Part 8
Il successore di lui Francesco Loredano al primo scrutinio de' quarantuno elettori dalla maggiorità de' voti eletto riusciva, quantunque a competitore mostrato si avesse il Procuratore Giovanni Emo. Quegli più volte la carica di Provveditore generale dell'armata nelle provincie coperto aveva, e spezialmente nell'importante occasione dell'armata neutralità della Repubblica per la guerra di successione. Molte delle Oselle di questo Doge, siccome coniate negli anni in cui la Veneziana Dominazione i proprii diritti civili in faccia alla santa sede sosteneva, così in pari tempo la religione e la pietà della Repubblica dimostrano. Di fatti il nuovo Doge dal suo cognome l'argomento prendendo, ché quasi dall'etimologia della parola poteasi il di lui casato supporre dalla città di Loreto derivare, imprimere si fece nel rovescio della prima Osella in ginocchio col berretto ducale deposto innanzi ad un altare sul quale evvi la Vergine col bambino Gesù in braccio, e presso ad essa S. Marco, che tiene il libro degli Evangeli aperto sull'ara appoggiato, e con la destra distesa verso un calamaio con la penna, come scrittore di quelli, ed in mezzo il Leone che riposa respiciente di faccia sopra un suolo di marmi intrecciato. Le parole intorno suonano [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D.]SC], e nell'esergo [SC[G. A. C.]SC], che indicano il nome del massaro all'argento Giacopo Antonio Contarini. Nel diritto poi la solita leggenda: [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. I. 1752.]SC] ([I[lin]I]. 4, [I[lett]I]. a), da un fregio rinchiusa, rovescio che si conserva nell'anno seguente. Nel rovescio della seconda dando un nuovo saggio della pietà e della religione del Doge, lo si mostra caldamente raccomandarsi alla Vergine santissima, ed al principal Protettore nelle vertenze insorte con la santa sede, e si presenta genuflesso con berretta deposta ai piedi della beata Vergine col Bambino in grembo, che è in un quadro da quattro angioletti sostenuto in forma di cariatidi con fregi di vasi e di fiori, mentre dall'altro lato trovasi l'Evangelista che lo benedice, con ai piedi il calamaio, e nel mezzo, sul terreno intrecciato di marmi, il Leone che riposa. Il solito motto intorno [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D.]SC], e sotto [SC[S. B.]SC] Stefano Barbaro massaro ([I[lett]I]. b). Niuna particolare circostanza volendo il Doge ricordare nella Osella dell'anno terzo, riprese nel diritto l'ordinario antico conio col santo Evangelista seduto in atto di benedire il Doge genuflesso, che dalle mani di lui il vessillo della Repubblica riceve con le usitate parole: [SC[S. M. V. FRANC. LAVREDANO. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[V. A. C.]SC] cioè il nome del massaro all'argento di quell'anno, Ulisse Antonio Corner. Quantunque nel rovescio si conservi la consueta leggenda, pure alcune alterazioni vedendovisi e nella forma delle parole, che più maiuscole si mostrano, e nella ducale corona di niun fregio ornata, utile si credette di riprodurlo, abbenché nessuna causa di questa alterazione addurre si possa; [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. III. MDCCLIV.]SC] ([I[lett]I]. c). Ad un quadro, nel quale la nascita del bambino Gesù fra gli animali nel presepio si raffigura, con l'adorazione degli angeli, sostenuto e fregiato da colonne in luogo di cariatidi, ed altri ornamenti, dirigonsi le preci del Doge ginocchioni, deposto il berretto sul suolo, mentre dal lato opposto il santo Evangelista si vede in atto pure di adorazione, ed in mezzo il leone in piedi col libro fra le zampe aperto, e col capo al Santo rivolto. Il diritto della quarta Osella conservando il solito motto [SC[S. M. VENET. FRANC. LAVREDAN.]SC], e sotto [SC[A. D.]SC] il nome del massaro Antonio Diedo, mostra in un quadro la nascita del Bambino adorato dagli Angeli e al di sotto di questo il santo Protettore che inginocchioni dà la benedizione al Doge il quale è pure in ginocchio col berretto deposto e fra loro il leone col libro aperto. L'essere sul rovescio di questa Osella una Pace alata che nella sinistra mano un ramo di ulivo porta e nella destra il ducal corno, è il motivo per cui si è creduto di riportare di essa pure l'impronta [SC[FRANCIS. LAVREDANI. PRINCIPIS. MVNVS. AN. IV. MDCCLV.]SC] ([I[lett]I]. d). Nessuna trattativa di pace a vero dire in quell'anno le storie nostre alla Repubblica assegnano, quindi non si potrebbe con certa conoscenza asserire, quale oggetto fosse preso di mira; e solo si può alludere o allo stato di pace in cui trovavasi allora la Repubblica, o all'armonia interna del governo, dappoiché era stato conchiuso un trattato di confinazione nel Bergamasco e Milanese, tra la Repubblica di Venezia e Sua Maestà l'imperatrice e regina Maria Teresa d'Austria. Il conio del quinto anno offre una delle allegorie che la Chiesa adopera verso la Vergine santa, qual è quella del vaso, e questo la Vergine sostiene, contornata da Angeli, due dei quali danno fiato alle trombe, e nel corpo del vaso è scritto [SC[VAS. ONORABILE.]SC], ([I[sic]I]), e al disotto del vaso, nel lato destro, san Marco che riposa sul terreno seduto a cui dietro il Leone di fronte, e nel lato sinistro il Doge in ginocchio con la ducale berretta sul suolo deposta, e nell'esergo [SC[F. T.]SC] Francesco Trevisano massaro, conservando nel contorno [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. DVX.]SC], il che pure non è che un semplice saggio della divozione del Doge verso la santa Vergine ([I[lett]I]. e). Altra prova pure della stessa pietà dimostrata vedesi dal Doge nel diritto della sesta Osella, nella quale non si volle allontanare dagli emblemi e dalle allegorie dalla Chiesa usate nel rappresentare la Vergine, indicandocela sotto la invocazione di [SC[FOEDERIS. ARCA]SC]. Infatti vi si osserva un Angelo che sostiene l'arca della salute in cui evvi quella leggenda, e sulla quale poggia la Vergine che tiene le braccia aperte, ed intorno sonovi colonne ed archi che la racchiudono, mentre nel lato destro sul suolo il santo Evangelista, con un ginocchio piegato, il Doge benedice, che nel lato opposto ginocchioni si mostra col berretto sul terreno, e la faccia del leone a tergo del Santo. Il lavoro del suolo sembra di opera vermicolata. Le parole intorno sono: [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. D. V.]SC], e sotto [SC[G. B.]SC] che sono le sigle iniziali di Girolamo Bonlini massaro ([I[T]I]. VI, [I[lin]I]. 1, [I[lett]I]. f). Niun avvenimento chiamando l'attenzione delle storie in questi anni, gli archeologi non hanno motivo di conghietturare qual cosa dirigesse il Doge nella scelta della impronta da fissarsi nell'anno settimo, e solo una perenne dimostrazione della sua religiosa devozione verso i principali proteggitori della patria, che ei volle indicati anche in questa Osella. Quindi in essa effigiata vedesi la immacolata Concezione della Vergine in un quadro con due Angioletti che lo sorreggono, ed il san Marco nel lato destro in piedi in atto di mostrare ai riguardanti la Vergine, mentre il Doge, col berretto ducale deposto, è in atto di adorarla, ed il Leone fra loro riposa. Anche in questa Osella sembra il suolo vermicolato. L'usitata inscrizione si legge d'intorno: [SC[S. M. V. FRANC. LAVRED. DVX.]SC], e nell'esergo [SC[F. A. B.]SC], che intender si deve per Francesco Antonio Bonlini massaro ([I[lett]I]. g). Ai tre di maggio dell'anno 1788 cessò di vivere il grande pontefice Benedetto XIV, che portò il lutto in tutta la Cristianità. A minorare però il rammarico che ne provavano anche i Veneziani, dopo una sede vacante di due mesi e tre giorni fu al soglio pontificio inalzato il Cardinale Carlo Rezzonico veneto patrizio e Vescovo di Padova, che assunse il nome di Clemente XIII. Grandissime furono le dimostrazioni di gioia e di allegrezza per sì avventuroso innalzamento ordinate. Otto ambasciatori al nuovo pontefice fra i più illustri cittadini si nominarono; dal Senato lettere gratulatorie sopra la creazione sua si scrissero; il Consiglio Maggiore a Procuratore di san Marco soprannumerario, che era la seconda dignità della Repubblica, il fratello di lui elesse; ed affine di dare un nuovo attestato della pubblica letizia, il Senato, dietro le rimostranze avanzate dal nuovo pontefice nei primi giorni della' sua esaltazione, s'indusse a ridurre il decreto 7 settembre 1754, il quale avea dato motivo di discussioni e di rammarico all'antecessore di lui. Grato il pontefice a simili contrassegni di devozione religiosa verso di lui, nell'anno appresso della sua elezione spedì in dono alla Repubblica una Rosa d'oro da lui benedetta. Il Doge prese argomento dall'innalzamento del Pontefice e dalla Rosa ricevuta per coniare la Osella dell'ottavo suo anno. Nel diritto infatti vedesi la figura della Religione sopra un'ara seduta in trono col calice nella destra e l'albero salutifero della Croce nella sinistra, mentre nel destro lato l'Evangelista col ginocchio piegato e col libro aperto sull'ara poggiato si mostra, avendo ai suoi fianchi il Leone ed in faccia a lui il Doge ginocchioni con la berretta ducale sul suolo, ed intorno le parole: [SC[S. M. V. FRANC. LAURED. PRINC. MVNVS. AN. VIIII.]SC], e nell'esergo [SC[P. P.]SC] Pietro Pasta massaro. Nel rovescio l'impronta della Rosa d'oro col motto intorno: [SC[ROSA. SVPER. RIVOS. AQVARVM.]SC], e sotto l'anno [SC[MDCCLIX.]SC] ([I[linea]I] 1, [I[lett]I]. h). Cinque Rose d'oro si conservavano nel Tesoro della ducale Basilica di san Marco dai sommi pontefici in varie epoche alla Veneziana Repubblica spedite in dono, e tutte ne' giorni solenni sull'altar maggiore esponevansi, e tutte dopo la cessazione della Veneziana Signoria con altri preziosissimi oggetti da quel Tesoro sparirono; se non che il sommo pontefice Gregorio XVI con sovrana munificenza conceder volle nell'anno 1834 una nuova Rosa da lui benedetta, come un testimonio della sua benevolenza verso questa patriarcale e metropolitana Basilica, e verso tutta questa devota popolazione. Detta Rosa sorpassa tutte le altre per ricchezza e per leggiadria di lavoro, ed essa pure attualmente è riposta fra i resti preziosi di quel Tesoro. Nella Osella dell'anno nono il Doge Loredano ricordar volle il rifacimento da più anni incominciato della torre dell'orologio nella gran piazza di san Marco sotto la direzione dell'architetto Audrea Camerata, terminato solamente nella stagione dell'Ascensione del Signore nell'anno 1760. Il meccanismo dell'orologio fu in pari tempo riformato dal valente meccanico ed ingegnere Bartolomeo Ferracina di Bassano, del quale più altre opere esistono, che gli meritarono l'onore della statua alla sua memoria inalzata. Nel diritto di questa Osella vedesi la Repubblica, rappresentata da una donna sur un trono seduta, poggiando la sinistra mano sopra la testa di un Leone che a' suoi piedi riposa, mentre dal lato stesso evvi la mezza figura di un uomo con riga e compasso fra le mani, e nell'altro lato evvi il cavalletto e la tavolozza dei pittori, ed ai piedi la squadra e lo scalpello degli scultori, col motto intorno: [SC[MATER. ET. ALTRIX. ARTIVM. STVDIORVMQ.]SC], e nell'esergo [SC[G. A. S.]SC] essendo massaro Girolamo Antonio Soranzo, che varia in alcune. Nel rovescio poi evvi la facciata della torre dell'orologio con le annesse fabbriche e le parole intorno: [SC[FRANC. LAVREDANI. PRINC. MVNVS. A. IX. 1760.]SC] ([I[lett]I]. i). Che l'autore di questa rifabbrica fosse Andrea Camerata, e non già Tommaso Temanza, chiaramente si riconosce dalle determinazioni de' Procuratori della chiesa di san Marco, ai quali era pure affidata la cura delle pubbliche costruzioni nella periferia della piazza. Si conservano queste negli archivii della Fabbricieria di S. Marco ed in esse evvi l'ordine scritto che al Camerata questo rifacimento affidavasi; il che pure confermavano ed il Galliciolli ed il Selva, mentre l'altro erudito nostro sig. Francesco Negri nella sua vita del Temanza a questo celeberrimo architetto una tal opera attribuiva, opera che, quantunque incontrato abbia satire e critiche da alcuni begli ingegni di que' giorni, ebbe però altresì encomiatori e difensori prestantissimi. A questo luogo sarà opportuno il considerare che questa Osella, la quale rappresenta e le insegne delle belle arti, ed il rifacimento della torre dell'orologio, fu pure la prima che coniossi nella Veneta Zecca col mezzo del torchio accolto in Venezia con decreto del Senato 15 marzo 1755, mentre in quell'anno appunto erasi incominciato a coniare il tallero col torchio destinato specialmente per le Provincie Oltremarine. Ottenuta ai 16 di luglio 1761 la beatificazione e canonizzazione del Cardinale Gregorio Barbarigo patrizio Veneto e vescovo di Padova, per pubblico comando ai quattro di settembre del detto anno dal corpo del Beato, nella cattedrale di Padova deposto, la sua terza costa legittima si estrasse, la quale collocata venne sur una mensa quadrilatera di finissimo oro contesta, da due angioletti sostenuta, tra specchi rinchiusa, ed ornata delle vescovili insegne e del Leone di san Marco, e in dono fu spedita al pontefice Clemente. A tale oggetto portossi in Roma monsignor Paolo Foscari, allora Canonico della cattedrale di Padova, e di là ritornò col titolo di Cameriere Secreto di sua Santità, e pochi anni appresso inalzato venne a Primicerio della ducale Basilica di san Marco, chiudendosi anzi con la sua morte la serie de' Primicerii. Un tal dono dal Governo inviato al Pontefice diede argomento al Doge di farlo riprodurre nell'Osella dell'anno decimo, nella forma stessa più sopra indicata, e con la epigrafe: [SC[BEATI. GREG. BARBADICI. CARD. COSTA.]SC], e nell'esergo [SC[Z. D.]SC] cioè Zuanne Dolfin massaro ([I[lett]I]. k). Questo fu l'ultimo donativo del Doge Loredano, il quale, già da quattro anni per infermità al letto ridotto, morì nel maggio del 1762.
[T1] MARCO FOSCARINI.
A. 1762 ([SC[TAV]SC]. VI).
Il successore di lui fu Marco Foscarini Cavaliere e Procuratore di san Marco. Niuno incontro a lui per emulo e competitore mostrossi nell'aspiro alla più eminente dignità della patria, ché ben numerosi erano, e conosciuti i meriti di questo gentiluomo e nelle importanti ambascerie di Vienna e di Roma, e nel conciliare le discussioni con la corte di Savoia insorte sulle preminenze, e nel tranquillare le interne civili discordie dallo smodato spirito di novità di alcuni nobili promosse, i quali si mostravano mal sofferenti del freno sì salutare delle pubbliche costituzioni. Né queste sole furono le benemerenze di lui verso la patria, ché ne fece onorevole elogio colla pubblicazione del primo volume della Storia della viniziana letteratura, già pronti i materiali per le successive materie, che si conservano nella imperiale Biblioteca di Vienna, e si rese chiaro fra i più letterati uomini d'Italia con varie operette che dopo la morte di lui in particolari occasioni si resero di pubblico diritto, e ne confermarono ed accrebbero la fama, chiamandosi pur anche la gratitudine de' posteri. Dietro l'assennato parere di questo gentiluomo, allorché la dignità copriva di savio del Consiglio, che corrispondeva ad uno de' ministri di Stato, il Veneto Senato ordinava la restaurazione delle antiche geografiche carte, le quali nella Sala del Ducale Palazzo, detta dello Scudo, tuttora si veggono, e nel dicembre di quell'anno alla pubblica luce ristaurate comparvero. Questa operazione sì vantaggiosa alla conservazione della gloria degli antichi veneziani navigatori, che primi con lontane peregrinazioni il nome della patria illustrarono, forma un'epoca al Principato glorioso di un inclito protettore delle arti e delle scienze, e nel tempo medesimo ammirabile coltivatore delle stesse. Essa diede argomento all'Osella distribuita a' nobili dal Foscarini. Vedesi in questa una donna seduta con regio manto, tenendo lo scettro e le seste nella sinistra mano, e nella destra la squadra, poggiando la schiena sopra un mappamondo, e i piedi sur un suppedaneo sull'orlo del quale è scritto l'anno [SC[MDCCLXII.]SC] La epigrafe intorno porta: [SC[PICTIS. VENETORUM. ITINERIBUS. AVLA. EXORNATA.]SC], e nell'esergo [SC[VET. M.]SC], Vettore Morosini, massaro. Nel rovescio evvi la solita inscrizione: [SC[MARCI. FOSCARENI. PRINCIPIS. MVNVS. ANNO. I.]SC], chiusa tra un fregio di arabeschi, che la ducale berretta sorregge. Sembra non esser fuori di proposito a questo luogo l'osservare, che tanto Francesco Griselini nella prefazione al Genio di Fra Paolo ([I[Venezia]I] 1785, [I[vol]I]. 1.°), quanto il reverendissimo prelato abate Placido Zurla, ora defunto, meritissimo cardinale di santa Chiesa, nelle dissertazioni che egli dettate aveva sui viaggi di Marco Polo e di altri illustri Veneziani viaggiatori nell'[I[Appendice al vol]I]. 2.°, parlando delle mappe antiche, che adornano la Sala dello Scudo, riportano la detta Osella con variata leggenda. Forse che l'errore ebbe luogo, da che essendo stato il Griselini stesso incaricato dal Senato Veneto del necessario rifacimento delle mappe, avrà egli prima d'ogni altro suggerita al Doge la idea di eternare nella sua Osella un tale avvenimento, additandogli pur anche la leggenda che diceva: [I[Venetarum peregrinationum tabulae restitutae]I]. Se non che il Doge con l'Abate Lastesio consigliatosi, che era suo famigliare ed intrinseco, come ce ne assicura il chiarissimo Abate Cav. Morelli fu regio Bibliotecario della Marciana, s'indusse a cangiarla, e vieppiù assumendo lo stile archeologico, ridurla più adatta al ristretto spazio del contorno, che assegnato le era. Convien però immaginare, che altro seggio fatto si avesse per questa Osella, poiché nella Minerva, ossia Nuovo Giornale dei Letterati d'Italia, al n.° X dicembre 1762, un tal fatto riferendosi, vi si dice: che nella moneta dal Principe a' veneziani patrizi regalata sono incise queste parole: [I[Pictis Venetarum Peregrinationum Tabulis Aula Exornata]I]. E nel catalogo delle medaglie italiane presso l'abate Angelo Bottari di Chioggia, ristampato al volume [SC[XI]SC] degli Elogi Italiani dell'Abate Rubbi, si riporta la moneta del Doge Foscarini con questa inscrizione: [I[Priscis Venetorum Itineribus Aula Exornata [SC[MDCCLXII. VET. M]SC]]I]. Forse fu letto erroneamente [I[priscis]I] per [I[pictis]I] come deve stare. Ma fra tante varie lezioni ho creduto di appigliarmi a quella che ho illustrata, giacché essa fa effettivamente parte della raccolta delle Oselle. Volendo però assicurarmi della identità dell'Osella del Foscarini, non mi sono già prefisso di criticare menomamente e prendere di mira l'asserito dagli altri e specialmente dal benemerito eminentissimo Cardinale Zurla, il quale co' suoi studii acquistossi dalla patria nostra la più giusta benevoglienza e la più sincera gratitudine che gli è dovuta per la ricordanza da lui fatta della gloria de' nostri più insigni viaggiatori, dei quali si compiacque di ripetere:
[I[ . . . Gens nulla valentior ista]I]
[I[ Æquoreis bellis, ratiumque per aequora ductu.]I]
Una improvvisa malattia sopraggiunta al Foscarini verso la metà del mese di marzo dell'anno 1763, la quale fu da' medici sul principio tenuta di poca importanza, fra le varie discordi opinioni degli stessi fattasi rapidamente mortifera, lo condusse al sepolcro nel giorno trentuno di marzo di quell'anno.
[T1] ALVISE MOCENIGO.
A. 1763 ([SC[TAV]SC]. VI).