Part 10
In tali ambienti si aggirano centinaia di operai intesi ognuno a speciali bisogne e costretti dallo incalzarsi meccanico delle successive operazioni ad un lavoro furioso e senza posa. Quei disgraziati non hanno nè faccia nè corpo d'uomo. Il viso contratto dall'invincibile disgusto, da un energico irrigidimento volitivo e dalla ebbrezza sanguigna che li accanisce, l'occhio continuamente sbarrato dallo sforzo visivo per discernere nella penombra il punto preciso dove assestare il colpo dello squartatoio, l'untume rossastro e lucente che invischia loro la fronte e le gote, il sangue raggrumato che indurisce la barba ed i capelli, i movimenti rapidi e bruschi onde gettano ai vicini i pezzi squartati, tutto ciò fra il fumo, il tanfo, gli urli e le strida gorgoglianti, dà loro un aspetto che non ha nulla di umano, che sta al disotto di quella stessa animalità ferina che essi distruggono con tanto formidabile eccidio. E il vestire! Blusa e pantaloni di tela incerata gialla, così dura che essi devono camminare a gambe larghe e sbracciarsi per il menomo gesto, e da capo a piedi macchiata, rigata di sangue e colante sangue, ed immerso il basso dei pantaloni nella poltiglia sanguigna, sì che ogni passo manda spruzzi, ed il piede staccandosi a stento dal suolo, rende suono di succhiamento e leva bolle che sembrano vivi tumori.
Fuggiti a quella bolgia l'orrore e la nausea vi perseguono gran tempo per le vie soleggiate e nei giardini, vi turbano il sonno e per alcuni giorni vi svogliano d'ogni cibo che non sia vegetale. Ma se vi basti l'animo di appostarvi alla estrema uscita di quello intricato viluppo di corsìe, di staccionate, di palchi, di baracche, di viadotti che occupa uno spazio di terreno grande quanto Milano, la vista che vi aspetta sul finire della giornata, vi darà un giusto concetto della multiforme vita americana.
Mezz'ora dopo cessato il lavoro si spande fuori del recinto una folla signorile di gentleman che uno dei nostri damerini principianti prenderebbe a modello di eleganza sportiva. Sono bei giovani alti e biondi, coi baffetti incerati, i solini ingommati, le vistose cravatte, le giacchette a scacchi all'inglese, il pastrano color nocciuola dalle costure sovrapposte, i calzoni chiari, il piccolo cappello duro, o uomini maturi in soprabito nero ed in tuba, e tutti così composti e gravi e che li direste usciti da un club aristocratico dove si giuochi nobilmente al Macao o da un concerto di musica classica a venti lire il biglietto. Chi più riconoscerebbe in quei raffinati i macellai e gli scorticatori di poc'anzi, i quali deposti i gialli indumenti e disgrassatesi le mani, le braccia ed il viso, si dispongono ora a godere al pulito i danari guadagnati nel sangue e nel sudiciume? Essi sopportano il ripugnante e faticosissimo lavoro, ma non saprebbero rinunziare a quegli agi che reputano necessari alla vita da quanto il materiale sostentamento e l'alloggiare al coperto. Macchine finchè l'opera dura, vogliono riprendere al suo cessare una umanità superiore a quella dei negri e dei pelli rossi. Noi riconosciamo noi tutti il progredire di una razza dai suoi moltiplicati bisogni? Nati da un popolo che ignora l'ozio, essi accettano la disuguaglianza delle fatiche, a patto di raggiungere una relativa eguaglianza di beni. Membri di una società che sa utilizzare tutte le attività umane, l'avvenire della famiglia non li impensierisce; come il padre lavorò e lavora, lavoreranno i figliuoli e l'oggi non ha minori diritti che il domani.
Apprezzano e praticano il risparmio del soverchio, ma il loro soverchio comincia oltre l'agiatezza, non oltre la povertà. Le privazioni che degradano l'uomo, che gli lesinano un sostanziale nutrimento, che lo espongono ai rigori delle stagioni, che lo disarmano contro le asprezze della vita, che lo umiliano nel cospetto dei suoi simili, sono a loro giudizio veri e proprii delitti di lesa umanità. E vi riconoscono il segno di una razza inferiore e decaduta.
* * *
Diamo ora uno sguardo sommario ai quartieri italiani di New-York ed alla vita, l'infima vita di troppi italiani in Chicago. Ho detto che a New-York la bassa città non vive che ai traffichi e che la sera tutti l'abbandonano. Ciò è vero in generale degli americani, non dei cinesi e degli italiani dei quali i confinati quartieri stanno appunto nella città bassa, presso i cinque punti, dove sono le viuzze più strette e malsane e le più orribili e rovinanti catapecchie.
È impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità fetente, l'ingombro, il disordine di quelle strade. La gente ci vive all'aperto, segno, dato il clima inclemente, che peggio sono i locali interni, dei quali io non vidi se non quanto mostravano le buie botteghe e che mi svogliò d'ogni maggiore curiosità. Anche là come in Napoli il cielo è ragnato dalle frequenti distese di panni sciorinati tra l'una casa e l'altra. Ma quali panni ed usciti da quale bucato! se pure non li stendono al sole per seccarne il lordume. Uomini cenciosi, sucidi, sparuti, vanno intorno faticosamente d'una in altra bottega o si aggruppano all'entrata di quelle birrerie dove è loro servito il fondugliòlo inacidito delle botti di birra smaltite nei sani quartieri alla gente sana. Sul passo degli usci, sui gradini delle scalette, su sgabelli di legno o di paglia nel bel mezzo della via, le donne mettono in mostra tutta quanta la loro compassionevole vita domestica. Allattano, cuciono, mondano le verdure avvizzite, solo condimento della loro minestra, lavano i panni negli unti mastelli, si strigano e ravviano a vicenda i capelli. Ciarlano, ma non fanno il cinguettare allegro ed arguto delle viuzze di Napoli, bensì un non so quale cruccioso pigolìo che stringe il cuore.
A volte un ingombro di carrette (in quelle strade le vetture non passano mai), le costringe a levarsi ed a raccogliere in furia quelle poche robe, e allora sono urli e bestemmie del carrettiere e strilli ed improperî di tutto lo sciame femminile. Passano certe vecchie sfigurate, portando a stento i cestoni delle immondizie. Vana fatica! Tutto quanto vi circonda: i panni che la gente indossa, le mercanzie esposte, le frutta, gli erbaggi, le carni ingiallite ed incartapecorite che pendono all'uncino presso le beccherie, i mobili che s'intravvedono negli aperti stambugi, perfino i sordidi biglietti di banca italiani ed americani allineati nelle vetrine dei frequenti banchieri, perfino i mostruosi ritratti di Re Vittorio, di Garibaldi e di Umberto e le bandiere tricolori che pendono a quasi tutte le finestre ed inquadrano l'entrata delle botteghe e vi fanno svolazzo, ogni cosa, ogni cosa non dovrebbe essere gettata al mondezzaio? Quelle bandiere vi danno insieme un senso di tenerezza e di vergogna patria. Quella gente così duramente provata, ha dunque mente ancora alla remota terra nativa e frammezzo a tante urgenti e dolorose realtà può essa ancora compiacersi della sua immagine simbolica? Ma non umiliano esse ad un tempo la patria che riduce i suoi figli ad appagarsi per minor danno, di così squallida miseria? Gli innumerevoli strozzini che invescano quei disgraziati e li dissanguano, primo e permanente argomento della loro abbiezione, adornano anch'essi con bandiere le immonde tane cui danno il nome di Banche. E a più vistosi drappi, più accorte trappole. Stanno sulla soglia del banco, fissando sui passanti un dolce sguardo adescatore e sorridendo loro con cupida bonarietà.
Ma la vista più dolorosa è quella dei bambini gettati seminudi all'aperta via. Chi non conosce il clima di New-York non può concepire la tristezza di tale spettacolo. Io visitai quelle strade verso la metà di novembre e le piccole creature non indossavano che la camicia. L'ultima domenica di novembre avemmo in New-York uno squilibrio di temperatura di 30 gradi. Il mezzodì erano 18 gradi centigradi sopra, la sera 12 sotto lo zero. Uno strato di ghiaccio vivo incrostava le strade. Sempre quando irrompono dal Canadà e dall'Alasca, i tremendi cicloni che dall'Atlantico manda già rabboniti alle coste occidentali d'Europa, New-York trapassa di colpo dalle arsure estive ai rigori invernali. La bufera non si annunzia con tuoni e lampi che d'altronde i fragori della industre città e la strettezza di quelle strade non lascerebbero altrimenti avvertire. Il turbine si scatena improvviso nella placida gaiezza dell'aria soleggiata. Pensate quei bambini! Chi riesce a superare quelle prove mortali potrà adulto sfidare tutti i mari e tutti i deserti, ma quanti ci restano al primo urto, o trascinano per una fiacca giovinezza acciacchi senili, finchè un alito di brezza li spegne!
Tali miserandi spettacoli non s'incontrano ben inteso che in quelle poche strade dove si agglomera la feccia della emigrazione italiana, pur preferibile di cento volte alla feccia della irlandese la cui degradazione procede da stravizi, non come avviene dei nostri, da virtù disperate, da pregiudizi economici e da ignoranza. E non è a credere nemmeno che là dimorino tutti nè, non di gran lunga, la maggior parte degli italiani. Sono italiani in Nuova York ed in Brooklyn, gran parte dei muratori, degli scalpellini, degli stuccatori, degli imbianchini, moltissimi parrucchieri e garzoni di caffè, quasi tutti i negozianti di frutta, dai maggiori fissati in ghiotte e sontuose botteghe, a quelli che vanno intorno colle paniere e col carrettino, e fino a pochi anni addietro, tutti i lustrascarpe. Costoro dimorano per lo più dispersi, come il lavoro richiede, nei vari quartieri della città e, dall'aria borghese in fuori che i più non sanno o non vogliono pigliare, vivono su per giù da quanto gli americani. Se non che una certa minuziosa cura di risparmi, una frugalità che rasenta la privazione, quel meticoloso disputare il centesimo, il vestire trasandato, l'alloggiare in molti nello stesso locale non spazioso nè comodo, e mille altre pratiche parsimoniose, fanno sì che i più schifiltosi americani riconoscano in essi, già migliorata se vogliamo al proprio contatto, quella stessa razza che ammorba le strade di Baxter e di Mulberry e vi pianta in lacere e lercie bandiere il segno della propria nazionalità.
Chicago non ha, ch'io sappia, quartieri dati in modo speciale agli italiani, onde lo spettacolo della nostra miseria, va cercato un po' da per tutto e più nell'esercizio di certe infime industrie che solamente i nostri connazionali patiscono di esercitare. La più comune, consiste nel ribruscolare fra il lezzume ammassato presso i grandi depositi di cereali, le concerie, gli scali d'imbarco e le stazioni ferroviarie. È industria di vecchie donne delle nostre provincie meridionali andate in America col marito e coi figliuoli. Questi attendono all'arte loro od ai negozi; esse passano, piova o nevichi, l'intera giornata fra le spazzature per riportarne la sera, a farla grassa, il valore di pochi centesimi. Cartaccie, ritagli di cuoio, cenci, chiodi, bullette, pezzi di lamiera, fili di ferro, quanto è ultimo vilissimo rifiuto della grossa vita industre e meccanica, tutto raccolgono ed insaccano. Un paio di ciabatte, una blusa a brandelli, un'ampolletta con dentro il rimasuglio di ignoti rimedi sono ai loro occhi veri tesori. Chi può fissare l'estremo limite del servibile e dell'inservibile? Calzeranno le ciabatte, indosseranno la blusa: l'eterno femminile non ha, in esse, esigenze di vestire. E al primo malore ingoieranno il rimedio, persuase di ficcargliela al medico del rione. Non le nutrisce anche il mondezzaio? Io ne vidi addentare gustosamente certi avanzi di patate succherine raccattati fra la spazzatura. Dio sa, quelle patate da quanti giorni erano cotte e come inacidite! Sedani, carote, cavoli vizzi e raggrinziti, mele fradicie, quanto le più povere cucine diedero per disperazione al corbello dello spazzaturaio, è loro pasto quotidiano. Hanno i loro punti fissi, sui quali vantano un rispettato diritto di possesso e che occupano ogni giorno in squadre di cinque o sei ed anche più. Uscendo dall'albergo io solevo per entrare in città costeggiare un tratto di ferrovia, indi un praticello triangolare dato appunto a mucchi sempre rinnovati di tritumi e di immondizie. Ci passavo la mattina per tempo: le vecchie erano già al lavoro; ce le ritrovavo tornando verso il mezzodì: riuscivo verso le due, rincasavo verso le sei, le vecchie erano sempre là curve, sedute, inginocchiate nel fango o nella polvere. Raspano e sparnazzano come le galline. A volte ci stanno a piedi nudi per giovarsi del tatto e dare l'occhio intanto a punti discosti. Poco innanzi che io giungessi a Chicago, ne era morta una di tetano per essersi lacerato un piede ai denti di un foglio di latta. Ho voluto discorrere con esse. Quella cadenza lunga e smorzata della parlata napoletana, era così triste, in quel luogo, sotto quel cielo, uscendo da quelle misere labbra! Domandai loro se non avrebbero guadagnato di più rimanendo in casa, a far calze, a rammendare panni, a qualsiasi altro mestiere.
— E questo, chi se lo piglia? — rispose una, mostrandomi il mucchio.
Ecco il secreto di tanta tribulazione: il timore che alcuna infinitesima particella di ricchezza vada perduta. Guadagnerebbero di più a più sani e puliti lavori, ma quel minuscolo valore le attira. È l'adorazione cieca e materiale delle cose, astrazion fatta ad ogni pratica applicazione.
Potrei raccontarne per delle ore, ma passando di uno in altro patimento e dalla vecchiaia alla infanzia, sarebbe sempre la stessa miseria. Miseria, non povertà, perchè il misero stato di quei disgraziati non procede da insufficienza di mezzi. Così in Chicago come in Nuova York, la gente valida guadagna, soldo più soldo meno, dai tre dollari al giorno, e molti arrivano ai quattro e taluni ai cinque. Il dollaro vale cinque lire e venticinque centesimi. E non è a credere che il prezzo delle derrate cresca in proporzione della unità di moneta, così che il valore commerciale del dollaro in America, pareggi quello della lira in Italia. Questo dicono molti, ma non è. Certi oggetti di lusso, costano il doppio, il triplo del prezzo nostrano, ma sono rarissimi. I nostri guanti a cinque lire ne costano dodici a Nuova York, il cappello a cilindro inglese che si paga a Roma 25 o 30 lire, costa a Nuova York 10 dollari. Costano un dollaro l'ora le vetture di piazza. Ma la retta nei primissimi alberghi, di gran lunga più comodi, che i migliori europei, e più abbondante il vitto e libera l'ora dei pasti, non è più cara che in Europa. In Europa il prezzo varia dalle 12 alle 15 lire al giorno, a Nuova York è di tre dollari al _Fifth avenue hotel_, che è vantato fra i più splendidi degli Stati Uniti.
Se poi dagli splendori della vita elegante, scendiamo agli agi della comune, le differenze di costo si fanno anche meno sensibili. E quanto agli oggetti di primissima necessità, non c'è od è minima differenza.
In complesso la vita costa di più, perchè raccoglie una maggiore somma di bene. Il nostro emigrante poichè accetta di tribolare in America, quanto tribolava in Italia, se la cava con 25 o 30 soldi italiani al giorno. Ma appunto questo suo volontario tribolare, è cagione che l'americano lo derida e lo disprezzi. Nè i molti italiani che vivono con più umana larghezza bastano a cancellare la triste impressione lasciata da quei nichilisti della vita.
Dei caratteri proprii di ogni razza, il comune delle genti non sa e non può considerare che gli estremi: quelli soli sono essenzialmente differenziali, e quelli soli informano il concetto che si fissa nelle menti dell'universale. Le profonde differenze etniche non possono essere avvertite da quel popolo, che nacque e cresce mediante la fusione di tante razze disparate anzi degli elementi più indomabili, più incontentabili, più audaci, più smaniosi de' godimenti, più anelanti alla piena vita che fossero e siano in ogni razza. Perciò agli occhi degli americani, l'italiano che veste, alloggia, si nutrisce ed a suo tempo riposa al pari di essi, è un cittadino della Unione il quale parla una lingua diversa dalla loro. Ma quell'essere rassegnato, umile, domato dalle astinenze, accanito ad un lavoro senza posa, che in tanto emporio di beni, possedendo i mezzi di conseguire la sua parte, ne fa volontaria rinuncia, che accetta di abitare nel lezzo quando potrebbe al pulito, che degrada col lurido vestire la nobiltà delle forme umane, che riduce insomma ad un _minimum_ appena compatibile colla vita i bisogni della vita, quello non è un uomo della loro razza, anzi della loro umanità. D'onde viene? — Dall'Italia. — Tali sono dunque gli italiani? — Ecco formata la leggenda.
Che sanno essi della famiglia lontana, dei figli e delle mogli i quali aspettano la lettera con quei pochi quattrini per comperare il pane e pagare il fitto di casa? E del bisogno imperioso di raccogliere un peculio onde riscattare le terre vendute? Essi ignorano le urgenti strettezze che fanno eroica la rassegnazione di quei disgraziati. Ma le conoscessero pure, io credo tuttavia che non terrebbero in gran conto quello speciale eroismo. Ogni popolo chiama virtù e pregia sopra tutte le qualità che meglio si confanno colle sue naturali inclinazioni, che più direttamente conferiscono all'adempimento dei suoi destini. Il popolo americano sa e sente che egli deve ancora compiere la conquista del suo sterminato continente e popolarlo e dissodarlo. Ora ai conquistatori giovano sopratutte le qualità attive. A me parve di scorgere che gli americani compatiscano ai vizi attivi più di quanto pregino le virtù passive. Ma a voler chiarire la cosa andrei troppo per le lunghe. Ho voluto mostrare come fosse spiegabile e dal loro punto di vista giustificabile, il misero concetto in cui gli americani tengono molta parte della emigrazione italiana.
Ma noi che ne conosciamo le condizioni domestiche dobbiamo fare di quei nostri connazionali ben altro giudizio. Se il concetto della vita terrena è più elevato, più alto, e più umano in America che in Italia, non è colpa loro. Siamo noi che scriviamo i libri e le riviste, siete voi che li leggete, quelli cui tocca pensarci. È innegabile che parte della loro miseria è frutto di ignoranza. Ma è certo altresì che la maggior parte dei loro patimenti sono un esercizio di virtù ardua e forte. È bello ragionare di etica sociale chi è sicuro dell'oggi e del domani, di sè e dei suoi.
Dal mio piccolo paese canavesano, partirono il Marzo del 93 per l'America, tre ottimi lavoratori, lasciando a casa, mogli, figliuoli e debiti. Laggiù, appena sbarcati, si allogarono nella miniera di Primerose, in Pensilvania. La paga era buona: sfido! Nessuno del luogo osava più scendere in quei pozzi che già una volta una vena d'acqua aveva allagato, affogandovi dentro gli operai. Ora la vena, saldata, non dava che stille e s'erano ripresi i lavori. I direttori sapevano il pericolo ma, _business is business_, la duri fin che può. E la durò poco. Il 20 di Aprile, si ruppe un'altra volta la vena, e quanti erano sotto ci rimasero. I miei compaesani erano stati sul lavoro otto giorni; vale quanto dire che non lasciarono un quattrino. Io conosco le loro famiglie e vedo ora di che morte vivono. Mentre stavo descrivendo la disgustosa abbiezione di tanti nostri emigranti, non potevo trattenermi dal pensare che se quei tre infelici avessero avuto tempo di dare ad altri il tristo spettacolo che altri diedero a me, a quest'ora i loro figli e le vedove avrebbero assicurato per la vita, un pezzo di pane.
CAPITOLO VIII.
Chicago e la sua colonia italiana.
Quando io giunsi in Chicago, la colonia italiana vi era in gran subbuglio. Un giornalucolo ebdomadario, italiano s'intende, aveva da qualche tempo preso ad avversare il Conte Manassero di Costigliole nostro console e non c'è contumelia che non gli vomitasse contro. Il Manassero non se ne dava per inteso e badava anzi a rattenere lo sdegno che quelle ingiurie sollevavano vivissime nella maggiore e miglior parte della nostra colonia a lui devota ed amica. Ma gli ultimi numeri imputavano al console un fatto determinato e grave. Si trattava della bandiera che è costume inalberare alle finestre dei nostri Consolati nella ricorrenza del 20 settembre. Il giornale, sulla fede di una società operaia, affermava non averla il Console inalberata: parecchie altre società e moltissimi cittadini giuravano di averla veduta. In realtà la bandiera era stata issata fino dal mattino, ma essendosi smosso l'anello a muro che regge l'asta, la si era dovuta levare per saldarlo. Affare di due ore, dopo di che i tre colori risventolarono fino a sera. Parlavano onorevoli testimoni e parlava il muro racconciato di fresco, ma il giornale duro, ripicchiava in nota continua: noi passammo e la bandiera non c'era, non c'era, non c'era; e mentre la voce di quelli non giungeva che alla gente del luogo già edotta dei fatti, l'accusa gazzettiera, a stampa, poteva varcare l'Oceano, arrivare a Roma, e a comodo di qualche deputato dell'opposizione, sollevare interpellanze in parlamento. In questi casi torto o ragione, che ne va di mezzo è il magistrato lontano colpevole, se non di altro, di aver dato noia al ministro. Per ciò, gli amici non so se meglio dire del Console o della verità, mettiamo di tutti e due, deliberarono di opporre alla denuncia del giornale una solenne protesta dell'intera colonia ed a tale intento indissero per la veniente domenica un _meeting_, anzi un _massmeeting_ che vuol dire un solenne e pieno comizio.
In attesa del grande evento io impiegai i primi giorni della mia dimora in Chicago a veder gente e paese, colla scorta di alcuni cortesissimi nostri connazionali. Della gente del luogo, non conoscevo nessuno. Avevo bensì una lettera per un certo M.r Gustavo Fucks fervente melomane, amantissimo degli italiani, ma l'ottimo uomo stava allora in una sua villa, lontano assai dalla città e dovetti contentarmi di mandargliela per posta. Lo conobbi più tardi in Nuova York, dove, esempio di costumi americani, egli venne apposta da Chicago per assistere alla prima rappresentazione del mio dramma. Tra venire e andare sono tre mila chilometri di viaggio. Arrivato il giorno della recita, ripartì l'indomani poichè mi ebbe fatto una breve visita nella mattinata.
Egli assente, l'altro milione e mezzo di abitanti, mi parvero tutti così affacendati, che stimai bene di non far perdere tempo a nessuno di essi, in conoscenze nuove. La mattina uscivo di buon'ora, curioso di visitare la enorme città che è oggi la seconda e sarà, dicono, fra dieci anni la prima degli Stati Uniti. Ne avevo inteso raccontare e ne avevo letto cose da strabiliare: sapevo che d'anno in anno la popolazione vi cresce di un decimo. Nuova York nel suo complesso non è gran fatto dissimile dalle grandi metropoli d'Europa. In Chicago sapevo fiorire più sincera la vita americana: fabbriche smisurate e vie interminabili, botteghe sbalorditive, assordanti stamburamenti ad uso di richiamo. E poi c'era l'Esposizione della quale già doveva apparire la colossale carcassa fra parchi e giardini incantevoli, bagnati da quel famoso lago Michigan che vantano più vasto dell'Adriatico, più navigato del Mediterraneo e così dolce alla vista e ridente da vincere al paragone quelli dell'Alta Italia e della Svizzera.
Ahimè! Della Esposizione erano appena avviati i lavori di sterro ed il vantato parco ed i giardini mi parvero una bassa e umile cosa. Ma i piani che mi fu dato vedere, tracciavano su quelle bassure un vario ondeggiamento di colli, vi incidevano valloni, gettavano promontori nel lago rompendone le monotone spiagge, insenavano il lago fra le terre, segnavano i limiti di estemporanee foreste, predestinavano insomma quelle plaghe pacificamente mediocri, ad un vero cataclisma tellurico prodotto da forze misurate ed infallibili. Bello sulla carta, io pensavo, ma lavoro di dieci anni. Mi avvidi ben presto come in Chicago dal detto al fatto e dal progetto all'opera poco ci corre e come una fantasiosa strapotenza meccanica vi abbia ridotto l'inattuabile ai soli assurdi matematici.