Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880

Part 20

Chapter 203,750 wordsPublic domain

Ma i Semiti che, come ci apprendono già le leggende di Noè, e più tardi le imprecazioni di Maometto, poterono forse, grazie al clima, più degli altri, avvertire come gli effetti benefici delle bevande alcooliche erano sorpassati, troppo spesso, dai tristi, conformandosi alle abitudini dei popoli primitivi che ideificano e plasmano i fenomeni così buoni che tristi della natura, ce lo formularono e scolpirono in quella singolare leggenda dell'albero della scienza del bene e del male, che collo stesso nome compare fra i prodotti singolari scaturiti durante la fabbrica dell'Amrita, come già vi ha toccato il Graf, ed è accennata nella leggenda prearia di Yma (Harley, Avesta, 89), ed è scolpita in quel bassorilievo di Ninive, in cui un serpe offre al primo uomo il frutto di una palma (LAYARD, _Mem. of Niniveh_, p. 70. — LENORMANT, op. cit.).

Ed ecco forse spiegato perchè in Zendha la parola _Madhu_ valga per vino e dolore, e _Kan_ chinese per albero e peccato, e più sicuramente spiega perchè la palma fosse adorata dagli Assiri, e dagli Arabi antichi — e fosse albero sacro per gli Ebrei, sotto cui profetava Deborah — e come i Sabei adorassero insieme al Setarvan (la vigna profumata), il Sam Gafno, sopra cui aleggia la vita suprema e gli Indi il Kalkavir Keha, l'albero dei desideri.

Per chi rifuggisse dall'ammettere tutto ciò, sarebbe facile la risposta, esponendo^[X-1] come primo fece il Mantegazza nelle sue _Feste ed ebbrezze_, in una tabella grafica, i vantaggi ed i danni dell'alcool, che riescirebbero assai facilmente a riprodurvi una specie d'albero fatale, in cui i frutti benefici vanno pur troppo sopraccaricati e velati da quelli del male, i quali, pur troppo, solo, io mi son preso la briga di esporvi, anche a pericolo di tormi addosso l'odio di tutti i cultori ed adoratori del vino.

DANNI DEL VINO. — Io non vi mostrerò come l'alcool sia tutt'altro che un alimento di risparmio e calorifico, come esso lungi dal rendere più tollerabile il freddo, aumenti i danni così dei grandi freddi, come dei grandi caldi, cosicchè si videro, nelle regioni polari e nelle Russie, e nelle Indie, aggravati quei soldati e marinai, che credendo meglio sopportare, così, le fatiche, ne usavano più volte nel giorno, e forse è questa la ragione che i latini nella campagna di Russia soffersero meno dei nordici.

E non toccherò del fatto constatato, nelle epidemie coleriche, che i beoni, anzi, anche solo, i bevitori, erano più colpiti dal morbo che non gli astemî^[X-2]; e come gli aborti sieno in maggior numero fra le bevitrici, perfino nelle mogli dei beoni, le quali offersero d'altronde^[X-3] una fecondità da due a quattro volte minore delle coppie temperanti; cosicchè questo fatale liquore ben può stimolare le passioni “carnali” sino alla violenza ed al delitto, ma senza pur crescere la fecondità.

L'alcool è causa precipua delle riforme per debolezza e per gracilità nelle truppe di Svezia, che si videro salire fin al 32 p. % nel 1867 e calare al 28 nel 1868, dopo le buone leggi sull'alcool; nei dipartimenti francesi, che, per scarsezza di vino, abusan più di alcool, come Finistere, la gracilità dei coscritti da 32 sale a 155 (LUNIER).

L'alcool agisce sulla statura. I grandi Wotjak, dopo l'uso dell'acquavita, son calati al disotto della media. E sotto i nostri occhi le bellissime valligiane di Viù perdettero dell'avvenenza e dell'imponente statura dopochè contrassero l'abitudine dell'acquavite.

Dopo ciò, non è meraviglia se esso abbia avuto un'influenza sulla vita media; sicchè a vece d'esser l'acqua della vita, possa ben dirsi l'acqua della morte. I calcoli di Neison dimostrano che i bevitori hanno una mortalità almeno 3,25 maggiore che negli astemî^[X-4].

PAUPERISMO. — Tutto questo ci spiega, già in parte, come uno degli effetti più evidenti e fatali dell'alcool sia il pauperismo. Noi ne vedremo un'altra dimostrazione in quelle tabelle, e in quelle storie dell'eredità morbosa, in cui da un padre alcoolista si dirama una progenie cieca, paralitica, zoppa, impotente, e che di necessità, se ricca, finiva ad impoverire, e, se povera, trovava inaccessibile e chiusa ogni fonte del lavoro. Peggio accade a coloro cui, direttamente, l'alcool rende paralitici, cirrotici, ciechi (V. s. Bizzozero).

Ma anche senza giungere tant'oltre, l'alcool può favorire il pauperismo. Vero è che negli accrescimenti di salario (quando nel Lancashire crebbe il salario dei minatori da 5 a 8 a 11, le morti per ubbriachezza da 495 salivano a 1304 e 2605; ed i delitti da 1335 a 2878, e 4402) crescono a dismisura gli ubbriachi, e quindi le loro male opere. Ma in genere peggio accade quando cala il salario. Il povero si dà all'alcool per sopperire alla mancanza di vestiario e di cibo, per cacciare la sete, la fame ed il freddo; e l'alcool a sua volta rende sempre più impotente e più povero colui che lo usa e insieme sempre più avvinto al suo carro fatale (Mantegazza, op. cit.).

Nelle carestie del 60 e 61 in Londra si osservò che non uno dei 7900 membri della Società di temperanza aveva chiesto un sussidio^[X-5]. Huisch osservò che ogni 100 sterline d'elemosina 30 passavano in acquavite; e Bertrand e Lee: che i comuni più decaduti erano quelli in cui crebbe smisuratamente l'uso dell'alcool, e in cui si aumentarono le osterie; una prova ne è pure la Slesia superiore, dove la miseria giunse fino alla morte per fame; e dove l'ubbriachezza imperversava fino a trascinare vacillanti gli sposi innanzi l'altare, ed i parenti dei neonati innanzi al battesimo, così da comprometterne fra i lazzi la vita. Dove, scriveva un predicatore della Slesia, dove è intemperanza, segue, come l'ombra il corpo, la miseria, e quando si può sradicare l'ubbriachezza, più della metà della fiera miseria vien sollevata.

DELITTO. — E con la miseria, e dietro a lei, fosco s'avanza anche il delitto, sicchè assai più giustamente il proverbio che vuol in ogni crimine misterioso «cercar per causa la femmina», si potrebbe completare e forse correggere, aggiungendo «o la bottiglia». — Già era stato notato come una delle cause delle divisioni coniugali, e dei divorzî in Germania sia l'ubbriachezza, che per lo meno vi conta nelle proporzioni di 2 a 6 per 100; ed è notorio come i figli dei divorziati e di secondo letto diano forte contingente al delitto ed alla prostituzione (LOMBROSO, _Uomo delinquente_, 2ª ed., p. 269).

Un'altra prova dello stretto nesso tra l'alcool e il crimine ci offrono, pure, quelle statistiche che ci mostrano un continuo incremento di questo nei paesi civili, incremento che la istruzione maggiore, il crescere delle popolazioni ponno spiegare soltanto per una quota del 13 al 16 p. %, e che invece è troppo bene esplicato dallo aumentato abuso degli alcoolici, che salì, appunto, in proporzioni analoghe a quelle del delitto.

In Inghilterra si consumavano:

nel 1790 galloni d'alcool 5,526,890 » 1866 » » 12,200,000.

Gli ubbriachi arrestativi:

nel 1857 erano 75,859 » 1875 » 203,989.

A Milano le osterie

da 1120 nel 1865 salirono a 2140 » 1875 (Verga) » 2272 » 1878 (Sighele).

Ma una prova decisiva in proposito l'offre uno studio che eseguì ora il prof. Enrico Ferri sulla criminalità in Francia per omicidî e ferite in confronto col vino e coll'alcool consumato, per 18 anni, e che cortesemente mi riassunse in forma grafica (vedi Tab. 1, Fig. 1).

È evidente come tra la linea del vino e del delitto corra un completo parallelismo, in quanto almeno concerne le grandi salienze (1850–58–65–69–75) e decrescenze (1851–53–54–66–67–73), salvo, come è naturale, il 1870, anno eccezionale di guerra, e in cui tacciono gli atti giudiziarî non militari, e salve parziali discordanze del 1876, che non saprei spiegare, non avendo ora le statistiche successive, e nel 1860–61, in cui per altro l'effetto del raccolto vinicolo sembra soltanto spostato di un anno.

Il parallelismo riesce tanto più curioso e singolare, poichè gli autori francesi ed inglesi pretendevano addossare questa influenza fatale solo all'alcool, e non al vino, tanto che, come vedremo, si propose di facilitare la diffusione maggiore del vino nei paesi resi da quello più proclivi al delitto. Ora dalla nostra tavola grafica e dalle statistiche si deduce che il rapporto dell'alcool consumato cogli omicidi e ferite non è così evidente come quello del vino, se non negli anni 1855 al 1858 e 1873 al 1876. E ciò ben si comprende, perchè le risse nascono più facili nelle osterie che dagli acquavitai, dove la dimora è troppo breve per dar luogo a litigi. — Un'altra prova di ciò ci offre l'osservazione del giorno e del mese in cui più spesseggiano i delitti, e son quelli in cui più si abusa di vino. Così Schroeter (_Jahrb. der Westph. Gefong. Gefels,_ 1871) ci rivela come in Germania:

Su 2178 delitti, il 58 p. % avveniva il sabbato sera, la domenica 3, e il lunedì 1 p. %; prevaleva in quei giorni, nella proporzione dell'82 p. % i rei contro il buon costume, ribellione e incendi; e in quelli del 50 p. % i rei di destrezza.

Anche in Italia, nel solo anno 1870, in cui se ne tenne nota, si riscontra altrettanto^[X-6].

[GRAFICO: Fig. Iª, FRANCIA-1849-1876, Affari giudicati]

[GRAFICO: Fig. IIª, FRANCIA-1827-1869, Distribuzione per mesi]

[GRAFICO: Fig. IIIª, FRANCIA-1850-1876, Suicidii]

E quel che è più curioso, in Francia, il Ferri trovò che mentre i reati in genere contro le persone dal 1827 al 1869 (vedi Tav. e Fig. IIª) calano rapidamente dopo l'agosto fino al dicembre, le ferite e percosse gravi, invece, mostrano una recrudescenza ben marcata nel novembre, epoca vicina alle vendemmie e alla confezione del vino nuovo, e notisi che si tratta delle sole ferite gravi giudicate nell'Assise e non di quei ferimenti che si giudicano dai tribunali, e sono i più frequenti risultati delle risse d'osteria.

Lo Sclopis dichiarò in Parlamento, che nove decimi dei delitti che si commettono in Italia, hanno origine nelle osterie. Veramente se si stesse alle nostre statistiche, il vino avrebbe ben poco rapporto col delitto, sarebbe anzi l'ultimo fra i suoi coefficienti; infatti sopra 16,034 condanne in genere nel 1872–74, e sopra 3287 omicidî e ferite si notarono in media su mille:

{ 495 commessi per cupidigia 178 } { 227 » vendetta 527 } { 33 » miseria } { 17 » amori illeciti 83 } CONDANNATI { 10 » ubbriachezza 13 } OMICIDI IN { 10 » socialismo } E GENERE { 5 » amori leciti 5 } FERITE { 4 » affari politici } { 3 » religione } { 3 » dissensi domestici } { 0 » ozio e giuoco 7 }

Ma l'erroneità di queste conclusioni emerge subito quando si paragonano a quelle della Francia, come nel seguente quadro che tolgo dal Guerry:

_Quadro dei motivi degli attentati alla vita (veneficio, assassinio, omicidio) in 32 anni (1826–1857) in Francia._

237 su 1000 sono causati da risse in osterie. 214 » » cupidità ed interesse. 147 » » rapporti dei sessi { 21 unioni legittime. { 126 commerci illeciti. 124 » » rapporti di famiglia. 98 » » opposizione all'esecuzione delle leggi. 51 » » difesa personale — duelli. 30 » » rivalità di comuni e di mestieri. 26 » » odio tra famiglie (Corsica). 13 » » politica e sommosse. 12 » » aiuto prestato all'esecuzioni delle leggi. 10 » » avarizia, crudeltà, contro fanciulli e vecchi. 10 » » ignoranza e perdita della ragione. 10 » » errori ed imprudenze — disperazione. 10 » » motivi ignoti. 6 » » rapporti tra padroni e servi. 2 » » vendetta e malizia.

È impossibile che in un paese che ha tanta affinità col nostro la differenza salga tant'oltre, che noi siamo cioè vendicativi 264 volte più dei Francesi, mentre saremmo bevoni 18 volte meno. Gli è che le nostre statistiche lasciate, fin a pochi anni or sono, in mano ai cancellieri, se non forse agli uscieri, grazie alla nessuna importanza che siamo avvezzi a dare, nelle bisogne giuridiche, ai dati di fatto, hanno confuso sotto la fiera categoria della vendetta, quelle risse che si notano in Francia a parte, come, e perchè nate nelle osterie e in causa delle bevande. Difatti riaggruppandole a questo modo, le proporzioni delle varie categorie ritornano affatto somiglianti fra loro e ritorna a galla la conclusione del Quetelet, che un terzo degli omicidî proviene dall'uso delle bevande.

Nelle carceri Prussiane il 23 per cento, nelle Bavaresi il 34 per cento dei detenuti ha parenti bevoni (Baer, op. cit.).

Secondo l'ispettore delle case penali di Boston sette decimi dei condannati lo erano in seguito all'intemperanza; salirebbero anzi a nove decimi, secondo il giudice di Albany^[X-7].

Nel Belgio si calcolava l'alcoolismo provocare il delitto nel rapporto del 25 al 27 per cento.

A New-York, su 49,423 accusati, 30,509 erano ubbriachi di professione^[X-7].

In Olanda si attribuiscono al vino 4/5 delle cause dei crimini e precisamente 7/8 delle risse e contravvenzioni, 3/4 degli attentati contro le persone, 1/4 di quelli contro le proprietà (Bertrand, _Essai sur l'intemp._, Paris, 1871).

Dixon trovò un solo paese in America che da anni va esente da crimini, S. Johnsbury malgrado popolatissimo di operai; ma questo paese adottò per legge la proibizione assoluta delle sostanze fermentate, birra, vino, che vengono somministrate come i veleni dal farmacista, per domanda, per iscritto, del consumatore e con assenso del sindaco, che però appende il nome del reprobo in un pubblico albo.

Tre quarti dei delitti di Svezia si attribuiscono all'alcoolismo e propriamente gli assassinii ed altri delitti di sangue all'abuso dell'alcool; i furti e le truffe all'eredità dai parenti alcoolisti. Sopra 29,752 condannati in Inghilterra alle Assisie, 10,000 erano venuti a tal passo per la troppa frequenza dell'osteria, e 50000 sopra i 90903 condannati sommariamente (BAER, _op. c._, p. 343).

In Francia il Guillemin calcola al 50 per cento i rei in seguito all'abuso dell'alcool, e in Germania, il Baer al 41 per cento, fra cui 19 bevoni abituali (_Id._, pag. 263).

E ciò è naturale, perchè tutte le sostanze che hanno virtù d'eccitarci in modo anomalo il cervello, ci spingono più facilmente al delitto ed al suicidio come alla pazzia con cui assai spesso si confondono in un inestricabile intreccio; e ciò perchè dapprima irritano i centri nervosi, sicchè quando non accade l'acuta aracnoidite o l'iperemia congestiva, ecc., si formano lente degenerazioni, grassose, sclerotiche, pigmentarie, con atrofia delle cellule nervose, che menano irrevocabilmente alla perdita della funzione (edema, paralisi) ed al suo pervertimento; e ciò quasi indipendentemente dalla natura chimica della sostanza ingesta.

Lo Stanley, or ora, in Africa trovò una specie di banditi detti Ruga-Ruga, i soli indigeni che si abbandonavano all'uso della canapa; nelle tradizioni di Uganda il delitto apparve nei figli di Kinto dopo che introdussero la birra.

Si è notato, persino, questa tendenza nei Medgjidub e Aissaoui, i quali non avendo narcotici si procuravano l'ubbriachezza col continuato movimento del capo. Sono uomini, dice il Berbrugger (Algerie, 1860), pericolosi, feroci e con tendenze al furto. — Anche i fumatori d'oppio sono presi spesso da furore omicida; sotto l'uso dell'_haschisch_ Moreau si sentì attratto al furto.

E peggio fa il vino; e ancor peggio l'alcool, che si può dire vino concentrato, quanto alla attività venefica, e peggio ancora quei liquori d'assenzio, di vermouth, che oltre all'alcool puro contengono droghe intossicanti i centri nervosi.

L'ubbriachezza acuta, isolata, dà luogo, per se sola, al delitto perchè arma il braccio, accende le passioni, annebbia la mente e la coscienza e disarma il pudore.

Gall narra di un Petri, che appena beveva, sentiva nascersi in petto la tendenza omicida; e Locatelli di un operaio trentenne che sotto il furore del vino rompeva quanto gli cadeva tra mano e coltellava compagni e parenti che volessero impedirglielo; Ladelci e Cormignani di un muratore più volte arrestato per risse, che rispondeva a chi nel rimproverava: Non posso farne a meno: quando ho bevuto bisogna che io meni (_Op. c._, p. 36).

Qualche volta, dice Briere de Boismont, l'ubbriachezza produce una vera monomania del furto: e narra di un uomo onestissimo che appena aveva ecceduto nel bere si metteva a rubare quanto gli capitava tra mano; passato l'accesso, se ne doleva e restituiva il mal tolto, ma la vergogna di ciò lo trasse ad uccidersi (_Du Suicide_, 2ª ed., 1860).

Io stesso conobbi un ufficiale che sotto l'ebbrezza tentò due volte trafiggere persone a lui ignote od amiche, persino la sua sentinella.

V'hanno alcuni bevoni che sono il terrore delle loro famiglie, poichè sotto l'effetto del vino, del vino triste, come lo chiamano i francesi, non parlano che di ferire, sgozzare le persone che poco prima erano loro carissime e queste fuggono inorridite e non a torto.

Quello che negli altri, infatti, è una pensata bizzarra e fugace, sicchè sfuma appena sorta, si muta in costoro rapidamente in azione inconscia, è vero, ma non meno fatale. Un di costoro, per es., tornando una sera verso casa vide un povero contadino, che portava a capezza il suo asino; eccitato dal vino, grida: «Giacchè oggi non ho avuto brighe col prossimo mio, voglio sfogarmi su questo»; e tratto il pugnale fora più volte il ventre di quella povera bestia (Ladelci, _Il vino_, Roma, 1868, tip. Sinimberghi).

Fu interrogato un minatore bevone perchè avesse colla scure ucciso un povero onesto fabbro, zoppo, che appena conosceva e non gli aveva fatto mai alcun dispetto: _Perchè, rispose, non mi piaceva la camminatura._ Pensiero da ebbro, ma opera da manigoldo.

Il dott. Cicone che lo racconta, vide nelle miniere delle Boratelle (_L'operaio delle miniere sulfuree_, Roma, 1879) entrare i poveri operai, lindi ed onesti e poi in grazia del bettolino messovi in opera ed empiamente monopolizzatovi dai padroni, mutarsi, in meno di un anno, in feroci assassini, che uccidono il primo che trovano, castrano per celia, per es. un povero ebete, che si chiamava _Centesimo_, perchè non domandava e non voleva d'elemosina che un centesimo; un altro di costoro recide un'arteria ad una donna, il polmone ad un giovinetto, il ventre a due altri, e la scapola a un quinto e non potendo far altro, dopo aver accoltellate le mura, ferisce se stesso; un altro bevone sorprende un poveretto che dorme, lo attorciglia con una corda che unge di petrolio e vi dà fuoco (_Op. c._, pag. 9).

Peggio di questi sanguinari minatori sono i contadini di Genzano, dipintici dal Ladelci, che in grazia alla grande abbondanza del vino si trovano in uno stato di continuo eccitamento, e menan ad ogni lieve causa le mani, e perciò escon sempre armati fuor di casa, e persino i fanciulli, ad imitazione dei padri, aguzzano sui sassi dei chiodi per avere delle armi; appena commesso un ferimento, costoro sono vie più trascinati ai furti e grassazioni pel bisogno di vivere e perchè costretti dal vino alla prepotenza e all'uso dell'armi (_Op. c._, 9).

L'alcool, infatti, dopo aver eccitato, indirizzato nella via del delitto la sciagurata sua vittima con atti istantanei od automatici, ve la mantiene, ed inchioda, per sempre, quando rendendola un bevitore abituale, ne paralizza, narcotizza i sentimenti più nobili e trasforma in morbosa anche la compage cerebrale più sana; dando una dimostrazione, pur troppo sicura, sperimentale, dell'assioma che il delitto è un effetto di una speciale, morbosa condizione del nostro organismo; tale è, in questi infelici, quella sclerosi, di cui sì bene vi discorse il Bizzozero, che colpisce il cervello, il midollo ed i gangli, come ed insieme a quella che colpisce il rene ed il fegato, ed in essi si esplica col delitto, come negli altri, colla demenza o coll'uremia o coll'ictero, e ciò secondo che colpisce più un organo che l'altro, o più una parte che l'altra dell'organo stesso. E qui le prove mi sovrabbondano. Or ora rinvenni alle carceri un singolarissimo ladro, P..., che si vanta con tutti di esserlo, ed anzi, non sa più parlare se non nel gergo dei ladri, suoi degni maestri, eppure nè l'educazione, nè la forma cranica ci dava alcun indizio della causa che ve lo spinse; ma noi presto ne fummo in chiaro, quando ci narrò che egli ed il padre suo erano bevoni. «Vedano: io fin da giovinetto mi innamorai dell'acquavite ed ora ne bevo 40 o 80 cichetti, e l'ebbrezza di questa mi passa bevendo due o tre bottiglie di vino»; come si vede nella storia che ne pubblicò nel mio Archivio il bravo Collino (_Arch. di Psichiatria e scienze penali_, 1880, Fasc. II, Torino).

Or son pochi mesi, pur qui in Torino, un onesto ufficiale di 70 anni, che godè fin alla tarda sua età di fama illibata, datosi nella vecchiaia all'alcool si fece in poco tempo sì triste da strozzare la povera moglie che ne lo rimproverava e fingere che _si fosse appiccata_. Ma l'astinenza del carcere in breve faceva in lui ripullulare l'antica onoratezza, sicchè confessò tutto, e ai giurati, che il condannavano a 15 anni di reclusione: _È alla morte, disse, che dovevate condannarmi, alla morte._

Un carattere, dice Tardieu, manca quasi mai nei bevoni che han commesso un delitto; è la strana apatia e indifferenza, la nessuna preoccupazione del proprio stato che è veramente comune ai delinquenti veri, ma che in essi è ancora più spiccata. Stanno in prigione come in casa propria, quasi meglio, nè si preoccupano del loro processo, nè di ciò che han fatto; appena è se si ridestano un momento davanti al giudice.

Un uomo di 30 anni, già bene educato, che aveva fatto il medico e il farmacista, lo scrivano, l'impiegato e sempre era stato rimandato per abuso di liquori, trova sulla strada una guardia e la uccide credendo volesse arrestarlo; la prima cosa che scrive a sua madre dopo entrato in prigione, è che gli mandi della pomata; al giudice rispondeva che l'interrogatorio era inutile «che egli già aveva scelto un nuovo mestiere, di fare il fotografo». Solo dopo lunghi mesi di astinenza nel carcere cominciò a rientrare in sè e comprendere la gravità della sua situazione (TARDIEU, _De la folie_, 1870).

Un fiero esempio di questo strano effetto dell'alcool ce lo pose sott'occhio il troppo famigerato Fusil. Nasceva egli da padre alcoolista e tanto scialaquatore, che pur poverissimo, in un pranzo spese 134 lire, e dopo aver ridotto ad uccidersi la povera moglie, s'annegava egli stesso, pare volontariamente. Fusil, il degno figliuolo, mentre si mostrava spietato coi parenti che lasciava basire di fame, era benevolo, generoso, coi compagni d'osterie; strappato un migliaio di lire al fratello se le mangiò in pochi giorni coi suoi compagni di bettola. A 18 anni colpì di falcetto i suoi zii. A 22 feriva un compagno d'osteria; a 24 uccideva il Gambro che l'ospitava pietosamente, con 11 ferite, dormendo poi due giorni vicino al cadavere, e la sera gozzovigliando ancora cogli amici e in pochi giorni consumando in Svizzera quanto aveva con tanta tristizia usurpato, e quanto eragli urgente conservare se voleva sottrarsi alle ricerche; dopo arrestato parlava del suo delitto come di uno scherzo, eternavalo anzi infine in un monumento singolarissimo (V. sotto, pag. 399).

È il vino bevuto da lui e da suo padre che modificava così profondamente la psiche da fargli venir meno ogni previdenza ed ogni senso di moralità; e altrettanto avvenne a molti delinquenti.

Mabille, p. es., un dì porta gli amici all'osteria; s'accorge che non ha denaro; tosto esce, uccide il primo che trova e poi torna a pagare lo scotto.