della fortuna la necessità di proseguire a piedi il cammino.

Consegnammo le nostre valigie al sergente dei carabinieri, raccomandandogli di portarle a Monte Rotondo, ove la brigata doveva soffermarsi qualche giorno per completarsi di nuove reclute, e riorganizzarsi.--E subito, profittando della frescura mattinale, liberi e lieti come due capriuoli, uscimmo da Spoleto, e in marcia!

In meno di sei ore giungemmo a Terni, dove il giorno precedente era entrata la compagnia del generale Arcioni... La città era tutto in fermento. Anche qui, come a Spoleto, difficile oltremodo il trovare una camera da alloggiarvi. I volontarii dormivano sui carriaggi, nei caffè, sotto i portici delle case, nelle strade. Dopo aver passate parecchie ore nella fastidiosa incertezza di dover pernottare sotto l'azzurro padiglione del cielo--la cavalleresca galanteria di un uffiziale volontario venne in nostro soccorso. Questo benemerito uffiziale, che spontaneamente venne ad offrirci la propria camera, chiamavasi Napoleone... Savon. Personaggio molto singolare, il quale, nella sua duplice missione di poeta e di soldato, avrebbe potuto chiamarsi il Camoens della compagnia, se il disordine della toletta ed altre apparenze non lo avessero assimiliato a Diogine. Ma del Savon e delle sue eccentrità poetico-militari dovrò dire più innanzi. Per ora basti questo cenno di gratitudine pel suo tratto ospitale!

Il dì seguente proseguimmo fino a Narni, dove ci fu dato noleggiare una vettura per trasferirci quel giorno stesso a Civitacastellana.

A poche miglia da Otricoli, ci venne veduto, attraverso il polverio della strada, un vecchierello appoggiato alla muraglia come persona affranta dalla stanchezza.

Indossava un abito color cenere assai logoro; le scarpe rossiccie aprivano le labbra, e mostravano i denti e la lingua sitibonda.--Povero viaggiatore, perduto nella solitudine, forse disperante di toccare la meta...

--Quell'uomo fa dei gesti al nostro indirizzo, disse l'Ascolana.

E il vetturino, per istinto di misericordia, trattenne le bestie.

Il vecchio portò la mano alla fronte come un devoto che accenni al segno della croce; ma il gesto non fu compiuto, e la mano ricadde dalla fronte con disperato abbandono.

--Buon uomo! disse l'Ascolana, voi sembrate spossato--se volete salire nella vettura, noi vi condurremo a Civitacastellana...

--Grazie! rispose il vecchio, grazie!... Se vi degnate accordarmi un posto nella carrozza, io vi benedirò come il mio angelo salvatore.

Il vecchio non potè proseguire; ma con trasporto di sentita riconoscenza; egli strinse la mano di Adelaide, e la baciava bagnandola di lacrime.

Poco dopo, salì nella vettura, e appena i cavalli ripresero il corso, cominciò a raccontarci la sua istoria: