In chiave di baritono

Part 2

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Mi appoggiai al di lui braccio, e usciti entrambi dal convento, in meno di un quarto d'ora giungemmo all'albergo del _Marcuccio_. Il Birecchi si fece tosto annunziare alla signora, e poco dopo il figliuolo del Marcuccio ci introdusse nel di lei appartamento.

Entrammo in una cameretta rischiarata da pallida luce. La donna era coricata. Appena ci vide, rizzossi alquanto sul guanciale, e traendo dalle coltri un braccio più candido dell'alabastro, ne fece appoggio alla testa, da cui un'onda di neri capelli si spandeva sugli omeri e sul petto. Il Birecchi mi aveva decantata la bellezza maravigliosa di quella donna; a me parve divina. L'estrema pallidezza del volto, che forse al cavadenti era apparsa un po' lugubre, rendevala ai miei occhi più interessante. L'ebbi appena veduta e tosto ringraziai il buon Francescano d'avermi fatto rinunziare alle mie idee di perpetuo celibato. Il demonio aveva ottenuta piena vittoria.

Io non osava parlare. Che dirle? Il fascino della bellezza è sì potente da troncarci gli accenti sul labbro e istupidirci i sensi. Buon per me che il Birecchi era al mio fianco, e il Birecchi non era uomo da smarrirsi. Egli dunque aprì la conversazione con un esordio degno de' suoi talenti e della sua conosciuta eloquenza.

--Jeri sera io ebbi la fortuna di vedervi giungere a questo albergo: voi mi sembraste spossata dal viaggio e udii che nel salire le scale pregaste il cameriere di mandare per un medico. Il medico è qui ai vostri ordini (in così dire mi additava). Nel caso poi abbiate bisogno d'un cavadenti, potete valervi dell'opera mia ed io sono certo che mai non mi verrà dato di strappare da più leggiadra bocca denti più belli.

In altra occasione avrei riso di cuore nell'intendere quell'esordio stravagante; ma tutto assorto nel gentile spettacolo di bellezza che mi stava dinanzi, mi era scesa nell'anima una tristezza che chiudeva l'adito ad ogni altra emozione. La bellissima donna mi chiese s'io fossi il solo medico del paese; risposi che sì, quantunque mi ripugnasse il confermare una menzogna.

--Se ciò è, disse ella con qualche imbarazzo, desidererei parlarvi senza testimonii, e pregherei il signore di uscire per pochi istanti.

--Come le aggrada, rispose il Birecchi.

E partì, facendomi un cenno dell'occhio, che poteva tradursi: Voi fortunato! profittate della buona ventura, e, sopratutto badate di non contraddirvi!

Rimasto solo presso il letto della malata, ella, arrossendo nel viso, cominciò a balbettare alcune frasi sconnesse, indi, narratami l'origine della sua malattia, fece atto di rimuovere le coltri per mostrarmi la parte offesa.

--Fermate, signora! esclamai, arrossendo alla mia volta. È tempo che io metta un termine a cotesta finzione. Io non voglio veder nulla: non sono un medico io; il Birecchi si è permessa una celia... ed oramai sarebbe impudenza, vigliaccheria, il secondarlo d'avvantaggio. Sedotto dalla descrizione dei vostri vezzi, io mi lasciai qui condurre sperando mi accettereste a compagno di viaggio. Io vi giuro che non ebbi pensiero di profittare della vostra posizione per mire indecenti. Perdonatemi dunque il fallo involontario: io mi ritiro.

--Restate, disse la donna. Poichè il destino mi vi ha condotto dinanzi, ed io v'ho già in parte rivelati i miei mali, tant'è ch'io mi affidi interamente a voi. Sola, senza conoscenti, in un paese pressochè inabitato, è forse il cielo che a me vi manda. Più che d'un medico io avea bisogno d'un amico; e voi lo sarete per me, il cuore me lo dice!

Così parlando, la malata mi stese la mano, ed io la strinsi per rispondere al di lei voto con una promessa.

In quel punto il Birecchi bussò alla porta.

--Rimandate quel signor cavadenti, disse la donna con subito sdegno.

Apersi la porta e pregai il Birecchi di ritirarsi. Quegli si stropicciò le mani, si pose il cappello in testa, e proferì col tono di voce più grottesco un _ho capito_, da cui si scorgeva ch'egli aveva propriamente capito nulla. Poi, parlandomi all'orecchio:

--Spero, mi disse, che voi non le strapperete tutti i denti. Salvate qualche cosa pel povero Birecchi!

E se ne andò zuffolando.

Allora rientrai nella camera, accostai una sedia al letto della malata, ed ella mi parlò di tal guisa:

--Io son figliuola d'un ricco possidente di Ascoli. Sposai da circa sette mesi un giovane che io amava con tutto il fervore dell'anima. Mio padre, uomo burbero e di principii severi, si era opposto a quelle nozze. Spiacevangli nel mio Carlo l'orgoglioso carattere, l'indole ardente, la tenacità nei propositi, certa naturale fierezza, che a me lo rendeva accetto, e la mia mente giovanile vieppiù infiammava dell'amor suo.

«L'amore non ragiona. Le controversie che io incontrava, mi erano sprone a tentare ogni mezzo di riuscita. Pregai, piansi, posi in opera tutte le arti che ad onesta fanciulla suggerisce la passione: Carlo fu mio.

«Il giorno delle nozze si passò in feste e tripudii. Alla sera, congedati i parenti e gli amici che avevano assistito alla cerimonia, il mio sposo uscì di casa per pochi istanti. Quand'egli rientrò, il suo volto era pallido, i capegli ritti in sulla fronte, la voce tremante e convulsa.

«--Donde vieni? che ti è accaduto? gli chiesi spaventata.

«--Nulla, rispos'egli, nulla. Una facezia... uno scherzo...

«Io mi appoggiai al di lui braccio, e commossa da terrore, d'amore, da mille indistinti affetti, lo seguii nella stanza nuziale.

«Quella notte, in cui sperava dovesse aprirmisi il paradiso...»

Qui la bella Ascolana interruppe il racconto, fissandomi in volto uno sguardo scrutatore quasi esitasse di proseguire.

Dopo breve silenzio, crollò il capo mestamente, mormorando a voce bassa:

--Bisogna pure ch'io sfoghi il mio cuore; e voi mi avete l'aria d'onest'uomo...

--Signora, se voi dubitate di me, io vi prego di troncare una confessione di cui non vi ho richiesta...

--Vi par egli ch'io l'avrei cominciata, se il cuore non mi avesse prevenuta in vostro favore? Permettete soltanto che io vi taccia come la notte del mio matrimonio per me si passasse. Quella ricordanza mi empie di raccapriccio. Vi basti sapere che dove io attendeva tenere carezze, e cento delizie da lunga pezza vagheggiate, trovai le convulsioni della paura, i delirii del rimorso. Mio marito poche ore innanzi era divenuto assassino.

--Basta, o signora, diss'io rabbrividendo. Preferisco ignorare il resto d'una tale istoria.

--Poichè il mio labbro ha proferito l'accusa contro l'uomo di cui porto il nome, è necessario ascoltiate anche le sue discolpe.

--Voi potete risparmiarle; io non ammetto discolpe pegli assassini...

--Signore... vi hanno delle ragioni politiche...

--Avete voi per queste ragioni politiche sentito men vivo il ribrezzo nello stringere la sua mano grondante di sangue?

--Nella prima notte che io passai al fianco di Carlo, appena egli mi ebbe rivelato l'orribile segreto, io fui presa da ribrezzo, e mi ritrassi inorridita dall'amplesso sanguinoso. Ma quando il mio sposo mi fece suonare all'orecchio le sante parole: _Italia e libertà!_ parole ch'io mai non aveva udite prima d'allora, parole che d'un tratto mi svelavano un nuovo mondo d'idee, di speranze e di aspirazioni; allora cessò il ribrezzo del sangue; una forza magnetica mi attrasse di bel nuovo verso colui che mi parlava quel gagliardo linguaggio--io non vidi più nel mio Carlo un assassino, ma il vendicatore di un popolo oppresso, lo strumento della giustizia di Dio...

--Voi l'amavate davvero il vostro Carlo, e veggo che l'amate ancora...

--Se io l'amo!

Rammenta, o lettore, l'energia della Rachel e la soavità della Ristori; uniscile assieme, e saprai qual fosse l'accento della bella Ascolana nel proferire quella esclamazione. E pensa altresì che ella era coricata; che i gesti, i moti della persona riuscivano doppiamente efficaci; che ad ogni agitar delle braccia e delle altre membra, le coltri se ne andavano giù dalla sponda opposta...

--E come avviene che il vostro Carlo non trovisi ora con voi?

--Le ragioni istesse che il giorno delle mie nozze lo spinsero a trucidare un prete scellerato, pochi mesi dopo lo strapparono dalle mie braccia. Egli è partito per Roma alla testa di un corpo di volontari...

--E voi, per quanto apparisce, vi siete proposta di andarlo a raggiungere...

--Ne ho fatto giuramento. Non è forse dovere di sposa seguire il marito, fosse anche sul cammino che conduce al patibolo? Oh sì! voglio combattere anche io; anch'io voglio prender parte a questa terribile e disperata lotta di generosi! A Roma si decidono in questo momento i destini dei nostri figliuoli--fra venti anni (il mio Carlo lo ha detto--ed io ho fede nelle sue parole) fra vent'anni, o i popoli avranno schiacciata l'idra del dispotismo clericale che ha in Roma il suo capo, o i preti avranno abbrutito di bel nuovo l'Europa coi terrori dell'inquisizione.

L'entusiasmo dell'Ascolana era al colmo.

Il Birecchi entrò nella stanza; ma ella non fece più caso di lui.

--Signora, le dissi stringendole la mano, mi accettereste voi per compagno di viaggio?

--Non solo vi accetto, ma conto su voi, rispose ella.

Il Birecchi fece una smorfia grottesca, e proferì un _ho capito_ più sonoro e più goffo che mai.

Il mezzogiorno era prossimo, ed io voleva giungere al convento per l'ora del pranzo. Mi congedai dalla bella Ascolana, promettendole sarei tornato a farle visita prima di notte, onde intendermi con lei per l'esecuzione de' nostri progetti. Il Birecchi esitava a seguirmi, ma l'Ascolana con un sorriso misto di dolcezza e d'ironia:

--Signore, gli disse, io aveva bisogno del medico; per oggi posso dispensarmi dal cavadenti.

Il Biracchi sta volta non pareva disposto a _capire_; ma vedendo ch'egli rimaneva inchiodato dinanzi al letto, io lo indussi a seguirmi, traducendogli letteralmente il motto della signora:

--L'ammalata ha bisogno di rimaner sola.

--Ah! vedo... basta...! _ho capito!_

Pochi minuti dopo, io risaliva la collina per recarmi al convento; il Birecchi passeggiava sotto le finestre dell'albergo, appannandole de' suoi sospiri.

CAPITOLO V.

_Risoluzioni ed espedienti._

Il partito era preso.--Non restavami che trovare i mezzi per seguire la bella Ascolana sul nuovo cammino ch'ella mi additava.

Farmi soldato.... combattere.... morire forse!... Perdonate, miei buoni lettori; io non ebbi mai molta fede nel mio eroismo, e ne ho ben poca nell'eroismo degli altri.--L'idea dei pericoli che io doveva incontrare sul sentiero della gloria, mi preoccupò seriamente lo spirito pel corso dei quindici giorni che io dovetti passare a Grottamare, attendendo la completa guarigione della mia bella compagna.

E nondimeno quei giorni trascorsero per me deliziosi, fra le ascetiche meditazioni del convento e la men casta contemplazione di una beltà provocante, innanzi a cui si erano dileguati tutti i miei santi propositi.

Frattanto l'Ascolana riacquistava ogni giorno nuove attrattive col rifiorire della salute. I suoi grandi occhi si aprivano sfavillanti come gemme; le labbra si animavano, la voce acquistava quel timbro da contralto, che io ritengo esser la voce ermafrodita degli angioli.

Appena fu in grado di abbandonare il letto, Adelaide--tale era il nome dell'Ascolana--uscì con me al passeggio. Ella si appoggiava al mio braccio, e tutta lieta delle forze rinascenti, camminava con lena giovanile sulle sabbie del mare, infino a quando io non l'avessi ammonita di far ritorno all'albergo. Pareva una giovane rondinella, che vicina a passare l'Oceano, tentasse con brevi voli la vigoria delle penne.

Una sera, tornando da una passeggiata più lunga del consueto, mentre io stava per congedarmi da lei «Amico, mi disse con accento risoluto; lunedì prossimo noi partiremo per Roma».

--Sì presto?

--Anche troppo abbiamo indugiato. Aspetteremo noi che i fratelli abbiano compiuta l'impresa senza di noi?

--Quando crediate che la vostra salute non debba soffrirne--per me, sono pronto a seguirvi.

--Dunque... deciso!

--Deciso! risposi risolutamente.

Ed io ripresi il cammino del convento coll'animo più agitato che mai. La risoluzione della Ascolana, sebbene naturalissima, fu come una pietra lanciata nell'onda tranquilla dell'anima mia.--Le mie finanze non si erano fino a quel giorno aumentate di un solo baiocco. Ora, come poteva io accompagnare la bella Ascolana senza premunirmi le tasche del denaro occorrente alle spese di viaggio?

Con tali pensieri entrai nel convento e mi presentai ai monaci nel punto che essi mettevansi a tavola.

--Voi mi sembrate turbato, disse padre Serafino, il superiore del convento.

--Lo sono pur troppo. Ho deciso partire da Grottamare lunedì prossimo, per recarmi a Roma.

--A Roma! esclamarono ad un punto tutti i religiosi.

Quell'annunzio produsse un effetto di stupore.

La cena fu più triste, più silenziosa del consueto. Levatomi da mensa, io mi recai alla cella di frate Domenico. Poichè fui solo con lui, il dabben uomo, appoggiandomi la destra in sulla spalla--figliuolo, mi disse--voi avete presa una santa risoluzione. Io non aveva osato parlarvi apertamente prima d'ora; ma il rimaner qui, fra gli ozii del convento, a voi giovane ancora e robusto, era proprio vergogna. Andate, che il Signore vi benedica! Se Iddio concede vittoria alle nostre armi, spero che un giorno ci rivedremo. Se è scritto nei voleri della Provvidenza, che prima di ottenere il trionfo, i campioni della civiltà e del progresso vengano sottoposti a più dure prove--se Roma è destinata a ricadere sotto il dominio assoluto del Pontefice... allora (e la voce del frate divenne fioca) allora dite un _requiem_ all'anima del povero frate Domenico--perchè io son certo che le libere idee da me espresse in questi giorni mi costeranno la vita!

Io uscii dalla cella del frate. I monaci, che attraversavano i lunghi corritoi mi parevano vampiri. Mi chiusi a chiave nella mia cella, nè per quella notte potei prender sonno.

Però, da quella veglia inquieta nacque una ispirazione felice, ed io trovai l'espediente per ristorare le mie povere finanze.

All'indomani, verso le dodici ore, un gran cartellone, scritto a inchiostro di vari colori, annunziava agli abitanti di Grottamare un grandioso trattenimento vocale-istrumentale-poetico-dentistico, che dovea aver luogo nella sala del teatro la prossima domenica. Alcuni dilettanti del paese avrebbero eseguiti quattro pezzi di scelta musica, io avrei cantate sedici o venti cavatine fra buffe e serie, il Birecchi avrebbe strappati non so quanti denti al cospetto del pubblico; e un poeta di passaggio avrebbe improvvisati e declamati un centinaio di sonetti. Il prezzo d'entrata, perchè fosse proporzionato alle finanze di tutti, si lasciava all'arbitrio degli spettatori. Il teatro sarebbe illuminato a giorno.

Quel gran cartellone produsse l'effetto ch'io mi attendeva. Gli abitanti di Grottamare ricchi e poveri, giovani e vecchi, rimasero stupefatti dal pomposo annunzio. È bene l'avvertire che già da quindici anni non s'era riaperto quel teatro a spettacoli di sorta, e i proprietarii dei palchi sospiravano da gran tempo una buona occasione per riprendervi un dritto di possesso, che da tempo immemorabile i ragni ed i sorci avean loro usurpato. Quindi è che non mai, anche all'epoca solenne dell'apertura, s'era veduta la popolazione di Grottamare con tanta esultanza, tanto trasporto, tanto entusiasmo affollarsi dinanzi ad un avviso teatrale. Io mi avvidi d'aver trovata la miniera degli scudi; e sicuro di poterne ricavare quanto mi abbisognava per le spese di viaggio, mi tenni l'uomo più beato della terra.

CAPITOLO VI.

_Un concerto sconcertato._

Sai tu, lettore mio, quanto costi di noje, di rabbie, di attacchi nervosi, l'organizzare un concerto musicale?

È più facile l'appaiare ad un carro una tigre ed un coniglio, educare ad amichevole consorzio due sorci ed un gatto, trovare alla Camera dei Deputati due onorevoli che vadano perfettamente d'accordo in una quistione politica, riscontrare presso il letto d'un ammalato due medici d'egual parere sull'indole di una malattia,--che non il riunire i tanti elementi all'apparenza identici, di che si costituisce un concerto.

E dopo tante cure, tanti affanni, qual frutto?

Domandatelo a quei tanti artisti di merito, che da molti anni se ne vanno pel mondo con un violino o con un piffero...

La domenica fatale era giunta...

Suonavano le nove del mattino, quand'io sentii bussare leggermente alla porta della mia celletta.

--Son io, disse il sagrestano avanzandosi con esitazione.

--Che vi ha di nuovo?

--Una disgrazia. Ieri io aveva promesso di concorrere co' miei pochi talenti allo spettacolo di questa sera; voi vi affrettaste ad iscrivere il mio nome sull'avviso; ed oggi...

--Ebbene?

--Oggi non posso...

E qui il buon sagrestano a ripetermi le proteste del curato e del coadjutore, i quali non permettevano che egli uomo di chiesa, avesse a prender parte ad uno spettacolo tanto profano. Si trattava nientemeno che di un terribile dilemma, per cui il povero figliuolo era minacciato di perdere il suo impiego nella bottega del Signore.

--No: buon sagrestano; tu non verrai dimesso della tua carica, risposi io stringendogli la mano. Annunzieremo al pubblico la tua _improvvisa indisposizione_, e il Birecchi ti supplirà strappando otto denti in luogo di quattro.

Io non aveva finito di profferire queste parole, quando il direttore della banda civica entrò anch'egli nella mia cella con aria compunta. Egli veniva ad annunziarmi che i quattro pezzi di _scelta_ musica non si potevano eseguire per quella sera. I dilettanti del paese già da quattro anni non si erano più _dilettati_ di suonare in concerto. Ricorrendo a i loro istrumenti, aveanli trovati guasti dalla polvere e dal verde-rame.--Al corno mancavano due cerchielli, al flauto tre chiavi, all'oboe il becco; e nella gran canna del bombardone già da molto tempo avea preso dimora una colonia di sorci. Oltre di ciò, nel paese non si trovava altro pezzo di musica fuori di una marcia funebre scritta otto mesi prima, dal maestro C..., in occasione di illustre matrimonio.

In brevi parole.--Prima che il mezzogiorno fosse suonato, tutti i dilettanti e professori, che doveano prendere parte al concerto, vennero da me per iscusarsi di non poter adempiere alle loro promesse.

Discesi a Grottamare inferiore--corsi alla casa del Birecchi, il solo artista che ancora mi rimanesse fedele; ma qual fu il mio stupore nello intendere che il perfido dentista la notte precedente era partito per Camerino!

Allora sentii mancarmi le forze--ebbi un momento di vertigine--con un lampo di strabismo mentale lanciai gli occhi nel passato e nell'avvenire--poi, in un accesso di disperazione, risolvetti di dare il concerto da solo.

Ma come fare? Il tempo stringeva. E conveniva ripulire il teatro, farvi trasportare un pianoforte, trovare un maestro accompagnatore, destinare qualche galantuomo alla sopraintendenza della cassetta; e il mezzogiorno non era discosto, ed io mi sentiva già stanco dalle contrarietà indurate. Poichè vidi che ogni cosa volgeva alla peggio, e pareva decretata dai fati la mala riuscita di quella intrapresa, io pensai bene d'andarmene a pranzo, indi sdraiato sovra un divano, attendere l'ora dello spettacolo, che, secondo tutte le probabilità, doveva terminarsi con una pioggia di sassate.

Quel giorno pranzai all'albergo del _Marcuccio_ in compagnia dell'Ascolana. Prevedendo i pericoli che in quella sera mi minacciavano, la pregai di non intervenire allo spettacolo--indi attesi rassegnato l'ora di recarmi in teatro.

Il sole volgeva al tramonto, quando un messo del sindaco, accompagnato dall'ottimo sagrestano, recommi le chiavi del teatro. Io le presi tremando, come se il ferro dovesse bruciarmi le dita. Il sagrestano cavò di tasca una ventina di moccoli, che egli aveva raccolti nella chiesa acciò mi servissero per l'uso profano di illuminare la platea.

Poichè i due messi furono partiti, mi feci recare dal Marcuccio quattro bottiglie di vino: le collocai in un paniere coi moccoli e le chiavi, indi, recatomi il paniere sottobraccio, tutto solo, a lenti passi mi avviai verso il teatro, ove mi chiusi, e cominciai a prepararmi alla rappresentazione, vuotando d'un fiato una bottiglia.

Alle otto ore la sala era illuminata.--Apersi la porta--una ondata d'uomini, donne e fanciulli si precipitò per entrare.

Alto là! gridava il sagrestano, agitando un randello.--Guai a chi entra senza pagare! Morte ai ladri! Indietro la canaglia! Viva la cortesia, la generosità! Trattasi dell'onor del paese! Bravi figliuoli! Attenti al bacile!... Ah! sta bene! Grottamare è il paese dei nobili cuori!..

Diffatti in meno ch'io vel dica, eran piovuti nel bacile un centinaio di paoli e una ventina di papetti.

Finito quello sfogo popolare, l'alta aristocrazia del paese, capitanata da un conte e da un barone, sfilò dinanzi al bacile, gettandovi grosse monete d'argento. Alle otto e un quarto circa, la platea, i palchi, il loggione eran colmi di gente--e il bacile presentava l'aspetto più consolante.

Il Rubicone era passato--omai non si poteva retrocedere.

Qual fosse l'animo mio non saprei dirvi; più la gente ingrossava e più crescevano le mie angoscie, sebbene alquanto io mi fossi rassicurato nell'udire come il pubblico si mostrasse già soddisfatto della illuminazione, alla cui vista avea mandato un urlo di viva!

Allo scoccare delle otto e mezzo, dopo aver intascate le monete che erano nel bacile, abbandonai il posto di portinaio, e salii sul palco scenico per dar principio al trattenimento. Vuotai una seconda bottiglia, indi rimossa la tela, mi presentai sul proscenio onde annunziare al pubblico le _indispozioni_ sopravvenute agli artisti colleghi, e prevenirlo degli inconvenienti accaduti. La mia breve arringa si chiuse fra plausi d'entusiasmo. Il coraggio mi risalì dai talloni alla testa:--vuotai la terza bottiglia--ordinai fosse immediatamente alzato il sipario, e appena scoccato l'ordine, corsi io stesso ad eseguirlo. Tirata la funicella, il sipario si alzò fra nuove grida di entusiasmo.

Per intrattenere aggradevolmente la numerosa adunanza io dovetti in quella sera esaurire tutta la lena de' polmoni e del cervello. Accompagnandomi ad una spinetta scordata, cantai non meno di venti pezzi da soprano, da tenore e basso; improvvisai una dozzina di sonetti a rime obbligate; declamai quattro canti della _Divina commedia_...

Il trattenimento poetico musicale durò fino a mezzanotte, e forse sarebbesi protratto infino all'alba, se un caso inaspettato, ed a me favorevolissimo, non avesse obbligato gli spettatori ad uscire dal teatro. I moccoli del sagrestano, quei moccoli per cui, al cominciare della rappresentazione, il teatro brillava di tanto bagliore, essendo, come ognuno può immaginare, di varia dimensione e grossezza, col proceder del tempo s'erano andati spegnendo ad uno ad uno, versando sul rispettabile pubblico una broda tepida e viscosa. Verso mezzanotte la sala non era più rischiarata che da un solo lucignolo; ed io era giunto alle cadenze della ventesima cavatina, e già un migliaio di mani stavano alzate per applaudire, quando ad un tratto anche quest'ultimo raggio venne a mancare, e il palco scenico, la platea, tutto insomma il teatro, s'immerse nel buio più denso.

La sorpresa fu generale. Gli uomini mandarono un urlo spaventevole, le donne risposero cogli strilli.--Chi cerca tastone il cappello, chi appoggiandosi alle muraglie si trascina verso la porta d'uscita; l'uno s'aggrappa all'altro; chi urta, chi spinge, chi s'azzuffa e le panche rovesciandosi con fracasso, pestano senza misericordia i calli della vile moltitudine, e stracciano le gonnelle delle signore. Fu vero miracolo che in tanta confusione nessuno si fiaccasse il collo o spezzasse il cranio alla parete.

Dopo dieci minuti di scompiglio, il sagrestano comparve finalmente in sulla porta del teatro con un lampione inchiodato ad una pertica. Alla vista di quel faro, tutti proruppero in grida di gioia, e beati dell'improvvisa luce, con calma e nel miglior ordine possibile uscirono dalla sala.