Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880

Part 19

Chapter 193,525 wordsPublic domain

Sopra 1000 campagnuoli 12 persone » » calzolai e tessitori 15 » » » droghieri 16 » » » fabbri 17 » » » minatori 20 » » » fornai 21 » » » macellai 23 » » » acquavitai 28 »

I venditori d'acquavite muoiono il doppio dei campagnuoli. È proprio il caso di dire colla scrittura: _qui gladio ferit, gladio perit!_

Ma anche nelle classi più alte e più colte infuria il demonio dell'alcool. Non parlo di quella classe posta a capo degli ordini sociali, in cui libito è sinonimo di licito, in cui sfrenatezza di potere eccita sfrenatezza di desideri. Quante volte le pieghe d'un manto imperiale nascosero pietosamente agli occhi profani il corpo smunto, avvizzito di un alcoolista! — Ma tenendoci in una sfera più modesta, chi di noi non ha personalmente conosciuto molte vittime del bere? Io ricordo sempre un mio compagno d'università, giovane ricco, accuratamente educato, che, al primo trovarsi libero, cominciò a frequentare le bettole, e ben presto passò dal vino all'acquavite ed al rhum. Accasciato di corpo e di mente, i parenti suoi non trovarono miglior partito che di mettergli a fianco una moglie, una giovine bella e gentile, che nella calma gioia della famiglia gli facesse dimenticare gli osceni tripudi della taverna. Ma invano! A nulla valsero le preghiere, le lagrime, i rimproveri. Sorvegliato di continuo in famiglia, egli giunse (ch'il crederebbe?) a corrompere la suocera, comunicandole la sua passione per l'alcool; sicchè, quando la moglie, fidente nella buona guardia della madre, usciva di casa, i due strani alleati si concedevano libero sfogo, e furono veduti talora, dimentichi d'ogni riguardo sociale, cioncare allegramente in una bettola vicina, tra facchini e carrettieri, cui essi servivano, ad un tempo, di pessimo esempio e di ludibrio.

Del resto, questo sprezzo delle convenienze sociali è abbastanza comune nei bevitori. Essi non nascondono il loro vizio. Conobbi un professore, il cui cavallo, ammaestrato dalla quotidiana abitudine, e prevenendo i desideri del padrone, si arrestava, senza bisogno di redini, dinanzi agli spacci di liquori più frequentati della città!

In molte occasioni lo sprezzo delle convenienze è indizio di animo forte. In questa, di cui ragioniamo, parmi invece, segno di quella debolezza morale di cui il beone è preda. L'alcool come gli ha fiaccato l'intelligenza, gli ha tolto ogni forza di volontà. L'infelice può ancora vedere il precipizio in cui cade, ed in cui forse trascina la sua famiglia; ma non può ritrarsene, perchè a ciò abbisognerebbe più somma di energia ch'egli non abbia. La forza morale, anzi, gli si annienta non di rado prima di quella dell'intelligenza; è un naufrago che si vede trascinato dalle onde a schiacciarsi inevitabilmente contro gli scogli. —

Che si può dire dell'alcoolismo nella donna? Meglio nascosta nell'intimo della famiglia, più accorta e più sollecita nel nascondere i propri difetti essa può, meglio di noi, sfuggire alle investigazioni dell'igienista. Si citano dagli autori dei casi di signore in cui l'abuso nella _toilette_ d'acqua di Colonia produsse tutte le manifestazioni dell'alcoolismo. Nel giudicare del fatto stranissimo io non voglio essere tacciato di malignità. Come tutto ciò che proviene dal cielo, le signore hanno il loro _sancta sanctorum_ in cui non è lecito penetrare a sguardo profano. Ma in un'epoca di libero esame come la nostra non sarà permesso qualche dubbio? I medici sono scettici per dovere. Or sono pochi mesi io visitai una gentile sposina diciottenne, la quale alle mie insistenti domande per rintracciare le cause di certi suoi disturbi, mi confessò, arrossendo, ch'essa usava bere ogni giorno più spesso tre che due litri di vino. E vi prego di credere che, ove bisognasse, potrei moltiplicare gli esempi.

Nelle basse classi l'ubbriachezza nelle donne è abbastanza comune e palese. Così, ad esempio, nei paesi della Granbretagna si ebbe il seguente rapporto fra uomini e donne che per ubbriachezza dovettero venir ritirati dalla polizia^[IX-8]:

ANNI | INGHILTERRA | IRLANDA | SCOZIA ------|-----------------|-----------------|--------------- | uomini | donne | uomini | donne | uomini | donne 1847 | 40,822 | 23,520 | 19,559 | 9,587 | 14,164 | 7,627 1849 | 41,961 | 23,936 | 23,827 | 12,102 | 13,481 | 6,625 1851 | 44,500 | 25,597 | 25,729 | 11,903 | 16,623 | 8,227

In complesso, adunque, nei tre anni si ebbero ubbriachi 240,866 uomini, e 129,124 donne; queste furono più della metà di quelli. È chiaro che questa proporzione debba variare nei diversi paesi, e come, a cagion d'esempio, le donne siano assai più temperanti nel nostro. Se noi, però, quali bevitori superiamo le donne per numero, ne siamo a nostra volta superati per quella dote, che esse dicono di possedere in grado assai più alto di noi, voglio dire per la costanza. Considerando anche soltanto i casi di alcoolismo acuto, noi vediamo che nella donna la recidiva è frequentissima. Il Verga nella sua bella monografia _sull'ubbriachezza in Milano_^[IX-9] ci racconta, che nell'Ospedale Maggiore di quella città alcune donne vennero ricoverate per 4, 6, 8, fino 13 volte in un anno solo, mentre pochissimi uomini vi vennero accolti per più di due volte.

L'alcoolismo, come già altri ebbe occasione di dirvi, è variamente diffuso nei diversi paesi, e ciò dipende meno dal clima e dalla costituzione, che dalla quantità e dalla qualità di alcool che vi si beve.

È noto che le numerose bevande alcooliche differiscono grandemente fra loro per la quantità di alcool contenutovi.

Le _birre_^[IX-10] ne sono le più povere. Dalla birra di Berlino che contiene 3,77 volumi per cento di alcool, non saliamo al di là della Porter e della Ale che ne contengono poco più del 7 ed 8 per cento.

Molto al disopra delle birre stanno generalmente i _vini_, di alcuni dei quali trascrivo qui il contenuto alcoolico secondo Parkes.

Vol. per cento Champagne 5,8 — 13 Mosella 8 — 13 Reno (Johannisb. Hochheim., Rüdesheim.) 6,7 — 16 Ungheresi 9,1 — 15 Borgogna bianco (Chablis, Maçon) 8,9 — 12 Borgogna rosso 7,3 — 14,5 Bordeaux rosso (Chât. Lafitte, Margaux, Larose) 6,8 — 13 Bordeaux bianco (Sauterne, Borsac) 11 — 18,7 Porto 16,3 — 23,2 Sherry 16 — 25 Falerno 19 — 20 Lacryma Crysti 19,70 Marsala 18,20 — 26,3 Madera 14 — 24,4 Malaga 17,2 — 28,9

Finalmente per i _liquori_ abbiamo il seguente contenuto procentuale di alcool:

Acquavite 30 — 50 Whisky 30 — 60 Cognac 55 Taffia 62 Gin 49 — 60 Brandy 50 — 60 Rhum 60 — 70

I liquori sono, adunque, assai più ricchi di alcool del vino e della birra; ma se si considera che di queste ultime bevande si usa in misura assai più larga che dei liquori, si comprenderà come anche in esse si possa avere una feconda sorgente di malattie. Un litro di buon vino, o due litri di forte birra equivalgono nel contenuto alcoolico ad un quintino di rhum o di cognac. Lo meditino i bevitori!—

Non meno della quantità debb'essere considerata la qualità dell'alcool che introduciamo. Di ciò venne già parlato da altri miei colleghi; ma io credo necessario di tornarvi sopra, poichè è un argomento della massima importanza nella questione dell'alcoolismo. È ben vero che anche il vino più pretto, in cui è specialmente rappresentato l'alcool etilico, basta a procurarci la malattia con tutte le conseguenze più funeste; come vien dimostrato da questo solo, che l'alcoolismo infieriva anche nell'antichità, quando dell'alcool non si conosceva nè manco il nome; Seneca nelle sue epistole ce ne dà una descrizione esattissima. Ma non è meno vero che le bevande alcooliche, che si ottengono ora da altro che dalla vite, contengono degli alcool diversi dall'etilico, e che sono assai più dannosi di questo. _Richardson_^[IX-11] ne' suoi esperimenti trovò che specialmente l'azione deprimente sul cervello aumenta coll'aumentare del carbonio e dell'idrogeno nella composizione chimica dell'alcool; quindi in ragione crescente dall'alcool propilico, al butilico, all'amilico ed al caprilico. Ora, molti liquori contengono parecchi di questi alcool, e l'acquavite di patate (ed in minor misura quella di grano) si distingue per la quantità d'alcool amilico che contiene. Tali bevande riescono, quindi, assai nocive anche quando non sono bevute in larga misura; anche quando la quantità dell'acquavite quotidiana stia molto, ma molto al disotto del litro e mezzo, che è il massimo a cui, al dire di Magnus Huss, arrivano i forti bevitori di Stoccolma.

È questo un pericolo dal quale devono guardarsi anche i bevitori di vino. Da pochi decenni la fabbricazione dei cattivi alcool va aumentando, ed i suoi prodotti, pel poco lor costo, s'adoperano a larga mano per rinforzare il vino. In recenti ricerche fatte a Parigi^[IX-12] s'è constatato, che molti operai vennero colti dall'alcoolismo ad onta che non usassero bere più di due litri di vino al giorno. Questa misura, se si fosse trattato di vino schietto, non avrebbe potuto dare conseguenze; in essi, invece, ne produsse, e di gravi, per la pessima qualità degli alcool che si mescolano al vino nelle bettole parigine. — È un fatto che merita tutta la nostra attenzione, sia perchè questa adulterazione dei vini è facile e frequente, sia perchè la polizia sanitaria può agevolmente portarvi rimedio.

Dopo tutto ciò, c'è forse da stupire quando da fonte ufficiale ci si annuncia^[IX-13] che negli Stati Uniti d'America nel decennio 1860–70 l'alcool ha ucciso 300 mila uomini, ne ha spinto almeno 150 mila nelle prigioni e negli ergastoli, ed ha mandato 100 mila ragazzi nelle case di lavoro?

Io ho riassunto, così, il meglio che ho potuto i danni prodotti dall'alcool. Crederei, però, di mancare non meno al mio còmpito che alla giustizia se, prima di finire, io non toccassi anche il lato opposto della questione. Già altri vi ha parlato degli effetti sull'individuo sano di questo prezioso liquore, che allieta tante ore della nostra vita, e che sì spesso anima di espansiva gaiezza i nostri convegni. — A me spetta di parlarvi in breve di quanto l'alcool può nell'organismo del malato.

Esso, in dose appropriata, è un leggiero eccitante, specialmente dello stomaco, del cuore, dei reni e del sistema nervoso. Ho detto _in dose appropriata_, poichè errerebbe colui che, ad es., credesse di potere digerire tanto meglio quanto più di alcool beve; al di là di un certo limite questo, anzi, rallenta ed arresta ogni processo di digestione. — Questa facoltà eccitante dell'alcool, benchè ci torni preziosa tanto in molte malattie croniche, quanto nella convalescenza delle malattie acute, epperò venga posta assai spesso a profitto, non rappresenta che uno, e non il maggiore, dei vantaggi che esso può dare.

Comunemente si crede che l'alcool riscaldi, appoggiandosi al senso di grato calore che si prova dopo di averne bevuto una certa quantità; e, fondandosi su questo fatto, si è stabilito il pregiudizio che gli alcoolici debbano nuocere in ogni sorta di malattie infiammatorie.

Il collega prof. Mosso, trattando dell'azione fisiologica, espose come numerose ed accurate ricerche abbiano dimostrato, che l'alcool agisce diminuendo l'eliminazione dell'acido carbonico e dell'urea, val quanto dire diminuendo il consumo dei materiali del nostro organismo. L'alcool, in ultima analisi, non riscalda, ma raffredda. Questa proprietà riesce di alta importanza pel medico, il quale se ne giova nella cura delle malattie febbrili. Nello stato di febbre l'organismo consuma assai più che nelle condizioni ordinarie; l'ossigeno, che introduce coll'aria inspirata nei polmoni, gli brucia in maggior copia le sostanze chimiche che entrano nella sua costituzione, e come manifestazione di questa cresciuta combustione noi abbiamo quell'aumento di temperatura interna ed esterna, quello scottore della pelle che tutti conoscono. — Or bene, in molti casi l'alcool riesce a frenare questo esagerato consumo; il che ci viene tosto indicato dall'abbassamento della temperatura segnata dal termometro. Non sappiamo bene per qual via ciò si ottenga; se per ciò che l'ossigeno viene più strettamente legato alla sostanza colorante del sangue, e, così, impedito di combinarsi in soverchia quantità coi materiali dei nostri tessuti, ovvero perciò che questi diventano più resistenti contro l'azione distruttiva di esso. Ciò che importa si è, che l'effetto si ottenga. In gran numero di malattie febbrili la morte trova la sua causa soltanto nella distruzione organica causata dalla febbre; sicchè il frenare quest'ultima equivale al salvare il malato.

Nè a ciò solo si limita l'azione dell'alcool. Anche in quei casi in cui esso è impotente contro la febbre, e può essere sostituito da sostanze più attive, tuttavia si amministra e giova col diminuire in altro modo il consumo. Come già venne loro esposto, l'alcool, introdotto nell'organismo, si combina, almeno in parte, coll'ossigeno della respirazione, e, trasformandosi in combinazioni sempre più semplici, viene alla fine eliminato specialmente sotto forma di acido carbonico ed acqua. In queste sue successive modificazioni esso sviluppa calore, e lega a sè quell'ossigeno, che, ove non fosse l'alcool, avrebbe trasformato e consumato una corrispondente quantità di elementi integranti del corpo. Se non abbassa la febbre, quindi, ne allevia le conseguenze.

Nè ho finito. In molte malattie, accompagnate o no da febbre, non è raro che inaspettatamente insorga quello stato che si designa col nome di _collasso_. Il cuore d'improvviso si indebolisce, la circolazione si rallenta, l'intelligenza s'annebbia, le estremità si fanno fredde, la respirazione diventa irregolare, affannosa; la morte minaccia da vicino. In questi casi, in cui un ritardo di minuti può essere fatale, l'alcool è un eccitante potente, e ch'è sempre alla mano. Esso risveglia rapidamente l'attività intorpidita delle funzioni, e, salvando al momento, dà tempo di pensare ad aiuti di più durevole azione.

Con siffatti risultati, non è bisogno di dire se e quanto l'alcool venga usato in medicina. Una trentina d'anni fa un distinto medico tedesco ebbe seriamente minacciata la sua posizione sociale e danneggiata la sua clientela per aver ordinato vino in un tifo che poi terminò colla morte. Attualmente, invece, l'alcool trova quasi sempre il suo posto fra i rimedi e gli alimenti del malato. Il più delle volte lo si amministra sotto forma di vino, prescegliendo a seconda dei casi dei vini ricchi di acido carbonico come il Champagne, o dei vini forti, come il Barolo, il Bordeaux, e più ancora il Marsala; ma non sono troppo rari i casi in cui bisogna passare addirittura ai liquori: alla buona acquavite, al rhum ed al cognac. È incredibile quanto i malati ad alta febbre li sopportino. Una dose, che renderebbe ubbriaco un sano, rende in essi il polso più pieno e più regolare, la respirazione più libera, l'intelligenza più aperta, ed aggiunge a tutto ciò un senso di generale benessere. Ed è incredibile quanto facilmente si abituino al bere. Io ho vedute non poche signorine malate di ileotifo, che non avevano mai fatto uso di vino, e che torcevano la bocca allorchè, nei primi giorni d'alta febbre, loro se ne porgeva qualche cucchiaio, bere, dopo che ne avevano sperimentato il giovamento, quasi mezza bottiglia di Marsala al giorno, e non dimostrare, con tutto ciò, di esserne sazie.

Per ultimo, se l'alcool serve spesso a combattere la malattia e ad affrettare la guarigione, quanto non giova esso mai nel triste periodo dell'agonia, quando l'organismo, vinto e sfinito, combatte l'ultima ed inutile lotta! Anche in questi estremi momenti, in cui il cuore si spossa in sforzi convulsi, in cui il respiro è rantolo, ogni sensazione uno spasimo, il pensiero uno strazio, l'alcool scende consolatore fedele, ed, annebbiando la mente ed i sensi, rende meno cruccioso il presente, meno spaventoso il dubbio avvenire.

SIGNORI!

Senza passione e senza velo vi ho esposto di quanto bene e di quanto male noi andiamo debitori all'alcool; di quale infinita misura i danni superino i vantaggi. L'alcoolismo è una calamità pubblica, che s'aggrava ogni dì più, e contro cui i Governi illuminati hanno già incominciato la difesa. — Del resto, chi non ne ricorda l'influenza sulla _Comune_ a Parigi? Chi non ne riconosce l'influenza su quel malessere profondo, che tormenta le basse classi sociali?

Altri vi parlerà dei provvedimenti da prendersi. Il più radicale sarebbe quello di bandir l'alcool dall'uso quotidiano, e a ciò mirano molte Società di temperanza. Ma diciamolo subito: tendere a ciò sarebbe tendere verso un'utopia.

Gli uomini, in qualunque tempo, paese, grado di civiltà ebbero sempre bisogno di quelle sostanze che il mio illustre maestro, il prof. Mantegazza, chiamò _alimenti nervosi_, e che essi seppero procurarsi in mille modi diversi^[IX-14]. Orbene, pigliatemi la coca od il mate, il caffè od il betel, l'haschisch o l'oppio o il thè od il tabacco, e ditemi quale di essi, pel prezzo, per la facilità di averlo, e, più che tutto, per gli effetti possa competere vittoriosamente coll'alcool?

Certo, se l'uomo non fosse stato cacciato dal paradiso terrestre, e vivesse ancora in un'atmosfera di pace e d'amore, egli potrebbe passarsi d'ogni alimento nervoso. — Ma in questa nostra società, dove non si può progredire che sul corpo dei caduti, dove quasi ogni giorno che passa ci appresta un disinganno od uno sconforto, dove l'ideale divino è impallidito di tanto, e l'umano non ci convince o riscalda quanto bisognerebbe, in questa nostra società chi oserà lanciare l'anatema contro questo nettare che infonde la calma, e tempra l'animo ed aguzza la mente ad una lotta sempre nuova?

Ma una cosa possiamo e dobbiamo fare con speranza di successo. Combattere l'invasione crescente dei liquori coll'opporle del vino buono ed a buon mercato; sostituire all'alcool dei liquori, così concentrato, e così certamente venefico, l'alcool del vino, più gradito al palato, e di cui più facilmente si può frenare l'abuso. — E se altri può dubitare della riuscita, non lo dobbiamo noi, nati in una terra a cui la vite ha prodigato i suoi tesori, fra un popolo ch'ebbe sempre la moderazione a virtù prediletta.

Anch'io, dunque, coll'amico Cognetti, faccio voti perchè in Italia s'aumenti e si migliori la produzione del vino; ma non già, com'egli vorrebbe, per venderlo agli stranieri, sì bene per tenerlo e berlo fra noi.

[IX-1] KLEBS, _Handbuch der path. Anatomie_, Berlin, 1868.

[IX-2] EBSTEIN, _Virch. Arch._, vol. 55.

[IX-3] BARTELS, _Ziemssen's Hand._, vol. IX, p. 373.

[IX-4] IUERGENSEN, _Ziemssen's Hand._, vol. V, p. 119.

[IX-5] BAER, _Alcoholismus_, pag. 283.

[IX-6] L. c., p. 310.

[IX-7] BAER, l. c., p. 314.

[IX-8] BAER, l. c., p. 191.

[IX-9] _Memorie del R. Istituto Lombardo_, 1873.

[IX-10] BAER, l. c., p. 129.

[IX-11] _Med. Times and Gazette_, 1869.

[IX-12] _L'Économiste français_, 1879, nº 23 e 26.

[IX-13] BAER, l. c., pag. 10.

[IX-14] Vedasi a proposito del vino e degli alimenti nervosi la bell'opera di MANTEGAZZA, dal titolo _Feste ed ebbrezze_, Milano.

_C. LOMBROSO_ — IL VINO NEL DELITTO, NEL SUICIDIO E NELLA PAZZIA

(_Conferenza tenuta la sera delli 22 marzo 1880_).

POMO D'EVA. — Chi compari la più antica leggenda Semita, quella di Eva, coll'altre che corsero sulla Saoma nell'India, e sul _Med_ nel nord d'Europa, vi trova una spiegazione assai più semplice che non sia quella della cognizione sessuale, immaginata dai mitologisti moderni con così poca verosimiglianza (De Gubernatis); intravvede che si trattava di quel frutto, il pomo forse, tanto indiziato dalla tradizione popolare, donde escì il primo liquore fermentato, il _sidro_, mentre col biblico albero della _vita_, che gli stava vicino, si voleva probabilmente alludere a quell'altro la vigna, detto in Accadico _ges-tin_, legno della vita, donde si trasse l'alcool o l'acqua della _vita_, così omologo nel significato all'_amrita_ — immortale degli Indiani, ed all'_abrotos_ dei Greci.

Coloro che, in grazie alle condizioni economiche o di clima o di casta, fecero solo un parco uso delle sostanze fermentate o dei loro sostitutivi, oppio, coca, ecc., non ne videro se non la strana e benefica efficacia, l'eccitamento meraviglioso dell'intelligenza e della memoria, e delle più nobili passioni, dell'amore sopratutto e della benevolenza. Al succo dell'asclepias, alla saoma, quindi attribuirono facoltà meravigliose, e non solo la ispirazione poetica, ma il coraggio degli eroi, e perfino la virtù di rendere immortali (amrita). «Noi abbiam bevuto la soma (Rig. Veda VIII. p. 48); noi divenimmo immortali, entrammo nella luce, ecc. Il _Soma_ che genera gli inni ed il talento del poeta (_idem_, IX, 25)».

Nel Yacna di Zoroastro, il succo dell'Haoma, che è tutt'uno del Soma «allontana la morte».

Il sacerdote era sinonimo di bevitor di soma, e poi finalmente il Soma stesso divenne, per quei rivolgimenti facili nelle creazioni popolari, un Dio, un Dio così potente da rivaleggiare col fuoco (Rig. Ved. IX, 96): «Soma, tu che fai i _Richis_, che dài il bene, padrone di un migliaio di canti, ecc., tu immortale, dài l'immortalità agli Dei e agli uomini».

La Saoma non era permessa che ai Bramini: così come nel Perù la coca era solo concessa ai discendenti dell'Incas e fra i Chibcha ai preti, che se ne servivano come di un agente di ispirazione.

Anche il Med, la bevanda dell'Edda, di _miele_ e sangue, faceva divenire poeti e saggi gli uomini (KUHN, _Die Herabkunst der Feuers_, 1859). E qui ricordo come il grande Idhunna dell'Edda fu sedotto da Loki a carpir i pomi dell'immortalità, e tosto la sua Bragi gli fu rapita dai giganti.

E, qui, notisi che la Saoma, la quale è già spesso confusa coll'_amrita_ (Veda XIV) è detta qualche volta in sanscrito _Madhu_, che nello Zendo ha significato di vino; il che mostra evidente parentela col Med Nordico e col Madus Lituano, e per mezzo del Mad sanscrito col nostro matto; e che Bacco, nato Dio, è versato in onore degli Dei, e il delirio bacchico è una virtù profetica, è la possessione del Dio; ed Esculapio era figlio di Bacco.

Gli Assiri ebbero, come i Sabei, sempre un albero sacro che dapprima fu la stessa asclepia degli Indiani, e poi la palma, donde ancora si cava un liquore, e si noti che il nome pre-semita di Babilonia, è tin-tir-ki — luogo dell'albero della vita (LENORMANT, _De l'orig. de l'Hist._, 1879).

L'albero sacro agli Egizi era il _ficus religiosa_, donde traevano un liquore fermentato: e nei riti funerarii le anime porgono la mano a berne il succo che le deve rendere immortali. Curioso è poi che questo del _Ficus_ era nell'India il liquore profano che i Bramini porgevano alle plebi quando ne eran richiesti, invece della sacra Soma (_Katyalyana_, X, 9).