Impressioni d'America

Part 13

Chapter 133,540 wordsPublic domain

Nel 1885, accampando la famigerata Bell Company infondate o almeno esagerate pretese verso le finanze dello Stato (si trattava di parecchi milioni di dollari) in conseguenza appunto di certe convenzioni per l'esercizio del telefono, il Governo degli Stati Uniti deferì la questione ai tribunali. Faceva comodo al Governo di contestare non soltanto l'entità del debito, ma il debito stesso. Nulla di meglio che aprire finalmente gli occhi sulla frode iniziale, nota ai governanti da più anni, e colpire gli ingordi, ma pure a lungo tollerati, usurpatori. La frode questa volta fu messa in chiaro ne' suoi più minuti procedimenti. Intervennero sentenze diverse, e prove e riprove e controprove, tirate di lungo per lo spazio di tre anni, finchè d'uno in altro grado di giurisdizione, si pervenne, come Dio volle, al supremo, e nel 1888 la _Court of the United States_, restituiva al nostro concittadino il merito della scoperta, sentenziava dovere il telefono, prender nome dal Meucci, e dimettere quello del Bell, ed assolveva lo Stato da ogni pagamento verso la fraudolenta Compagnia. Così la giustizia entrava di straforo nei pronunciati giudiziarii, tarda e barbina, perchè al vecchio ottantaquattrenne riconosciuto inventore di uno fra i più meravigliosi trovati del secolo, non fu attribuito nessuna sorta di compenso. Gli usurpatori s'erano arricchiti, lo Stato la faceva grassa, il Meucci moriva un anno dopo, nell'ottobre 1889, povero in canna com'era vissuto. Gli si celebrarono solenni funerali a spese del governo italiano; il Console d'Italia ne accompagnò la salma al crematoio, ed una lapide registrò il suo nome sulla casetta della Staten Island.

Domandate intorno chi sia l'inventore del telefono, e di quelli che sanno dare una risposta, novantanove su cento, nomineranno anche oggi, il prof. Graham Bell di New-York.

* * *

Sul finire del 1860 un giovine ufficiale italiano giungeva in New-York, gittati, o dispetto o capriccio o voce imperiosa del destino, gli spallini già conquistati volontario sedicenne sul campo di Novara e portati con onore su quelli di Crimea combattendo nella legione straniera al servizio dell'Inghilterra. Si chiamava con un nome patrizio chiaro nei fasti del risorgimento italiano. Suo nonno, il conte Alerino Palma di Cesnola e di Borgofranco, profugo dagli Stati Sardi dopo i moti del 21, condannato in contumacia alla pena capitale, aveva combattuto col Santarosa per la indipendenza della Grecia, era morto nel 51 in Atene presidente di quella Corte di Cassazione.

Nel 60 meglio che adesso, l'America era la terra promessa dei cercatori di fortuna, e se è vero che a conseguire fortuna occorre esserne affatto sprovvisto, il giovane conte Luigi di Cesnola si trovava proprio nelle condizioni volute. Possedeva appena di che vivere a stecchetto un qualche mese, ma in compenso aveva l'ingegno pronto ed aperto, le membra robuste, il parlare persuasivo, una piacevole franchezza di modi, un aspetto seducente, e sopratutto una volontà tenace ed accorta di acciuffare la fortuna, fosse pure per il filo d'un capello e di non lasciarsela sfuggir di mano.

Cominciò, aspettando le occasioni, di dove cominciano in paese forestiero quasi tutti gli sfaccendati di media coltura e di attitudini poco specializzate: dall'insegnamento della propria lingua. Alla quale aggiunse la francese che i nobili del Piemonte conoscevano allora al pari e spesso meglio dell'italiana. Ma chi vuole insegnare una lingua, deve conoscerne almeno due, chi vuole insegnarne due, almeno tre: la lingua del maestro e quella dello scolaro. A questa il Cesnola s'era applicato la prima volta durante la traversata oceanica che a tale intento, ed anche un po' a risparmio di spesa, aveva compito sopra un bastimento a vela della marina mercantile d'Inghilterra, affidandosi così al migliore di tutti i maestri: la necessità. Allo sbarcare sulla terra d'America, dopo un mese di navigazione, egli sapeva tanto d'inglese quanto basta ai maggiori bisogni della vita. Per strumento didattico erano scarse nozioni, ma insegnando s'impara, e fra i metodi didattici, quello che fa dell'allievo in alcune parti un maestro e stabilisce fra allievo e maestro un continuo ricambio di insegnamenti, è forse il più pratico ed efficace.

Non gli mancarono scolari dell'uno e dell'altro sesso: uomini maturi, giovinotti già dati al traffico ed agli affari e fior di ragazze in età da marito. Di 27 anni, bello, baldo, nobile, italiano, già soldato nelle poetiche guerre d'Italia, nessuna maraviglia che presso qualche allieva, gli soccorresse un sussidio pedagogico non compreso nei precetti della pedagogia. Pochi mesi dopo l'arrivo in New-York, egli sposava infatti la signorina Mary, figlia di uno fra i migliori ufficiali della marina federale, il commodoro Samuel Reid, fanciulla di grande bellezza e di grande animo, che gli fu ed è compagna impareggiabile.

Intanto, ingrossando il dissidio fra gli Stati del Sud e quelli del Nord intorno alla abolizione della schiavitù, il Governo dell'Unione apparecchiava la guerra ormai inevitabile. Si pubblicarono i programmi degli esami che dovevano superare in Washington gli aspiranti al grado di ufficiale nelle improvvisate milizie. Il maestro di lingue, che già ascritto all'Accademia militare di Torino, possedeva in larga misura le cognizioni richieste, si fa di colpo e con più sicura coscienza, maestro di tattica guerresca. Un avviso a caratteri cubitali affisso sulla facciata di una casa in Broadway, la principale via di New-York, annunziò tosto al pubblico:

SCUOLA DI GUERRA DEL CONTE LUIGI PALMA DI CESNOLA CAPITANO NELL'ESERCITO ITALIANO

La fortuna gli porgeva, non il filo d'un capello ma tutta quanta la chioma. Il corso degli studi si doveva compiere in due mesi al prezzo di dugento dollari. In poco spazio di tempo il numero degli allievi salì a settecento. Un giorno si presenta al Cesnola un ricchissimo signore deliberato di armare a sue spese un reggimento e di farne dono allo stato.

— Quanto volete per l'istruzione di tutti gli ufficiali?

— Dugento dollari caduno.

— Ma son cinquanta!

— Benissimo. Dieci mila dollari.

— Quali sono i modi del pagamento?

— L'intera somma anticipata.

Il miliardario, tale quale usa nelle commedie, leva di tasca il suo bravo libretto, ne stacca un buono, vi registra la somma richiesta, lo firma e lo porge al fortunato istruttore, indi presi i concerti per l'orario delle lezioni, s'avvia verso l'uscita. Sul presso dell'uscio, lo coglie un legittimo senso d'inquietudine.

— Io vi ho dato la somma intera: chi mi assicura che voi mi darete intero il corso delle lezioni?

— I sir. Io signore, risponde il Cesnola.

Lo sguardo, il viso, il gesto, l'accento, le asciutte parole esprimevano una tranquilla fermezza che tranquillò l'animo dell'americano.

Gli allievi superarono tutti quanti con molto onore l'esperimento dell'esame. Era naturale che fosse loro domandato dove avessero atteso agli studi, e naturale pure che nella penuria e nell'urgenza di esperti ufficiali fosse offerto un grado superiore al provato maestro. Nell'ottobre del 1861, il Cesnola fu nominato maggiore e dopo due mesi promosso al grado di tenente colonnello nell'XI reggimento di cavalleria, cui era affidata l'onorifica mansione di proteggere la persona del Presidente Lincoln e di guardare le sedi del Governo, in momenti di gravi subbugli popolari, poichè la popolazione di Washington parteggiava quasi tutta per i separatisti del Sud. Qui il giovane patrizio piemontese diede le prime prove, di un coraggio, di una fermezza, di un accorgimento guerresco, che gli valsero nel settembre 1862 il grado di colonnello ed il comando del quarto reggimento di cavalleria di New-York, già sulle mosse per il campo della guerra e nel dicembre dello stesso anno il comando dei sette reggimenti di cavalleria addetti al decimoprimo corpo d'esercito, condotto dal generale Franz Seigel.

Preposto a così ingente corpo di milizia gli spettava di pien dovere il grado di generale; ma intervenne uno di quegli atti di giustizia distributiva non infrequenti allora ed oggi nella repubblica dell'Unione americana. Toccarono a lui, il comando effettivo, le fatiche ed i pericoli, ed al signor Seward figlio del ministro degli affari esteri, il titolo di generale ed i relativi stipendi. Il generale Seward seguitò ben inteso a dominare in Washington mentre la brigata che portava il suo nome, conseguiva sanguinose vittorie sotto gli ordini del colonnello Cesnola, contendendo ai Sudisti, i passi del Maryland e della Pensilvania meridionale. Il nostro generoso compaesano, sfogava l'interno rodimento in picchiate da orbo, sulle spalle del nemico. Segnalato a Brandy Station per prodigi di valore (sono parole del _New-York Times_) gli fu affidata la difesa di Belle Plains, e poco appresso quella delle gole di Averil dove sgominò nel maggio 1863, il corpo d'esercito del generale Wasburne facendogli 2732 prigionieri e meritandosi d'essere portato all'ordine del giorno dell'esercito unionista.

Dopo tali prove, credeva per fermo di aver conseguita la promozione a generale di brigata; il generale Gregg nominò invece immeritatamente un suo proprio fratello. Questa volta il Cesnola se ne dolse aperto con una fiera lettera di protesta che il Gregg tenne per atto di insubordinazione e punì cogli arresti sotto la tenda. Seguiva così disarmato la colonna che aveva guidato tante volte alla vittoria, ma gli era inibito di combattere con essa.

In tali condizioni pervenne il 17 giugno 1863 alla battaglia di Aldie, una delle tante che insanguinarono durante la guerra di secessione lo stato della Virginia. Il nemico ingrossava da presso, quando il generale Kilpatrick, che comandava i diversi corpi unionisti ivi raccolti, ordinò una carica al quarto reggimento di cavalleria N. Y. Il reggimento protestò unanime, soldati ed ufficiali che non avrebbero mosso un passo se non lo guidava il suo colonnello. Cesnola misurando il pericolo ed il disonore di un ammutinamento, supplica allora dal Kilpatrick il permesso di porsi disarmato com'era alla testa dei suoi soldati. Questi, che era stato estraneo alla punizione e forse la disapprovava in cuor suo, acconsente. Il Cesnola salta in sella, in difetto di sciabola, agita alto il frustino e slancia il cavallo pancia a terra seguito dal reggimento fremente ed urlante di entusiasmo. Respinto, per disparità di forze, torna quattro volte all'assalto. Alla terza una palla lo colpisce al braccio sinistro, ma non ne sfredda l'ardore. Mentre raccoglie i soldati per lanciarsi alla quarta il generale Kilpatrick, ammirato di tanto eroismo, lo avvicina, si leva la sciabola dal fianco, e gliela porge dicendogli: «Ritornamela rossa di sangue.» Ma nella mischia, il valoroso, ferito gravemente da sciabola al capo ed alla mano destra cade ed è preso prigioniero.

Come avviene nelle lotte civili, le ire fra i due campi avversi furono in quella memorabile guerra, tenacissimi e crudeli contro il diritto delle genti e le ragioni della civiltà. Agli unionisti, più forti, più disciplinati, più fiduciosi nella vittoria finale, durò tuttavia, benché scarso, qualche senso di pietà o forse di rispetto umano; ma i separatisti del Sud fecero aperta prova di una selvaggia inumanità. La prigione di Libby in Richmond dove furono rinchiusi oltre mille ufficiali dell'esercito unionista, restò per assoluta insufficenza di spazio e per sevizie, famosa nella storia delle iniquità e della barbarie. Pigiati in locali corrotti e malsani, senza letti, senza tavole, scarso e guasto il nutrimento, laceri, fra insulti e percosse, molti di quei prigionieri morirono, quasi tutti ammalarono gravemente e fra questi il Cesnola. Il quale per lo spazio di circa un anno seppe mostrarsi fra i continui patimenti, così intrepido e sereno come già tra le fatiche ed i pericoli.

Finalmente, intavolate scambievoli trattative per ricambio e riscatto dei prigionieri. Il quarto reggimento di cavalleria New-York potè intervenire in favore del suo colonnello. Riporto qui nel suo testo l'istanza fatta al Ministero della guerra in Washington.

CAMPO DEL 4.º REGGIMENTO CAVALLERIA N. Y.

9 Marzo 1864.

_Al Ministro della guerra,_

«Gli ufficiali del 4.º Reggimento Cavalleria N. Y. sottomettono alla vostra benevola considerazione questa rispettosa istanza, perchè (in quanto ciò sia conforme alla dignità della patria ed ai regolamenti sullo scambio dei prigionieri di guerra), si dia opera immediata onde il loro amato e valoroso colonnello Luigi Palma di Cesnola possa riprendere il servizio attivo.

«Sono oltre nove mesi che il colonnello Cesnola langue nelle prigioni di Libby essendo caduto nelle mani del nemico, mentre comandava uno squadrone di cavalleria il giorno 17 giugno 1863 in Aldie, Virginia. La sua presenza è con ardore desiderata dal suo reggimento, ufficiali e gregarii, tanto che i sottoscritti rispettosamente osservano e fanno osservare che, se mediante le avviate stipulazioni la loro domanda sarà esaudita, il reggimento a mostrarsene grato raddoppierà nell'adempimento del proprio dovere, l'attività e lo zelo. Aggiungono ancora che il ritorno del loro colonnello al servizio attivo, gioverà alla santa causa per la quale hanno giurato combattere e che la presenza del loro magnanimo comandante non potrà che accrescere il lustro e la fama dei tanti coraggiosi pugnanti ora per l'unione e la libertà.»

L'istanza sortì il suo effetto. Il Cesnola fu barattato col colonnello Brown dell'esercito separatista. Abramo Lincoln volle vederlo e richiederlo delle condizioni dei prigionieri. Ad informarnelo non occorrevano parole, bastava che il Cesnola si mostrasse macero, ischeletrito com'era e pieno di lividure. Il grande presidente s'impietosì a quella vista ed al colonnello che gli domandava di tornar subito al campo, ordinò un mese di congedo, per rifarsi in salute.

Intanto la guerra volgeva al suo termine. Già prima che cominciasse, il governo dell'Unione aveva con chiari patti stabilito, che colla pace sarebbe caduto ogni suo legame ed ogni obbligo cogli ufficiali iscritti alle milizie. Non gradi, non onori, non pensioni. Ma i servigi prestati dal Cesnola furono stimati di così alto pregio da meritargli uno speciale trattamento. Promosso generale, perchè il Governo potesse in alcun modo tenerlo ancora in attività di servizio, fu nominato Console generale degli Stati Uniti con libera scelta fra parecchie ottime residenze. Egli elesse quella di Larnaca nell'isola di Cipro, che lo avvicinava all'Italia ed offriva a lui ed alla famiglia un clima salutare, necessario ristoro alle fatiche, ai patimenti ed alle apprensioni della guerra e della lunga travagliosa prigionia.

* * *

Per dire delle grandi scoperte che vi fece il Cesnola, occorre premettere alcuni rapidi cenni intorno alle antiche vicende storiche dell'isola di Cipro ed alle ricerche archeologiche di che fu oggetto nella seconda metà del nostro secolo. Estraggo queste sommarie notizie da alcuni pregiatissimi articoli del Perrot pubblicati nella _Revue des deux Mondes_, gli anni 1878 e 1879, e dal libro del Cesnola già citato in nota.

La terra sacra a Venere, ebbe dai fenici i primi rudimenti della civiltà. Le sue coste orientali e meridionali, più dell'altre prossime alla Siria, risentirono prime l'influenza fenicia e ne furono più profondamente penetrate. Ivi sorsero le tre città di più incontrastata origine fenicia: Kition, Pafo (l'antica) ed Amatonta. Kition, in prossimità della moderna città di Larnaca, fu, pare, il più importante emporio che vi avessero i fenici. La Bibbia ne fa menzione più volte, a cominciare dal libro della Genesi, allargando il suo nome ebraico di Kittim fino a designare con quello l'isola intera. Amatonta e Pafo ebbero nelle pratiche religiose del mondo antico, e negli studi archeologici dei tempi nostri, una grande celebrità, dai loro templi e santuarii, nei quali l'imagine a noi alquanto malferma della siriaca Astarte andò nei secoli, a grado a grado trasmutandosi nella più sicura e precisa della greca Afrodite.

I fenici scopersero primi le ricchezze metallurgiche dell'isola, si applicarono alla estrazione del rame che ebbe nome di Cuprum (donde il _cuivre_ francese), vi importarono la cultura della vite e certe piante d'origine asiatica od africana quali la cassia, la cannella, il sesamo, la fava d'Egitto.

A quanto è lecito congetturare, i greci approdarono la prima volta in Cipro poco appresso la composizione dei poemi omerici. L'_Illiade_ ci dà Cipro per terra fenicia. Le colonie greche vi stabilirono dunque intorno a novecento anni avanti Cristo. È da credere che la loro fu pacifica conquista, non potendo i Fenici opporre valida resistenza al giovane popolo invasore ed appagandosi di mantenere le loro industrie ed i commerci cui diedero tosto un grande incremento le numerose città fabbricate dai greci. I greci di Egina fondarono Salamina, i greci d'Argo fondarono Curium se pure non vi si stabilirono soltanto, allargando ed abbellendo una preesistente città già eretta dal fenicio Cinyras. I greci di Sirio fondarono Golgos, quelli della Laconia, Lapato e Chrinia, quelli dell'Arcadia la seconda Pafo, la Baffa dei nostri giorni, che sorse in prossimità della Pafo fenicia e fu del pari celeberrima per il culto di Venere.

Durante il secolo VIII ed il VII a. C. l'isola appartenne agli imperi di Ninive e di Babilonia. Verso la metà del VI secolo passò all'Egitto, poi con Dario alla Persia, poi argomento di contesa fra i macedoni Antigone e Demetrio d'una parte e Tolomeo I.º dall'altra, ripassò all'impero egizio, che ne fece più tardi un reame quasi indipendente, appannaggio dei principi lagidi, ai quali nell'anno 59 a. C. la strappò Catone l'Uticense riducendola a provincia romana.

Nel volgere di quei secoli, Cipro ebbe fama di incomparabile ricchezza e prosperità. Alle colture introdotte dai fenici, i greci aggiunsero quella dell'olivo, albero sacro a Pallade Atene. Vantavano i greci che gli olivi di tutte le spiaggie e dell'isole mediterranee provenissero tutti quanti dal tronco uscito di terra già alto e fronzuto sull'Acropoli, ad un colpo di lancia di Minerva. E pare che all'albero di Minerva, il terreno di Cipro, si confacesse, meglio ancora che quello nativo dell'Attica. L'isola ne fu coperta ed arricchita oltre misura. Tutti gli scrittori antichi, dai primissimi della Grecia agli ultimi di Roma gareggiano d'iperboli per esprimere le magnificenze di quella terra benedetta dal sole. Il dolce clima e le inesauribili dovizie, ne avevano ammolliti gli abitanti, avevano indotto in essi un raffinato amore del piacere. Le conquiste si compievano senza resistenze e quindi senza eccidî. Un dominio seguiva all'altro senza nulla turbarvi le voluttuose fruizioni della vita. Le vecchie città accumulavano monumenti di civiltà diverse. I santuari della Venere ciprigna, erede della Astarte fenicia erano ombreggiati da alberi secolari ospizio alle candide colombe, sacre alla Dea. I templi serbavano intatte colle statue e le offerte votive depostevi dai primi fenici e dai primi greci, le statue, le gemme, i vasi, le armi, recate via via dagli assiri, dai persi, dagli egizi, da tutti i successivi dominatori. I riti anch'essi, in luogo di escludersi l'un l'altro, si sovrapponevano componendosi in una deliziosa tolleranza che attutiva negli abitanti il sentimento patrio e la civica fierezza. Più costanti e pregiati perduravano e si trasmettevano i riti più licenziosi, i quali chiamavano in Cipro da ogni parte del mondo allora noto e comunicante, in gran folla gli stranieri, come a luogo di impareggiabili delizie.

Di qui una corruzione di costumi che dovette muovere a santo sdegno i primi cristiani. Già gli ebrei esulatevi dopo la guerra di Giudea, si erano, sotto l'impero di Traiano, levati in armi contro i lascivi ciprioti, uccidendone, dicono, dugento e quaranta mila, ed abattendo e devastando i templi sacri alla prostituzione, ed alle voluttuose deità. Quando Paolo, vi predicò la legge di Cristo, quando la nuova dottrina ebbe in Cipro numerosi credenti, austeri severi, spregiatori ed abborritori della carne, questi ruppero nel loro furore iconoclastico in frequenti massacri ed in rovine. La storia non ce ne trasmise le particolari vicende, ma i ruderi parlano in sua vece. Il Visconte di Vogüé che studiò con molta cura i monumenti ciprioti, rinvenne presso Golgos e presso Idalia, non pochi depositi di immagini frantumate che apparivano esser state sepolte con gran furia entro fosse comuni; vere necropoli di statue, dove, sotto pochi piedi di terra giacevano le opere di molti secoli: vasi, idoli, immagini, simboli, tutte mutilate a studio. Così i monumenti artistici di tante diverse civiltà passarono di un colpo, dagli onori del culto, alle tenebre della sepoltura, furono sottratti alle deturpazioni utilitarie delle basse età, prepararono maravigliosi tesori ai nostri musei, ed una inattesa messe di notizie ai moderni eruditi.

* * *

L'importanza archeologica dell'isola di Cipro fu svelata agli studiosi del viaggiatore inglese Riccardo Pocock, il quale verso la metà del secolo scorso ne riportò trentatre iscrizioni da lui copiate in Larnaca e provenienti da Kition, rimaste per lungo tempo i soli documenti epigrafici della Fenicia. Sul loro testo si tentarono le prime traduzioni, dal loro testo fu rilevato lo stretto legame che univa il linguaggio fenicio all'ebraico. Dopo di lui, qualche vaso o qualche statuetta, rinvenuti fortuitamente, richiamarono di quando in quando sull'isola sacra a Venere l'attenzione degli eruditi. Ma furono dapprima richiami senza seguito che servirono piuttosto a far sospettare l'esistenza di un mondo inesplorato, che a stimolare, tanto apparivano dubbiosi, lo zelo degli esploratori. E tali durarono per lo spazio di un secolo, fino a che nel 1845, Ludovico Ross chiamato all'insegnamento della archeologia classica nell'università d'Atene, venne nel proposito di cercare in Cipro la soluzione del problema intorno alle origini della civiltà greca. Recatosi tutto solo in Larnaca, il Ross intraprese una ricognizione sommaria attraverso l'isola. Ma per difetto di tempo, egli intese piuttosto a raccogliere notizie dagli abitanti ed a segnare i punti che promettevano maggior messe agli scavi avvenire, che a sommuovere il suolo per immediate ricerche. Tuttavia la rapida corsa aveva svelato all'occhio esercitato dell'archeologo il carattere asiatico dei più remoti monumenti ciprioti. Una sua relazione svegliò la curiosità di altri studiosi. Nel 1846 il francese Mas Latrie comprò in Larnaca una notevole quantità di figurine di calcare e di terra cotta. Nel 1859 un'altro francese il De Saulcy comprò pure in Larnaca un buon numero di vasi e di statuette cedute poco appresso al Museo del Louvre. Nello stesso tempo il signor Péretié dimorante in Siria potè acquistare pel Duca di Luynes la famosa _Tavoletta di Dali_ che fu di molto lume allo studio della filologia fenicia e cipriota.