Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880

Part 18

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Le ricerche scientifiche hanno potuto finora penetrar ben poco nello studio dell'azione dell'alcool sull'organismo. Si conoscono in parte le conseguenze ultime sui diversi organi, ma si sa assai poco intorno alla maniera in cui l'alcool le produce. Pel modo di agire pare che questo abbia una certa parentela con parecchie sostanze che lo superano d'assai in facoltà venefica, e che manifestano la loro azione alterando profondamente quel continuo ricambio chimico, mediante cui si mantiene in vita l'organismo animale; voglio dire col fosforo, coll'arsenico, coll'antimonio, coll'acido solforico, ecc. — Ma innanzi di trattar di ciò è mestieri che io vi indichi sommariamente qual sia la minuta struttura dei nostri organi, chè senza questa specie di iniziazione microscopica difficilmente potreste comprendere il loro modificarsi sotto l'influenza dell'alcool. — Gli organi sono costituiti da due parti principali: da corpicciuoli minutissimi, variamente disposti, che sono le _cellule proprie_ dell'organo, e da una sostanza, da un tessuto particolare che li tiene assieme, e che, perciò, porta il nome di _tessuto connettivo interstiziale_. Le cellule proprie sono quelle a cui è affidata in modo speciale la funzione dell'organo, e, com'è ben naturale, variano di forma, di costituzione e di disposizione da un organo all'altro. Dalla parte che entrano a costituire esse ebbero il nome, epperò nel fegato abbiamo le cellule epatiche, nei reni le renali, nel cervello le cerebrali, e via dicendo. Il tessuto connettivo, invece, è, salvo irrilevanti modificazioni, lo stesso dappertutto, ed oltre al proteggere e connettere le cellule proprie, sostiene anche quei vasellini sanguigni e linfatici, e quei filuzzi nervosi che di queste ultime provvedono al nutrimento e regolano l'azione. Poichè è da sapere, che in qualunque parte, anche la più riposta, del nostro corpo, ferve fra gli elementi dei tessuti ed il sangue un continuo scambio di materiali, ch'è regolato, a seconda dei bisogni, dall'influenza nervosa.

L'alcool viene a contatto degli organi in due modi. Nell'esofago e nello stomaco arriva direttamente dal di fuori. Giunto nello stomaco, esso viene assorbito specialmente dalle vene, e, col sangue di queste, trasportato dapprima al fegato, poi, passato il fegato, a tutti gli altri organi del corpo. — Ora egli sembra, che negli organi esso agisca tanto sulle cellule proprie, quanto sul loro connettivo di sostegno; e, più precisamente, in un primo periodo su quelle, in un secondo su questo. Per alcuni organi, anzi, ciò venne già constatato. Le cellule proprie s'alterano variamente, ma, in ultima analisi, finiscono col modificarsi nella loro composizione chimica (col _degenerare_) o coll'impicciolire (_atrofizzarsi_), ed alfine distruggersi. Nel connettivo, invece, osserviamo lo stato opposto; esso aumenta di volume, diventa _iperplastico_, e per questa via contribuisce non poco a danneggiare, schiacciandole, quelle cellule proprie, cui dovrebbe servire di sostegno e di difesa.

Le annesse figure vi rappresentano il decorrere di questi processi nel fegato. Come appare dalla Fig. 1, le cellule proprie del fegato non vi stanno disposte uniformemente, ma sono riunite in ammassi poliedrici, a cui si dà il nome di _acini_; ogni acino è sostenuto nel suo interno, e limitato alla sua superficie verso gli acini vicini da esili strati di connettivo interstiziale. — Questa figura vi rappresenta le alterazioni del primo periodo dell'alcoolismo. Ci vedete le cellule epatiche, a cominciare da quelle che stanno alla periferia dell'acino, riempite di gocciole di una sostanza liquida, lucente, che non è altro che _grasso_; il connettivo si conserva ancora sano.

[FIGURA: Fig. 1. Due acini del fegato di un bevitore, fortemente ingranditi col microscopio. Le cellule che stanno alla periferia dell'acino sono piene di gocciole di grasso. Al dintorno degli acini scorrono i troncolini della _vena porta_ (_pp_), che per mezzo di vasellini capillari trasportano il sangue fino al centro dell'acino nelle vene epatiche _VV_.]

Non è ben noto il significato di questa infiltrazione grassa. Forse deriva da un processo molto semplice; il sangue degli alcoolisti ricco di grasso (che talvolta vi è in tanta copia che le sue goccioline rendono _lattiginoso_ il siero), nel passare pel fegato ve ne lascia un abbondante deposito. È questo un fatto frequente ad osservarsi in altri stati morbosi, ed anche in alcune condizioni dell'individuo sano, e che noi possiamo produrre a nostra voglia negli animali, dando loro copioso nutrimento e concedendo loro poco moto. Ognuno di voi conosce, per propria esperienza, benchè da un punto di vista assai diverso da quello sotto cui la riguardo io ora, questa infiltrazione adiposa del fegato; è, infatti, ad essa che si debbono quei pezzi patologici che sono così rinomati in gastronomia sotto il nome di pasticci di Strasburgo. Essa, nei bevitori, andrebbe d'accordo con quell'ingrassamento generale del corpo che si suole osservare sul principio dell'alcoolismo.

Ma, secondo altri, quest'alterazione del fegato avrebbe un'origine più profonda e più grave^[IX-1]. Essa proverrebbe, per lo meno in parte, da un serio sconcerto di nutrizione delle cellule epatiche, le quali, sotto l'influenza dell'alcool, non sarebbero più capaci, come nello stato normale, di produrre alte combinazioni organiche, e darebbero origine a combinazioni d'ordine inferiore, quali i grassi. L'alcool assomiglia anche per questa sua azione ai veleni potenti, testè citati, ad es. al fosforo, dei quali, appunto, una delle prime conseguenze è l'estesa degenerazione grassa del fegato.

In un periodo più avanzato dell'alcoolismo sono le alterazioni del connettivo interstiziale che pigliano il sopravvento. Come vedete dalla Fig. 2, questo connettivo aumenta di volume; e, come i suoi strati abbracciano tutt'attorno l'acino, così essi, ingrossandosi e coartandosi, comprimono quest'ultimo, lo impiccioliscono; mentre gli tolgono il nutrimento comprimendo e restringendo i vasi che gli portano il sangue. Ne segue un'atrofia, una distruzione delle cellule proprie, con quale radicale alterazione delle funzioni del fegato è facile immaginare. Questa malattia, che vien detta _cirrosi_ del fegato, è una delle più gravi a cui l'organo possa soggiacere, e, come vedremo, è causa frequente della morte dell'alcoolista.

[FIGURA: Fig. 2. Fegato di bevitore in degenerazione avanzata (_cirrosi_). Gli acini epatici (_bb_) pieni di grasso, sono separati l'uno dall'altro e schiacciati da copioso connettivo interstiziale (_aa_) di nuova formazione.]

Nello stomaco vennero constatati fatti simili a quelli presentati dal fegato in conseguenza dell'abuso di alcool. In un primo periodo, tumefazione e degenerazione delle cellule delle ghiandole gastriche^[IX-2], di quelle ghiandole, cioè, che fabbricano i succhi digerenti; in un secondo, aumento di volume, iperplasia del connettivo interstiziale; il tutto accompagnato da dilatazione dei vasi sanguigni, da _iperemia_, che dappertutto suol essere la conseguenza più diretta e più pronta dell'azione del veleno.

Forse con questa doppia azione dell'alcool sulle cellule proprie e sul connettivo interstiziale si potranno spiegare le alterazioni che gli anatomopatologi trovarono in tanti altri organi del beone: le atrofie del cervello e del midollo spinale, e le infiammazioni croniche delle membrane che li ravvolgono: la degenerazione grassa e la cirrosi dei reni; la degenerazione grassa del cuore; la degenerazione ghiandolare e la iperplasia connettiva dell'intestino, e via dicendo. Ma, per ora, su ciò non possiamo dare giudizio sicuro, giacchè dobbiamo pur confessare, che lo studio anatomico dell'alcoolismo non è tanto progredito, quanto la frequenza e la gravità del male richiederebbero.

Vediamo ora quali segni dia di sè, nel vivente, l'alcoolismo. — Con tanta varietà di alterazioni anatomiche è facile prevedere quanto siano svariate anche le forme della malattia. A seconda della quantità e della qualità della bevanda alcoolica usata, della costituzione e dello stato dell'individuo, del clima, di molte circostanze, insomma, interne ed esterne, le sofferenze dei singoli alcoolisti diversificano all'infinito. Ciò non toglie, però, che in un certo numero di casi i fenomeni non sieno press'a poco gli stessi, e si seguano in un determinato ordine, sicchè se ne possa trarre un quadro clinico che può valere come caratteristico dell'avvelenamento da alcool.

Per un certo periodo, la cui durata può variare da mesi ad anni, il beone non prova disturbi degni di nota; apparentemente, anzi, egli si fa più florido. L'ingrassamento difficilmente si può ripetere da una maggior entrata di grasso nell'organismo, poichè gli individui di solito mangiano meno dell'ordinario. Più probabile è che dipenda da un diminuito consumo del grasso già esistente nel corpo, in conseguenza dell'azione dell'alcool, la quale si spiegherebbe appunto, come molte esperienze hanno dimostrato, col limitare la combustione dei materiali ch'entrano a costituire l'organismo.

Ad un certo punto il malato comincia a perdere l'appetito; fa pasti irregolari, e dopo di essi prova allo stomaco un senso di tensione, di peso, di dolore. Alla mattina, senza altra causa, ha spesso vomito di masse di muco. Io voglio insistere su questo fatto, così raro nella vita comune, del _vomito mattutino_; poichè, siccome esso non è che il primo di una lunga iliade di guai, così dev'essere dal bevitore considerato come il primo araldo della natura medicatrice, che lo avverte del pericolo che corre, e gli dirige un minaccioso _nec plus ultra_. E talvolta la natura rinforza il suo avvertimento in un modo più visibile, regalando al beone un naso grosso, tuberoso, rosso vivo, percorso da eleganti vene circonvolute, ed umettato da grasso e da sudore.

Ma il più delle volte il peccatore non si corregge, ed allora i sintomi si fanno più gravi. La digestione diviene sempre più difficile, l'infermo non fa che accompagnare di pochi bocconi la sua bevanda prediletta. Comincia un affievolimento e un tremore a piccole scosse ritmiche alle mani (_tremor potatorum_), che poi si estende alle braccia, alle gambe, alle labbra, alla lingua, a tutta la persona: quindi incerta e debole è la presa, vacillante il passo, confusa o quasi inintelligibile la parola. La voce è rauca pel frequente catarro cronico della laringe. Questi fatti sono più spiccati alla mattina a digiuno; bevendo, il tremore diminuisce, ma per poco. Vista intorbidata; veglia ostinata o sonno inquieto, preceduto da formicolìo o stiramento alle gambe, e poi anche alle braccia. Vertigini, confusione nelle idee, affievolimento della memoria e dell'intelligenza.

Ai disordini di motilità, che di raro progrediscono fino alla vera paralisi, si associano ben presto disordini di sensibilità. Talora questa, specialmente alle gambe, è di tal modo aumentata, che anche il toccar leggermente la pelle o il comprimere i muscoli cagiona vivo dolore, senza contare dolori spontanei pungenti, laceranti, frizzanti che tormentano l'infermo, massime di notte, e gli rubano il già scarso sonno. Più di frequente, invece, la sensibilità diminuisce, incominciando dalle dita e venendo all'insù. L'apatia intellettuale è interrotta da allucinazioni di più in più frequenti, vivaci, spesso paurose. Le alterazioni gravi degli organi più importanti hanno per effetto una profonda denutrizione dell'individuo; questo, dapprima florido e grasso, deperisce rapidamente; la pelle si fa inelastica, si accolla ai muscoli ed alle ossa sottoposte, diventa di colore sporco, giallo-verdastro.

Insorgono convulsioni, e queste non di rado fanno passaggio a veri accessi epilettiformi. La vista e l'udito si ottundono ognor più. La debolezza intellettuale cresce a demenza, interrotta ancora tratto tratto da accessi di delirio. E così, o nel più alto grado di marasmo, o in uno stato di collasso, o in un accesso epilettiforme, o per malattie intercorrenti la vita dell'infermo si spegne.

In questo succedersi dei fenomeni dell'alcoolismo i sintomi offerti dal sistema nervoso sono i predominanti; e, considerati nel loro complesso, sono così caratteristici, che non possono di leggieri essere confusi con quelli di malattie nervose cagionate da altro che dall'alcoolismo. Ad essi si aggiungono non di rado dei perturbamenti speciali dell'intelligenza e degli accessi di _delirium tremens_, di cui avrà occasione di intrattenervi prossimamente il prof. Lombroso.

Andrebbe, però, di molto errato colui, che non riconoscesse i venefici effetti dell'alcool che in questo modo di manifestarsi della malattia. In un numero di casi di gran lunga maggiore l'alcool danneggia poco o nulla il sistema nervoso, e concentra la sua azione sull'uno o sull'altro dei più importanti organi del corpo; sicchè la malattia, a seconda dell'organo colpito, assume diverse forme ed uccide per diversa via.

Talvolta, ad es., appaiono in prima linea le alterazioni del fegato. La cirrosi, di cui v'ho già parlato come di conseguenza frequente dell'avvelenamento alcoolico, è, sotto il punto della guaribilità, una forma morbosa assai più grave di quella testè descritta. Nella forma nervosa, anche quando i fenomeni sono già relativamente avanzati, con un'adatta cura si può avere speranza di guarigione; lo stato dell'intelligenza migliora, i muscoli riprendono, almeno in parte, le loro forze, le funzioni dello stomaco si riordinano, la nutrizione dell'individuo ripiglia vigore. Nella cirrosi del fegato, invece, l'aver constatata la malattia ci permette già di prevedere la inevitabile morte del paziente. Quel connettivo che si forma tra acino ed acino della ghiandola, e che, qualunque cosa si faccia, continua a crescere, a coartarsi e a raggrinzarsi, non solo rovina le cellule proprie della ghiandola, ma, comprimendo i troncolini della vena porta, e rendendovi difficile il passaggio del sangue, dà luogo a gravissimi disturbi circolatori nelle vene, da cui la porta trae origine, cioè nelle vene dello stomaco, dell'intestino, della milza e del peritoneo; ed è in conseguenza di questi disturbi che, di solito, la morte sopravviene.

Altre volte sono i reni che vengono a preferenza colpiti. A questo riguardo è da notare il fatto curioso, che mentre in Inghilterra è frequente l'infiammazione dei reni quale effetto dell'alcoolismo, in Germania ciò sembra molto raro; la qual differenza si vorrebbe spiegare con questo, che in Inghilterra l'alcool vien bevuto sotto quella forma concentratissima ch'è il _gin_^[IX-3]. Sì nella cirrosi epatica, che nell'infiammazione renale gli infermi muoiono di solito fortemente idropici; il che ha dato origine al lugubre detto: _qui vivunt in spiritu, in aquis moriuntur_.

Una grande importanza nel quadro dell'alcoolismo è da accordare alle alterazioni dei vasi sanguigni, così dei grossi come dei più piccoli. In essi l'alcoolismo è frequentemente causa di una speciale malattia, detta _ateroma_, per la quale alcune delle tonache del vaso diventano tratto tratto tumide, scabre, meno resistenti, sicchè più facilmente cedono e si rompono sotto la pressione del sangue contenuto nel vaso. Fra le conseguenze di quest'alterazione citerò le due più comunemente note, cioè la formazione e poi la rottura di aneurismi, e l'apoplessia cerebrale; sì quelle che questa, se interessano vasi grossi, danno luogo in non rari casi a morti improvvise, fulminee; quando, a cagion d'esempio, l'individuo, bevendo ad un tratto una forte dose d'alcool, ecciti a contrazioni repentinamente energiche il suo cuore.

Io non posso lasciare quest'argomento senza toccare della profonda denutrizione, cui l'alcoolismo dà luogo. Abbiamo veduto come lo stomaco sia l'organo che, primo, soffre; il beone va sempre assottigliando la quantità dei cibi, e neppur quei pochi ch'egli introduce possono convenientemente venir elaborati ed assorbiti dallo stomaco e dall'intestino, poichè queste parti si trovano in uno stato morboso, cui, anzi, l'irritazione prodotta dalla presenza dei cibi aumenta vieppiù. Lasciamo da parte le conseguenze locali di ciò, cioè i catarri cronici dell'organo, che possono diventar minacciosi per sè soli (dando luogo a formazione di ulceri ed a pericolose emorragie) e che meritano tutta la nostra attenzione per la loro frequenza; poichè insorgono anche pel solo abuso non grande ma abituale del vino. Quante difficoltà di digestione, quanti dolori di stomaco, che si curano inutilmente colle polveri, colle pillole, colle tinture, riconoscono la loro origine in qualche bicchiere di più bevuto nella serata! — Quello che più mi preme di far notare si è l'effetto ultimo di questo stato degli organi digerenti. La scarsità del materiale nutrizio che l'organismo riceve da essi fa sì, che tutte le parti che lo compongono immiseriscano; e questo loro deteriorare è reso più rapido e profondo dall'azione pervertitrice che, come già dissi, l'alcool ha già esercitato sugli elementi microscopici che concorrono a costituirle. Da ciò deve ripetersi specialmente il marasmo che si stabilisce negli alcoolisti, e il loro aspetto miserando. A questo s'aggiunga, che i più piccoli vasi sanguigni, quelli che direttamente distribuiscono l'alimento ai gruppi di elementi, sono del pari probabilmente alterati dall'alcool; in molti di essi si può constatare una degenerazione grassa delle pareti, e forse questo non è che uno stadio avanzato di un processo, che ne' suoi primi periodi è sfuggito sinora alle nostre indagini. Ora, tale alterazione non può che alterare il rapporto fra sangue ed elementi; rendere più scarsa ed irregolare la quantità di nutrimento che questi ricevono. Nè ciò basta. Il cuore negli alcoolisti subisce di frequente la degenerazione grassa, s'indebolisce, e spinge fiaccamente il sangue nei vasi; quindi, rallentamento di circolazione e nuova causa di insufficiente nutrizione degli elementi. Ove si consideri questo complesso di condizioni, e la straordinaria debolezza organica che ne deriva, si comprenderà facilmente come negli alcoolisti valgano a produrre malattie serie delle cause morbigene che avrebbero poca o nessuna influenza su individui robusti; e come in essi ogni processo morboso anche accidentale, come una infiammazione od una ferita, abbia decorso più grave, più facilmente si complichi, e più frequentemente termini in modo funesto. Mi valga ad esempio la pneumonite. Essa insorge di frequente nei bevitori, e vi si complica di solito a delirio ed a suppurazione e gangrena polmonare; cosicchè la mortalità dei malati alcoolisti è del doppio o del triplo più grande di quella dei malati comuni. Fismer in Basilea ebbe persino il 55 per cento di morti^[IX-4].

La conclusione di quanto ho esposto finora sui danni fisici prodotti dall'alcool si è evidentemente questa, che quel tipo morboso che è conosciuto sotto il nome di alcoolismo in senso stretto non è che uno dei modi in cui questi danni possono manifestarsi, e che di gran lunga più numerosi sono quei casi di malattia, che non hanno apparentemente nulla di caratteristico, e che, nullameno, in via diretta od indiretta provengono dall'abuso di vino o di liquori. E contuttociò noi non abbiamo studiato la funesta influenza di questo abuso che sotto un solo punto di vista. Non abbiamo toccato delle malattie e dello stato di debolezza che gli ubbriaconi trasmettono ai loro figli, e ancora non abbiamo fatto cenno delle morti dovute sia a disgrazie imputabili allo stato di ubbriachezza, sia al suicidio, che spesso è la via che il beone sceglie per liberarsi dall'indigenza o dalla falsa posizione sociale che il suo vizio gli procura. Allorchè, adunque, si dice, ad es., che in Inghilterra in 28 anni (dal 1847 al 1874) sono morte 22723 persone di alcoolismo, e che in Francia in 13 anni (dal 1853 al 1865) ne sono morte 3554^[IX-5] non si dà che una ben pallida idea degli effetti di questo veleno; infatti, non vi vennero calcolati che quegli individui, che durante la vita diedero manifestazioni corrispondenti alla descrizione classica della malattia.

Risultati approssimativamente esatti non si possono avere che calcolando la mortalità e la vita media dei beoni. Il che venne fatto da alcuni scrittori. Così _Neison_^[IX-6] trovò che sopra 6111 bevitori ne erano morti 357, mentre sullo stesso numero di altre persone i morti non erano stati che 110, il che dà nei primi una mortalità 3,25 volte maggiore che nei secondi. Comparando poi la mortalità dei temperanti con quella dei bevitori nei diversi periodi della vita, gli apparve che, mentre la differenza raggiunge il suo massimo fra i 20 ed i 30 anni, giacchè in questo periodo alla morte di un temperante corrisponde quella di più che 5 bevitori, più tardi la differenza gradatamente diminuisce, finchè dopo gli 80 anni scompare; come vien dimostrato dalla seguente tabella:

ETÀ DEGLI INDIVIDUI | Rapporto della mortalità | dei temperanti Anni | con quella dei bevitori --------------------|------------------------- 16–20 | 1 : 1,8 20–30 | 1 : 5,1 30–40 | 1 : 4,2 40–50 | 1 : 4,1 50–60 | 1 : 2,9 60–70 | 1 : 1,9 70–80 | 1 : 2,0 80–90 | 1 : 1,0

Di conseguenza, le probabilità di durata della vita nei bevitori sono assai inferiori a quelle dei temperanti, e ciò in misura tanto maggiore quanto più l'individuo è giovane, come appare dal seguente specchietto, dato dallo stesso autore e calcolato sempre su popolazione inglese:

| Vita probabile Età raggiunta | ________________^______________ dall'individuo | nei temperanti | nei bevitori | Anni | Anni -----------------|------------------|-------------- 20 anni | 44,21 | 15,56 30 » | 36,48 | 13,80 40 » | 28,79 | 11,63 50 » | 21,25 | 10,86 60 » | 14,28 | 8,95

Da uno studio comparativo sulla mortalità degli alcoolisti fatto dagli agenti del _Medical, Invalid and General Life Office_ di Londra, si ha un'importante conferma dei risultati antecedenti.

Morirono nell'età di

Bevitori Temperanti 21–40 anni 10 % 1 % 41–60 anni 12 % 3 % 60 in su 26 % 13 %

La mortalità nel periodo dai 21 ai 40 anni è adunque nei bevitori 10 volte più grande che nei temperanti!

Evidentemente questi risultati non si possono generalizzare, poichè nei diversi paesi devono variare gli effetti dell'alcool sia secondo il clima, la costituzione della popolazione, ecc., sia secondo la qualità della bevanda alcoolica più usata. Ed oltracciò da questi studi avremmo dei risultati soltanto relativi ad un determinato numero di bevitori. Per averne di assoluti, si dovrebbe, innanzi tutto, conoscere il numero dei bevitori di un paese; al che finora non si riesce che per mezzo di calcoli di assai lontana probabilità.

Ad ogni modo, che questo numero sia grandissimo, nessuno può porre in dubbio. L'alcoolismo conta infiniti proseliti in tutte le classi della popolazione, è diventato un terribile flagello sociale. Nelle basse classi esso esercita una più malefica influenza perchè l'alcool vien bevuto generalmente sotto forma di liquori, e perchè alle malattie, ch'esso direttamente produce, si sommano quelle dovute alla miseria, conseguenza così frequente di una vita di stravizi. Istruttivo, a questo riguardo, è il fatto della grande mortalità dei venditori d'acquavite. E, per vero, da statistiche inglesi si rileva^[IX-7] che nell'età di 44–45 anni muoiono in un anno