Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 6
E mi basti citare a questo riguardo quello che fin dal secolo IV scriveva S. Geronimo ad Eustachio: «Se alcuna cosa in me può essere di buono consiglio, se all'esperto si crede, questo prima ti ammonisco, che la sposa di Cristo il vino fugga come veleno».
In quei lunghi secoli di denso ascetismo, in cui però la coscienza umana si ritempra apprestandosi a gloriose battaglie, ci fa quasi meraviglia l'udire una voce di allegra e talvolta cinica protesta: e l'inno dei Goliardi ci giunge come il grido della ribellione alle smodate esigenze dello spirito, come il primo sintomo d'un risveglio della ragione umana che ritorna dai nebulosi spazi dell'infinito in sulla terra e ne riconosce le serene bellezze. E i Goliardi a chi inneggiano principalmente nei loro canti ove risorge il sentimento della realtà e della natura? Inneggiano sopratutto al vino di cui noverano le lodi con entusiasmo troppo caldo e sincero per non essere bello.
Intanto col successivo svilupparsi, specialmente dopo il secolo decimo, di questo sano elemento per cui gli uomini sono tratti di bel nuovo verso la terra, altri fenomeni si fanno manifesti nei quali rivive una traccia del paganesimo che pareva spento e non era. Ed ecco venire in uso molte feste che ci ricordano press'a poco i Baccanali e i Saturnali antichi benchè svisati in maschera cristiana per l'introduzione di elementi parecchi di cui l'origine prima non è ben nota. E tra queste feste piacemi ricordare la famosa dei Pazzi e degli Innocenti, vera parodia dell'ufficio divino.
Le monde est plein de fous, et qui n'en veut point voir Doit demeurer tout seul, et casser son miroir.
E quella non meno celebre dell'Asino innanzi al quale, vestito dei sacri paramenti, si celebrava una Messa per ingenua empietà singolarissima. In quest'asino altri ha creduto di riconoscere quello che dopo aver servito al Cristo nella sua entrata in Gerusalemme, passò, secondo la leggenda, a Cipro, a Rodi, in Malta e in Sicilia, quindi traversando a zampe asciutte il mare, a Venezia: nel qual luogo non trovandosi bene pel clima, venne finalmente a Verona dove morì. Ma c'è pure chi non vede in lui che l'asinello il quale avendo servito a Bacco nella sua fuga, fu per ricompensa posto dal Nume a brillare fra le costellazioni nel cielo: dove, sia detto a conforto dei suoi simili, non pare che splendesse meno di qualsiasi altra.
Queste feste non mancavano d'essere accompagnate da orgie scandalose che avevano per teatro le stesse chiese: e benchè i concilii più volte le condannassero, durarono tuttavia molti secoli ancora.
Del resto, i bagordi nell'interno dei templi erano di vecchia data: e già nel 364 il concilio di Laodicea proibisce le agapi che aveano introdotto nelle chiese l'uso dei letti convivali. Seguirono tuttavia, specialmente nelle feste citate; e noi leggiamo ad esempio nel Rituale della Chiesa di Santa Maria Maddalena in Besançon, questa regola espressa da seguirsi al giorno di Pasqua: «Dopo la predica avranno luogo delle danze nel mezzo della nave del tempio: e finite queste vi si farà una colazione con vino rosso».
Quanto al lusso delle mense ecclesiastiche qualche cosa già ne indoviniamo dalle implacabili satire goliardiche: ma assai espressivo in ogni caso è quanto scriveva circa il 1070 San Pier Damiano dei preti del suo tempo: «Bramano di arricchire perchè nei bicchieri cristallini biondeggino mille vini artefatti».
E nel 1149, per citare ancora un esempio, i Canonici di S. Ambrogio di Milano pretendevano in certi giorni dal proprio Abate una succolenta refezione con tre portate distinte: «_In prima appositione pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam. In secunda pullos plenos, carnem vaccinam et turtellam de clavezolo. In tertia pullos rostidos et porcellos plenos_».
E se così dimenticavano presso di noi gli ecclesiastici la virtù dell'astinenza e della mortificazione dei sensi tanto cara ai monaci del primo medio evo, non è a credere che i laici fosser da meno di loro.
Nel panegirico di un anonimo a Re Berengario, del secolo X, così viene introdotto un soldato Gallo ad apostrofare gli Italiani: «A che vi corazzate con le dure armi i petti inerti, o Itali? A voi stanno piuttosto a cuore le tazze ricolme di vino».
E poichè ho accennato ai convivii per dispendio e per lusso quasi favolosi dei tempi dell'Impero, mi sia lecito di contrapporre a quel quadro questa descrizione, che un contemporaneo fa del pranzo dato nel 1395 da Gian Galeazzo in Milano, quando ebbe il titolo di Duca:
«Fu dato ai convitati acqua a le mani stillata con preziosi odori e poi seguitarono le imbandigioni tutte accompagnate con trombe et altri diversi suoni, la prima delle quali fu: marzapani e pignocate dorate con arme del serenissimo Imperatore e nuovo Duca in tazze d'oro con vino bianco. Deinde pollastrelli con sapore pavonazzo cioè uno per scotella e pane dorato. Poi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimenti dorati. Inde vi furono portati grandissimi piattelli d'argento et per caduno pecti dui de vitello. Pezi quatro de castrato. Capretti dui interi, pollastri quattro, caponi quattro, somata una, salsicci dui e vino greco. Doppo furono portati altri piattelli di simile grandeza con pezi quatro de vitello rosto. Capretti dui interi. Lepore due intere. Piccioni grassi sei. Poi pavoni quattro cotti et vestiti. Orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piattelli d'argento con fasani quattro per caduno vestiti. Conche grandi di argento con un cervo intero dorato. Daino uno dorato e caprioli due con gallatina. Poi piattelli come di sopra con non poco numero di quaglie e pernici con sapore verde: poi torte di carne dorate con pere cotte. Dopo fu data acqua a le mani facta con delicati odori a li quali seguitava pignocate in forma di pesci inargentate. Poi pani inargentati. Limoni siropati inargentati in taze. Pesce arrostito con sapore rosso. Pastelli de anguille. Poi piattelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina. Trute grande con sapore nero. Indi torte grande verdi inargentate, mandorle fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confetti a varie foggie»^[III-5].
Dopo non fu più portato nulla.
E sul vino e sui diversi usi in cui esso ha parte larghissima, molto mi resterebbe a dire se non temessi di abusare dell'attenzione del mio uditorio. Accennerei volentieri a quelle famose storiche proibizioni che sempre furono e in ogni luogo deluse, ad onta delle minaccie e anche delle pene più crudeli. Per cautela igienica Maometto l'aveva vietato ai suoi Musulmani, ma nello stesso tempo descriveva loro il seducente paradiso delle Uri dove i beati potranno dissetarsi ai torrenti di vino che scorrono per i boschetti di eterna primavera. I Musulmani però vollero pregustare quelle delizie anche sulla terra; a nulla valsero le frustate, a nulla il piombo liquefatto versato nella gola del bevitore, a nulla la stessa morte: tuttavia si bevette. I sultani fecero abbattere ogni spaccio di vino, ne distrussero dalle fondamenta i depositi, fecero gittare in mare i carichi d'uva, ma tutto fu vano: si bevette sempre.
Volentieri vi parlerei dell'uso che avevano i Germani di deliberare sedendo a tavola tra i bicchieri, e della specialissima benedizione che gli Ebrei danno al pane e al vino coprendo sulla mensa ogni altra vivanda, e dell'allegrezza di cui è segno il vino versato in sulla tovaglia e di altri usi parecchi. Ma mi contenterò, poichè ho parlato da principio anche di un vino moralista, di discorrerne per bocca della stessa Sapienza:
«Date il vino a quelli che sono in amaritudine d'animo, acciocchè beano e dimentichino la loro miseria».
_Proverbi XXI._
«Allegrezza d'animo e di cuore è il vino ammodatamente bevuto: sanità d'animo e di corpo il vino temperatamente bevuto».
_Ecclesiastico._
E udite finalmente il Salmo 75:
«Un nappo è nelle mani del Signore e il vino è rosseggiante: è colmo che ne trabocca e si diffonde. Ma tutti i malvagi della terra non ne succieranno che le feccie».
Possiate voi dunque, o signori — è il moralissimo augurio col quale vi ringrazio dell'attenzione benigna — ignorare mai sempre il gusto della feccia e non bere per tutta l'eternità che dello schiettissimo vino.
[III-1] Apprendo che quest'uso vige ancora presentemente nelle Marche: e si crede che i bambini così lavati si fortifichino specialmente nelle ginocchia.
[III-2]
Del tempio nella parte più romita Dei ministri le menti di sè piene Non così Febo incita, Non il padre Lieo, non Dindimene, Nè i crotali sonanti Batton con tanta furia i Coribanti, Con quanta le sdegnose anime invade L'ira.
_Traduzione di_ D. PERRERO.
[III-3] Vedi ERODOTO, libro II, _passim_.
[III-4] Cfr. A. MÉRAY, _La Vie au temps des libres prêcheurs_.
[III-5] B. CORIO, _Storia di Milano_. Anno 1395.
_M. LESSONA_ — I NEMICI DEL VINO
(_Conferenza tenuta la sera del 2 febbraio 1880_).
I nemici più pericolosi sono i nemici piccoli. Il leone è scomparso da molte plaghe della terra cui prima infestava, i coccodrilli e gli ippopotami, col moltiplicarsi dei piroscafi lungo il Nilo in Egitto, si sono ritirati al disopra delle cateratte: da lunga pezza il lupo è scomparso dalle Isole Britanniche, come è quasi scomparso oggi dal Piemonte dove abbondava ancora sul principio del corrente secolo: sono scomparsi dal Piemonte i cignali, sono scomparsi gli orsi, i quali, quattro o cinque secoli or sono, erano in così gran numero che la loro carne aveva sul mercato di Lanzo il suo prezzo corrente come quella di capra.
L'uomo, che fa scomparire dalla terra le bestie feroci, non è riuscito a liberarsi dai topi: in certe annate i topi campagnuoli si moltiplicano così straordinariamente che distruggono le messi: in Germania lo Hamster, talvolta venuto così strabocchevolmente a moltiplicarsi, fa egli stesso il raccolto del frumento, e al povero mietitore non rimane altro che andare a ricercare nelle tane del formidabile rosicante il frumento che questo vi ha nascosto.
Or sono pochi anni un naturalista tedesco, il quale aveva tutta la sua vita studiato i mezzi più efficaci per distruggere gl'insetti nocevoli, e sovratutto quegli insetti che riescono più nocevoli in istato di bruco, andava ad un congresso in una grande città ove dovevano convenire dai punti principali della Germania altri naturalisti e agronomi segnalatissimi per proseguire tutti concordemente nell'opera della distruzione degli insetti nocevoli. Il naturalista dormicchiava in una carrozza di prima classe, meditando un discorso che doveva improvvisare, quando il convoglio prese a rallentare la sua corsa e finalmente si fermò: era causa della fermata uno stuolo di brucolini innumerevoli come le arene del mare e le stelle del firmamento, che per passare da un tratto di terreno coltivato, donde avevano fatto scomparire fino all'ultimo filo d'erba, ad un altro tratto al di là della ferrovia, avevano dovuto attraversare questa, e il convoglio era arrivato loro sopra appunto mentre facevano la traversata. L'immenso untume sotto le ruote dei bruchi schiacciati impediva lo andare del convoglio. Il naturalista arrivò in ritardo al congresso, ma in tempo tuttavia per leggere una dotta memoria approvata unanimamente dai membri presenti, intorno ai modi più efficaci di distruggere i bruchi nocevoli alle piante coltivate.
Questi danni spaventosi avvengono appunto in Germania, dove le pubblicazioni dirette ad ammaestrare i coltivatori intorno ai modi di liberarsi da questi loro nemici sono più numerose, dove il Governo se ne preoccupa costantemente, e gli studi zoologici sono meglio in fiore, e (me lo ha detto anche un dotto tedesco) i professori sono più segnalati ed eccellenti che non in qualsiasi altra parte del mondo.
I nemici dell'agricoltura sono i più dannosi all'uomo, perchè, in sostanza, l'agricoltura è la grande base d'ogni umana associazione. Io devo qui parlare dei nemici della vite, pianta che nell'agricoltura tiene un così grande posto, e intendo parlare dei nemici che hanno il loro posto nel regno animale, regno del quale io mi devo professare suddito di buon volere. Anche per la vite, come sempre, i nemici piccoli sono i più pericolosi, e i grossi quelli che in sostanza finiscono per recare minor danno.
Il mio collega professore Cossa nella sua lettura intorno alla chimica del vino domandò a se stesso se fra i nemici della vite io avrei compreso anche l'uomo. Ho veduto molte volte l'uomo nemico delle viti, sovratutto delle viti del sindaco nei villaggi: nei villaggi, non in Torino, dove prosperano sulla collina le viti del nostro sindaco diletto: ma la domanda si risolve in quest'altra: L'uomo è un animale e deve prender posto nei trattati di zoologia? Linneo collocava l'uomo primo fra i primati, in capo al regno animale, e distingueva due sorta d'uomini, l'uomo sapiente e l'uomo selvatico; ma fra i primati collocava anche le scimmie, e fin qui la cosa, se fa pena a molti, non fa poi tanta meraviglia; ma vi collocava anche i pipistrelli, ciò che è più inaspettato: l'uomo, le scimmie e i pipistrelli son collocati da Linneo in sedie chiuse e il resto degli animali in platea: nel corrente secolo si volle portare l'uomo in un palco di primo ordine a guardare col cannocchiale ora in platea, ora sul palco scenico, e fu proposto di costituire il regno umano al disopra del regno animale, separato e spettatore di esso. In un trattatello tedesco intitolato _Zoologia comica_, a raffigurare la principale differenza tra l'uomo e gli animali, il primo, _Homo sapiens_, è rappresentato con un _chop_ di birra in mano. Io posso oggi lasciar fuori questa quistione, per quello che riguarda i nemici della vite, e tacermi intorno all'uomo e dire soltanto degli animali, essendo compito mio lo studio degli animali e non quello degli uomini: compito meno grave, perchè assai più che non quello degli animali è difficile lo studio dell'uomo e sovratutto della donna.
La volpe ama l'uva, e una popolarissima favola ne fa testimonianza: il cacciatore a mezzo della notte impugna sovente lo schioppo e va pei vigneti attratto dallo squittire della volpe sotto i filari; ma la volpe preferisce tuttavia le galline, e l'uva prende per frutta. Qualche altro mammifero carnivoro vien segnalato dai contadini siccome non avverso ai grappoli, ma è cosa di pochissimo conto.
Gli uccelli beccano i grappoli maturi: il mio maestro di quinta mi raccontava di un pittore greco che aveva dipinto un grappolo d'uva con tanta naturalezza che gli uccelli ingannati andavano a beccarlo, ciò che certo non riescirebbe a far oggi il pittore più ardente della scuola realista. Forse gli antichi pittori greci avevano la cosa senza la parola; ma è anche possibile che gli uccelli greci antichi fossero meno degli uccelli moderni conoscitori in fatto d'arte. Sostanzialmente tuttavia non si può togliere agli uccelli il merito di giovare alle viti distruggendo insetti e bruchi nocevoli. Sopra questo fatto vero i naturalisti da tavolino e gli agronomi da accademia hanno ricamato una serie sterminata di periodi in favore degli uccelli e considerando la cosa per un solo verso finirono per cadere nello esagerato e nel falso, sebbene il punto di partenza sia vero: ma altre verità stanno accanto a questa, le quali trascurate conducono all'errore.
Nella schiera dei rettili, le innocenti lucertole, i ramarri e gli orbettini sono da considerare come amici della vite, perchè distruggono i nemici di essa, insetti, limacce e chiocciolette: è ciò che non toglie che questi abbondino a malgrado dell'abbondare dei primi, perchè dove sono più i divoratori è anche maggiore il numero dei divorati, e tutti a vicenda si divorano per mantenere quel famoso equilibrio che consiste in una grande e continua distruzione, tanto ammirato dall'uomo che divora sempre ed è raramente divorato.
Il professore Arturo Graf ci ha parlato di un gran serpente grosso e lungo al di là di ogni immaginazione, che, avvolto intorno ad una montagna in gran parte sommersa e preso da uno degli estremi del suo corpo, fu adoperato a frullare il mare per convertirlo in vino: ma ebbe cura egli stesso di dirci che quel serpente non era registrato nei libri di zoologia. Le serpi nostre non hanno quasi che fare colla vite: ingoiano sovente uccelli e rane, animali distruggitori d'insetti, e nuociono così alla vite cui tali insetti riescono dannosi; talora divorano gl'insetti medesimi e le limaccine e riescono utili; ma il servizio e il danno son così piccoli che non franca la spesa tenerne conto.
Nemici più piccoli e più dannosi sono i molluschi: le chiocciolette e le limaccine strisciando dal suolo su pei tronchi vanno a divorare le gemme e le foglie: tuttavia il danno che questi molluschi arrecano alle viti non è mai quale è quello che recano agli ortaggi, ai cavoli, alle insalate: negli orti talora si viluppano le limaccine abbondantissimamente in certe annate, e fanno grandissime devastazioni: ciò non avviene per le viti, sulle quali il loro numero non aumenta considerevolmente da un anno all'altro, e non è mai tale da recare danni veramente gravi.
Nemico più piccolo e più numeroso è un acaro: questi animalucci, che vivono sulle foglie della vite, sono stretti parenti e hanno in tale qualità una grande somiglianza con quegli animaletti dello stesso nome che vivono sulla pelle dell'uomo, vi si scavano entro canaletti, passano facilmente da un individuo all'altro, e costituiscono la malattia della rogna. L'acaro della vite (_Acarus vitis_) sta sulla pagina inferiore delle foglie di questa pianta, vi fa sopra una finissima tela e le intacca per modo che appaiono poi chiazzate di giallo sulla pagina superiore: questo danno è poco tuttavia, sovratutto perchè si produce tardi nell'estate, quando è già l'uva matura. Questo acaro del resto ha vicino a sè il suo nemico che lo tiene in freno rispetto al soverchio moltiplicarsi, e questo nemico è pure un parente, un membro della famiglia. Sistematicamente l'acaro che divora quello della vite appartiene ai _trombidii_ e vien chiamato dai naturalisti _Trombidium holosericeum_. Questo si mostra in aspetto d'un punto di un bel rosso vivo, che i contadini conoscono, che trovano sovente sulle pietre al piede della vite, e l'alpinista scorge sulle rocce in montagna, e nella campagna di Torino è fra i primi a mostrarsi in primavera e fra gli ultimi a scomparire in autunno: anche in inverno, smovendo la terra al piede di un albero o di un muro, è facile trovare questo bel punticino rosso vivente. Del resto, se la vite ha un acaro nemico, ne conta molti amici, perchè son parassiti d'insetti che le recan danno: la stessa filossera, la terribile filossera, ha un acaro che la divora.
Fra tutti gli animali, i nemici più pericolosi della vite, più terribili ed in maggior numero sono gl'insetti, come sono di tutte le altre piante coltivate dall'uomo. Gl'insetti sono naturalmente in sommo grado fecondi ed è grandissimo il numero delle uova e delle larve che vengono da una sola femmina, grandissimo sempre, ma in certe specie poi veramente sterminato. Un numero grande di cause ed azioni molteplici concorre a far sì che moltissime fra le uova deposte non si schiudano, e più ancora che un numero assai maggiore di larve non arrivi all'ultima trasformazione: anche qui, anzi qui più che mai, son molti i chiamati e pochi gli eletti. Queste cause distruggitrici operano variamente: in qualche annata avviene che l'azione di queste cause contrarie si fa meno sentire ed opera invece inconsuetamente una qualche causa od un complesso di cause favorevoli rispetto allo sviluppo d'una data specie: tutto ciò senza che l'uomo nulla sappia, nè possa prevedere. Allora questa specie si sviluppa così strabocchevolmente che invade e devasta per un gran tratto di paese quelle piante che predilige, e quando non ha più nulla da rodere sopra queste piomba su altre che prima sempre aveva lasciato in disparte, e queste pure devasta e divora. Ciò fa che la lista degl'insetti nemici di una data pianta quale noi la facciamo oggi, può non essere più esatta domani: una specie d'insetti che non ha mai intaccato la vite, ma sempre s'è attenuta ad un'altra pianta, quando quest'ultima le venga a mancare, può invadere la prima e recarle gravi danni. Gl'insetti oggi innocui alla vite possono riuscirle dannosissimi domani.
Qualche anno fa, l'anno 1874^[IV-1], gli olmi del contorno di Torino erano brulli e senza foglie: i viali non avevano più ombra, i rami nudi come a mezzo dell'inverno; nè solo nel contorno di Torino, ma per tutto il Piemonte: era una specie di coleottero (_Galleruca calmariensis_) che c'è tutti gli anni, ma in moderate proporzioni per modo da passare inavvertito, che quell'anno s'era sviluppato così sproporzionatamente. — Un fatto analogo si osservò pure poco tempo fa in Torino stessa. Una specie d'insetto, appartenente ai Rincoti (_Arocatus melanocephalus_), nella primavera del 1877 si sviluppò in così grande numero sugli olmi di una regione della città da invadere le case vicine, con grave incomodo e molestia degli abitatori delle case stesse^[IV-2].
La medesima cosa avviene in ogni parte, ora di questa ora di quella specie, per cui l'uomo non è mai sicuro: l'agricoltore coltivando una data specie di piante, o poche specie e non più, per una grande distesa di terreno e togliendo via ogni altra vegetazione sviluppa necessariamente, fatalmente, quegli insetti che si nutrono delle piante ch'egli coltiva; porgendo ampio pascolo al suo piccolo nemico, l'uomo ne favorisce inesorabilmente la propagazione. L'uomo, che fa questo fatalmente ed inconsapevolmente, cerca la causa del male, invece che in se sesso, al difuori, e accusa lo scarseggiare degli uccelli del soverchio moltiplicarsi degli insetti. Da una ventina d'anni a questa parte, nelle scuole di agronomia e di storia naturale, nelle accademie di agricoltura, nei libri, pei giornali, si ripete la stessa querimonia dello scarseggiare degli uccelli e dello straboccare degli insetti; ma i naturalisti entomologi cominciano a parlare in modo diverso, e due valentissimi italiani, tutti e due morti da poco, il Rondani e il Ghiliani, furono i primi a dimostrare la vanità di questo asserto: la loro voce fu dapprima inascoltata, ma oggi, anche presso le altre nazioni, gli uomini che conoscono l'argomento tengono lo stesso linguaggio, sebbene molti membri delle accademie di agricoltura seguano a tenere il linguaggio antico.
Sia adunque per la loro fecondità normale, sia per l'effetto di cause che fanno sì che arrivino fino alla loro trasformazione in certe annate in numero maggiore del consueto gl'individui d'una data specie, sia perchè una specie, mancandole l'alimento che predilige, imprende a pascersi di una specie vegetale che prima lasciava illesa, sia per le migrazioni che trasportano talora sopra una contrada da lontanissime plaghe stormi innumerevoli d'insetti affamati, l'agricoltore non è mai tranquillo, e non è mai tranquillo il viticoltore.
Io riferisco qui l'elenco degli ordini in cui si divide la classe degli insetti, seguendo le classificazioni del Claus, autore oggi preferito generalmente e giustamente nelle scuole superiori:
INSETTI NOCIVI ALLA VITE.
ORTOTTERI. — Locusta viridissima — Decticus albifrons — Calloptenus italicus — Ædipoda fasciata — Acridium peregrinum — Acheta italica — _Varie specie_ di Ephippigera.
NEUROTTERI.
RINCOTI. — Aphis vitis — Phylloxera vastatrix — Lecanium vitis.
DITTERI. — Drosophila uvarum.
LEPIDOTTERI. — Cochylis ambiguella — Eucarphia vinetella — Eudemia botrana — Grays olbellus — Tinea albertinella — Aciptilia pentadactylus — Antispila rivillella — Albinia wochiana — Albinia casazzae — Pyralis vitis — Tortrix heparana — Bombyx neustria — Deilephila celerio.