Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880

Part 9

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Questi imenotteri e ditteri distruggitori dei bruchi operano più e meglio assai degli uccelli: prima perchè gli uccelli distruggono molto meno bruchi che non questi parassiti, in secondo luogo perchè gli uccelli distruggono anche gli insetti che son causa di morte a quelli nocevoli, e in questo modo, mentre fanno bene da una parte, nuociono dall'altra, per cui non è facile dire quale dei due fra il male e il bene prevalga.

L'uomo colla distruzione diretta può assai poco. Quando si tratti di uno spazio ristretto non è molto difficile raccogliere le chiocciolette e le limaccine nocive alla vite; gl'intelligenti e pratici raccomandano pure lo sbrucolamento: ma se è possibile (giova ripetere la stessa cosa) diminuire, raccogliendoli e chiamando molta gente a raccoglierli, in un breve tratto di tempo, i bruchi (sovratutto quelli un po' grossi) in una vigna ristretta dove il pregio delle uve meriti una tale fatica e una tale spesa, la cosa riesce poi impossibile al tutto quando si tratti di grandi distese, d'intere provincie infestate. I nemici naturali, gli acari, le varie sorta di parassiti fanno di più; il naturalista cattedratico od accademico raccomanda al coltivatore di adoperarsi a moltiplicare il numero dei parassiti infesti agli animali nocevoli, ma non dice appunto in qual modo egli possa adoperarsi a produrre questa moltiplicazione.

Il dottore Lorenzo Camerano ha presentato testè all'Accademia delle Scienze di Torino^[IV-9] un suo lavoro intorno all'equilibrio dei viventi mercè la reciproca distruzione, nel quale con rigore matematico dimostra in qual modo questo equilibrio si regga pigliando le mosse dalla vegetazione e proseguendo cogli animali che vivono alle spese di questa e poi cogli altri, sia predatori sia parassiti, che distruggono gli uni e gli altri; questo lavoro esprime meglio che non sia stato fatto prima il complesso dei rapporti e dei legami mercè cui campano i viventi gli uni alle spese degli altri; argomento complicatissimo, di cui maestrevolmente il giovane naturalista ha segnato le prime linee, ma di cui fra breve farà più distinto il contorno e segnerà l'ombreggiatura.

L'annessa tavola mostra riuniti in un quadro solo i principali gruppi di animali nocevoli alla vite e nello stesso tempo anche i nemici predatori o parassiti dei primi.

Affinchè la cosa riesca chiara consideriamo un gruppo qualunque, per esempio quello dei Rincoti.

I Rincoti che si nutrono a spese della vite possono divenire preda di varî Ortotteri, Anfibî, Rettili, Uccelli, ecc. o di varî animali parassiti, Acaridi, Endoparassiti, ecc. Ciascuno dei gruppi di animali ora menzionati è a sua volta preda di altri animali predatori più grossi o preda di altri parassiti. Gli Anfibî, per esempio, sono preda di alcuni Rettili, Uccelli, Mammiferi e di varî parassiti, Ditteri, Endoparassiti, ecc. I Ditteri parassiti degli Anfibî sono preda alla loro volta di altri Anfibî, Rettili, Mammiferi, uccelli, ecc. e di altri parassiti, Acarini, Imenotteri, Endoparassiti, ecc. Questi Imenotteri sono essi pure preda di altri Imenotteri, di Anfibî, di Rettili, di Uccelli, di Mammiferi, ecc. e di Acarini, e di Endoparassiti e altri via discorrendo. Ragionando in questo modo si giunge ad una serie di animali i quali mentre predano altri animali non sono più alla loro volta preda di altri animali predatori; ma soltanto di animali parassiti interni, di endoparassiti.

Per maggior chiarezza nella tavola qui unita non sono stati segnati sempre per ciascun gruppo tutti gli animali che sono predatori o parassiti del gruppo stesso. Ciò è stato fatto una volta sola per ciascuno dei varî gruppi i quali per ciò sono stati segnati di un numero. Esaminando, per esempio, il gruppo degli Ortotteri nocevoli alla vite (2) si vede che sono parassiti di questo gruppo i Ditteri (4), gli Imenotteri (7), ecc. I numeri (4) e (7) indicano che si devono aggiungere qui i parassiti ed i predatori segnati per gli Imenotteri (7) e pei Ditteri (4) nocevoli alla vite ecc.

Da quanto si è detto fin qui risulta che gli animali che hanno rapporti mediati o immediati colla vite si possono dividere nelle seguenti categorie, in animali cioè:

_fitofagi_ che si nutrono direttamente a spese della vite;

_predatori_ che si nutrono a spese degli animali fitofagi o di altri animali predatori;

_parassiti_ che vivono alle spese degli animali fitofagi o degli animali predatori o di altri animali parassiti.

I parassiti poi alla lor volta possono dividersi in _esoparassiti_ e in _endoparassiti_.

[DIAGRAMMA: Animali Nocevoli alla Vite

Lorenzo Camerano dis. Lit. Salussolia

E. Loescher Editore, Torino, Roma.]

Ciò premesso, e partendo dal principio che il numero degli animali è direttamente proporzionale alla quantità di nutrimento che è a loro disposizione, si vede che una rigogliosa vegetazione della vite produce in generale un aumento degli animali fitofagi; l'aumento degli animali fitofagi produce l'aumento dei predatori; l'aumento di questi ultimi fa aumentare gli endoparassiti. L'aumento degli endoparassiti fa diminuire il numero degli animali predatori; la diminuzione dei predatori lascia aumentare il numero dei fitofagi: l'aumento di questi ultimi fa naturalmente diminuire la sorgente del loro nutrimento, la vite.

Si vede da ciò, supponendo che le cose vadano regolarmente come si è detto e che non intervenga nessuna causa perturbatrice, che una rigogliosa vegetazione è per dir così la causa prima della diminuzione della vegetazione stessa. Ora la diminuzione della vegetazione, ragionando analogamente a quanto si è fatto ora, è causa di un nuovo aumento della vegetazione stessa. Nella piccola tavola A si può vedere chiaramente l'andamento del fenomeno. È ben inteso che in questo ordine di fatti non si tiene conto del tempo. Gli aumenti e le diminuzioni sopradette possono compiersi in breve tempo od impiegare invece un tempo lunghissimo.

Tutti i giorni, siccome ognun sa, piovono opuscoli, volumetti e volumi, articoli di giornali, discorsi di accademie, lezioni più o meno popolari sui mezzi più efficaci di distruggere i nemici della vite, e si asseriscono certi questi rimedi; ma la cosa è ben lungi dall'esser tale. In verità, bisogna fare questa confessione, i rimedi proposti ora non hanno più efficacia degli scongiuri e delle condanne del medio evo: la scienza, la vera scienza sincera ad ogni costo non può fare oggi altra conclusione.

I nemici di cui sono venuto parlando finora sono nemici di tal fatta che l'uomo non ha guari azione contro di essi.

Ma tutti questi animaletti che sono certamente nemici della vite, sono poi veramente nemici dell'uomo? Questa domanda vale quanto quest'altra: il vino è un bene o un male? Io mi ricordo una apostrofe di Amleto, sulla quale non mi fermo a parlare, per non invadere il campo del mio amico Giacosa che deve fra poco parlarvi qui del vino nei poeti e riferirvi il bene e il male che i più segnalati ne hanno detto in ogni tempo e presso ogni nazione. Corrado Corradino ha pur fatto qui il bilancio del bene e del male del vino. Molti popoli non bevono vino, ma trovano altri sussidi per togliersi di senno: l'oppio, lo hacscis, il betel: in ogni tempo ed in ogni luogo, secondo quello che dice Teofilo Gauthier, l'uomo s'è ingegnato di bere la spensieratezza, fumare l'oblio, masticare l'ilarità. Più recentemente il Baudelaire dice del vino che esso è come l'uomo: non si arriva a definire fino a qual punto possa riuscire stimabile, e fino a qual punto possa riuscire disprezzabile.

Giacomo Leopardi diceva che nell'antichità si erano addotti molti argomenti in favore della schiavitù dei negri, al tempo nostro contro, e che la schiavitù fu sempre tanto nell'antichità quanto al tempo nostro; del vino si disse e si dice molto bene e molto male e si beve sempre. È questo un capitolo di quell'immenso volume che nissuno scrive e tutti facciamo, intitolato «Le contraddizioni umane».

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Credo utile di aggiungere qui un catalogo delle opere più importanti intorno agli animali utili e nocevoli all'agricoltura e specialmente alla vite, le quali opere il lettore potrà consultare per aver maggiori ragguagli intorno alle questioni superiormente menzionate.

RATZEBURG. — Die Forstinsecten, oder Abbildung und Beschreibung der in Waeldern Preussens etc. Berlin.

BOIDUVAL. — Essai d'entomologie horticole. Paris, 1869.

V. GHILIANI. — Alcuni cenni sugli uccelli insettivori e sugli insetti parassiti. _Annali della R. Accad. d'Agricolt. di Torino_, 1871.

GENÉ. — Saggio sugl'insetti più dannosi all'agricoltura. _Biblioteca agraria_, Milano, 1827.

— Istruzione sugl'insetti più dannosi all'agricoltura nei Regii Stati, Torino, 1840.

— Sugl'insetti nocivi all'agricoltura ecc., Milano, 1835.

ACHILLE COSTA. — Degl'insetti che attaccano l'albero ed il frutto dell'olivo, del ciliegio, del pero, del melo, della castagna e della vite, ecc., Napoli, 1857.

L. CAMERANO. — Gl'insetti. _Introduzione allo studio dell'entomologia_, Torino, Loescher, 1879.

G. SABBIONI. — Gli uccelli e gl'insetti in rapporto coll'agricoltura. _Giornale d'Agric. del Regno d'Italia_, Anno VII, 1870, vol. XIV.

Targioni-Tozzetti. — Relazione intorno ai lavori della stazione di entomologia agraria di Firenze per l'anno 1875. _Annali del Ministero d'Agric. Ind. e Com._, vol. 84, 1876.

— Relazione ecc. per l'anno 1876. _Annali del Ministero dell'Interno_, vol. I, 1878.

APELLE DEI. — Gl'insetti dannosi alle viti in Italia. _Annali di viticoltura ed enologia italiana_, Milano, 1873.

GOUREAU. — Les insectes nuisibles aux plantes potagères, 1862.

ALFONSO COSSA. — Sopra alcuni mezzi proposti per distruggere la fillossera della vite. _Riassunto d'una lezione fatta nel R. Museo industriale di Torino_, 1875.

I. LICHTENSTEIN. — Notes pour servir à l'histoire des insectes du genre _Phylloxera_. _Annales Agronomiques_, vol. II, Parigi, 1876.

— Notes pour servir à l'histoire des insectes du genre _Phylloxera_. _Annales de la Société entomologique Belge_, volume XIX, 1877.

— Notes etc. _Annales Agronomiques_, vol. III, 1878.

D. V. FATIO. — Etat de la question phylloxérique en Europe en 1877, Genève, 1878.

— Le Phylloxéra. _Instructions sommaires à l'usage des experts cantonaux et fédéraux en Suisse_, Genève, 1879.

I. DEMOLE-ADOR. — Le congrès phylloxérique international de Lausanne, 1877. Berne.

V. FATIO ET DEMOLE-ADOR. — Le phylloxéra dans le canton de Genève. Genève, 1875.

— Idem, 1876.

A. F. NEGRI. — _Phylloxera vastatrix._ Conferenza tenuta al comizio agrario di Casale Monferrato. _Boll. del Comizio Agrario stesso_, anno I, 1879.

Actes du congrès phylloxérique international réuni a Lausanne, Lausanne, 1877.

ANDREA VINCENZA. — Monografia della vite e del pomodoro, Piacenza, 1879.

BOITEAU. — Sur la présence, dans les couches superficielles du sol, d'œufs d'hiver du Phylloxéra fécondés. _Comptes rendus de l'Ac. de Sciences de Paris_, vol. 87, n. 19.

M. GIRARD. — Rapport sur les ennemis naturels du Phylloxéra de la vigne. _Société des Agricolteurs de France_, 1879.

— Mémoire sur quelques insectes qui nuisent à la vigne dans le canton de Vaud. _Nouveaux mémoires de la société helvétique des sciences naturelles_, Neuchâtel, 1841.

GIOVANNI MALFATTI. — Sulla _Cochylis ambiguella_. _Atti della Società Italiana di Scienze Naturali, Milano_, 1879, volume XXII.

TARGIONI-TOZZETTI. — Del pidocchio o della fillossera della vite, ecc. _Bollett. della Soc. Entom. Italiana_, Anno VII, 1875.

[IV-1] MICHELE LESSONA, Intorno alla Galleruca calmariensis. _Annali della R. Accademia d'Agricoltura di Torino_, vol. XVIII, 1875.

[IV-2] MICHELE LESSONA, Dello _Arocatus melanocephalus_ in Torino. _Annali della R. Accademia d'Agricoltura di Torino_, vol. XX, 1877.

[IV-3] I costumi di questa specie non sono ancora in tutto noti. Riferisco a questo proposito ciò che si legge nel prospetto dei generi e delle specie degli acridoidei, secondo la fauna italica del Targioni Tozzetti, _Annali d'agricoltura_, vol. I, 1878, p. 101: «La locusta grillaiola del Salvi (_Acanthus pellucens_) talvolta colla sua femmina danneggia delle piante selvatiche, come i cardi, le centauree, o coltivate, come la canapa, le carote, e anco la vite, quando, per deporre le uova, pratica delle gallerie nell'interno^[*].

[*] SALVI, _Memoria intorno alle locuste grillaiole_. Verona 1750. — Da altri poi lo si crede divoratore d'insetti, come il _Meconema varium_ (Locustoidei).

[IV-4] Le principali specie d'Icneumoni e di Calcidi parassiti della _Pyralis vitis_ sono le seguenti:

Famiglia ICNEUMONIDI — _Ichneumon melenogonus_, Grav. » » _Pimpla instigator_, Grav. » » » _alternans_, Grav. » » _Anomalon flaveolatum_, Grav. » » _Campoplex majalis_, Grav. Famiglia CALCIDIDI — _Chalcis minuta_, Nes. ab. Es. » » _Diplolepis cuprea_, Spin. » » » _obsoleta_, Spin. » » _Pteromalus comunis_, Nes. ab. Es. » » » _cuprens_, Nes. ab. Es. » » » _ovatus_, Nes. ab. Es. » » » _larvarum_, Nes. ab. Es. » » » _deplanatus_, N. ab. Es. » » _Eulophus pyralidum_, ? » » _Bethylus formicarius_, Lat.

All'azione di queste specie parassite si attribuisce la scomparsa, almeno temporaria, della _Pyralis vitis_ dalla Francia.

[IV-5] A. RONDANI, La tignuola minatrice delle foglie della vite. _Giornale d'Agric. indust. e comm. del regno d'Italia_, 1876, vol. II.

Antispila rivillella et ejusdem parassita. _Bullet. entomologico italiano_, anno IX.

[IV-6] _Entodon viticola._ _E. Antispilae._ _E. Rivillellae._

[IV-7] Il marciume o il bruco dell'uva. _Atti della R. Accad. dei Lincei_, sez. 3ª, vol. I, 1877.

[IV-8] Il _Synoxylon muricatum_ si è, a quanto pare, molto sviluppato quest'anno in Piemonte, e precisamente in questi giorni (13 aprile 1880) mi vengono mandati molti esemplari di questa specie e molti tralci intaccati da essa da varie località piemontesi.

[IV-9] Dell'equilibrio dei viventi mercè la reciproca distruzione. _Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino_, volume XV, 1880.

_S. COGNETTI DE MARTIIS_ — IL COMMERCIO DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera del 16 Febbraio 1880_).

_Signore, Signori_,

Due egregi colleghi che mi precedettero nella serie di queste conferenze, propostisi il quesito _se il vino sia un bene_, esitarono a risolverlo, e se si pensi alla loro grande valentia ed autorità, bisogna ammettere che devono essere stati ritenuti da gravi motivi a non dare una qualsiasi soluzione a cotesto problema. Più fortunata è la condizione nella quale io mi trovo, nè già per merito mio, ma per merito della scienza che professo, dacchè per ogni economista tutte le cose utili sono beni, tutte le cose che hanno valore sono beni, e della somma di cotali beni si compone la pubblica e privata ricchezza. Ora, siccome niun dubbio è ammissibile sulla utilità del vino ed è di generale notorietà com'esso abbia valore, così l'economista può, con sicura coscienza, affermare che il vino è un bene e, perchè tale, è scopo alla produzione ed entra, merce desiderata e ricercata, nell'intreccio degli scambi. E qual bene e di quanta importanza esso è nell'economia nazionale!

Quando il Messico apparteneva alla Spagna, il governo di Madrid, regolandosi co' criteri storti di una falsa politica coloniale, aveva proibito che si piantassero viti nel territorio messicano, pur così adatto alla viticoltura. Non altro vino che quello della madre-patria dovevano bere i Messicani. Ma gli allettamenti della natura poterono più dei divieti governativi. Il curato d'una piccola città dell'intendenza di Guanaxuato, don Michele Hidalgo, coprì di vigneti i declivi suburbani. Venne dalla capitale l'ordine di sterparli e distruggerli e si pose mano all'esecuzione. Se non che il prete indegnato si ribellò, anzi levò addirittura il grido dell'insurrezione e la difesa delle vigne iniziò la guerra accanita che riescì all'indipendenza del Messico. E qui in Italia la guerra nazionale del 1848 poco mancò non iscoppiasse due anni prima, a cagione degli impedimenti daziari che l'Austria opponeva all'entrata dei vini piemontesi nelle provincie lombarde. In quella circostanza il magnanimo Carlo Alberto fece aperta e nobile resistenza alla Cancelleria viennese, dando manifesto pegno della sua fede nei destini della patria.

La produzione del vino determinò la prima sollevazione dei Messicani contro la Spagna, il commercio del vino condusse il Piemonte al primo urto con l'Austria.

Ed ora vediamo in qual guisa s'iniziò e procedette questo commercio e con quali vicende.

I.

I principii furono davvero splendidi; il vino fece stupendamente la sua comparsa nel commercio mondiale. I Fenici, o signori, quelli stessi che diedero l'alfabeto al mondo, propagarono tra le genti isolane e ripuarie del Mediterraneo la coltivazione della vite e l'uso del vino, che fu principalissimo articolo nel traffico di quel popolo di navigatori illustri e audacissimi. La Fenicia produceva ottimo vino, specialmente nei territori di Tiro e Sarepta e sulle più basse pendici del Libano. Ne traeva poi dalla Palestina, dalla Siria e dagli altri paesi ove via via la viticoltura s'andava estendendo. Tutti avete letto nella Storia Sacra la narrazione degli esploratori mandati da Mosè nella _Terra promessa_ e tornati con un enorme grappolo d'uva, che fu certo per gli ebrei tra i più forti eccitamenti alla conquista d'un così fertile suolo. E dalla Palestina andavano al mercato di Tiro i vini di Engaddi, Sorek, Elealeh, Eshbon. Però i più squisiti e reputati a quei tempi si facevano nella Siria, che forniva al commercio il vino di Haleb (la moderna Aleppo) pregiatissimo, l'unico che si mescesse alla tavola degli Scià di Persia e diede più tardi il vino di Damasco. La maggiore esportazione si dirigeva verso l'Egitto, nella cui regione superiore il prodotto della vite era scarso e cattivo e nelle altre due, la centrale e l'inferiore, non si coltivavano vigne. Due volte l'anno le carovane trasportavano da Tiro a Menfi grossi carichi di vino, percorrendo la via littorale di Gaza e il margine esterno del delta del Nilo. I buongustai egiziani bevevano a preferenza il vino di Tiro e quello di Laodicea. La Babilonia, non contenta del vino che traeva dall'alta Mesopotamia; l'Assiria, ove si beveva molto; l'Arabia, la Persia e la lontana India erano nel continente asiatico paesi di ricerca più o meno attiva e larga. Coll'andar del tempo una notevole esportazione si avviò anche verso i paesi occidentali d'Europa e d'Africa ove approdarono navi fenicie e furono stabilite fattorie.

I guadagni in cotesto ramo del traffico fenicio dovevano essere enormi, se si pensi alla facilità dell'acquisto nei centri di produzione e alle favorevoli condizioni di spaccio nei paesi di consumo, dagli Stati finitimi ai più remoti scali del Mediterraneo, del Mar Nero, dell'Atlantico e sin dello stretto di Jenikalé e del Mare d'Azoff, sulle cui rive i barbari Cimmerii ricevevano tra' primi doni della civiltà otri ricolmi di vino e assaporavano la gradita bevanda con l'avidità stessa che a' giorni nostri spinge gl'Indiani d'America e i Maori d'Australia all'uso immoderato dell'acquavite. Intendiamoci però; parlando di guadagno non si pensi a danaro. A quei tempi non v'era moneta coniata, si trafficava per baratto; il consumo del vino nei luoghi di maggior produzione non era grandissimo, ne rimanevano grosse quantità disponibili che i mercatanti sidonii e tirii mandavano nei paesi stranieri, ricevendo in cambio merci che avevano alto pregio nell'industria, nell'arte decorativa, nel lusso.

Queste tradizioni seguì Cartagine, che ereditò la fortuna e il genio commerciale della madre-patria. È menzionato specialmente come assai lucroso il commercio ch'essa faceva con la Cirenaica (Barkah, parte dell'attuale reggenza di Tripoli) importando vino ed esportando il _silfio_ reputatissimo nella farmacopea antica e noto nella moderna col nome meno bello di assafetida.

II.

La Grecia, al suolo della quale s'adattarono benissimo così le viti fenicie di Tiro e Sarepta, come le sire di Laodicea e Biblo (Latakié e Gebail), diede molte cure alle vigne, sicchè ben presto divenne un paese di grande esportazione. Troviamo menzionati in Omero due vini, i primi venuti in fama tra gli elleni, il _Pramnio_ (Iliade XI, Odissea X) assai generoso, che si faceva nel territorio di Smirne e il vino rosso e dolce del monte Ismaro (Odiss. IX) nelle campagne tracie (Romelia), ove scorre il fiume chiamato dagli antichi Ebro e adesso Maritza. Cotesto vino fu detto poi _Maronèo_ da una piccola città sorta a piè dell'Ismaro e con tal nome è ricordato da Plinio.

Con questi due s'inizia l'elenco dei vini greci, che andò via via allungandosi, sicchè sarebbe malagevole e non senza noia esporlo qui. Mi limiterò a mentovare quelli che ottennero più riputazione in commercio. Ed erano, tra' vini di terraferma, oltre il Pramnio, il cui credito si manteneva ancora nel primo secolo dell'êra volgare, il vino di Sicione, e quelli di Mende e Schione, provenienti il primo dalle campagne della riva destra del golfo di Corinto e gli altri due dalla penisola di Cassandra, l'antica Pallene; tra' vini poi delle isole — e quasi tutte ne producevano — il Chio, rosso, accreditatissimo (isola di Scio) e quelli di Taso, Lesbo, Lemno, Cipro, Rodi, Creta (Candia), Icaria (Nicaria) e Cos. Le colonie della Sicilia e della Magna Grecia diedero anch'esse in seguito un largo contingente al commercio vinifero.

I prezzi naturalmente variavano secondo la qualità, ma in generale erano piuttosto bassi. Per esempio, nel Vº secolo innanzi l'êra volgare i concittadini di Socrate pagavano lire 2,36 al litro il vino di Chio, che era il più costoso di tutti; nel IVº secolo un litro del vino di Mende valeva lire 1,86 e Polibio assicura che a' suoi tempi (I secolo av. G. C.) il vino comune greco s'aveva nella Lusitania (Portogallo) per centesimi 2 ⅓ al litro.

Nell'industria enologica i greci divennero eccellenti; niun palato pareggiava l'ellenico nell'_enogeustica_, vale a dire nella degustazione. Vero è che, a temperare probabilmente la forza alcoolica de' loro vini, ci mettevano acqua, e quel che è strano, acqua marina, anzi Atene aveva istituiti alcuni ispettori (Enopti) con l'incarico di multare chi nei banchetti mescesse vino puro. Non sembra però che, in pratica, l'istituzione abbia fatto buona prova e non è difficile intendere il perchè.

Ad ogni modo il commercio greco del vino era considerevolissimo. Negozianti all'ingrosso (_enempori_) attendevano all'esportazione e venditori al minuto (_enocápeli_) allo spaccio locale. Il trasporto per mare si faceva con navi adatte specialmente a cotesto traffico (_oinagogòn plion_), per lo più in otri di pelle caprina e talvolta in anfore impegolate. Solo per le spedizioni in Egitto si adoperavano brocche e questa particolarità depone, mi sembra, a favore del buon gusto egiziano.

E poichè m'accade di menzionare un'altra volta l'Egitto, dirò che al tempo dei Lagidi avevano acquistata qualche riputazione il vino bianco di Mareotide, detto così dall'antico nome del lago Mariut presso Alessandria ed il vino di Tamia, l'attuale Damietta.

III.