Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 17
Fra i moderni, il maggior poeta del vino è il Beranger. Nelle sue vere canzoni, quelle cioè che corrono di più per le bocche dei francesi, il vino ha, se non la massima, una grandissima parte. E come scintilla nelle immagini, come lo si sente vigoroso nell'onda crescente del verso, come scatta in motti nuovi e inaspettati, come s'attrista senza piagnucolare e ride senza sguaiataggine! È veramente un vino buono e nobile il suo, un corroborante che giova al corpo e rischiara la mente. Sia pieno di Champagne, o di Borgogna, o di vinettini da pasto di famiglia, il bicchiere non gli scivola quasi mai di mano, nè gli trema in modo da imbevere la tovaglia. Getta bensì qualche volta _son bonnet par dessus les moulins_, e con lui lo gettano o Lisette, o Adele, o Margot, ma le scappate sono così gaie, ma il cuore parla con tanta spontanea sincerità, ma ride tanta giovinezza nei ritornelli delle sue canzoni, ed il _bonnet_ sarà così presto surrogato da un altro, e di là dal molino ce n'è già tanti, che anche il più costumato e pudibondo censore gli perdona volontieri. D'altronde, egli riassume il carattere del popolo francese. Schietto, gaio, accensibile, un po' gradasso ma con grazia, un po' mordente ma senza fiele, ed ospitale più che nessun altro. Riassume anzi il tipo dei vini francesi, vini che fanno discorrere e ridere, che inteneriscono qualche volta, che ci armano di garbate punture, vini di buona società e non traditori. Il Beranger non ha artifizii, è nato alla poesia, e non potrebbe in nessun modo tacersi.
Chanter, ou je m'abuse, Est ma tache ici-bas. Tous ceux qu'ainsi j'amuse, Ne m'aimeront-ils pas? Quand un cercle m'enchante, Quand le vin divertit, Le bon Dieu me dit: Chante, Chante, pauvre petit.
E a quali altezze non sale il vino nella sua poesia! Io conosco poche espressioni di nobile e grande patriottismo così potenti come questa che s'incontra nella _Sainte alliance des peuples_:
Pour l'étranger coulez bons vine de France, De sa frontière il reprend le chemin.
Quanto amore della propria terra, quanta coscienza delle sue ricchezze, che contentezza d'esserci nato e che generosa prodigalità, che cuore aperto e gioviale nel primo verso, e quanta nobiltà e quante minaccie nel secondo!
Pour l'étranger coulez bons vins de France, De sa frontière il reprend le chemin.
È un patriottismo che non cerca conquiste, e quindi non offende, a differenza di quello che ispirò al Musset, un'immagine tolta anch'essa dal vino, nella canzone _Le Rhin Allemand_:
Nous l'avons eu, votre Rhin allemand, Il a tenu dans notre verre.
vanteria ingiusta e crudele che ha una sola scusa nel giungere seconda, anzi nel rispondere ad una provocante canzone tedesca del Becker. E poichè ho nominato il Musset, tratteniamoci un momento di lui, che è il maggiore poeta lirico della Francia, poichè a mio vedere Victor Hugo ha un ingegno più epico che lirico. Anche il Musset ha cantato del vino, ma dovette essere una trista pianta e una terra ingrata ed una vendemmia senza canti quella che produsse il vino che s'incontra nei suoi versi. Dove sono andate la gaia spensieratezza e la superba incuranza di ogni avversità che i bevitori ed i poeti di una volta cercavano e trovavano in fondo al bicchiere? Il vino del Musset, come quello del Byron è ragionatore e cattivo ragionatore, malinconico, cupo, senza speranze, nemico della vita e dell'amore. Vinaccio da bettola di mala fama, tracannato in male compagnie che genera disgusti e stimola alle più ciniche dissolutezze. O meglio ancora, diciamolo, quel vino è innocente e le morbose ebbrezze di quella poesia non derivano da lui. Esse erano prima che lo si bevesse e perdurano suo malgrado.
Ah! malheur à celui qui laisse la débauche Planter le premier clou sous sa mamelle gauche! Le cœur d'un homme vierge est un vase profond: Lorsque la première eau qu'on y verse est impure La mer y passerait sans laver la souillure Car l'abîme est immense, et la tâche est au fond.
Non era la crapula che doveva dire il poeta, ma lo sconforto, il dubbio e l'amaro disprezzo degli uomini e della vita. Quella è la prima acqua impura della quale il mare istesso non potrebbe lavare la macchia. E allora a che serve correre le taverne, ubriacarsi cantando canzoni oscene ed uccidere il solo ausiliare che potrebbe giovarci, la ragione?
Le mépris, Dieu puissant, voilà donc la science!
E contro una tal scienza non c'è vino che basti.
Povero vino, hanno studiato di te ogni cosa, hanno imparato qual terra più ti si convenga e che modo deve tenersi con tua madre la vite, sono discesi col microscopio fino all'ultime fibrille del tuo corpo, hanno fatta la diagnosi delle tue malattie, le hanno curate, hanno scritto delle leggi contro i tuoi nemici, hanno parlato di te ministri e parlamenti, ma una volta il tuo apparire era segno di certa gioia, e non v'era angoscia che tu non giungessi a sollevare. Ora non fai che aggravarle, non addolcisci ma amareggi, ed i canti che ispiri hanno dei ritornelli disperati.
Nominare tutti i poeti che hanno cantato il vino od anche solo tutti i migliori, sarebbe impossibile nello spazio di tempo che mi è concesso. Solo dei poeti drammatici ce ne sarebbe per un volume. Volevo riferire alcune descrizioni di ubriacature, ma anche qui il tempo manca. Non tutti i poeti sono discreti ed efficaci come Lucrezio il quale in cinque versi raccoglie tutti gli effetti morbosi del vino.
Hominem cum vini vis penetravit Acris, et in venas discessit diditus ardor, Consequitur gravitas membrorum, præpediuntur Crura vacillanti, tardescit lingua, madet mens, Nant oculi, clamor, singultus, jurgia gliscunt,
che il Rapisardi traduce dilungando:
Quando la forza Del vino penetrò l'uomo e le vene Tutte gli corse il penetrante ardore, Tosto le membra s'aggravan, trampellano Le gambe, grossa imbrogliasi la lingua, La mente ebbra vacilla, imbambolati Nuotano gli occhi e clamori e contese E singhiozzi prorompono ad un tratto.
Delle altre descrizioni ce n'è a piacimento, di quelle che durano una mezza pagina di stampa o un capitolo od un volume intero.
Sarebbe uno studio curiosissimo quello di raccogliere tutte le stramberie ed i vaniloquii che i poeti drammatici hanno messo in bocca ai loro ubriachi. La messe sarebbe più ricca che non si crede e ne uscirebbero molte altissime e profonde sentenze, perchè nella storia del teatro, dopo i Romani fino a noi, gli ubriachi ed i becchini sono i maggiori filosofi. Tanto pare arduo e pericoloso il proclamare la verità, che i poeti quasi per ottenerne perdono, la fanno dire ad uomini fuori di senno, o a gente incolta, e protetta dal tranquillante spettacolo della morte.
Anche dei giudizi proferiti intorno al vino, sarebbe curiosa la raccolta. Veramente si può dire che il vino lo lodano tutti, il biasimo non riguarda che l'abuso.
Platone proibisce l'uso del vino ai giovani non ancora diciottenni, proibisce d'ubriacarsi a chi non raggiunse i quarant'anni, comanda ai vecchi di bere e li perdona se si ubriacano.
San Paolo asserisce che nel vino sta la lussuria ed in questo avviso pare convenisse il demonio che ho nominato poc'anzi.
In un libro di Apuleio Madaurense, intitolato _Scelta dei Fiori_ e citato dal Petrarca, è scritto che il primo bicchiere giova alla sete, il secondo al buon umore, il terzo al piacere, al quarto tien dietro l'ubriachezza, al quinto l'ira, al sesto le liti, al settimo il furore, il sonno all'ottavo e al nono la malattia.
Il Petrarca scrive queste parole: «Non v'ha memoria, non lingua che all'ampiezza della materia non venga meno se a noverare si accinga i tristi effetti del vino, e in una parola stringendola finalmente, io conchiudo infiniti essere i mali onde all'uman genere quello è cagione». E per venire ad una tale conclusione, ne ha noverati parecchi dei mali e d'omicidi e tradimenti e rovine di stati e battaglie perdute in causa del vino. Lo stesso Petrarca però chiude una lettera a un Pietro di Bologna con queste parole. «Manda la letterina che a questa compiego al mio prete Don Giovanni, e colla lettera mandagli la fiasca, o per dir meglio il fiaschetto tuo per averne un poco anzi un pocolino di quel vino o vinetto che è antidoto alla lussuria e conforto alla temperanza».
Il Bandello, frate Domenicano, scrive del vino: «E secondo che è preso sì come richiede il bisogno della temperatura dei corpi nostri, conferisce molto al nodrimento del corpo, genera ottimo sangue, si convertisce prestamente a nodrire, accresce la digestione per tutte le membra e parti corporali, fa buon animo, rasserena l'intelletto, rallegra il cuore, vivifica gli spiriti, aumenta il calore naturale, ingrassa i convalescenti, eccita l'appetito, rischiara il sangue, apre le oppilazioni, distribuisce il cibo nodritivo alle parti convenevoli, fa buono e bello colore e caccia fuori tutte le superfluità».
Dopo di aver detto il bene dice il male, ma il male non tocca il vino, ma l'abuso di esso che è difetto degli uomini e non suo. Silvio, famoso medico di Parigi, al tempo di Montaigne, soleva dire, che per conservare forza allo stomaco è necessario una volta il mese eccedere nel vino e stimolarlo così perchè non impigrisca.
Montaigne chiama l'ubriachezza un vizio grossolano e brutale. «V'hanno dei vizi che hanno un non so che di generoso, ve ne hanno dove la scienza ha parte e che comportano la diligenza, il coraggio, la prudenza, l'accortezza e la finezza. Questo è tutto corporeo e terrestre». Ma poi aggiunge: «Benchè mi paia un vizio vile e stupido, pure esso è meno malefico e dannoso, che non siano gli altri, i quali offendono quasi tutti e direttamente la pubblica società. E se non possiamo aver piacere che non ci costi, io penso che tal vizio costi alla nostra coscienza assai meno che non molti altri».
Ed il Rousseau: «Ogni genere d'intemperanza è vizioso e sovratutto quella che ci impedisce la più nobile delle nostre facoltà. L'eccesso del vino degrada l'uomo, ma al postutto l'amore del vino non è un delitto e ne fa raramente commettere, il vino rende l'uomo scemo e non cattivo. Provoca alle volte dispute passeggiere, ma stringe cento durevoli amicizie. Per lo più i bevitori sono cordiali, schietti, buoni, integri, giusti, fedeli, coraggiosi e galantuomini, salvo i difetti. Si può forse dire lo stesso degli altri vizî? Quante apparenti virtù nascondono vizî reali! Il saggio è sobrio per temperanza, il furbo per malizia. Nei paesi di mali costumi, d'intrighi, di tradimenti, è temuto lo stato indiscreto dell'animo, per cui il cuore si mostra aperto senza che ce n'avvediamo. Quelli che più abborriscono l'ubriachezza sono quelli che hanno più interesse a guardarsene».
E per finire questa prima parte, ho tradotto come ho potuto una poesia tedesca intitolata _La Circolazione del Vino_.
Dal grappolo nel tino, Dal tino entro il barile, Poi nel fiasco sottile, Indi nel bicchierino. Da questo al labbro viene E giù dal labbro in gola Va sangue nelle vene, Torna in bocca parola. Dalla parola, al santo Estro febeo seconda, Tramutasi del canto Nell'armonia gioconda. Va canto per la rada Aria in plaghe infinite E ricasca rugiada Ad innaffiar la vite. Dalla vite nel grappo, Dove rinasce vino, Poi di nuovo nel tino, Poi di nuovo nel nappo.
Ho detto da principio che i poeti del vino si possono dividere in due classi diverse: quelli che lo hanno cantato, e quelli che lo hanno bevuto.
Questa seconda parte della mia conferenza dovrebbe essere una serie di biografie, tristo còmpito, perchè tutte finiscono male. Chi non conosce il nome di parecchi fra i poeti moderni e dei maggiori, dei quali si racconta per lo più con parole di amaro rimprovero che morirono avvelenati dal bere? Di quanti non si negano l'ingegno e l'ispirazione, attribuendone tutto il merito all'impeto bacchico? Ed i più miti e benevoli fra quelli che si arrogano il diritto di profferire un giudizio di condanna, conchiudono: Se il loro ingegno, smorzato e soffocato dal vino, ha dato i frutti che conosciamo, che non avrebbero dato se l'uomo non avesse col lento suicidio ucciso il poeta? Ed accusano quei disgraziati di averci frodati del nostro avere, come se ci dovessero sino all'ultima goccia il loro sangue e la loro vita.
Quest'ultima maniera di critica non regge. Giudichiamo d'ogni poeta ciò che egli ci dà, e non cerchiamo se avrebbe potuto far più e meglio. Quanto non è nè fu mai, non può essere materia al nostro giudizio, e se vi è cosa che sfugga alle illazioni dei solisti, questa è la poesia.
Ma anche nell'affermare queste ebrietà continue e mortali si procede per lo più con una riprovevole leggerezza.
Molti poeti sono accusati di morte alcoolica ingiustamente, tra gli altri il Musset. Théophile Gautier nega questo fatto anche del Baudelaire, il quale morì, scrive Théophile Gautier, di poesia e di lavoro. Ai nostri giorni, e colle idee pratiche dominanti, pare strano, per non dire assurdo, che si scriva di qualcheduno che morì di poesia. Eppure, quella esaltazione, quel raffinamento squisito e doloroso di sentire che fa delle liriche del Baudelaire un così sottile ed inebbriante veleno, potevano anche, al giudizio dei fisiologi, bastare a dissolvere il più robusto organismo.
Del Poe, un recente biografo dimostrò che non morì come fu scritto del _delirium tremens_. Morì ucciso dal bere, l'Hoffmann; ne morirono, e non è molto, dei nostri italiani.
Io non intendo difendere quei disgraziati: il vizio è brutto in tutti, e sempre, ma non ammetto che pel solo fatto ch'essi beneficarono più che altri l'umanità, gli uomini debbano credersi lecito di gridar loro con voce più alta il crucifige. Che abbiano cercato nel vino ispirazione e calore poetico, e che perciò siansi abbandonati ad abusarne, come affermano taluni, per scusarne gli eccessi, non lo credo neppure. Ma dal fatto di darsi al vizio del bere a quello di morirne, ci corre. Colpevoli sul principio, alcuni di essi furono martiri alla fine. Chi ha cominciato a mordere al dolce pomo della poesia, chi ha goduto la suprema voluttà di sentire i proprii pensieri risonare al proprio orecchio in cadenze melodiose, chi è rimasto delle notti intere al tavolo senza fatica, senza coscienza del tempo e delle cose ed al nascere del giorno si è trovato fra mani una pagina di versi limpidi, chiaro specchio dell'anima, ed ha sentito che la grande consolatrice è la poesia, ed ha sognato di riverberare un po' di luce sul suo tempo e sulle menti degli uomini, non sa acconciarsi all'abbandono di tanto bene. Ora il vino, prima di diventare mortifero, fiacca la mente ed impigrisce la fantasia. Si può ancora guarire e ristorarsi di tali guasti, ma la cura è lunga e difficile, l'uso libero della mente non torna che in fine. Invece un sorso del solito veleno ravviva per un momento la vita mentale e riconduce l'attività perduta. Questa è la causa degli eccessi mortali.
Quelle menti agitate non sanno pazientare; privarsi per un tempo anche breve del supremo conforto della mente, non possono, non vogliono. Hanno fermamente deciso di emendarsi, dovessero affrontare i più duri patimenti; l'astinenza costerà loro uno sforzo continuo ed eroico, ma sentono in sè di esserne capaci, purchè non sia ritardata la facoltà del pensiero, purchè possano sognare e tradurre in versi i loro sogni. Nella riduzione in forma di dramma dell'_Assommoir_ dello Zola, c'è una scena dove Coupeau, uscito dall'ospedale, è fermamente risoluto di non più ubriacarsi. I medici gli hanno detto che una goccia d'acquavite gli sarebbe irrimediabilmente mortale, e gli hanno concesso l'uso temperato del vino. Per maligni rancori una mala donna gli porta in camera una bottiglia d'acquavite e glie la annunzia per vino. Coupeau, come rimane solo, accosta la bottiglia alle labbra ed appena sente l'acquavite la rimette atterrito sul tavolo e si allontana tremando. Ma la sirena l'ha agguantato. Si ferma, guarda la bottiglia, lo sa, glie lo ha detto il medico, che là dentro c'è la morte, una morte spaventosa ed atroce e sente che il medico non ha mentito, che un altro sorso di quel maledetto liquore lo ucciderà, ed ha paura di morire; ma la bottiglia e là piena, aperta, a portata della mano, e manda via per la camera il suo acre odore inebbriante, e Coupeau non resiste, e beve, e ne muore.
Io ho conosciuto un poeta, al quale questa terribile scena seguiva ogni giorno. Già intorbidato dal bere, la sua mente non operava se non sotto le frustate dell'alcool, ed egli sapeva che ogni nuovo sorso lo avvicinava alla morte, ad una morte vergognosa e vituperevole, e formava in cuor suo cento propositi di resistenza; ma aveva perduti quasi tutti gli amici, le persone timorate lo fuggivano e gli pareva che il solo rifugio, la sola nobiltà che gli durasse fosse la poesia; e consumava cosciente e inorridito il continuo suicidio, pure di ricavare qualche povera scintilla da quel grande focolare di forme e di idee che era stato il suo cervello. Non scorderò mai una sera che mi condusse a casa sua per leggermi dei versi. Era in quello stato di smemoratezza sonnolenta che precede immediatamente l'ultima crisi.
Non aveva bevuto, e aveva gli occhi spenti e la parola tarda e grassa. Quando fummo seduti al suo tavolo, dove una sola candela ci rischiarava, egli cominciò a spaginare un gran scartafaccio, e sfogliò per un pezzo prima di trovare il principio della poesia. Poi lesse; leggeva a bassa voce con monotonia, si sentiva ancora in lui l'uomo memore dei ritmi sonori di una volta; di tratto in tratto si fermava a cercare per le pagine del libro una strofa scritta là come veniva, una sera, arrivando briaco a casa, sulla prima pagina del libro trovato aperto, anche a rovescio. Ad intervalli, chiudeva in fretta e ripetutamente le palpebre, come per scacciare il sonno che piombava, e appena risvegliato da questo esercizio, rialzava la voce, intonava più vivamente il suo verso, poi riallentava di nuovo, e la voce si abbassava sempre più, così da dovere io fare dei grandi sforzi per sentirla. E i versi erano bellissimi. Quel poeta è morto, quella fu l'ultima sua poesia, e forse la dose d'alcool che lo riaccese per quei versi, fu quella che gli diede il tracollo e che segnò irrevocabilmente la sua condanna.
Se le mie parole avranno servito a temperare la rigidità di qualche giudizio, a guadagnare qualche simpatia a questi disgraziatissimi fra i poeti del vino, se qualcheduno di voi, tornato a casa e rileggendone le opere e commovendosene, penserà di essi che morirono forse per darci un momento di dolcezza o di conforto, io crederò che la mia lettura non sarà stata del tutto inutile e sarò contento e superbo dell'opera mia.
_G. BIZZOZERO_ — IL VINO E LA SALUTE
(_Conferenza tenuta la sera del 15 marzo 1880_).
_Signori!_
Il concetto, che l'uomo della scienza ha della parola _veleno_, è alquanto diverso da quello che se ne è formato il profano. Mentre questi l'adopera per indicare un certo gruppo di sostanze altamente nocive, anche in piccola dose, al corpo animale, quegli ascrive ai veleni ogni sostanza, che, introdotta nell'organismo, ne perturba, per la sua costituzione chimica, più o meno profondamente ed estesamente le funzioni. L'essenza del veleno, quindi, non sta precisamente nella sostanza in sè, ma sì nell'azione ch'essa esercita su di noi; sicchè diventano veleni delle sostanze del resto innocue, od, anzi, necessarie alla nostra vita, quand'esse ci danneggino o per la copia in cui noi le introduciamo, o per condizioni speciali del nostro corpo.
Un esempio chiarirà meglio questo concetto, e basterà a dimostrarvi come le sostanze alimentari, anche in piccolissima dose, possano agire da veri veleni. — V'ha una malattia, che spesso termina colla morte, e che vien detta _diabete zuccherino_ per questo, che l'ammalato emette gran copia di orine ricche di zucchero. Questa produzione abnorme di zucchero è accompagnata da un'attivissima distruzione dei materiali che costituiscono il nostro corpo, sicchè l'individuo, che non arriva coll'alimentazione a compensare le enormi perdite, si strugge ad un dipresso come un pezzo di ghiaccio sotto i raggi del sole. Il diminuire la produzione e l'eliminazione dello zucchero equivale al ritardare il progresso fatale della malattia. È a questo scopo che si mira dal medico, ed il miglior modo che finora s'ha in mano per ottenerlo, si è di sottrarre dall'alimentazione del malato tutto quanto è zuccherino o farinaceo. Zuccherini e farinacei sono per tali individui veri veleni. Quando s'è giunti ad ottenere un'orina priva di zucchero, basta che il malato trasgredisca una volta sola le prescrizioni, perchè lo zucchero ricompaia nelle orine, e la distruzione dei materiali organici si riacceleri. Non si può immaginare quanto sensibile sia, a questo riguardo, l'organismo. Il professore Cantani, cui dobbiamo profondi studi su questo argomento, ci racconta nel suo libro sul Ricambio materiale, come un malato in sua cura, che pur seguiva alla lettera ogni suo consiglio, non fosse giunto mai ad ottenere orine prive di zucchero. Solo dopo ripetute indagini egli riescì a scoprire la causa del fatto. Nel suo decreto di proscrizione assoluta dei farinacei egli aveva dimenticato, che il suo malato era prete, e che ogni mattina nel celebrare la messa inghiottiva un'ostia. — Proibita l'ostia, lo zucchero scomparve!
Partendo da questi principii, il vino può ascriversi ai veleni; è, anzi, il veleno più terribile per la società. Nè i fulmini di Giove, nè la spada di Marte, nè i baci di Venere hanno fatto tante vittime quanto Bacco co' calici spumanti.
Le conseguenze dell'alcoolismo, che ognuno di noi ha avuto occasione di osservare, non sono che una minima parte di quelle che realmente si hanno. La parte maggiore ci sfugge, e per diverse ragioni. Infatti, l'alcoolismo sevisce specialmente nelle basse classi sociali, che noi conosciamo poco; l'individuo ci vive in una cerchia ristretta, ed, inghiottito dagli spedali, abbandona il mondo piuttosto ignorato che obliato. Nelle classi più alte le famiglie cercano di celare quanto possono una malattia che, meritamente o no, considerano come loro vergogna; ed in ciò sono aiutate dalla morte morale, che nell'alcoolista sì spesso precede di tanto la morte fisica, e contribuisce a rendere inavvertita la sua scomparsa. Per ultimo, siccome l'alcool è causa di svariate malattie, delle quali molte possono essere prodotte da cause tutt'affatto diverse, così spesso non si riconosce o non si vuol riconoscere che il danno venne propriamente cagionato dall'alcool. Il primo ad emettere, e il più tenace a sostenere questi erronei giudizii è sempre colui che, per l'appunto, avrebbe tutto l'interesse a fare l'opposto, cioè il bevitore; il quale non vuole ammettere di essere lui stesso la causa del proprio male, sia perchè ciò suonerebbe rampogna ad un animale ragionevole, quale egli crede di essere, sia perchè ciò gl'imporrebbe l'obbligo morale di astenersi dal suo favorito veleno.
I danni prodotti dall'alcoolismo acuto, di cui vi ha parlato il prof. Mosso, sono ben piccola cosa di fronte a quelli che provengono dall'uso prolungato ed esagerato dell'alcool. L'azione di questo si ripete continuamente, e si estende alla più parte degli organi del corpo; e a questo modo induce in essi delle alterazioni _durevoli_, che permangono più o meno completamente anche quando si cessi dal veleno, e che interessano in alto grado le funzioni più importanti della macchina animale. Si comprenderà con ciò facilmente, che se è fatto raro il morire per alcoolismo acuto, è invece assai frequente per l'alcoolismo cronico, anche quando l'individuo, pentito de' suoi eccessi, sia entrato nella via del ravvedimento.