Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 2
Questa letteratura vinolenta darebbe da dire assai a chi volesse tenerle dietro. Ricorderò ancora i _Miracles de saint Tortu_, sotto il qual nome cabalistico s'intende appunto significato il vino^[I-20]; il _Martyre de saint Bacchus_^[I-21]; il _Sermon fort joyeux de saint Raisin_^[I-22], questo del XVI secolo. Nel _Martyre de saint Bacchus_, il santo di cui si celebrano le gesta è figliuolo di una figliuola di Noè per nome Vigna. Nessun santo, vi si dice, ha in paradiso gloria pari alla sua; poi si narrano i miracoli operati da lui, e la passione, paragonata con quella di Cristo. In un luogo son questi versi:
Seigniez-vous et recommandez A Dieu, et grâce demandez A sains Bacchus si qu'il la face.
In un _Dis de la Vigne_ di Giovanni da Douai, si paragonan le cure che si debbono alla vite con il culto dovuto a Dio.
A questa singolare letteratura potrebber servir di motto i due versi in che Margutte compendia la sua professione di fede:
Or queste son le mie virtù morale, La gola e 'l bere, e 'l dado ch'io t'ho detto^[I-23].
Così onorato nel medio evo, Bacco non decadde certo dall'antica sua gloria quando il Rinascimento ebbe ristorato nella fantasia, se non nella fede, il paganesimo. Quanti poeti non inneggiarono allora, come Maffeo Vegio, al più amato degli dei:
Bacche, pater vatum, suavissime Bacche Deorum!^[I-24].
Ma di ciò io non voglio parlare più a lungo; bensì vo' ricordare come nelle feste carnovalesche e nei Trionfi, che già solevano sfoggiare nelle nostre città, Bacco fece sempre gloriosa mostra di sè. Gli esempii soperchiano, e mi basta di citarne un pajo. Tutti conoscono il _Trionfo di Bacco e d'Arianna_ composto da Lorenzo de' Medici: nel Carnovale del 1710 si fece con grande pompa in Ferrara una mascherata rappresentante il trionfo di Bacco. Quando nel 1498, per istigazione di Gerolamo Savonarola, si fece un solenne bruciamento _delle vanità del carnevale_, usci fuori una canzone, dove si finge che un cittadino dica a Carnovale che si fugge:
Dove è Giove Iuno e Marte, Vener bella tanto adorna, Bacco stolto con le corna, Che solea cotanto aitarte?^[I-25]
Terminerò di parlare di Bacco, della sua leggenda, e della lunga memoria che n'han serbato gli uomini, ricordando, come a lui, che aveva peregrinato già gloriosamente per tutta la terra conosciuta, si volle attribuire ancora la scoperta di paesi incogniti. Il felicissimo paese di Cuccagna fu da lui ritrovato, e un poeta, Quirico Rossi, celebrò co' versi il memorabile avvenimento^[I-26]. Di ritorno dall'India, Bacco muove in traccia della fortunata regione, dove giunge coi suoi seguaci dopo aver lungamente errato pei mari. Permettete ch'io vi dia un'idea delle delizie di quella terra incomparabile riferendo tre ottave che sono degne veramente del loro soggetto:
Fiumi di burro a tutte le stagioni Scorrendo vanno e dilagando i prati, Dove nascon per erba i maccheroni, E per ghiaia ravioli maritati; Ed anitre e pollastri, oche e capponi Di frittelle pasciuti e saginati, Che penne avendo di lasagne intorno Volano al quietissimo soggiorno.
Sorge un colle nomato ivi Bengodi Dove di latte una fontana spiccia; Ombra vi fan le viti in varii modi, Altre erranti, altre avvinte di salsiccia, Che mettono un salame a tutti i nodi Ed in luogo di foglie han trippa riccia: A concimar la vigna e il colle tutto Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.
Le quercie che del sol frangono il raggio, Hanno per ghiande ritondetti gnochi, I quali giù tornando nel formaggio (Ch'altra sabbia non usasi in que' lochi), invitano ciascuno a farne il saggio, Nè v'ha mestier di guatteri e di cuochi, Perchè d'un ventolino al caldo fiato Tutto cotto ivi nasce e stagionato.
Ma lasciamo in disparte oramai Bacco e la sua interminabile leggenda, e volgiamoci, ch'è tempo, a Noè. Il patriarca contende al nume la gloria di avere inventato il vino; per questa invenzion capitale accade quello che per molt'altre invenzioni di minor conto, dove si veggono più pretendenti concorrere ad appropriarsene il vanto. Per non dar torto a nessuno diciamo che Bacco e Noè hanno tutt'a due inventato il vino senza sapere l'uno dell'altro.
Notiamo anzi tutto la somiglianza grandissima ch'è tra il Noè biblico e il babilonese Sisutro, ultimo dei dieci patriarchi antediluviani, secondo che riferisce Beroso. Altri dimostri, se può, che Sisutro fu il tipo su cui venne esemplato Noè; io mi contenterò di dire che al pari di Noè Sisutro costruisce un'arca e si salva in quella dalle acque del diluvio. Se non che qui ci troviamo in un mondo di finzioni smisuratamente aggrandite, se pure non è più giusto di dire che quelle della Bibbia furono, con deliberato proposito, ridotte a più piccole proporzioni. Certo si è che rimpicciolimenti così fatti s'avevano necessariamente a compiere sotto la preponderanza e l'oppression di Jeova. L'arca costruita da Sisustro è lunga cinque stadii e larga due, diciamo 945 per 370 metri. Se Noè campa 950 anni, Sisustro ne campa 64000^[I-27]. Non ho bisogno di dire che figure simili a queste, di patriarchi o di semidei che si salvano da un diluvio in cui tutto il rimanente genere umano perisce, si trovano in molte mitologie^[I-28].
Ho detto poc'anzi che nell'invenzione del vino il patriarca Noè ebbe coadiutore il diavolo: ecco che io mi faccio a provarlo recitandovi per intero una bella leggenda rabbinica quale si trova tradotta in un libro del prof. Levi^[I-29].
«Curvo sul ferro, tutto di sudore grondante, il patriarca Noè stava intento a rompere le dure zolle. A un tratto Satana gli appare, e dice:
««Qual nuovo lavoro intraprendi? qual nuovo frutto speri tu di trarre dalle lavorate zolle?»»
««Pianto la vite»», risponde il patriarca.
««La vite? superba pianta! stupendo frutto! gioia e delizia degli uomini! Il tuo lavoro è grande: vuoi tu che aggiunga l'opera mia? il tuo lavoro diverrà perfetto»».
Il patriarca accetta.
Satana corre, afferra una mansueta pecora, la trascina, la sgozza, ne inaffia col dolce sangue le rotte zolle.
— Da questo avviene che colui il quale liba leggermente il licore della vite, è, come la pecora, d'animo mansueto, di pensieri benevoli e dolci. —
Noè guarda e sospira: Satana prosegue l'opera sua; afferra un leone, lo squarcia e dalle squarciate vene il sangue zampilla e scorre, e inonda le rotte zolle.
— Da questo avviene che colui il quale beve alquanto oltre l'usato, come leone si sente pieno di vigoria, e il sangue ribolle spumoso nelle vene, e gli spiriti s'inorgogliscono, e l'uomo grida: Chi è pari a me? —
Noè guarda e sbigottisce: Satana prosegue l'opera sua; colle impure mani ghermisce un porco, l'ammazza e insozza coll'impuro sangue le rotte zolle.
— Da questo avviene che colui il quale tracanna smoderatamente il sugo dell'uva, si ravvoltola in mezzo alle sozzure come porco in brago. —»
Questa leggenda immaginosa e significativa, di cui non sarebbe agevole rintracciare l'origine prima, ebbe più varianti. Secondo una versione arabica il primo a piantar la vite fu, non già Noè, ma Adamo, e il diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un leone e di un porco^[I-30]. A questo proposito non è fuor di luogo il dire che dai rabbini fu congetturato l'albero proibito fosse appunto la vite^[I-31]. Una leggenda molto simile alla talmudica che avete udita testè riferisce il poeta arabico Damiri^[I-32]. Finalmente in un vecchio libro francese, il _Violier des histoires romaines_, quella strana concimazione si attribuisce allo stesso Noè, che per suo mezzo cangia la vite selvaggia, o lambrusca, in vite domestica. Qui gli animali son quattro, cioè il leone, il porco, l'agnello, la scimmia^[I-33]. È da credere che della leggenda talmudica sapessero qualche cosa quei cioncatori del _Fausto_ del Goethe, i quali, là, nell'osteria di Auerbach, a Lipsia, cantano a squarciagola:
Provo il contento, Provo il solazzo Di cinquecento Porci nel guazzo.
Ma piacciavi di considerare il progresso dei tempi. La sapienza dei rabbini paragonava l'uomo vinto dal vino ad un porco; ognuno di quei bravi compagni si paragona a dirittura a cinquecento porci.
Non deve far meraviglia che il diavolo, avendo avuto parte nella fabbricazione del vino, siasi servito poi del suo trovato per condur gli uomini alla perdizione. E quante storie terrifiche potrei ricordare a questo proposito! Se è vero, come in parecchi antichi prontuarii d'esempii ad uso dei predicatori si trova narrato, che una povera monaca, una volta, rimase ossessa per aver mangiato d'un cesto d'indivia in cui s'era appiattato il diavolo, quanto più frequente non dovette essere il caso di bevitori ostinati, che votando il bicchiere, si misero in corpo, senza saperlo, un infuso di Satanasso! Lutero racconta la storia di un asciugafiaschi, il quale per una sbornia vendette l'anima al diavolo, da cui fu poi debitamente strangolato^[I-34]. Ma per non allungarla di troppo citerò un esempio solenne e conclusivo. In un _fabliau_ francese si racconta che il diavolo, dopo aver lungamente tentato un romito senza poterne vincere la virtù, gli promise di volerlo oramai lasciare in pace, a patto che gli desse questa soddisfazione di commettere una sola volta un peccato, scegliendo tra il vino, la lussuria, l'omicidio. Il romito per liberarsi accetta, e sceglie il più picciol peccato del bere, pensando di poterne poi con poco far penitenza. Va a pranzo da un mugnajo suo vicino, e s'ubbriaca; rimasto solo con la moglie di costui, casca nel secondo peccato e finisce per uccidere il mugnaio da cui è sorpreso. Vero è che il diavolo non ottiene il suo scopo. Il romito si pente, va a Roma, si fa assolvere dal papa, e dopo asprissima penitenza, muore in concetto di santo^[I-35].
Parlando del vino e delle sue origini noi ci siamo inaspettatamente trovato fra' piedi quel setoloso quadrupede, di cui è quasi vergogna pronunziare il nome, e che nulladimeno, forzatovi dall'argomento, io ho dovuto nominare più volte. Che direste voi se a questo proposito io vi svelassi un mistero zoologico di cui lo stesso Darwin, indagatore acutissimo delle origini delle specie, non ebbe nemmeno un sospetto? E in pari tempo vi sarebbe dimostrato ciò che io asseriva cominciando, cioè a dire che Noè fu di statura di giganti. Il mirabil caso è narrato dal cronista arabo Tabari^[I-36].
Quando, essendosi già ritratte l'acque del diluvio, le coppie degli animali uscirono dall'arca per ripopolare la terra, due nuovi bruti si videro comparire tra quelle, il porco ed il gatto. Essi eran nati nell'arca, per opera di Noè. Ecco le cause e il modo della creazione. L'arca, ripiena di tanto gregge quanto il buon patriarca n'aveva raccolto, fu in breve ridotta a tale stato da disgradare al paragone le famose stalle di Augia. La famiglia del patriarca, non potendo più reggere allo schifo ed al lezzo, ricorse a lui perchè provvedesse in qualche maniera. Noè allora s'accostò all'elefante, e senza punto scomporsi gli passò la mano sul fil della schiena. Com'è, come non è, l'elefante mette al mondo il porco, il quale in men che non si dice prende la sua prima satolla spazzando l'arca d'ogni sozzura. Qualche tempo dopo si trova che l'arca è infestata da topi voraci che sciupano ogni cosa. La famiglia ricorre novamente a Noè, e Noè, fattosi presso al leone, gli passa una mano sul fil della schiena, e il leone starnuta, e caccia dal naso un gattino ghiribizzoso che in poco d'ora fa giustizia degli invasori.
Voi vedete che gli uomini debbono essere grati a Noè per molte ragioni. Senza di lui la mortadella di Bologna e lo zampone di Modena non sarebbero mai venuti al mondo, e il pasticcio di lepre sarebbe stato una cosa assai rara. Ma in particolar modo gli debbon esser grati gl'italiani, giacchè è più che certo che Noè, al paro di Bacco, venne in Italia, e vi diede principio a quell'antichissima italica civiltà d'onde poi venne fuori la gloria di Roma. E questo non lo dico già io, ma l'afferma nientemeno che Pierfrancesco Giambullari, il quale nel suo libro intitolato _Origine della lingua fiorentina_ racconta tutta la storia per filo e per segno, che non c'è da aggiungere, nè da levare un ette^[I-37]. Dovete dunque sapere che la lingua italiana deriva, per mezzo dell'etrusca, dall'aramea. Centott'anni dopo il diluvio, Noè, lasciati i monti dell'Armenia, dov'era approdato con l'arca, venne in Italia. E in fatti, uno degli antichissimi nomi dell'Italia è appunto Enotria, come dire paese del vino, e il Pelizzari, nel suo poemetto intitolato _La Vigna_, lo conferma dicendo:
Alla pianta gentil sacra a Lieo Onor d'Italia, a cui d'Oenotria un tempo Il nome aggiunse, ora il mio stile io volgo.
Noè, che parlava l'arameo, va ad abitare sul monte Gianicolo, e prende il nome di Giano, il quale si figura con due facce, per far intendere che Noè appartenne a due età, quella che precede e quella che segue il diluvio. Più tardi viene in Italia anche Saturno, e allora principia l'età dell'oro.
Ma qui cominciano le difficoltà, giacche molti pretendono che l'età dell'oro sia stata prima del diluvio, e che fin che durò, in fatto di bevande, gli uomini non conobbero che l'acqua fresca. Tanto è vero che Romolo Bertini, autorità di prim'ordine, dice in una sua poesia _In biasimo del secol d'oro_:
Se di mangiare e bere Quel popolo beato avea desio, Con estremo piacere Scotea le querce e s'inchinava al rio; O che bella bevanda, o che dolc'esca È mangiar ghiande, e ber dell'acqua fresca. . . . . . . . . . . . . . . . Quando i dolci liquori Della vite la lingua ebbe assaggiati, E con alti stupori Fûr le starne e i capponi assaporati, Si passò da' ruscelli alle cantine, Da scuoter querci a far fumar cucine.
Ma checchè sia di ciò, non crediate che le cose, di cui si fa narratore, messer Pierfrancesco Giambullari se le sia inventate. In un vecchio libro latino che risale al secolo XIII, la _Graphia urbis Romae_, si racconta sulla fede di un Hescodius irreperibile, che Noè venne in Italia, e fondò presso a Roma una città cui diede il suo nome. Giano, suo figliuolo, costruì sul Palatino una città chiamata Gianicolo. Più tardi Nembrotte, ch'è tutt'uno con Saturno, venne ancor esso in Italia. La stessa storia si trova riferita da Martino Polono, cronista di quel medesimo secolo.
Lascio da banda il dio Frô della mitologia germanica ed altre divinità di genti diverse che potrebbero aver relazione col mio argomento, e mi affretto a dire alcune poche cose ancora che più direttamente concernono il vino.
Di sbornie leggendarie, singolari e memorabili se ne ricordan parecchie nella storia. Quella che mosse i Lapiti e i Centauri a sonarsi di santa ragione è nota a tutti. Una leggenda, che fu ritenuta storia da molti, narra di un certame tra bevitori bandito da Alessandro Magno. Il vincitore si cacciò in corpo tredici litri di non so che vino, e ci rimise la vita^[I-38].
Molto ci sarebbe da dire circa la parte che il vino e la vite ebbero nei miracoli. Già Pausania ricorda che in un tempio di Bacco presso Elide ogni anno tre fiaschi d'acqua miracolosamente si mutavano in vino^[I-39]. Nei leggendarii accade spesso di leggere di fonti che in ricorrenza di feste solenni versavano vino, e di santi uomini che, andati ad attingere al pozzo, con grata maraviglia tirarono su il secchio pieno di vino squisito. Nella relazione dei viaggi dell'Infante Don Pedro di Portogallo si racconta questo miracolo. In una città dell'India si conserva e si venera il corpo di San Tommaso apostolo. Il santo, tuttochè morto, sta ritto sopra un altare, e tiene in mano un sermento di vite disseccato. Quando si celebra a quell'altare la messa il sermento rinverdisce, si veste di foglie, si carica di grappoli, e al momento opportuno fornisce il vino necessario al sacrificio incruento^[I-40].
Qualche cosa ancora mi resta a dire delle virtù miracolose attribuite al vino. È noto a tutti il detto latino In vino veritas; gli arabi hanno un proverbio che esprime presso a poco lo stesso concetto: _il vino fa palese ciò che si nasconde nel cuore degli uomini_^[I-41]. Ma qui si tratta di una virtù puramente naturale: il vino toglie all'uomo la triste facoltà di simulare e l'obbliga a mostrarsi qual è. Ne questo è il solo benefico effetto ch'esso produca naturalmente: Orazio afferma che per far buoni versi bisogna bere del vino^[I-42], e che la stessa virtù si rigenera nel vino, come l'esempio di Catone dimostra^[I-43]. Lo Scarron dice nel Virgile travesti:
J'entends les Poëtes divins Alors qu'ils sont entre deux vins.
Ma non ci mettiamo per questo mare che non si potrebbe tornar così presto alla riva. Io dico che al vino si attribuirono ancora certe qualità arcane e recondite per cui divenne in certi casi un paragone di verità e di giustizia. In più e più leggende si parla di una coppa maravigliosa, la quale, essendo piena di vino, nessuno vi può bere che non sia scevro di colpa. Una coppa sì fatta ebbe in dono dal nano Auberon Huon di Bordeaux, che poi se ne servi per scoprire certi brutti peccatacci di Carlo Magno^[I-44]. E chi non ricorda la tazza incantata che faceva scoprire ai mariti la infedeltà delle mogli, della quale si parla nei canti XLII e XLIII dell'_Orlando Furioso_? Nè si dica che qui la virtù spetta al nappo e non al vino; per fare la prova si richiede e l'uno e l'altro, ma chi dà la dimostrazione è propriamente il vino. Coloro che nulla hanno a temere lo bevono; coloro che si trovano in altra condizione se lo versano addosso. Ricorderò finalmente ciò che il Rabelais racconta del giovine Panurge; il quale, fittosi in capo di prender moglie, e dubbioso e pauroso di quello che gli possa succedere, ricorre per consiglio ad avvocati, a filosofi, a preti, e finalmente si risolve d'andare a consultare _l'oracle de la dive bouteille_, il più veridico fra quanti danno responsi^[I-45]. Su questo capitolo ci sarebbe da discorrere un pezzo^[I-46].
Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se i molti seguaci ed amici ch'egli ha per il mondo varranno a salvarlo. Egli ha contro di sè congiurati terribili avversarii. Da una parte l'oidio e la tremenda filossera assaltan la vite; dall'altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubii, di corpi solidi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l'abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell'arte altri vi parlerà con tutta l'autorità della scienza: io debbo contentarmi d'esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l'autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.
NOTE
[I-1] Di questa portentosa longevità dei patriarchi pare abbia conosciuto e divulgato il secreto, ma senza beneficio notabile, un GIOVANNI BRACESCO, autore di un raro libro intitolato: _Il legno della vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi padri vivevano novecento anni_. Si stampò in Roma nel 1542. La longevità di Noè e divenuta in particolar modo proverbiale fra gli Arabi. V. GOLDZIHER, _Der Mythos bei den Hebräern_, p. 279.
[I-2] IL KUHN ha dimostrato l'identità dell'amrita e del soma nella sua monografia intitolata _Die Herabkunft des Feuers und des Göttertranks_, p. 145.
[I-3] Sebbene la vite fosse coltivata in alcune parti dell'India non pare tuttavia che gli Indiani ne abbian mai tratto il vino. Usavano bensì vino di palma secondo si trova riferito da PLINIO, _Hist. nat._, VI, 32, 8; XIV, 19, 3. Conobbero anche il vino di vite, che, a dispetto d'ogni proibizione, vi si portava assai di lontano. V. LASSEN, _Indische Alterthumskunde_, v. I, p. 264–265, n. 3.
[I-4] _Râmâyana_, versione di G. Gorresio, edizione di Milano, v. I, c. XLVI. Il Mahâbhârata ha un racconto molto più lungo, ma non diverso per la sostanza. Se ne trova la versione fra le note al Bhagavadghita tradotto dal Wilkins. Altre versioni, con varietà di poco rilievo, si trovano nei Purani. Cf. WILSON, _The Vishnu-Purana_, p. 75–78.
[I-5] V. la lettera che si suppone scritta dal Prete Gianni all'imperatore di Roma e al re di Francia nel _Monde enchanté_ del DENIS, p. 185–205.
[I-6] BARUFFALDI, _Baccanali, Bacco in Giovecca_.
[I-7] DIODORO SICULO, _Bibliotheca historica_, III, 68.
[I-8] _Antigone_, 1105.
[I-9] Osiride e Bacco sono divinità solari. Fra essi v'è identità mitica. Cf. BRAUN, _Naturgeschichte der Sage_, v. II, p. 116.
[I-10] DU MÉRIL, _Poésies inédites du moyen âge_, p. 306–308.
[I-11] BEUGNOT, _Histoire de la destruction du paganisme en Occident_, v. II, p. 324.
[I-12] PIPER, _Mytologie der christlichen Kunst_, v. I, p. 211.
[I-13] MAURY, _L'astrologie et la magie dans l'antiquité et au moyen âge_, IVª ed., p. 155.
[I-14] La commemorazion di San Bacco cade il 7 di ottobre. Dice in proposito il MIDDLETON nella _Letter from Rome_: «In another place I have taken notice of an altar erected to St. Baccho; and in their histories of their saints, I have observed the names of Quirinus, Romula and Redempta, Concordia, Nympha, Mercurius, which, though they may have been the genuine names of Christian martyrs, cannot but give occasion to suspect, that some of them at least have been formed out of a corruption of old names». Io non so persuadermi che genitori cristiani volessero imporre ai loro figliuoli nomi così esecrati quali si erano quelli delle antiche divinità, e quanto ai neofiti credo che prima lor cura, ricevendo il battesimo, sarebbe stata di sostituirli con altri, quando pure si debba supporre che li portassero innanzi.
[I-15] TOMMASO CANTIPRATENSE ricorda una specie di canto fescennino composto in onor di quel santo: _cantus turpissimus de beato Martino, plenus luxuriosis plausibus, per diversas terras: Galliae et Teutoniae promulgatus. Bonum universale de apibus_, ed. Colvenerii, Duaci, 1627, p. 456–457. Cf. DU MÉRIL, _Poésies populaires latines du moyen âge_, p. 198.
[I-16] BLAVIGNAC, _Histoire des enseignes d'hotelleries, d'auberges et de cabarets_, p. 55.
[I-17] _Missa de potatoribus_, WRIGHT _and_ HALLIWEL, _Reliquiae antiquae_, II, 208–210.
[I-18] Nella _Confessio Goliae_ attribuita a Gualtiero Mapes. WRIGHT, _Latin poems attributed to Walter Mapes_, p. 70–75.
[I-19] _Histoire littéraire de la France_, v. XXII, p. 141.
[I-20] Id., v. XXIII, p. 495.
[I-21] JUBINAL, _Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres pièces inédites des XIII, XIV et XV siècles_, v. I, p. 250 e segg.
[I-22] _Joyeusetez, Facecies_, ecc., v. IX.
[I-23] _Morgante Maggiore_, c. XVIII, st. 132. Qui possono essere ricordati anche questi pochi versi tedeschi:
Der Deutsche hat zum Symbolum Das Wort der Passion «Mich durstet» ausersehen, Und hält nach eigenen Proben Das Vers für unterschoben «Lass diesen Kelch vorübergehen.»
[I-24] _Conquestus in Bacchum et Cererem._
[I-25] _Canzona d'un Piagnone pel bruciamento delle vanità nel carnevale del 1898_, pubblicata da ISIDORO DEL LUNGO. Si può confrontare con _Il Transito del tanto lascivo e desiato Carnovale col tollerabile e osservabile Testamento lasciato all'ardita e sfrenata Gioventute_. Firenze, 1569.
[I-26] Veggasi il poema intitolato _La Cuccagna_.
[I-27] Veggansi i _Fragments cosmogoniques de Bérose_ pubblicati dal LENORMANT. Giorgio Smith fece conoscere un racconto più esteso che non sia quello di Beroso, contenuto nelle tavolette trovate a Ninive dal Layard. Questo racconto è indubitabilmente anteriore a Mosè. Cf. LENORMANT, _Les premières civilisations_, v. II, p. 19.
[I-28] Per ciò che concerne il Noè americano si può riscontrare J. G. MÜLLER, _Geschichte der amerikanischen Urreligionen_, p. 423.