Part 14
Le necropoli violate cominciavano a spandere i loro secreti e gli antichi oggetti dissepolti divenivano argomento di regolari commerci. I contadini stessi cui seguiva, non di rado, di trovare monete d'oro ed oggetti preziosi, si davano volentieri alla cerca, sospettosi dei forestieri e sopratutto del governo turco il quale accampava diritti e praticava sequestri sulle prese. La curiosità, l'avidità del guadagno, la vanità, la seduzione dell'ignoto, davano agli eruditi un sussidio non sempre desiderato e non sempre utile, di innumerevoli dilettanti, operanti senza criterio e senza disciplina. I contadini degli oggetti dissepolti, non pregiavano che la materia. Così una statua di bronzo, più alta del vero, rinvenuta nel greto d'un torrente disseccato, fu infranta e ripartita a peso fra gli scopritori, gelosi sovra ogni cosa di trafugarla alle autorità, paghi di ricavare il valore del metallo. I dilettanti, serbavano bensì gli oggetti interi, ma non curavano di registrare il modo del loro giacimento nè, tanto meno, di rilevare la pianta del tempio o della necropoli, che li aveva per tanti secoli custoditi, privando così, la scienza delle preziose notizie complementari che sono pressochè indispensabili, alle sicure attribuzioni e classificazioni. Qualche dotto archeologo, e non pochi antiquarii improvvisati archeologi, procedevano tuttavia con buoni metodi e con diligenti cautele a fruttifere ricerche. E le loro scoperte, menavano rumore fra gli studiosi d'ogni parte d'Europa, e facevano gola ai Musei di Londra, di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo.
Nel 1860, il Renan mandato da Napoleone III a esplorare le coste dell'antica Fenicia, stimò di dover allargare fino a Cipro il raggio delle sue ricerche; e già l'anno appresso stava per imbarcarsi alla volta di Larnaca, quando dolorose circostanze di famiglia e di salute lo costrinsero a tornarsene subito in Francia. Ivi apprese che il Visconti Melchior di Vogüè già noto per ottimi studi sulle chiese cristiane in Terrasanta e riputato conoscitore della archeologia fenicia, era sulle mosse per un secondo viaggio in Oriente. Il Renan lo pregò di comprendere anche Cipro nel suo itinerario e n'ebbe conforme promessa. Infatti nel 1862, il Vogüé in compagnia del Waddington e dell'architetto Duthoit intraprese una esplorazione completa dell'isola, e condusse in parecchi punti degli scavi che arricchirono di preziosissime spoglie il Museo del Louvre. Sulle indicazioni del Vogüé l'architetto Duthoit potè segnare con sicurezza il luogo dove sorgeva l'antica Golgos e scoprire tre grandi fosse ricolme delle statue atterrate e mutilate dai primi cristiani.
Fortunate ricerche fece pure il Conte di Maricourt, Vice Console di Francia residente in Larnaca. Passeggiando un giorno colla famiglia, su per le falde di un monticello che domina una salina nei pressi della città, il Maricourt smosse a caso colla punta del bastone fra le sabbie una minuscola statuetta di terra cotta. Incoraggito dalla trovata fortuita, proseguì a ribruscolare nel l'arena collo stesso istrumento, e ne estrasse parecchie altre consimili figurine. Tornò l'indomani sul luogo colla famiglia ed i domestici armati di pale e la messe fu assai copiosa. Era naturale che ci pigliasse gusto. Ogni sera i borghesi di Larnaca vedevano la brigata consolare avviarsi agli scavi come a sollazzevole scampagnata. In capo a pochi mesi, il Maricourt possedeva una pregevole raccolta, che avrebbe di certo arricchita se non moriva di colera nel 1865.
Lo scozzese Hamilton Lang andato in Larnaca a dirigervi una succursale della Banca Ottomana, fu anch'egli, in quel torno, sedotto alla ricerca dei sepolti tesori. Sulle prime si appagò di farne incetta presso i contadini, comprandone vasi di vetro e d'argilla. Datosi di poi agli scavi, scoprì in Dali le vestigia di un tempio, che gli fornirono in gran copia, statue e statuette di marmo e di cotto di varie dimensioni, figurine di bronzo di fattura egizia, ornamenti di smalto turchino o bianco, frammenti di preziose ceramiche, e medaglie d'argento appartenenti alla più remota antichità. La sua maggior presa, fu più tardi, nel campo della numismatica. Nel 1870, cinque giovani contadini, andavano alla ricerca di statuette, nei terreni già esplorati dal Maricourt. Uno di essi mise a giorno un vaso di bronzo che levato di terra gli si ruppe fra le mani, lasciando cadere una pioggia d'oro coniato. Il bottino fu spartito fra i cinque cercatori con promessa di scambievole secreto. Ma due giorni dopo, il Lang, avuto sentore della cosa, potè, al prezzo di dodicimila lire comprare seicento statere d'oro di Filippo e d'Alessandro macedoni, fra le quali, cedute poi al Museo brittannico, si riscontrarono novantadue varietà fino allora sconosciute.
Un altro console di Francia, il Colonna Cenaldi, di origine italiana, succeduto al Maricourt, proseguì con ottimo frutto le indagini iniziate in Dali dal Duthoit. Un console d'Inghilterra, M.r Sandwith, non ostante le opposizioni del governo turco, riuscì pur tuttavia a raccogliere una bella collezione.
Così l'antica terra aveva rimunerato molti cercatori delle sue ricchezze, ma senza raccontare intera la sua storia, senza dare ai problemi della scienza archeologica una soluzione sicura ed esauriente. A parziali ed impazienti ricerche erano seguite parziali trovate. La gelosia del governo ottomano minacciava di mettere ostacolo agli scavi ulteriori. Per dire l'ultima parola sulle antichità di Cipro, occorreva vi si applicasse un uomo che, conseguita la necessaria dottrina, fosse ad un tempo, più accorto, più sagace, più audace, più perseverante, più caro alla fortuna, più meritevole dei suoi favori, di quanti vi s'erano per l'addietro applicati.
Tale seppe essere il generale Luigi Palma di Cesnola.
* * *
Il Cesnola sbarcò in Larnaca il giorno di Natale del 1865 colla moglie e due bambine. La città gli parve inabitabile, i luoghi intorno aridi e desolati. Già durante il viaggio egli aveva letto quanti più libri gli era riuscito di raccogliere intorno all'isola di Cipro, alla sua storia, ai suoi commerci, alle sue antichità. Il giovane generale non aveva altra coltura classica fuori di quella appresa nelle primissime scuole. Dall'età di sedici anni in poi, da quando cioè era partito volontario per la prima guerra dell'indipendenza italiana, tutti i suoi studi, tutte le sue applicazioni s'erano rimaste alla scienza ed all'arte della guerra. Il mondo dell'antichità che quelle frettolose letture schiudevano alla sua mente, gli era, si può dire, affatto ignorato, ma la sua mente pronta ad accendersi, facile alle assimilazioni, ordinata ed imaginosa doveva riceverne uno stimolo grande a maggiori conoscenze. In Larnaca gli scavi erano diventati l'occupazione ed il passatempo di tutte le persone colte. C'era in tutti l'aspettazione di qualche grande scoperta imminente, o per lo meno la certezza che quella terra piena di storia, celasse ancora immense ricchezze ed impareggiabili tesori d'arte e di scienza. L'ellenismo era, nella famiglia Cesnola, titolo di nobiltà ed argomento di culto domestico. Pareva al conte Luigi che ricercando le origini della remota civiltà greca, egli avrebbe continuato e compito l'opera dell'avo Alerino, volontario combattente per l'indipendenza della Grecia moderna. Il disagio e la noia di una piccola città turca, lo infervorarono all'impresa. Il Consolato degli Stati Uniti gli lasciava agio di attendervi. Una relazione pubblicata dal Vogüé dove era vantata per completa la esplorazione dell'isola fatta dalla missione francese, e pareva conchiudere nulla potersi più sperare da maggiori indagini, aggiunse forse all'altre tentazioni un non so che quale lievito di puntiglio, primo segno della vocazione archeologica. Gli uomini dalla tempra del Cesnola misurano di colpo il prò ed il contro di ogni impresa e sono altrettanto pronti al decidere quanto pazienti all'operare. Si direbbe che la fortuna sussurri loro all'orecchio il secreto degli eventi avvenire. Fino dai primi giorni della sua dimora in Larnaca il Cesnola fece proposito di dedicarsi agli scavi, non colla volubilità del dilettante che muta luogo al primo saggio infruttuoso, ma con persistente fermezza. Alla spesa avrebbe provveduto l'immancabile bottino. Per farsi la mano intanto che si addentrava negli studi, cominciò a rifrugare, ultimo dopo tanti curiosi, entro le terre intorno a Larnaca.
Vi trovò subito importanti monumenti dell'epoca greco romana, un sarcofago fenicio, vasi di marmo e di alabastro con iscrizioni fenicie, terraglie a fregi fenici ed una cartella lapidaria a caratteri cuneiformi grossamente imitati. Buon principio in una plaga già da tanti esplorata, ma in sostanza più atto ad incoraggiare che a rimunerare. Se non che le autorità turche, ormai messe sull'avviso, non volevano più saperne di scavi. Un loro divieto comunicato per le vie legali e nelle forme cortesi avrebbe messo il Cesnola in grave imbarazzo. Per fortuna il Kaimakan di Larnaca Genab Effendi, aveva la vista corta e la mano pesante, due difetti che riescono quasi sempre a metter la ragione dalla parte del torto. Senza curare le procedure diplomatiche, egli imprigionò di colpo sul luogo degli scavi due operai addetti al Consolato degli Stati Uniti. Ne seguirono vigorose proteste del Console, accolte con turchesca arroganza dal Caimacano, il quale non si peritò, pochi giorni appresso, di far arrestare, nei locali stessi del Consolato, una guardia consolare. Era una palese violazione del diritto delle genti che il Cesnola seppe difendere da par suo, minacciando di ammainare la bandiera dell'Unione Americana ed ottenendo dal Ministro degli Stati Uniti presso la Sublime Porta l'invio di due navi americane nelle acque di Larnaca. Il Governo Ottomano dovette rimettere il litigio ad una Commissione mista la quale esaminate le cose, diede ragione al Cesnola. Il Caimacano di Larnaca fu destituito con perpetua interdizione dai pubblici uffici, furono liberati i prigionieri, la bandiera degli Stati Uniti ebbe il saluto di 21 colpi di cannone, il Governatore di Cipro fu destinato ad altra sede; previa una visita di scusa al Console ed il pagamento di dieci mila piastre al suo primo dragomanno.
Sgombrata per tal modo la via, il Cesnola potè darsi liberamente alle ricerche archeologiche. Un firmano del Sultano lo autorizzava a far scavi in ogni parte dell'isola, salvo ad intendersela coi proprietarii dei terreni. La primavera del 1867, egli prendeva in affitto una casa in campagna con largo circuito di aranceti sulle falde del monte presso Dali (Idalium) e vi si allogava colla famiglia. L'aria vi era più fresca, i luoghi intorno più ridenti che a Larnaca, e certi frammenti di scoltura che ne provenivano, gli facevano argomentare l'esistenza in quei paraggi di una vasta necropoli. Non s'era ingannato. In capo a tre anni egli aveva scoperto ed esplorato diecimila tombe; le greco-romane giacenti a poca profondità dal suolo ricoprivano le più remote fenicie ricche di copiosissimi e preziosi cimelii. Non mi è possibile accompagnare l'opera del Cesnola nelle sue fortune successive, nè raccontarne i modi, nè descriverne i prodotti. Per lo spazio di undici anni, con accorgimento d'artista, con dottrina di archeologo, con accanimento di soldato, con perseveranza di alpigiano, egli attese insieme, a studi, ad interpretazione di testi, a raffronti, ad esplorazioni, a scavi, a classificazioni. Cercò ed accertò la topografia storica dell'isola, segnò i luoghi dov'erano sorte le città di Amatunta, di Cerynia, Cizio, Lapeto, le due Pafo, Afrodisia, Curio, Citerea, ed altre molte che ommetto; scoprì quindici templi sacri alle divinità fenicie, egizie e greche, rintracciò sei antichi acquedotti. Come Dali gli ebbe rivelato i suoi segreti, si volse a Golgos (la moderna Athiénau) e vi raccolse tesori che fecero maravigliare il mondo intero. La voce delle sue fortune, gli sollevava intorno, gelosie, bramosie, cupidigie, rancori, dispetti, invano congiurati al suo danno. Più volte la Sublime Porta fu per revocargli il firmano che lo licenziava agli scavi. Lo accusavano di minare le moschee, di profanare le sepolture dei veri credenti; ma il Ministro d'America, residente in Costantinopoli, sorgeva in sua difesa, faceva la voce grossa e scongiurava le tempeste. «A quanto mi si dice, caro generale» scriveva un giorno il Ministro al Cesnola «delle buche che andate scavando d'ogni parte, capisco che avete in animo di colare a picco, una bella mattina, l'isola intera. Prima che sprofondi, ve ne prego, mettete al sicuro gli archivi del Consolato americano.»
Il lavoro era improbo e costoso, ma il frutto prometteva di ripagare le fatiche e la spesa. In Golgos cento e dieci operai disseppellirono nel corso di sei settimane, oltre ad un sarcofago ornato sulle quattro faccie di bassorilievi rappresentanti la morte di Medusa, e Pegaso e Chrysaor uscenti dal suo sangue, ben trecento statue di singolare bellezza ed una innumerevole quantità di terraglie, di ceramiche, di vetri, di figurine, di monili, di armi, di monete. Le statue erano incrostate di uno spessore di tufo indurito che bisognò ammollire con bagnature e far saltare poi a punta di coltello. Estrattolo dal profondo, bisognava calare quel popolo marmoreo dalle alte pendici del monte ai magazzini disposti in Larnaca ad accoglierlo. Non traccia di strada di nessuna maniera. I minori pesi erano caricati su cammelli, i maggiori adagiati su appositi carri a ruote nei terreni piani, a slitta giù per le chine. Il trasporto rischioso, lento, costosissimo, rinnovava più penose le fatiche e le ansie della scoperta. Ma già nel 1870, la casa consolare di Larnaca e gli aggiunti magazzeni avevano fama in tutta Europa, di museo senza pari, che faceva gola ai grandi musei reali ed imperiali. I dotti, gli antiquari, gli artisti accorrevano d'ogni parte d'Europa a visitare la maravigliosa raccolta. Il Cesnola descrive col suo stile brioso e colorito, le noie che gli davano le carovane Cook, invadenti il suo giardino e la casa. «Ricordo una signora inglese d'una certa età dal lungo viso incorniciato, come tradizione vuole, di capelli arricciati a vite. Poichè ebbe esaminate attentamente le statue di Golgos, mi domandò di spiegarle per cortesia i misteri del culto di Venere.» Altri rubavano bravamente i piccoli oggetti e non trovandone a portata di mano, scheggiavano vasi e statue pure di riportarne un pezzetto.
Ma coi fastidiosi non mancavano i proficui visitatori. La Russia mandò a Cipro uno dei conservatori del Museo del Romitaggio, per trattare la compera di tutta la raccolta. Il negozio non fu conchiuso perchè altro negoziatore segreto aveva mandato Napoleone III voglioso di arricchire la sezione del Museo del Louvre dedicata al suo nome. Sopravvenne la guerra colla Germania, e caddero anche questi negoziati. Terzo mandò offerte, il Museo brittannico; ma i suoi direttori volevano che la collezione fosse innanzi di concludere, portata a Londra per un attento esame. Giusta e prudente domanda, ma non facile a soddisfare. Le grandi scoperte di Golgos avevano fatto più acute le cupidigie degli ufficiali turchi. Il governatore di Cipro avvertì il Cesnola che le cose non sarebbero andate liscio liscio.
Questi sperava che memori della sua vittoria nel dissidio col Caimacano, gli ufficiali della dogana non avrebbero osato contrastargli l'uscita di un bottino che gli apparteneva in legittima proprietà. Sperava, non senza timori. Di eludere la vigilanza delle guardie, non c'era da far pensiero. Erano trecento e sessanta enormi, pesantissime casse, impossibili a trafugare. Domandare licenza era come dubitare del lecito. Unico partito, agire aperto, presto e con aria sicura. Un bastimento a vela, scaricate in Larnaca le sue mercanzie, stava per salpare alla volta di Alessandria. Il Cesnola lo noleggia e dispone per il carico delle casse, ma la Dogana gli comunica un telegramma del governo ottomano con ordine di impedire al Console d'America di nulla asportare dall'isola. L'ordine era perentorio ed una goletta da guerra all'insegna della mezzaluna stava in rada proprio dirimpetto al Consolato americano, quasi ad assicurarne l'adempimento.
Tanta fatica, tanto studio, tanti anni spesi a cercare e ad illustrare la remota storia dell'isola tornavano a compiuta rovina del cercatore e dell'illustratore. La favolosa collezione serbava bensì in Larnaca il suo valore archeologico, ma perdeva ogni valore commerciale. Nessun rimborso era più da sperare delle immense spese sostenute per raccoglierla. Nè la Sublime Porta si sarebbe piegata a comprarla per danaro, assai paga che non uscisse dai suoi domini, nè certo si poteva trovare al mondo così munifico signore che ne facesse acquisto per tenerla relegata in Larnaca.
Il Cesnola meditava scoraggito sulla caduta d'ogni sua speranza, sulla scorno, sul danno irreparabile, mentre il suo fidato dragomanno Bechbech, passeggiava di su di giù per la stanza con aria di profonda meditazione.
Di tanto in tanto l'astuto e fedelissimo servitore gettava sul padrone uno sguardo incoraggiante quasi a provocarne un salutare provvedimento. Cesnola s'accorge che l'uomo ha le sue viste:
— Bechbech, bisogna che tutte le casse siano oggi a bordo della goletta. È necessario, Bechbech.
— Eccellenza, risponde il dragomanno, il dispaccio diretto al Governatore generale, conteneva, è vero, l'inibizione al Console d'America di nulla asportare dall'isola?
— Ma sì, ma sì.
— L'inibizione era fatta non al nome di Vostra Eccellenza, ma al Console d'America?
— Credo di sì. Perchè?
— Eccellenza, è accennato al Console di Russia in quel telegramma?
— No, no, ch'io sappia! — grida subitamente illuminato e giocondato il Cesnola. Corri alla Dogana e domanda in mio nome immediata e testuale comunicazione del telegramma.
Bisogna avvertire che il Consolato di Russia, non avendo allora titolato in Larnaca, era retto dal Console degli Stati Uniti. Il Cesnola era dunque ad un tempo il legittimo e riconosciuto rappresentante del Governo dell'Unione Americana e dell'imperiale Governo moscovita.
Mentre Bechbech corre alla dogana, il Cesnola, combinata a grossi caratteri a stampiglia la scritta: _Consolato di Russia_, dà ordine la si stampi su altrettanti fogli quante sono le casse e che s'incolli sovra ogni cassa il suo bravo foglio.
Dopo una mezz'ora eccoti il Direttore della Dogana col testo del dispaccio. Il Cesnola ne ascolta indifferente la lettura e poi, col piglio autoritario che si conviene al rappresentante lo Czar di tutte le Russie, domanda:
— Avete ordini relativi al Console di Russia?
L'Effendi, formalista come tutti i turchi, riflette, consulta il testo, conviene che esso riguarda il solo Console d'America, e riconosce non potersi opporre all'imbarco della mercanzia se questo gli viene domandato dal Console di Russia. Il dispaccio gli era stato trasmesso dal Governatore Generale, residente allora in Nicosia, nel centro dell'isola. Non era possibile avere istruzioni in giornata; dati i precedenti del primo dissidio e la fiera indole del Cesnola, era pericoloso, nel dubbio, farsi avverse due potenze non avvezze a patir soprusi. A farla breve, la lettera prevalse sullo spirito, le trecento e sessanta casse furono imbarcate nello spazio di poche ore. La notte il veliero salpava con buon vento ed il Cesnola dopo tante ansie potè dormire i suoi sonni tranquillo.
La raccolta destò a Londra una indicibile maraviglia. Mai per l'addietro un privato aveva posseduto così nuovi e vistosi tesori d'arte. Il Museo brittannico ne vagheggiava l'acquisto e già si teneva sicuro del fatto suo, quando gli sorse di fronte un formidabile competitore. Da pochi anni s'era, per liberalità di privati, formato in New-York, un Museo metropolitano (_Metropolitan Museum of art_). Alcuni fra i suoi principali fondatori trovandosi per l'appunto in Londra, intavolarono trattative col Cesnola. Gli osservarono che a parità di condizioni era bello ch'egli desse la preferenza alla patria adottiva, dove aveva trovato ospitalità, onori, fortuna, il parentado con una famiglia onorevole, ed un ufficio che era stato occasione e condizione delle sue scoperte. Al Museo brittannico la collezione Cesnola, ammirevole senza dubbio, era di necessità eclissata dalle ricchezze artistiche importatevi di Grecia e di Roma. In New-York essa sarebbe stata il nucleo del nuovo Museo, e vi avrebbe primeggiato a perenne gloria del suo scopritore.
Queste buone ragioni, raccomandate ad ottimi avvocati, persuasero il Cesnola. La collezione composta di diecimila capi d'arte fu venduta al _Metropolitan Museum_ di New-York al prezzo di trecento e cinquanta mila lire. Il Cesnola aveva già nel corso delle sue ricerche conchiuso vendite parziali coi musei di Londra, di Parigi e di Berlino, e fatto gratuito dono di preziosi cimelii al Museo delle antichità di Torino, quale omaggio alla patria d'origine. Le trecento e sessanta casse furono imbarcate per New-York, ed il generale riprese la via di Larnaca per intraprendere nuovi scavi su più larga scala, a spese questa volta e per conto del _Metropolitan Museum_.
Ma era detto che il Cesnola dovesse agire sempre di suo. Una terribile crisi finanziaria sopravvenuta negli Stati Uniti costrinse i fondatori del _Metropolitan Museum_ a disdire la convenzione pattuita in vista delle ulteriori scoperte. La fortuna serbava al valoroso uomo dei favori ben altrimenti maravigliosi di quelli prodigatigli in passato, ma egli doveva essere solo, al rischio, alle fatiche, alle lotte, al merito ed al premio. Nell'anno 1873 e nei primi mesi del 74, egli attese a sapienti ricerche, nelle terre di Salamina, di Soli, di Amatunta, della nuova e dell'antica Pafo. Non del tutto infruttuose, esse gli diedero frutti di secondaria importanza, ed impari alle ingenti spese incontrate. Un uomo di più debole tempra se ne sarebbe scoraggito: egli perseverò con ardore degno del trionfo che lo aspettava. Già gli invidiosi si godevano dello smacco onde vantavano offuscate le sue prime vittorie, quando corse nel mondo degli eruditi una notizia che sapeva di favola romanzesca. S'erano avverate al Cesnola, le fortune del Conte di Montecristo: non più statue o vasi, o lapidi o sarcofaghi, ma una profusione inestimabile di ori, di monili, di gemme era uscita da millenni sepolture ad un colpo di picca dell'avventuroso cercatore. Egli aveva scoperto intero e intatto il tesoro di Curium.
La città di Curium sorgeva al sommo di un monte roccioso, sulla costa meridionale dell'isola, alto dai cento metri sul livello del mare. La spianata è oggi coperta da uno spessore di materiali costruttivi rotti ed induriti, che mostrano frammenti di sculture e di fregi architettonici. A centinaia monticelli di ruderi ammucchiati, indicano il luogo ove sorgevano le case, i templi ed i pubblici edifici. Sovra uno di tali monticelli giacevano mezzo interrate parecchie colonne di granito. Il Cesnola le fece sterrare per assicurarne le dimensioni e le trovò posare sopra un pavimento a musaico che, rimosse le colonne, mise a giorno, quanto era largo, in modo da poter rilevarne la pianta di un tempo. Tastando col piede il pavimento avvertì che in un punto rendeva suono di vuoto. Ne ruppe la crosta, dissodò il terreno sottostante e con grande maraviglia riconobbe ad indubbi segni che già un altro esploratore era penetrato sotto il pavimento; ma non un rivale d'oggi o di ieri, non un cercatore di antichità, bensì qualche antichissimo esploratore, che aveva, è da credere, assistito alla rovina del tempio e ne conosceva forse gli occulti meati tra le fondamenta. Si capiva che l'uomo s'era aperto una via nella terra, cercando di giungere a qualche luogo a lui noto. Ma non v'era riuscito: o lavorasse da solo, senza istrumenti, o nell'oscurità avesse perduto l'orientamento, o gli mancasse l'aria, il fatto sta che le traccie dello scavo cessavano ad un tratto, alla profondità di circa due metri dal suolo.