Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 26
C'è ancor da dire degli effetti del vino sul lavoro intellettuale, e s'intende dei lavori d'immaginazione, perchè sono i soli, è da credersi, riguardo ai quali possa nascer quistione se giovi o non giovi l'ebbrezza. Il vino è stato chiamato il cavallo del poeta. E non si può negare, certamente, che in groppa a questo cavallo, il poeta, se non va sano, va lontano. Le prime volte che si scrive in uno stato di leggera ebbrezza, se n'esce entusiasmati. Sotto quell'ondate di sangue ardente che vanno al cervello, non è più la così detta danza delle cellule, quella che si produce, è la ridda; non è più il soffio, è l'uragano dell'ispirazione. Quell'esclamazione intima di stupore e di piacere, che accompagna, come disse benissimo il Desanctis, ogni lampo di vera ispirazione, ci suona dentro con una frequenza consolante. È anzi uno dei caratteri distintivi del lavoro che facciamo sotto l'influsso del vino, questa soddisfazione grande di noi stessi, che si manifesta di tratto in tratto in veri scatti di gioia e in voci di applauso; sia perchè la nostra mente sovreccitata, ribelle al lavoro freddo dell'analisi, accetta tutto quello che le si presenta; sia perchè l'animo si trova in uno stato di mobilità, vigore e calore tale, che basta la più imperfetta espressione di un'idea o d'un sentimento poco più che volgare, a scuoterlo profondamente. Il lavoro perciò è gradevolissimo. Non si prova più, nell'atto della creazione, quel tormento così bene espresso dal Musset, che diceva di durar fatica a trattener delle grida di spasimo quando si sgravava d'un'idea. Il parto si fa senza dolori. Non ci si presentano più gruppi, ma fughe d'idee, di cui le ultime svaniscono mentre gettiamo le prime sulla carta; la penna non può più seguire la dettatura del pensiero; abbrevia, accenna soltanto, ricorre ai segni algebrici, nota un'idea con un girigogolo, serpeggia qualche volta sul foglio senza nulla segnare. E quando il lavoro è finito, si getta un grido di trionfo, certissimi d'aver fatto un capolavoro. — Ma è un lavoro incompleto. Il giorno dopo, rileggendo a mente fredda, si prova quasi sempre un gran disinganno. È un'impressione curiosissima. S'era creduto di fare un tessuto fitto, e s'è fatto invece una stoffa a trafori. Ci accorgiamo che ognuna di quelle belle idee è come solitaria fra le altre; le catene d'idee intermedie, da cui ci parevano collegate, nell'atto del lavoro, le idee principali, si sono spezzate; alcune idee si sono completamente scolorite; di altre non riconosciamo più la proprietà, e ne restiamo sorpresi, come se fossero roba altrui; scopriamo cento piccoli errori di gusto, di opportunità, di misura; di quei difetti di giustezza, appunto, che trovava il Goethe negli ultimi scritti dello Schiller, quando lo Schiller, per rinvigorirsi, beveva; — riconosciamo, infine, che si son mosse con una forza straordinaria le grandi ruote, per dir così, della macchina del pensiero; ma che tutte quelle minutissime rotine intime e secrete che compiono il lavoro più delicato, son rimaste ferme. Non c'è il menomo dubbio. Il prosatore potrà, sotto l'azione del vino, spandere il suo pensiero in larghe ondate di prosa facile e sonora, ma non farà certamente un solo di quei periodi potenti, pieni di costrutti ingegnosi e di artifizi sottili di collocamento, in cui ogni parola ha la sua efficacia massima; che sono come un nodo serrato di fili d'oro, ed ogni filo è un pensiero; e fanno esclamare, leggendo: — Ecco un maestro. — Il poeta potrà trovare nell'ebbrezza le idee e i versi più splendidi della sua lirica; ma non riuscirà certamente nell'orditura faticosa della strofa; e si potrebbe affermare che non n'è uscito dal vino neppur uno di quegli inimitabili gioielli di sonetti e d'ottave, d'una perfezione disperata, su cui si stanca da secoli l'ammirazione umana. Oltrechè la durata utile di quest'esaltazione artifiziale della fantasia è brevissima, e le succede uno stato di stanchezza affannosa, durante il quale la mente insiste ancora con violenza nel lavoro, ma non lavora più. Nè la soddisfazione che dà quel lavoro facile e tumultuoso dell'ebbrezza, vale quella che prova la mente tutta presente a sè, quando nell'atto stesso che produce, critica e difende l'opera propria, ne esce, vi rientra, tenta e ritenta le difficoltà da cento parti, e si fortifica nei suoi sforzi, e studia sè stessa nelle sue fatiche. E d'altra parte, è quasi il sentimento della dignità umana che ci fa desiderare che non si possano scrivere grandi cose sotto l'influsso del vino. Noi ammireremmo meno, senza dubbio, i grandi poeti, di cui sappiamo che domandarono spesso le ispirazioni all'ebbrezza, se, leggendo le loro opere, potessimo riconoscere ad una ad una, come pretendeva un fisiologo spagnuolo, riguardo al poeta Espronceda, tutte le idee che sono spuntate nel loro cervello nell'atto che rimettevano il bicchiere vuoto sul tavolino. Ci parrebbe che quelle idee le avessero prese, in certo modo, fuori di loro, con un artifizio indecoroso, che le avessero, direi quasi, scroccate, o che almeno dell'ammirazione che ci destano, una parte fosse dovuta al fabbricante del vino che hanno bevuto per ispirarsi. Sentimento benissimo espresso da un poeta italiano, il quale mise a confronto dei poeti antichi, che, presi dall'ispirazione, cantavano all'aria aperta, accompagnando il verso colla cetra, col viso radiante e colle vesti discinte, e la poesia prorompeva spontanea, a torrenti, dalla loro anima commossa, — il poeta moderno, — il quale, chiuso nel suo gabinetto, si gratta il capo, scrivendo, come prescrivono gl'igienisti, piglia un sorso di caffè quando l'idea si fa aspettare, beve una goccia di Madera quando la rima non viene, si mette un pannolino bagnato sulla fronte, perchè non svaporino gli ardori, quando l'ispirazione si raffredda, accende una sigaretta per darsi l'impulso a far l'ultima strofa, e così caccia avanti lo ingegno a furia di spunzonate e di pizzicotti, come un giumento restìo. Certo, di tutte le facoltà della mente, l'ultima a risentir gli effetti dannosi dell'abuso del vino è la facoltà immaginativa, perchè le sue funzioni sono analoghe, si confondono quasi cogli effetti del vino medesimo; ed è questa la ragione per cui tanti poeti e tanti artisti andarono avanti spensieratamente sulla strada del vizio, non accorgendosi, per molto tempo, di nessuna diminuzione nella loro potenza artistica. Le loro prime idee erano sempre grandi, le linee principali delle opere che concepivano erano sempre bellissime, perchè erano il risultato di operazioni istantanee e quasi involontarie del loro ingegno. Quello che scemava in loro era la memoria, la facoltà dell'attenzione e della riflessione, la forza di resistenza alle fatiche del pensiero. Ma all'indebolimento di queste facoltà, che rendeva loro sempre più difficile l'incarnazione dei propri concetti, riparavano, senza accorgersene, consacrando all'opera un tempo maggiore, facendo con una serie di sforzi successivi ciò che avrebbero fatto una volta di primo getto; e ingannavano sè stessi attribuendo a una maggiore profondità di pensiero, a una più difficile contentabilità dell'opera propria, la lentezza che derivava, in realtà, dalla scemata potenza intellettuale. E decrescendo sempre più questa potenza si ridussero a poco a poco nello stato di quegli artisti beoni, la cui vita non è più che una successione di grandi disegni e di grandi propositi, sempre più grandi, quanto più manca la forza d'attuarli; di quegli artisti che muoiono non lasciando per eredità che un tritume di frammenti — grandi quadri dispersi in schizzi — romanzi sbriciolati in scenette — programmi e titoli pomposi di opere di lunga lena, di cui parlarono per anni e non ne scrissero una riga. C'è persino l'esempio d'un poeta olandese, bevitore incorreggibile, il quale avendo concepito e cominciato a scrivere a quarant'anni un grande poema sulla conquista delle Indie, morì a cinquant'anni, non lasciando altro che una sciarada sullo stesso soggetto che fu pubblicata in un giornale illustrato di Leida.
Veduti gli effetti psicologici passeggieri del vino, vediamo i suoi effetti lenti e durevoli: l'azione che esercita sul carattere e sulla vita dei bevitori.
E prima di tutto, arrestiamoci un momento a quella che si suol chiamare «la grande famiglia dei bevitori», grande veramente, innumerevole, svariatissima, stranissima, nella quale si ritrovano i caratteri più opposti, la gente di condizione più disparata, l'uomo di genio e lo scimunito, l'opulenza e la miseria, la bontà più amorevole e l'iniquità più feroce; e nel vizio stesso una varietà infinita di origini, di svolgimenti e di scopi. C'è chi beve per procurarsi un godimento fisico, quasi animalesco, senza cercare l'alterazione della mente, e chi beve per ingannare la noia di una vita oziosa e solitaria. Alcuni ricorrono al vino per ringagliardire un organismo logorato da lunghe privazioni, altri per guarirsi o preservarsi da malanni immaginari, altri per consolarsi di un amore tradito o d'un rovescio di fortuna. C'è chi è diventato bevitore in forza d'una tendenza ereditaria, frutto di malattie, e chi è caduto nel vizio, senz'avvedersene, fin dalla primissima età, corrotto dall'esempio. Alcuni bevono per ostentazione di scapestrataggine, altri per dispetto, altri, di natura affettuosa, per riempire la vita vuota d'affetti. Ci son degli uomini d'un organismo potente che eccedono nel bere, come in tutte le cose, per una certa brutalità di bisogni giganteschi, che li costringe a riparare con acquisti enormi a perdite enormi, a gettare il vino a ondate nel loro corpo come si getta l'acqua a secchie in un cannone infocato. Molti bevono per effetto d'uno scoraggiamento che li prende verso l'età matura, vedendo deluse le ambizioni della gioventù; per sopire il rammarico di non essere riusciti a trovare una via, una forma d'estrinsecazione al loro ingegno; per lenire i dolori d'una malattia particolare dello spirito, che si potrebbe chiamare «della potenza trattenuta». Ci sono altri infine, specialmente fra gli artisti, nature elette, dotati di grande intelligenza e di cuore delicatissimo, ma di tempra fiacca, i quali bevono per attenuare la violenza dei proprii sentimenti, per addormentare la fantasia inquieta che li tormenta, per frenare l'attività eccessiva del loro cervello, che li affatica, anche durante i loro riposi, e li logora. Bevono, come disse dei fumatori il Balzac, perchè hanno delle energie da domare. Ed è questa la cagione principale della intemperanza famosa di tanti poeti: non è vero che bevessero, come suol credersi, per prodursi un eccitamento artificiale, a fine di scrivere; bevevano per acquietare il loro eccitamento naturale, dopo che avevano scritto. E l'ha detto per tutti il tanto citato Alfredo Musset, — il quale un giorno, a un tale che gli domandava perchè cercasse la poesia nel vino, rispose dispettosamente: — Non vi cerco la poesia, vi cerco la pace.
Tutti questi bevitori vanno avanti sulla stessa via fino a un certo punto, e poi si dividono. Gli uni s'arrestano, e diventano i golosi; gli altri tiran via, e diventano gl'ingordi del vino.
Nei primi alla passione si viene ad innestare il capriccio, quasi un sentimento della poesia del vizio, che lo frena, unito ad un raffinamento di gusti che lo ingentilisce; e fra costoro, quelli che hanno borsa pari alla gola, diventano una specie di bibliomani della bottiglia — raccoglitori e assaggiatori, piuttosto che bevitori — dotti nella loro materia — che mettono nella cantina l'amore, gli studi, l'alterezza che uno studioso mette nella biblioteca; e ci hanno anch'essi, infatti, i loro classici polverosi, le edizioni d'antica data, le celebrità straniere, i prosatori un po' grevi, ma sostanziosi del nord, la letteratura passante e leggiera che rallegra senza nutrire, la poesia tutta foco del mezzogiorno, che infiamma ed esalta; che fanno del vino un argomento continuo di ricerche e di discussioni, un'arte, insomma, e una scienza, che provvede nello stesso tempo ai bisogni del loro stomaco e del loro intelletto. E costoro sono quelli che godono veramente il vino. Uno psicologo artista ci avrebbe da fare uno studio curiosissimo. Per loro il bere è una moltiplicazione continua di voluttà squisite, non meno dell'immaginazione che dei sensi. Sentono già in sè, al solo apparire del recipiente, tutta la forza e tutta la gaiezza che v'è imprigionata. Si beano in quella varietà di forme delle bottiglie, snelle, pienotte, maestose, come in altrettanti profili incompiuti di belle donne; provano un senso diverso di piacere alla vista del turbantino verde e del caschetto d'argento; godono a palpare le rotondità eleganti dei calici; nel suono della bottiglia percossa dal cavatappi, sentono una nota d'Adelina Patti; prima di alzare il bicchiere rimangono qualche momento in ammirazione di quei bei rubini o di quell'oro sciolto; poi ne aspirano la fragranza, e tutte le loro glandule salivari versano a onde e a spruzzi i loro succhi. Infine mettono il vetro fra le labbra, ma quasi con rammarico, come Panurge del Rabelais, di non avere il collo lungo tre cubiti per poter gustare meglio qual nèttare; poi — bevono cogli occhi chiusi, e dividono in due operazioni rigorosamente distinte l'assaggiamento e la deglutizione; sentono il primo sapore — il secondo sapore — il terzo sapore; rivoltano il vino colla lingua, lo fanno scorrere lungo le gote, lo gettano verso le fosse nasali per sentirne meglio il profumo, e non si decidono che a stento a lasciarlo colare nella gola, dopo di che stanno ancora raccolti un momento per assaporare la voluttà dell'ultimo effluvio. Risentono in tutte le vene e in tutte le fibre, e lasciano trasparire dal viso, una tale piena di dolcezze e di delizie, che si rimane incerti, vedendoli, fra due sentimenti: non si sa se dobbiamo sdegnarci che l'uomo, capace di tante soddisfazioni altissime della mente e del cuore, metta nel godimento di simili piaceri tutta l'anima sua, o ammirare piuttosto la prodigiosa delicatezza della macchina umana, che consente quei piaceri.
Questi bevitori, dunque, s'arrestano sulla via del vizio; gli altri procedono e passano dalla classe dei bevitori in quella dei briaconi. Costoro, invece del collo di Panurge, vorrebbero avere lo stomaco dell'imperatore Massimino, il quale non faceva punto, si dice, che al quattordicesimo fiasco. In che modo essi s'immergano a grado a grado e si affoghino nel vino, per che periodi passi la gran lotta della volontà che resiste coll'abitudine che trascina, è una storia lunga e triste, che molti psicologi insigni, specialmente fra i romanzieri inglesi, fecero in un modo ammirabile, ed Emilio Zola insuperabilmente. Il vino entra a poco a poco nella loro vita sotto tutti i pretesti: ieri bevevano per resistere al lavoro, oggi bevono per render più dolce il riposo; prima per scacciar la malinconia, dopo per mantener viva l'allegrezza; una volta per invocare l'oblio, ora per eccitare la memoria; da principio per conciliarsi il sonno, poi per sostenere la veglia. Il nemico s'infiltra e cresce a goccia a goccia, a sorso a sorso, a bicchiere a bicchiere, un po' tutti i giorni, lentamente e sordamente, come l'acqua del mare per la crepa sottile d'una nave. Quando l'uomo s'avvede del pericolo, è quasi sempre troppo tardi: la stiva è già piena. Egli fa ogni giorno il proponimento d'arrestarsi ai primi bicchieri; ma, vuotati i primi, sente in sè un'energia, un vigore di volontà, il quale lo fa tanto sicuro di riuscir ad attuare il suo proponimento un'altra volta — quando che sia — che ne rimanda l'attuazione al giorno seguente, nel quale, per la stessa ragione, accorderà a sè stesso la dilazione medesima; e così va innanzi per anni, incoraggiato sempre all'abuso, prima da una sicurezza fermissima, poi da una speranza vaga che verrà un giorno in cui smetterà irremissibilmente. Grande prova di quella gran verità: che è più facile negar tutto ai sensi, che rifiutar loro qualche cosa. Ma la lotta non è mica così semplice. È un dramma intimo intricatissimo, pieno di terrori e di dolori, di risurrezioni e di ricadute, tanto più lungo, più vario e più doloroso, quanto è più forte il carattere e più alta l'intelligenza del lottatore. È prodigioso fino a che punto, con che ostinazione di volontà, con che sottile e faticoso artifizio di ragioni e di sforzi illusorii, di battaglie vere e simulate, di scambietti dati alla propria coscienza il bevitore cerca di riacquistar l'impero su se stesso, e di liberarsi dai rimorsi. Adduce alla ricaduta di ogni giorno, ogni giorno una nuova giustificazione, qualche volta ingegnosissima, e cercata per lungo tempo, come il reo cerca una discolpa da addurre davanti al suo giudice. Cerca avidamente, per soddisfare la sua passione, tutte le occasioni in cui l'abbandonarvisi può parere a lui e ad altri un eccesso consentito dalle circostanze. Riesce realmente a vincersi per qualche tempo, con un grande sforzo, animato, senz'avvedersene, non dal desiderio sincero di guarire, ma dalla gioia che pregode di poter poi — dopo quell'astinenza — ricader senza rimorsi nel vizio per un altro periodo di tempo. Ripiglia animo a bere ad ogni piccola prova ch'egli dia a sè stesso che le sue facoltà intellettuali non sono ancora scemate; beve per ira quando l'animo stanco si rivolta alla fine contro la tirannia della volontà che lo tortura; ritorna a bere ad ogni esempio che gli si presenti, di altri più avanti di lui sulla strada del vizio, eppure ancora sani in apparenza, e nel fiore delle loro forze; confida persino in una malattia possibile, in un primo avvertimento della natura, dopo il quale, l'idea del pericolo corso gli darà finalmente la forza di vincersi; arriva fino al punto di fabbricarsi una filosofia speciale, contraria affatto alla sua indole e a tutta la sua vita, per poter incastrare il suo vizio in quella filosofia, come in una cornice che lo abbellisca, e lo renda passabile ai suoi occhi. Poi vengono degli sgomenti profondi all'accorgersi improvvisamente che le sue facoltà mentali sono scemate, e quindi una sorveglianza diffidente e dolorosa sulla propria intelligenza; — e risoluzioni impetuose che durano un'ora nelle quali s'esaurisce tutta la sua energia; — e lunghi scoraggiamenti cupi, che finiscono nel vino, da cui rinasce un barlume di speranza, seguìto il giorno dopo da un disinganno più sconsolato. E intanto il nemico corrode tutto: corpo, mente e cuore. Il famoso elogio del Rousseau, secondo il quale i bevitori son buoni, fedeli, brave e oneste persone, non si può sostenere, certamente, fuorchè considerando i bevitori sotto l'influsso immediato del vino. Il vero è che quando escono da quel mondo facile e ridente in cui l'ebbrezza li ha sollevati, si trovano a disagio fra gli aspetti scoloriti del mondo reale, e s'irritano più facilmente di ogni altro delle asprezze della vita che avevano dimenticate. Abituati a quella vena ricca di benevolenza e di generosità che apre in loro l'ebbrezza, non ritrovano più se stessi, quando devono cavar quei sentimenti dal cuore tranquillo. Dopo quella viva eccitazione d'ogni sera, la loro sensitività ha come bisogno di riposo, e si rifiuta alla fatica delle emozioni a digiuno. In mezzo alle compagnie in cui ferve quell'allegrezza spontanea, che deriva tutta dalla disposizione naturale dell'animo, si sentono spostati, provano quasi un'invidia segreta, che li rende dispettosi e tristi, sono umiliati, scontenti di sè, come gente decaduta, e desiderano qualche volta con un'impazienza acre e collerica quell'ora, quel luogo, in cui potranno, con un mezzo così speditivo, ritornar sereni, generosi, eloquenti. Senonchè questo ringiovanimento, questa specie di risurrezione di tutti i giorni, si va facendo gradatamente sempre più incompleta. Dopo un certo tempo il bevitore non prova più quell'ebbrezza, per così dir ricca, piena di sentimenti e d'idee, in cui il cuore e la mente tendevano continuamente ad espandersi e ad abbracciar l'universo. Il primo indizio del decadimento è lo scemare di quella mania della disputa che lo trasportava a traverso a tutto lo scibile umano: la sua mente pigra comincia a lasciarsi andar giù per la china della celia facile, evitando tutti gli appigli alla discussione, che la obbligherebbe al lavoro; il giro dei suoi pensieri si va sempre più restringendo; tutto ciò che viene a sviarlo da quell'andamento ordinario di idee e di discorsi, gli riesce molesto; l'esaltazione non è più continua, ma a intermittenze, a sfuriate successive, separate da lunghi intervalli, dopo ciascuna delle quali, sente il bisogno di riposare; l'allegrezza degenera a poco a poco in un sentimento di grossa soddisfazione, nella quale egli si adagia e si culla, come in una poltrona a bilico, mentre il suo pensiero tremola su mille oggetti, senza fermarsi in alcuno, o si fissa in uno, e vi riman dentro impigliato ed inerte. E allora vengon le lunghe sere monotone, in cui il bevitore cova il suo vino in silenzio, in uno stato intermedio fra la sonnolenza e lo stupore, e tutto il mondo brillante che vedeva altre volte nell'ebbrezza, si trova ridotto fra i quattro lati della tavola, sulla quale egli comincia ad appoggiare i gomiti — e l'anno dopo appoggia il mento — e negli ultimi anni la fronte. Certo molti di costoro conservano quella bonarietà, di cui il Rousseau fece l'elogio; ma è bonarietà che deriva, più che da altro, da pigrizia del cuore. La marea montante del vino ha seppellito rancori, odi, superbie, tristizie — naturalmente — senza merito loro. Sentono ancora gli affetti di famiglia e qualche vecchia amicizia; ma non è più quell'affetto vivo, pieno di previdenze e di sacrifizi spontanei, che pensa e gode se stesso, e vibra tutto ad ogni parola in cui s'esprima, e ad ogni manifestazione che gli corrisponda. Tanto è vero che è rarissimo che contraggano affetti nuovi. Arrivato a questo punto, il bevitore non è più che uno spettatore indifferente del mondo; vivacchia, con un sol occhio aperto, non cammina, ciondola sulla via della vita, fin che venga la morte a spezzargli il bicchiere nel pugno.