Impressioni d'America

Part 5

Chapter 53,623 wordsPublic domain

Anche le leggi intervengono, uscendo dall'ambito loro, a governare i costumi. Ma quando la legge esorbita, l'inganno e la frode le stanno ai fianchi. In parecchi Stati dell'Unione è inibita la vendita delle bevande fermentate. Ma la sorveglianza dei pubblici ufficiali si ristà alla forma dei recipienti, onde avviene che si spaccino impunemente vino, birra e liquori, colla sola avvertenza di tenerli entro i bricchi e le caffettiere invece che nelle bottiglie e di mescerli entro le chicchere, invece che nei bicchieri. Gli Stati che non inibiscono in modo assoluto la vendita delle bevande alcooliche, ne limitano lo spaccio ai soli giorni feriali. La domenica, nella stessa New-York, sono chiusi tutti i Bar e le birrerie. Chiusi, intendiamoci, in apparenza e la porta maggiore; ma se vi prenda sete del più velenoso fra i liquori, rivolgetevi a bassa voce e con rinforzo di qualche moneta d'argento al primo _policeman_ in cui v'imbattete. Egli vi indicherà con un gesto il passaggio secreto che mena al Bar più vicino. Così per voler soverchiare il suo compito, la legge si chiarisce insufficente e diventa argomento di corruzione civile. A Gloucester nello Stato di Massachusetts, la derisione della legge fu condotta, nel tempo ch'io stavo in America, ai termini estremi. Una birreria molto frequentata di quella città, soleva la domenica affiggere alle pareti delle sue sale dei cartelli con questa scritta: _In respect for the law ask for Ambrosia_ (Per rispetto alla legge, domandate: Ambrosia). S'intende che a chi domandava Ambrosia, era mesciuta birra, ma la maestà della legge era salva ed il birraio non ci pativa.

Chi entri nei Bar entro le dieci di sera ci trova un po' più fitta la stessa folla che dicemmo dianzi, ed a primo vedere non avverte nel suo aspetto nessun notevole mutamento. Sono pur sempre quegli uomini, alti, asciutti, eleganti e regalmente infiorati, se non che a guardar bene, la loro compostezza apparisce ora più dovuta a sforzo volitivo che a grazia naturale. Non stanno più eretti sulla persona ma impettiti, non ritti ma impalati, le loro faccie hanno un'espressione violenta, si direbbe che bevano con disgusto, costretti. Durano gran tempo inerti tra la folla come in piena solitudine, ignari di quanto li circonda. Nessuno più discorre, nemmeno sottovoce, col vicino. Quel luogo chiaro, pieno di gente taciturna, è più sinistro delle nostre infime taverne.

Ricordo di essere entrato in compagnia di alcuni europei nel Bar dell'_Hoffman house_ la notte delle elezioni dello Stato di New-York. I due partiti che si contendevano il governo avevano posto il loro quartier generale nei due alberghi quasi attigui della piazza: _Madison square_. I democratici al _Fifth avenue hotel_, i repubblicani all'_Hoffman house_. Tutta la sera la gran piazza era stata gremita di popolo in attesa delle notizie elettorali che una specie di lanterna magica rifletteva in caratteri cubitali sulla immensa parete nuda di un teatro. Alternavano, ricordo, le notizie delle elezioni cogli annunzi industriali: — Il tal candidato ebbe in Albany 10 mila voti. — E subito dopo: — Se volete delle solide calze andate in Broadwai al tal numero. — Ogni annuncio di voti era accolto, a seconda delle parti, da strida, da clamori, da imprecazioni e da fischi. Entrammo nel Bar verso l'una dopo la mezzanotte. C'era una tal ressa che tutti i presenti si puntellavano a vicenda. Credevamo di trovarci l'eco delle recenti battaglie, dispute e concioni, i soliti segni della concitazione pubblica. Era un silenzio glaciale. Tutta gente in tuba, in soprabito nero, un fascio di milioni se non pure di miliardi, ed un aspetto funereo che metteva freddo nell'ossa. I repubblicani avevano vinto, eravamo fra i trionfatori. Questi dunque gl'inni della vittoria? Sulle prime, nel pigia pigia dell'entrata, noi stranieri ed ignari ci guardavamo ammirati di così misurato contegno. Ma poi! Occhi smarriti ed imbambolati, labbra cascanti, una rigidezza scomposta nei lineamenti, pallori inquietanti e su tutti i visi l'unghiata formidabile del veleno.

L'ultimo giovedì del novembre si celebra negli Stati Uniti il _Thanksgiving day_ (giorno della resa di grazie), la festa bandita ogni anno dal Presidente dell'Unione, per ringraziare la Divinità dei beni concessi nell'annata. Erano quel giorno in New-York gli studenti delle due università di Yale e di Princeton, le più celebri d'America, convenuti per una gran gara al pallone che aveva divisa in due parti tutta quanta la città imperiale. Fino dalle prime ore della mattina, i quartieri centrali, in luogo di mostrare là squallida nitidezza che è attributo i giorni festivi di tutte le città americane, disertate dagli abitanti, erano più del solito popolosi e chiassosi. Si leggeva su tutti i visi una aspettazione gioconda e quella disposizione alla dimestichezza comunicativa che i giovani portano con sè dappertutto ed irradiano anche sulla gente matura. L'immensa metropoli pareva mutata in piccola città universitaria, tanto si associava alla vita degli studenti. Tutti i cittadini d'ogni età e d'ogni condizione, uomini e donne, portavano o sui cappelli, o sul braccio, o alla cravatta, o all'occhiello i colori di una delle due università, a seconda delle simpatie e delle scommesse. Yale era gialla. Princeton azzurra. Davanti le case, gli alberghi ed i clubs, immensi carozzoni scoperti, a quattro, a sei cavalli, infiorati ed inghirlandati di giallo o d'azzurro le ruote, i sedili, la groppa e la criniera, aspettavano le comitive dirette al campo della gara. Le brigate degli studenti scorazzavano da padrone tra la folla che si apriva plaudente ed augurante al loro passaggio. Era una festa tutta gentilezza, dedicata al fiore della gioventù americana.

La gara seguì, stupendo e ordinatissimo esercizio di forza e di destrezza. La sera, le vie ed i teatri brulicavano di studenti, ma il fiore d'America s'era avvizzito e spandeva odore d'acquavite. Irrompevano a forza nei teatri e vi spadroneggiavano con durezza. Non vi portavano il motteggiare delle nostre scolaresche in festa, le quali se disturbano l'attenzione delle pacifiche platee, danno in compenso spettacolo di salace giocondità, ma un tempestare assordante in nota unica e continua, che esprimeva l'immobilità delle loro menti intorpidite. Non sorrisi, nè risate. La loro prepotenza non attenuata da nessuna grazia, pareva di soldatesca conquistatrice. Per le vie barcollavano briachi di una ebrietà tenebrosa senza raggio di gaiezza. I meno funerei stamburavano a voce, curando di camminare in misura, ma la voce ed il passo erano affatto indipendenti l'uno dall'altra e si accordavano solamente nel ribellarsi ognuno per suo conto al rudimentale impulso volitivo ond'erano mossi. La voce rendeva suono di tamburo allentato per funerali, un suono così scomposto e stentato che pareva esprimere il delirio di un paralitico. Quale differenza dalle nostre canzoni bacchiche briose ed audaci e dalla esaltazione sottile e verbosa che sale al cervello dai nostri vini! Ed il passo! Un bimbo di tre anni avrebbe stramazzato a terra il più vigoroso di quegli atleti. A tarda notte molti giacevano come corpi morti, sui marciapiedi.

Questa brutalità di vizio appartiene in eguale misura alle classi ricche ed alle povere, anzi tenuto conto della qualità delle bevande e del loro potere innebriante il quale cresce in ragione inversa della bontà, si può ritenere che sia maggiore in quelle che in queste. È noto che dai clubs più fastosi, molti fastosissimi soci, poichè vi entrarono a piedi, escono nelle ore piccine portati a braccia dai domestici, i quali li cacciano in carrozza e giunti a casa li spogliano e li mettono in letto, senza ch'essi diano segno alcuno di rinvenimento.

Io giudico che l'americano sia più amante dell'ebrietà che del bere. La proposizione può parere paradossale, ma non è. Non mi avvenne mai di vedere un americano, intendo degli alcoolisti, centellinare un bicchierino di liquore e mostrare di assaporarne l'aroma. Si direbbe anzi che al loro palato disgusti l'acredine alcoolica e che costretto all'ufficio di imbuto esso si affretti a liberarsi dell'ingrata sostanza. Essi non bevono, tracannano. A vederli accostare alle labbra il calicino e versarlo di scatto, si capisce che la colonna liquida deve piombare serrata nelle fauci senza diffondersi a toccare le papille. L'atto non è infatti accompagnato da nessun segno di compiacenza. Cupi e fissi bevitori essi giungono all'ebrietà senza passare per l'ebrezza. La loro ebrietà non è una cima, è un pozzo; non vi salgono grado grado, inconsapevoli: vi si avventano con deliberato proposito. Bisogna dire che alle loro menti, pur tanto energiche e sempre affaticate dietro i traffichi ed i guadagni, faccia difetto l'energia che sa comandare il riposo e sospendere l'applicazione intellettuale. Da ciò il bisogno violento di paralizzare con aiuti esteriori l'attività cerebrale. O forse consci della invincibile seduzione alcoolica che tanto tanto li trascinerebbe alle ultime cotte, nella loro impazienza delle sensazioni estreme, amano a risparmio di tempo, arrivarci di un colpo. È la stessa sessualità grossa che ho già notato altra volta e che si palesa per mille vie, sdegnosa delle delicatezze indugiatrici, amante di quanto è enorme ed eccessivo.

CAPITOLO V.

Un'intervista. — Divagazioni. — Altre interviste.

Appena ebbi messo piede in New-York, il direttore di teatro che mi aveva chiamato in America, mi fece avvertito che la sera stessa sarebbero venuti ad intervistarmi i redattori teatrali dei maggiori giornali. Già al mio passaggio in Parigi un corrispondente del _N. Y. Herald_, mi aveva minutamente richiesto di notizie biografiche e del mio modo di pensare intorno al teatro moderno. Richiesto, sul secondo punto, non con domande categoriche, ma per via di una conversazione ch'egli dirigeva con grazia volubile ed esperta, mettendoci molto del suo e mostrandosi colto ed arguto conoscitore della letteratura drammatica d'ogni paese. Mi era rimasto di quel colloquio una impressione graditissima, quantunque mi fossi più volte accorto di non farci la prima figura, perchè dell'arte, chi la pratica, non sa parlare con quella larghezza generalizzatrice che riesce tanto bene a quelli che la considerano fuori di sè e sono avvezzi a classificarne i modi e le tendenze.

Mi era sopratutto piaciuto il fare sciolto e spregiudicato di quell'americano che per lunga abitudine aveva preso dai parigini la prontezza delle sintesi sentenziose nelle quali però, a differenza dei francesi, non si rinchiudeva, ma che andava invece enunciando con un accento leggermente canzonatorio, adoperandole come una sorta di linguaggio abbreviativo da doversi usare ed intendere con molte restrizioni mentali. Nel suo ragionare e nell'uso che faceva della copiosa e diversa coltura, c'era una gioviale ironia, e nei suoi giudizi, sotto la veste dei modi condiscendenti, quasi uno smalto di generale irriverenza. Non che fosse irriverente a parole, ma si capiva che nessun nome, per quanto glorioso, lo abbagliasse, e come anche rispetto alle opere più celebrate e che egli stesso lodava in più larga misura, la sua ammirazione fosse sempre vigilante e veggente. E di ciò pareva contento ed inorgoglito.

La cecità ammirativa, da non confondersi colla ostinazione orgogliosa e coll'esclusivismo settario, è una gioia generosa conceduta a pochi; essa appartiene agli spiriti contemplativi, solitari, amanti del sacro eroico silenzio, come lo chiama il Carlyle, e non agli industri spiriti stimolati ed indoloriti dal continuo contatto colle moltitudini. Ho trovato di poi negli Stati Uniti, nei non pochi uomini di molta e varia coltura che mi avvenne di avvicinare, una grande affinità d'ingegno col mio intervistatore parigino. Quanta originalità nel giudicare le cose dell'arte e della vita! E a differenza della gran maggioranza dei loro concittadini, quanta arguzia, quanta inattesa e delicata tenuità nelle loro osservazioni! Una tenuità non frivola e non superficiale, fatta di acume penetrante e non so quale freddezza astinente. Una ironia diffusa su tutte le cose, uno spirito d'esame tranquillo ed inesorabile, una facondia precisa e gioviale, una leggera diffidenza reticente più spesso tradita dall'occhio e dalle pause che dalla parola, danno ai loro discorsi un sapore intellettuale veramente gustoso. Parlo, s'intende, degli uomini colti oltre il comune, in qual sia ramo di coltura e dati alle applicazioni scientifiche e letterarie, delle quali non fanno nessunissima mostra, scevri come sono di quel fare professionale o professorale, che un poco anche presso di noi e più in Francia ed in Germania, tradisce il carattere e si mostra al tema dei discorsi, al frasario, al tono, all'accento, al gesto e perfino al vestire. Quanti conobbi in America, letterati e scienziati, tutti mi parvero gente del comun vivere, colla quale, a non conoscerla, potreste discorrere più ore e più giorni senza nemmeno sospettarne le occupazioni e la notorietà.

Ricordo una sera deliziosa passata all'_Italian Home_ (Istituto italiano di beneficenza), in New-York. A questa benefica istituzione assiste gratuitamente un collegio medico italiano assai numeroso, al quale nei casi gravi e complicati, soccorre con volonteroso e gratuito concorso un collegio consultivo composto delle più celebrate sommità cliniche della metropoli. Ogni anno i fondatori, i direttori ed il collegio medico dell'_Italian Home_, offrono ai professori americani componenti il collegio consultivo, un modesto e cordiale ricevimento nelle sale a terreno dell'Istituto. Il ricevimento termina in cena e la cena in discorsi. Ma questi non sono, come avviene di solito presso di noi, compassati, solenni e retorici, bensì sciolti, arguti, conversanti e piacevoli oltre ogni dire. La sera ch'io assistetti alla bellissima festa, al primo saluto e benvenuto officiale di un direttore italiano, risposero uno dopo l'altro quasi tutti i convitati americani. Non mi avvenne mai di notare a banchetti europei una così generale prontezza, chiarezza, precisione e semplicità di parola.

Presso di noi la facoltà di esprimersi in pubblico in modo dilettevole è tanto rara che attribuisce a chi la possiede una speciale ed invidiata notorietà. In America essa è si può dire universale fondamento del vivere sociale. Le prime scuole la sviluppano e l'educano nei fanciulli con frequenti esercizi di esposizione orale e di letture ad alta voce. Presso di noi, la vita pubblica considerata nella sua azione comunicativa e persuasiva è privilegio di pochi e prende ben presto una veste professionale. In America essa è di tutti ed è esercitata di continuo, non ostante la differenza delle condizioni, in una perfetta e reale eguaglianza di diritti e di relazioni. La molteplicità degli uffici elettivi, la critica liberissima di tutti i poteri, le formidabili concorrenze che inducono formidabili associazioni di forze continuamente scosse e rinnovate, il bisogno continuo di attirare l'attenzione dei più e di accaparrarsene il consenso fanno della parola persuasiva e del ragionare chiaro e ponderoso, un istrumento indispensabile di riuscita in ogni ramo dell'attività umana. Perciò ivi l'azione non va scompagnata dalla parola ed anzi la parola è principio, modo e spesso argomento di azione.

Nei paesi dove il parlare in pubblico è di pochi, gli oratori sono tenuti in pregio più per le qualità formali che per le sostanziali. La facilità, la continuità imperterrita, l'abbondanza dell'eloquio e perfino la rotondità enfatica del fraseggiare, meravigliano gli ascoltatori incapaci di mettere insieme in pubblico quattro proposizioni continuate. Noi siamo facilmente indotti ad ammirare quello che non sapremmo fare, per il solo fatto di non lo saper fare. Quante volte non ci avviene, nelle assemblee, nei circoli, ai banchetti, ascoltando un facile oratore, di sussurrare nell'orecchio di un vicino fidato: come parla bene quell'imbecille! E in fondo in fondo, ed in quel momento, la proposizione contiene più elogio che censura. Non voglio già dire che in America il numero degli imbecilli sia minore che in casa nostra: certo è maggiore quello degli imbecilli che parlano bene, ma perchè il parlar bene è qualità comunissima, nessuno li loda di ciò che ognuno saprebbe fare al pari di essi.

Eliminata per lunga abitudine la preoccupazione della parola, la concentrazione intellettuale è intesa tutta al pensare, all'argomentare. In generale, la facondia degli americani non è un'arte, è uno strumento; essa è assai più dialettica che oratoria. Non mancano neanche là, gli oratori sbracciati, pomposi, reboanti e congestionati. Mi parrebbe ingratitudine non menzionarne uno che fra le innumerevoli eccentricità ond'ebbe fama in quel paese dove gli uomini eccentrici si contano a migliaia, possiede anche quella di essere amantissimo dell'Italia. Dico possiede, ma non so s'egli viva ancora. Io lo conobbi vecchio ed ho come una oscura reminiscenza d'aver letto che è poco, la notizia della sua morte. Nel dubbio mi è caro darlo per vivo, tanto più che al mondo non vive certo il compagno. Mister Francis Train, geografo, come egli scrive nelle sue carte di visita, ha fatto tre volte il giro della terra, il tempo in cui non che in ottanta giorni, non lo si compiva a suo modo in ottanta settimane. Fu una volta candidato alla presidenza degli Stati Uniti, è creatore di città, scopritore di terre, fondatore di religioni e profeta. Ha, dice un suo manifesto, il cervello di venti uomini, l'energia di cento, il magnetismo di un Dio. Lo stesso manifesto enumera le azioni pratiche e positive ch'egli ha compiute. «Legò insieme i continenti, colla prima linea di piroscafi fra Boston e Liverpool e fra San Francisco e l'Australia. Inaugurò il sistema delle tramvie in Londra. Diede all'America la prima linea ferroviaria fra l'Atlantico ed il Pacifico. Aprì alla civiltà milioni di acri del più fertile verde tappeto di Dio e dove scorazzavano tribù selvaggie, insediò popoli operosi e civili.» Visse dieci anni in volontario silenzio, nel Central Park di New-York, vestito di bianco, mite e carezzevole ai fanciulli ed agli animali, non avverso agli adulti, ma ricusando con essi ogni sorta di commercio e di contatto. La gente accorreva a vederlo ad ogni ora del giorno passeggiare lungo i viali o sedere sull'erba, solitario, pensieroso, muto e sorridente. Vecchio, fece ritorno alle vie popolose, riprese la vita frammezzo alle genti e si diede a prediche e conferenze morali, sociologiche, scientifiche, umanitarie, ma rifatto inesauribile discorritore, una sua religione gli inibisce di toccare mai corpo umano, e di essere toccato. Di questa sua astensione, che non è ripugnanza, non dà avviso nè motivo. Quando io lo conobbi e gli porsi la mano, egli portò con rapido moto le sue due mani dietro la schiena ed alla mia meraviglia non rispose altrimenti che con un sorriso illuminato di bontà e di cortesia. Parla, a credergli, tutte le lingue ed i dialetti del genere umano, e non parla ch'io sappia, ma intende tutte le lingue degli uccelli. I suoi ritratti giovanili, arieggiano, ma con più energiche fattezze, quelle di Giuseppe Giusti; vecchio, ricorda il buon Pietro Cossa, se non che i bianchi baffi incerati, il vestire sportivo e l'immancabile e vistoso ciuffo di fiori all'occhiello gli danno, e Dio sa che non gli conviene, un'aria posticcia di seduttore impenitente.

Questo meraviglioso uomo è, astrazion fatta dal senso dei suoi discorsi, il più grande oratore ch'io abbia mai inteso e ch'io possa imaginare; un magico vocalizzatore di suoni articolati, di accenti, di inflessioni espressive, sostenute e fatte più intense da magnifici gesti, da accensioni fulminanti e da carezzevoli soavità dello sguardo, dalla mobilità dei lineamenti, da subitanei pallori e rossori, da pause intenzionali, da sorrisi maliziosi, da un lume d'anima effuso su tutta la persona. Un sordo a vederlo parlare, un cieco a sentirlo, intenderebbero del suo discorso quanto ne intendono quelli che ci vedono e ci sentono, e la conoscenza della lingua diventa in tanta magniloquenza di suoni, un mezzo d'intendimento affatto superfluo. Io pensai più volte che se il Poë lo avesse inteso, ne avrebbe tratto uno dei suoi più misteriosi racconti. È un demoniaco dell'oratoria. Non c'è ascoltatore così refrattario che gli resista, non c'è così acuto spirito che lo segua. È vuoto il suo discorso o troppo pieno? A sentirlo viene fatto di domandarsi se egli non dica forse troppe più cose e più alte di quante la nostra mente possa concepire e contenere. Quando è invasato e arroventato dal démone, egli coglie i nessi fra qualità ed essenze disparatissime e trova ed esprime analogie che a nessuno avvenne mai di avvertire. Il fondamento dell'ideazione non consiste forse nell'afferrare le relazioni delle cose? Ed il migliore ideatore, non è forse quello che scopre le più remote ed in apparenza inafferrabili? La parola: «assurdo» non ha valore permanente fuorchè nelle matematiche pure; fuori di queste essa esprime solamente il grado attuale della nostra ignoranza. A tale stregua tutti gli ascoltatori di Francis Train non possono a meno di riconoscersi grossamente ignoranti in tutte le cose umane e divine. Ma non sarebbe giusto farne carico proprio a lui, che solo forse, ci vede addentro e lontano. D'altronde fino a che dura il turbine delle sue parole, chi lo ascolta, sale con lui oltre i miseri termini del ragionevole e del razionale. Il moto vorticoso ch'egli induce nel nostro intelletto sembra spiazzare un lume non mai prima raggiato sull'universo sensibile e sull'ultrasensibile. Peccato che sia lume fatuo più presto svanito che balenato. Chi dura al suo discorso prova una deliziosa crescente sensazione di leggierezza volante. Si direbbe che gittate via come inutile ingombro tutte le nozioni positive e con esse la ragione, l'esperienza, la sensazione delle cose reali, il senso pratico ed il senso comune, la mente vuota e quasi imbiancata a nuovo, possa finalmente compiere la sua naturale funzione, accogliendo e rimulinando un pulviscolo caotico d'idee.

Oratori energumeni hanno pure in America le società di propaganda religiosa, fuori delle confessioni universalmente riconosciute e quelle di propaganda igienico-morali intese a diffondere l'uso dei cibi vegetali ed a combattere l'alcoolismo. Ma la loro grossa e plateale verbosità si riscontra tanto spesso, benchè con diverse applicazioni in Europa, che proprio non torna il conto di parlarne. Quel buono e pudibondo santone di Francis Train mi ha allontanato dal cenacolo dell'_Italian Home_, dove forse qualche psichiatra avrebbe fatto al suo caso, ma bisognava pure parlare anche di lui, perchè è altrettanto insolito all'Europa il suo sproloquio a grande orchestra, quando vi è insolita l'arguzia penetrante e casalinga dei dottori miei commensali.

I francesi possiedono per lunga tradizione accademica e mondana una facondia misurata ed incisiva, che li rende gustosissimi parlatori a commemorazioni, a cerimonie inaugurali, a dissertazioni letterarie ed a discorsi in fine di tavola. Ma le loro improvvisazioni hanno sempre un leggiero sapore di formulario e perfino la grazia vi è spesso metodica. Finchè discorrono da stare a sedere ed a mezza voce, il loro fraseggiare ha la schietta fragranza dell'impensato e dell'inatteso: ma non appena sorgono in piedi ed elevano il tono vocale, il loro _eloquio_, anche se estemporaneo, tradisce le reminiscenze letterarie e si informa _ai buoni modelli_.