Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 21
Non è molto, da noi, certo Calmano Antonio, ex impiegato, esplose sul proprio figliuoletto di 4 anni una pistola e indi si avventò ferocemente sulla figlia maggiore che tentava salvare il fratello e credendoli morti, feriva quindi se stesso; egli, precisamente come un altro suo collega Valessina, da buono e vecchio impiegato s'era a furia di vino trasformato in vizioso e fu licenziato; nè rimasto senza lavoro, perdette la brutta abitudine; rivendette un mobile dopo l'altro per convertirli in vino, finendo col letto stesso su cui dormivano i poveri figli; col provento del quale si comprò l'arma fatale.
Prunier, stalliere, da 5 anni si dava all'alcool, che lo spingea ad eccessi; una mattina si leva dicendo: _Oggi devo fare un gran colpo, devo battermi_; percorre tutte le osterie e ritorna ai suoi cavalli la sera: cerca attaccare una donzella, ma essa gli sfugge; assalta allora una vecchia massaia, la viola, l'uccide, la getta nel fiume; pochi minuti dopo la ripesca, rinnova gli oltraggi; ritornato a casa si mette a dormire; svegliato, tutto confessa. Evrard alla sezione constata un'antica pachi-meningite, evidente effetto dell'alcool (Desmaze, _Hist. de Méd. Légale en France_, 1880).
L'alcool è oltre ciò causa di delitti perchè il bevitore dà luogo a figli delinquenti; perchè molti delinquono per poter ubbriacarsi; perchè molti son tratti dall'ubbriachezza al delitto, oppure nell'inebbriamento si procurano, prima, i vigliacchi, il coraggio necessario alle nefande imprese e poi l'amminicolo ad una futura giustificazione, e colle precoci ebbrezze seduconsi i giovinetti al crimine; ma più di tutto perchè l'osteria è il punto di ritrovo dei complici, il sito dove non solo si medita, ma si usufrutta il delitto e per molti questa è abitazione e banco pur troppo fedele. In Londra nel 1860 si contavano 4938 osterie ove entravano solo ladri e prostitute.
Finalmente l'alcool ha una connessione inversa col crimine o meglio col carcere; nel senso che dopo le prime prigionie il reo liberato ha perduto ogni vincolo di famiglia, ogni punto d'onore e trova nell'alcool di che dimenticarli e supplirli; perciò tanto spesso l'alcoolismo si offerse nei recidivi; e perciò si comprende come Mayhew trovasse quasi tutti i ladri di Londra ubbriachi dopo mezzodì, così da morirne tra i 30–40 anni per alcoolismo, e come fra i deportati della Numea, che bevono, oltre che per la vecchia abitudine, anche per dimenticare il disonore, la lontananza della famiglia, della patria, le torture degli aguzzini e dei compagni e forse i rimorsi, il vino diventasse una vera moneta; sicchè una camicia valeva un litro, un abito due litri, un pantalone due litri, e perfino il bacio della donna si saldava con litri (SIMON MEYER, _Souvenirs d'un déporté_, pag. 376, Paris, 1880).
SUICIDIO. — Già da queste storie abbiam potuto travedere come uno fra i frutti fatali dell'alcool sia il suicidio. Vidimo quanto esso sia frequente nei figli degli alcoolisti e come si mescoli ed intrecci sì spesso ai tentativi omicidi dei bevoni; gli è che quella stessa indifferenza che a poco a poco l'alcool induce nel reo verso i dolori altrui, esso finisce per ispirare pure pei proprii, e l'uomo scherza coll'idea della morte, e ne calcola i giorni ed analizza i primi fenomeni, con una strana, satanica calma.
L'esempio più eloquente ce lo porse quello stesso Fusil, che fin dal momento dell'entrata nel carcere, aveva fatto il proposito di uccidersi dopo passato il centesimo giorno; e nell'intervallo scolpiva un vaso in cui dopo aver infamato a suo modo la sua povera vittima ed essersi ritratto appeso ad un'inferriata, preparatosi, collo sfilacciare un lenzuolo, un cappio opportuno, si appiccava davvero dopo aver ben ben riempito di cibo lo stomaco e di tabacco la bocca (V. _Uomo delinquente_ di C. LOMBROSO, 2º e p. 516).
Chi non vede, qui, un cinismo e una perdita di sensibilità che esce dalla cerchia normale? e chi non è lieto di trovare nel cervello di questo un'infiammazione della meninge, cronica, che era certo effetto dell'alcool; che non era stata mai avvertita nella vita e che mentre ci spiega i suoi atroci malfatti, spiega pure la triste fine con cui quasi inconscio ei li espiava?
In altri suicidi alcoolisti assai più spiccata è l'inconscia irresistibilità, l'automatismo dell'atto. Pochi giorni fa curai un ubbriacone, che passeggiando dopo un'ultima bevuta, presso il Po, tutto ad un tratto si spogliava, si gettava nell'acqua; e salvato dichiarommi non avere avuto mai alcuna intenzione di suicidarsi.
In molti, il suicidio se non è effetto di insensibilità od automatismo, lo è di capriccio sì strano, subitaneo e sanguinario che assai tiene dell'uno e dell'altro. Mayer ci dipinge nel carnefice di Numea un bevone così appassionato del suo mestiere, che un giorno, essendosi commutata la pena ad uno che egli doveva ghigliottinare, fu preso da un accesso di furore, ed andato nella cella del condannato quasi lo finì a colpi di pugno; ma il più curioso era la tenerezza veramente alcoolistica che lo legava al suo fatale strumento. «Guardatela come taglia bene, è la figlia di papà. Noi siamo vecchi amici, ella mi paga le mie sborgne a 10 franchi a testa». Avendo poi sentito essersi fatta la proposta di cangiargli l'istrumento con un più raffinato, impallidì, protestò che non gli si cambierebbe la sua cara figliola; e quando essendo ubbriaco sentì forse per celia buccinare che un bastimento era giunto col nuovo modello (_Souvenirs d'un déporté_, 1880, pag. 292), entrò in un furore terribile, minacciò d'accoppare chi portò quella nuova, e senza badare a chi cercava calmarlo, andò a rivedere un'ultima volta il suo caro strumento e lì, presso a quello, s'appiccava.
In alcuni, come sopra notammo, questa tendenza si mesce o meglio segue all'omicida, e ne è la crisi o l'espiazione. «Voglio uccidermi, diceva un tale ubbriacone, ma prima voglio finire anche mia moglie», e compito il misfatto s'uccideva davvero per sfuggire alla pena ed ai rimorsi. Un altro mentre era quieto a tavola tira improvvisamente il coltello contro i suoi vicini, li scanna, poi va in camera e si spara un colpo nel cranio.
Certo B. (narra il LOCATELLI, _Sorvegliati_, pagina 150, Meh. 1876), venditore di commestibili, in istato di esaltazione alcoolica, provava una smania indicibile di scialarla da gran signore; ma trovando il mobiglio di casa poco conveniente ad un milionario suo pari, si mise a gettarlo dalla finestra, con pericolo di ammazzare i passanti; e siccome sua moglie cercava trattenerlo, si armò di un lungo coltello e la inseguì furibondo; la povera donna potè appiattarsi sotto il letto; ma egli credendo di averla uccisa, spinto da subitanea disperazione, si gettò a capo fitto dalla finestra. In pochi mesi guarì e pote riabbracciare la pretesa sua vittima.
Alcuni (secondo Briere ammonterebbero a 20 ogni 100 suicidi) si uccidono perchè sentono di non poter resistere alla smania del bere, alla vergogna e al delitto cui questa mena, come quel padre onesto, cui sopra toccammo, cui il vino rendeva cleptomaniaco; altri perchè fatti impotenti e poltroni dal vino si sentono incapaci al lavoro e preferiscono una morte immediata alle torture della fame; moltissimi, poi, affatto inconsci, trascinativi dalle allucinazioni sorte improvvisamente in grazia dell'alcool; uno p. es., fantastica vedere un soldato suo nemico, lo insegue e cade nell'acqua; un altro si getta dall'alto per sfuggire immaginarie minaccie, ecc.
Tutto ciò spiega il perchè vi sia una quota sì forte di suicidi per alcoolismo che va crescendo ogni anno; così secondo Lunier in Francia:
salivano a 7 % i suicidi per alcool nel 1849 » 14,6 » » 1859 » 17,0 » » 1875
ed in Sassonia al 10 per cento, in Russia al 38 per cento, in Danimarca al 17 per cento ed in Prussia all'8,50 per cento^[X-8], in Berlino assai più, al 25; ciò ci spiega come i suicidii, tutti, si vedano mano a mano crescere da noi in linea esattamente parallela a quella dell'uso degli alcool; e come una carta grafica del suicidio in Europa ci dimostri un curioso parallelismo con quanto si intravvede sul consumo dell'alcool, superato e non sempre da due soli fattori; quello del clima non esageratamente freddo ed accompagnato da una diffusa coltura. Egli è perciò che noi vediamo spiccare la Danimarca, 267 su 1 milione^[X-9], e la Sassonia, 300; e appunto come nel consumo degli alcooli prevale sulla Scozia e l'Irlanda, l'Inghilterra pei suicidi (MORSELLI, _Sul Suicidio_, Dumolard, 1880):
Inghilterra galloni alc. 0,24 al 1859 per testa — 0,51 nel 1869 — suicidi 62 su 1 milione abitanti.
Scozia galloni alc. 0,22 al 1859 — 0,30 nel 1869 — suicidi 35 su 1 milione abitanti.
Irlanda galloni alc. 0,11 al 1859 — 0,25 al 1869 — suicidi 14 su 1 milione abitanti.
Volendo addentrarci più ancora di quello che sulle prime ci mostrino le cifre, troveremo che anche l'azione della coltura si somma in gran parte coll'azione dell'alcool; e infatti quanto più va innanzi la civiltà, più si aumentano i grandi agglomeri e quindi i bisogni degli eccitamenti dei sensi, le due concause prepotenti degli abusi alcoolici; se fosse il freddo per sè che aumenta i suicidi, noi dovremmo averne una maggior quantità nelle stagioni fredde, ma essi invece abbondano specialmente nelle calde; essi dunque non preponderano nei paesi più nordici in confronto ai più meridionali, se non per un'azione estranea al freddo, benchè poi sia con questo in stretto rapporto; tale è l'alcool cui si abbandona di più l'abitante dei paesi più nordici anche per l'erronea idea che esso giovi a tutelarlo dal freddo.
Tuttociò ci spiegherà perchè in questa carta grafica (Tav. I, fig. III) che dà il consumo dell'alcool, ed il numero dei suicidii in Francia dal 1850 al 1876, vediamo in parecchi anni a salienze meno recise (1850–52=1854–56=1858–60=1872–73–74) un certo parallelismo fra i due fenomeni, che ancor meglio spicca se si confronta agli anni a maggiori suicidii negli anni consecutivi a quelli delle maggiori oscillazioni di alcool, e viceversa; per es., la diminuzione dei suicidii del 1858 segue a quella dell'alcool nel 54 — l'aumento del 62 che corrisponde a quello del 1858 — quello del 68 a quello del 66 — la diminuzione del 75 a quella del 72, e l'aumento del 1876 a quello del 75. Il che ben si comprende perchè le tendenze suicide sono quasi sempre espressioni dell'alcoolismo cronico, che naturalmente non si manifesta se non alcuni anni dopo l'abuso.
DELIRIUM TREMENS, ALCOOLISMO CRONICO, ECC. — E omicidio e suicidio spesso non sono che una ultima manifestazione di quella più grave fra le conseguenze dell'alcool, che è la pazzia.
Sulle prime gli ostinati bevitori di vino e più di acquavite (l'uno finisce per mutarsi quasi sempre nell'altro col perdurare del vizio) — soffrono dolori nelle ossa e fugaci nevralgie, come frizzi elettrici, od un senso profondo di debolezza che sembra lenirsi col vino; la vista, più tardi, si fa loro torbida: travedono mosche, scintille; il color verde appar lor bianco, il violetto rosso, il bleu grigio, il rosso giallognolo, e ciò specialmente da un lato; mancano i fosfeni; negli arti inferiori accusano, non di raro, una esagerata sensibilità, onde un piccolo tocco è causa di enormi dolori (Huss, 356); e si sentono rosi da vermi imaginari, bruciati da zolfanelli: nè l'udito va immune da queste iperestesie, chè odono campane, susurri, voci alle volte indistinte, alle volte più spiccate, e anche qui più specialmente da un lato.
La memoria spesso è intaccata, e i sonni brevi e turbati da sogni spaventevoli: il carattere morale va cangiando, e il bevone, gaio fra gli amici, diventa taciturno e fino feroce in famiglia, e non acquista letizia che sotto nuove bevande.
Le facoltà digestive, che dapprima si ravvivavano, coll'alimento, ora vanno sempre più mancando. Oltre alla nausea d'ogni cibo solido, ai crampi gastrici, li tormenta spesso al mattino un vero vomito, non di raro, seguìto da diarrea.
Più tardi cominciano a manifestarsi, e più al mattino, dei tremori alle mani che s'estendono alle braccia, alla lingua, al tronco, e delle contratture specialmente ai muscoli flessori del piede, ai polpacci; e più o meno presto, secondo che vi sono specialmente predisposti (EMMINGHAUS, _Pathol. der Irrenkr._, 1879) da paralisi progressiva incipiente, da tifo pregresso, da traumi al corpo, e dall'abuso di _absinzio_, cominciano a spuntare le allucinazioni e le illusioni, di raro gaie, spesso terribili, sempre svariate e mobilissime, e che attingono quasi tutte, come nei sogni, alle ultime o più gravi impressioni^[X-10]: ai tempi del 1859 erano i Tedeschi, ora sono i carabinieri, le spie, gli accoltellatori politici; il merciaio ambulante vede le sue merci per tutto e cammina a salti per non sciuparle — il pastore vede le sue pecore e le chiama per nome. Il loro carattere prevalente è la mobilità e terribilità; tutto vi sfugge e si cangia rapido come nei fantasmi dei sogni, ma si cangia sempre in male, e le poche volte che uno trasogna, nel delirio, foreste di frutta odorose e di fiori lucenti, finisce col vedersele mano mano trasformate in un deserto popolato da iene feroci; un R...., p. es., che si credeva milionario, possessore di immense foreste, vede, poi, sorgere da terra improvvisamente centinaia di ladri che lo deruban di tutto.
La stranezza e tristezza della fantasia è in essi effetto delle strane condizioni patologiche prodotte dall'alcool: così l'anestesia cutanea, l'anafrodisia alcoolica fa lor credere d'aver perduti gli organi sessuali, il naso, una gamba; la dispepsia, la stanchezza, la paresi fa lor sospettare d'esser avvelenati, perseguitati. Il De Amicis ci rivelò un'altra fra le cause di questa morbosa tristezza che predomina in tutte le fasi della patologia dei bevoni: il contrasto che lor si fa palese tra la vita prosaica, reale, e quella colorata dai vapori del vino; e noi aggiungeremo la reazione che segue agli stimoli troppo forti o troppo prolungati. Un passo più in là, ed essi, in preda ad un'acuta lipemania, o meglio panofobia furiosa si credono accusati di delitti immaginari e carichi di catene, fra un monte di cadaveri, e domandano misericordia o tentano uccidersi per sottrarsi alla malaugurata vergogna, o restano stupidi, immobili, come chi è colto da un immenso terrore. Non di raro, grazie alla fede sincera, che (a differenza di molti altri pazzi) prestan alle proprie allucinazioni, sono dal _raptus melanconico_ trascinati in una follìa d'azione spesso omicida e suicida; e credendosi lottare con ladri o bestie feroci, si slanciano dalle finestre, corrono, nudi, le vie, od uccidono il primo mal capitato. Uno, p. es., che io guarii, ed era stato sin allora buonissimo figlio e buono sposo, fantastica di essere avvelenato dalla sua propria madre, e tenta di ucciderla. — Siccome un precipuo punto di partenza alle allucinazioni è la modificazione degli organi indotta dall'alcool, specialmente degli organi sessuali (iperemia e poi adiposi negli epiteli dei canali seminali donde la impotenza preceduta da brevi ma intensi eccitamenti), e siccome la loro tristezza si acuisce, come vedemmo, nelle pareti domestiche, così spesso volgono la mano omicida contro la moglie o l'amante che essi han, nella loro immaginazione, creduto vedere dar loro prove materiali d'infedeltà.
Krafft-Ebbing e Marcel ne riscontrarono 23 di tali casi negli uomini, e 3 nelle donne. Io pure ne ebbi sott'occhi due, che in modo atroce uccisero le loro mogli onestissime che in nessun modo avrebbero potuto dar luogo a gelosia.
Mi ricordo in ispecie un Gaz... di Bergamo, atletico, ma con un cocuzzolo microcefalico, ed enorme gozzo, figlio di apoplettico e che da anni beveva per la sua minima quota non meno di 7 litri di vino; cominciò a provare allucinazioni paurose di carabinieri, ladri, soldati; poi ad istizzirsi colla moglie vecchia e brutta, per immaginarie gelosie; un giorno fugge di casa facendo delle croci nere sui muri, vi ritorna la notte e fantasticando che la moglie gli confermasse, essa stessa, le immaginarie infedeltà, dopo poche ore e dopo bevuto un buon litro di vino, la squartò con una falce. Un altro, invece, che fu pessimo marito, rivoleva per forza ed a colpi di scure la moglie ch'era morta, in parte in grazia sua, all'ospedale e pretendeva farla rivivere.
In alcuni il delirio d'azione scoppia improvviso come un accesso epilettico colla stessa brevità, precipitazione, ferocia; sicchè qualche volta sembrano vere bestie feroci, e coi capelli irti, digrignando i denti, mordono, strappano le zolle, gli abiti, si precipitano dall'alto. Questi sintomi sono preceduti da vertigine, cefalea, rossore della faccia; e accadono più di spesso nei predisposti, per traumi del capo, tifi, eredità, o dopo grandi patemi o digiuni e spesso non sono in rapporto colla quantità, alle volte scarsa, di vino bevuto, nè collo stato fisico, potendo offrire appena un leggero tremore, spesso anzi apparendo aumentata l'energia muscolare; tuttociò scompare qualche volta in poche ore senza lasciare la minima ricordanza (KRAFFT-EBBING, 182).
È insomma una specie di epilessia larvata, il che tanto meglio può dirsi, inquantochè delle vere epilessie alcooliche notansi in molti bevoni, ma più specialmente in quelli d'assenzio, nei quali ultimi, secondo Motet (_Considérat. sur l'alcoolisme_, 1879), scoppierebbero, tutto a un tratto, senza essere precedute da tremori, nè da allucinazioni. Non è molto che Drouet contava a 54 gli epilettici su 529 pazzi alcoolisti; e fra questi si noti bene, uno che non aveva usato, nè abusato di alcool, ma solo esclusivamente di vino e birra. — Qualche volta l'epilessia compare quando ogni altro sintomo d'alcoolismo è svanito; in genere però essa si nota sui 40 ai 60 anni, quando l'asse cerebrospinale può opporre minor resistenza agli assalti dell'alcool (_An. Med. Psich._, 1875).
Ma v'ha una forma, più grave ancora, di delirio tremens, quello detto _acutissimo_, o meglio ancora febbrile, che ha due caratteri speciali: moti fibrillari sotto-cutanei, veri fremiti muscolari, che non cessano nemmeno nel sonno, accompagnati o da coree parziali ma continue, specialmente della faccia o degli occhi o da paralisi che è peggio; — ed il calore febbrile che sale fino a 40° a 43°, dopo essere stato per qualche tempo a 38°, 39; — meno grave se salendo sulle prime a 40 cala in secondo giorno o terzo a 38°,3 (Magnan).
Il Magnan osservò che le allucinazioni e i deliri, per quanto acuti e numerosi, non danno mai a temere tanto come i rialzi di temperatura, specie quando associati ai fenomeni di morbosa motilità, che siano o troppo estesi o troppo persistenti, men fatali essendo, ad ogni modo, gli intensi, ma isolati e di poca durata.
Nè è a credere, poi, che uno e anche parecchi accessi di _delirium tremens_ bastino per guastare del tutto l'intelligenza e trasformare un vizioso in un demente. Tutt'altro; v'hanno casi, invece, in cui l'abuso dell'alcool può andare di pari passo con quello dell'intelligenza, e quasi quasi, fin favorirlo; sicuramente fra i grandi uomini che abusarono dell'alcool, va annoverato Alessandro Magno, che vuolsi, morisse dopo aver vuotato 10 volte la tazza d'Ercole, e che certo, già prima, in un accesso alcoolico, seguendo nudo la infame Taide, aveva ucciso il suo più caro amico. Nè pare fossero molto astemii Socrate, Seneca ed Alcibiade, Augusto e Cesare, spesso portato a casa sulle spalle dai soldati, e Tiberio, che era detto Biberio, ed Eliogabalo, così innamorato del vino da farne un piccolo canale navigabile, e nemmeno Catone, se ben dice Orazio: _Narratur et prisci Catonis Sæpe mœro caluisse virtus_ — e peggio ancora, Settimio Severo e il suo collega Jovanio, ed Odeberto d'Inghilterra e Mahmud II, che tutti morirono ebbri o di _delirium tremens_; e tenaci bevitori erano il Contestabile di Borbone, e Avicenna, di cui si disse che passò la seconda metà della vita a dimostrare come fossero inutili gli studi fatti nella prima; e molti pittori, per es. Caracci, Steen, Barbatelli detto perciò il Pocetta, e moltissimi poeti, come Murger, Gerard de Nerval, Musset, Kleist, Mailath, con a capo di tutti Tasso, che in una sua lettera scriveva: «comechè non nego d'essere folle, mi giova credere che la mia follia sia cagionata da ubbriachezza o d'amore, perchè so bene io che soverchiamente bevo»: altrettanto dicasi di Poe, di Swift che fu detto ai suoi tempi il più assiduo frequentatore delle taverne di Londra, di Lenau, di Hoffmann, di Rovani, di Praga. Tuttavia in molti fra questi la triste sorgente dell'ispirazione si travede negli scritti improntati da un erotismo artifiziato, malsano, che sente più che la carne, la droga, e da un'ineguaglianza di stile, da una originalità più bizzarra che bella, grazie alla troppo sbrigliata fantasia, alle frequenti imprecazioni, ai passaggi bruschi dalla più cupa melanconia alla più oscena gaiezza e ad una tendenza a dipingere la pazzia e l'alcoolismo, e le scene più tetre della morte.
Vi son giorni che il mio cor vien meno E il fango mi conquista
cantava il povero Praga cui l'alcool uccise.
E lodando il vino, bestemmiava:
Venga l'obbrobrio — Dell'uomo sobrio Venga il disprezzo — Del gener umano Venga l'inferno — Del Padre Eterno Vi scenderò col mio bicchiere in mano.
Poe dipinge troppo bene il _delirium tremens_ per non averlo veduto assai da vicino — e frammischia cadaveri risuscitati alle fantasie più gioconde: e v'ha dello ubbriaco fradicio nelle strambe proposte di Swift^[X-11], e nelle caleidoscopiche fantasie di Hoffmann, i cui disegni finiscono in caricature, i racconti in istravaganze, la musica in accozzaglia di suoni; ed egli già molti anni prima della morte scriveva nel suo giornale: «Perocchè nella veglia e nel sonno, i miei pensieri corrono sempre, mio malgrado, al triste tema della demenza; pare che le idee disordinate sgorghino dalla mente mia, come il sangue dalle vene spezzate».
Tutto ciò si spiega coll'essere egli stato soggetto ad una vera lipemania alcoolica, che gli faceva convertir in realtà le sue strane fantasie.
Alfredo Musset vede le _senore_ di Madrid scendere _les scalons bleus_, e con strano gusto, ci mostra prediligervi,
Sous un col de cigne, Un sein vierge, et doré comme la jeune vigne.
MARDOCHE.
Murger adora le donne dalle labbra verdi, e dalle guancie gialle. — Son errori estetici provenienti dal daltonismo alcoolico; così il mio egregio amico Prof. Raymond curò un pittore, celebre, che divenuto alcoolista abbondava nelle tinte gialle in luogo delle rosse e verdi; ed un altro, cui l'alcool avendo scancellato completamente il senso dei colori rese maravigliosamente abile nelle tinte bianche, sicchè riescì tra una e l'altra ubbriacatura il più grande pittore di nevi di tutta la Francia.
PAZZIE. — Anche i sintomi del comune delirio scompaiono in brevissimo tempo; 8 giorni al più e senza gravi conseguenze, allo stesso modo come vi possono essere accessi di delirio in individui che bevvero molto ma senza ubbriacarsi^[X-12]. Il Canstatt narra di uno che ne patì 10 accessi in un anno solo, eppure guarì perfettamente. Io mi ricordo un povero pretore, che pativa perfino di accessi epilettiformi, e nello stesso tempo, paralitici con completa demenza, e poi si riaveva completamente; si noti qui come l'appressarsi del tristo accesso gli si rivelava nella scrittura che da chiara e ferma si faceva tremolante, confusa e con la curiosa dimenticanza delle consonanti, p. es., _roccapetrosa_ in _roa peroa_, evidentemente per riflesso della paresi dell'ipoglosso; ed un altro che minacciava di uccidere tutti i suoi immaginari avvelenatori, tornò dopo due giorni, in famiglia, tenero ed affettuoso assai più di prima.