Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 16
Ecco qui il vino nemico d'amore, anzi antidoto d'amore, ed è questa una parte che d'ora in poi gli toccherà fare di sovente, e come tale sarà invocato da quasi tutti i poeti soggettivi, locchè prova che i poeti tengono l'amore in conto di peggiore flagello che non sia l'ubriachezza.
Ci sono però le eccezioni. Ovidio insegna il modo di farlo complice d'amore; e parlo altrettanto delle complicità fisiologiche a cui alludevano le vittorie e le sconfitte accennate dal mio amico il prof. Mosso, quanto di vere e proprie complicità, che danno aiuto di circostanze, di fatti visibili, estrinseci, maliziosi, comici, usati in tutti i tempi e credo presso tutti i popoli civili.
Qui vi domando larga licenza di citazioni che toglierò dall'Arte amatoria.
Dopo aver detto dei festini che dànno facile occasione di colloquii amorosi, Ovidio segue a questo modo:
«Là spesso l'amore, imporporato stringe fra le tenere braccia le anfore di Bacco. Appena le sue ali sono imbevute di vino, Cupido, insonnito, rimane fisso al suo posto, ma poi scuote velocemente le umide penne, ed è pure nocivo avere il petto così spruzzato d'amore. Il vino dispone gli animi, e li fa accensibili, e diluisce le cure. Allora sovente le fanciulle rapirono il cuore dei giovani. Venere col vino, è fiamma con fiamma. Allora, non dar troppa fede alla fallace lucerna, al giudizio della bellezza la notte ed il vino non conferiscono».
E basti per la fisiologia. Ma più sotto, sono veri ammaestramenti che egli ricava dal vino.
«Quando dunque godrai dei doni di Bacco e una donna sederà accanto a te, sullo stesso triclinio, scongiura dal padre Nittileo e dai notturni sacrifizî, che non comandino al vino di salirti al capo. Là potrai con velate parole aver licenza di dir molte cose, che ella intenderà esserle dirette. Una goccia di vino ti basterà per segnare sulla tavola emblemi dove essa leggerà la prova del tuo amore. Rapiscile primo, la coppa che fu toccata dalle sue labbra, e da quella parte dove essa bevette, bevi.
«Ed ora apprendi la giusta misura che devi tenere bevendo, ed è che la mente ed i piedi facciano ciascuno il suo ufficio. La tavola ed il vino generino allegrezza; se hai voce, canta, se sei snello, salta, e per quali doti tu piaccia, vedi di piacere. Come la vera ebrietà nuoce, così giova la simulata. Fa che la tua subdola lingua mandi incerta suoni scilinguati, cosicchè a quanto dirai e farai di un po' lesto, si attribuisca per sola causa, il soverchio vino. Ed augura alla tua donna ogni bene, ed ogni bene augura al di lei marito, ma, in tuo cuore, al marito prega ogni malanno».
Sono versi scritti circa duemila anni fa, in piena civiltà pagana, ed in questi due mila anni, non abbiamo imparate di gran malizie, che Ovidio già non sapesse adoperare e suggerire. Ci guardiamo forse dallo spandere vino sulla tavola, ma se ci capita beviamo volentieri alla coppa dove bevette la donna del nostro cuore, e di quella vecchia gherminella, andiamo così superbi come se l'avessimo inventata noi. E il brindisi al marito, se un disgraziato autore drammatico lo incastonasse in una commedia, che orrore! e quanto si griderebbe alla novità scandalosa. Novità di duemila anni a volerle derivare dal poeta degli Amori; ma non ne avrà contati altrettanti al tempo di Ovidio?
Volevo tacere dei poeti Greci e dei Latini, un po' per scrupolo di coscienza, un po' perchè nello spazio di un'ora è impossibile darne a chi non li conosca neanche la più elementare idea. E chi li conosce me ne insegna. Li ho nominati, perchè dopo di loro, se togliamo i canti dei Goliardi, il vino poeticamente decade. Essi avevano avuto l'accortezza di personificarlo in un Dio, di dargli una vera corte di minori Dei e Semidei, e di farlo centro ad una grande e poetica leggenda. Bevendo e cantando di lui, i poeti pagani pontificavano, locchè non può seguire dei Cristiani. Bacco, Lieo, Bromio, è spodestato, il suo nome non si scrive più coll'iniziale maiuscola, e discende al grado di nome comune: il vino; i suoi misteri diventano misteri di taverna, i pontefici, briaconi, i riti hanno nei nostri vocabolari delle voci triviali: cotte, sbornie, bertuccie, o che so io; e quando tornano di moda le rifritture classiche i poeti, che vogliono risuscitare gli Dei morti da secoli, riescono pesanti e pedanti e ci fanno dormire.
Questa degradazione subita produce più effetti che a prima vista non paia. Osservate che i poeti pagani, tutti dal più al meno, hanno inni od invocazioni a Bacco, anche i maggiori, anche nella più solenne forma di poesia, nell'epica. Cercate invece in Dante, voi non trovate accennato il vino se non per incidente:
Guarda il calor del sol che si fa vino, Giunto all'umor che dalla vite cola;
e la parola ebbrezza, trovate innalzata ad esprimere sensazioni lontane le mille miglia del vino:
Ciò ch'io vedeva mi sembrava un riso Dell'universo, perchè mia ebbrezza Entrava per l'udire e per lo viso,
oppure:
La molta gente e le diverse piaghe Avea le luci mie sì inebriate, Che dello stare a piangere eran vaghe.
E così nel Petrarca.
Una sola volta nell'era Cristiana troviamo dei poeti che veramente si possono chiamare Bacchici, e questi sono i Goliardi.
Gli eruditi disputano intorno all'etimologia della parola Goliardi. Alcuni la derivano da _Gula_, _Gulosus_, altri da _Golia_. Basti sapere che così si chiamavano verso il dodicesimo secolo gli scolari che peregrinavano per le città d'Europa, avidi nello stesso tempo di scienza e di piaceri. Il professore Bartoli ha scritto un prezioso libro intitolato: _I precursori del rinascimento_, nel quale è maestrevolmente ritratta la fisonomia di questi scapigliati e liberissimi poeti erranti. I loro canti non hanno nome d'autore, singolare caratteristica delle opere di tali confraternite, ad una delle quali dobbiamo meravigliosi monumenti architettonici, lavoro di artisti anonimi ancor essi. Chissà se gli ultimi Goliardi non s'imbatterono, via per le taverne o per le scuole d'Europa, colle prime comitive di questi costruttori di cattedrali, e chissà se non appresero loro i proprii canti d'amore o di baldoria. A giudicare dalle intime somiglianze che si rilevano nelle opere diverse, l'ipotesi non può dirsi arrischiata. Su per le guglie ed i frastagli delle cattedrali, risuonarono forse in cadenze monotone le lodi del vino e dell'amore, ed accompagnarono l'opera degli scalpelli che eternavano nella pietra le pazze bizzarrie di quei cervelli libertini. Le scolture e gli intagli raffiguranti scimmie mitrate o sconcie e ridicole pose di monache e frati, tutte le grosse e larghe satire sgorgate d'un getto continuo da quelle menti e da quelle mani, si ispirarono forse alle strofe largamente gaudenti, alle ghiotte e robuste invocazioni dei canti Goliardici.
Io ne ho tradotti alcuni in versi italiani, studiandomi di rimaner fedele al metro di sacrestia in cui sono scritti e dal quale ricavano tanta originalità.
Eccone uno, intitolato: _Ave vinum_.
Vino buono, vin soave, Lieve ai buoni, ai tristi grave, Di dolcezza sapor, ave Mondana letizia. Ave eletta creatura Che sgorgò di vite pura, Ogni mensa fia sicura Nella tua potenza. Ave raggio del vin chiaro, Ave gusto senza paro, Non voler mostrarti avaro Di virtù che inebria. Ave amabil per colore, Ave aulente per odore, Ave fonte di sapore Della lingua vincolo. . . . . . . . . . . . Lieto il ventre dove entravi, Lieta lingua che rigavi, Lieta bocca che tu lavi E beate labbra. Deh, preghiam, vino, qui abbonda, Per te il desco si feconda, Noi con voce alta e gioconda Canterem di giubilo.
Il metro di quest'inno ci fa supporre lo si cantasse sul ritmo degli inni della chiesa, locchè serviva a stimolare col furore della profanazione la grossa allegria delle parole. Bisogna rappresentarsi colla fantasia la vita che menavano quei poeti erranti per comprendere e gustare l'intima essenza delle loro canzoni. La ragione si acconcia difficilmente ad accettare per vero e storico il loro vagabondaggio. Che disagi, che traversie, che pericoli, che fatiche non dovevano incontrare peregrinando attraverso l'Europa. Le distanze erano immense, e non è a dire che percorressero un solo stato: da Parigi a Bologna, da Bologna a Tolosa o a Salamanca e di là a Salerno. L'Europa era allora verdissima per foreste senza fine, fitte, propizie agli agguati, popolate di belve feroci e di uomini più feroci delle belve. Le strade poche e disagevoli, ad ogni nuova castellania, era dovuto un diritto di transito, ogni ponte, ogni guado era gravato di pedaggi, e che strane taglie! Si doveva in alcuni luoghi pagare un danaio per ogni deformità del corpo, o magagna che il pedaggiere scoprisse nel passeggiero. Certamente dalle tasche degli scolari, non si mungevano troppi quattrini, ma allora la taglia si risolveva in opere. Gli istrioni, i giullari e menestrelli dovevano far giuochi e galanterie, il pellegrino cantava una romanza, il moro gittava in aria il turbante, il giudeo doveva porsi i calzoni in capo e recitare un _pater_ nel dialetto del paese, le donne di mala vita erano abbandonate alla discrezione del guardiano dei cani. Convien riflettere che quegli infaticabili pellegrini della scienza erano giovani, dotti, la mente sveglia per l'esercizio continuo e vario di una dialettica sottilissima, curiosi, coll'occhio volto a tutte le cose, risoluti a cogliere della vita quanti più frutti potessero. Che tesori di satira non dovevano accumularsi nella loro fantasia. Entrando dapertutto, conoscevano a prova la poca fede dei cavalieri, l'incontinenza delle castellane. Sapevano che molti paladini, fiore di cortesia e di cavalleria, vivevano a spese della propria amanza e quindi del di lei marito, che molte castellane si concedevano talvolta, non richiesto dono, a qual si fosse venturiero, che battesse per ricovero alla porta del castello. Tutto il corpo feudale appariva bacato ai loro occhi, ed essi si avezzavano a ragionare non solo delle alte scienze, materia al _Trivium_ ed al _Quadrivium_, ma delle cose quotidiane, delle condizioni si può dire politiche e sociali d'Europa.
Quando il male esiste, ragionare di esso, significa accorgersi che è male, ed ecco quindi il fatto della odiosa dominazione spogliato di ogni apparenza di diritto, e divenuto perciò doppiamente odioso. Meno svegli, essi avrebbero cercato rifugio nella chiesa, ma anche qui il baco aveva corroso ogni più sano frutto. Leggete gli antichi novellieri, ed i poeti e le raccolte dei Fabliaux, minutissimi documenti della vita d'allora e vedrete quanto poco esemplari fossero gli ordini religiosi. Allora, un lavoro corroditore, rapido, violento, sbarazza le loro menti e le loro coscienze di ogni rispetto e di ogni credenza. Abbastanza accorti per vedere la corruzione dei ministri della chiesa, il loro ingegno non era abbastanza elevato per separare l'essenza della religione dall'esercizio di essa, e tanto meno per crearsi razionalmente un Dio, giusto e buono, secondo il Vangelo. Di qui l'assoluta miscredenza delle opere loro. Gli Dei cominciano allora a morire, e questi che pur si chiamarono Chierici furono i primi atei della nuova storia. La piena fioritura di quelle menti si espande in disordine e si getta là dove trova più sicuro pascolo, nei godimenti materiali. Qualche volta morde e flagella con satire acutissime, ma queste non ci riguardano. A noi importava spiegare come si originasse in tempi di tanta schiavitù, e di tanto ascetismo, una poesia così libera e gaudente. La taverna era il solo rifugio aperto a quelle menti ribelli. La tavola abbondante ed il vino a botti, li compensavano di tutte le gioie che erano loro negate ed a cui avevano diritto. Sentiteli come esaltano il bere:
Bee madonna, bee messere, Beve il chierco, bee l'arciere, Beve questo, beve quella, Beve il servo coll'ancella, Beve il lesto, beve il greve, Beve il bianco, il negro beve. Beve il fisso, beve il vago, Beve il rude, beve il mago.
Beve il povero e il malato, L'esulante e l'ignorato, Bee chi nasce, bee chi muore, Beve il parroco e il seniore, Bee il fratello e la sorella, Bee la nonna vecchierella, Bevon borghi, bevon ville, Bevon cento, bevon mille.
E come lo gustano il vino, e come l'hanno studiato, nelle sue differenze essenziali e negli effetti che produce:
Il vin dolce e glorïoso Rende l'uom pingue e carnoso E allarga lo stomaco. Di sapor, maturo, è pieno, Ed assai ci torna ameno, Perchè i sensi stimola. Il vin forte, il vino puro Fa che l'uom viva sicuro, Scaccia il verno rigido. Quando è acerbo in bocca morsica, Le interiora tutte inzacchera, E il corpo scompagina.
E qui una strofa che è meglio riferire in latino:
Vinum vero quod est glaucum Potatorem facit raucum Et frequenter mingere. Il vin torbo e fraudolento Rende l'uomo pigro e lento E la faccia illumina. Quanto al vin rosso e sottile Non convien tenerlo a vile, Chè i colori ingenera. L'aureo, simile al citrino, È propizio all'intestino E i vapori soffoca.
Un altro canto comincia:
Meum est propositum In taberna mori. È mio proposito, Morir dall'oste.
Alcuni canti fingono la disputa fra il vino e l'acqua, e naturalmente conchiudono per il vino. Altri invocano e lodano Bacco, ma non più il Bacco che presiede alla vendemmia e che imporpora l'autunno; la gaia serenità campestre non fa per loro; essi della vite non vedono e non curano che il prodotto nella sua ultima forma, e sbottato e versato nelle capaci ciotole del taverniere. Questi sono i poeti del vino. Lo stesso Anacreonte, va in seconda riga al paragone. Che Venere, che Bacco! Essi non sanno di tali connubii; quando sono per bere, bevono; all'amore o già provvidero o provvederanno di poi. I loro canti d'amore non sono meno spontanei e schietti dei canti bacchici, ma stanno da se come questi.
I poeti del medio evo fanno qualche volta del vino un'arma al Demonio. Il gran tentatore prende naturalmente di mira i cuori semplici e puri. Si aggira intorno le muraglie dei conventi agitando il sonno alle novizie, va presso la cella dell'eremita che cercò in fondo ai boschi l'oblio del mondo e delle gioie mondane. Assume tutte le forme, uomo, fuoco fatuo, monaco, cavaliere, scote colle sue metamorfosi terribili e sorridenti la fantasia di chi vuol perdere. Un giorno, capita da un pio solitario, e gli apparisce, orso, leopardo e leone. Il sant'uomo, domanda grazia, e l'ottiene a patto di commettere a volontà uno di questi tre peccati. O di ubriachezza o di lussuria o d'omicidio.
Je dis que tu t'enyvreras Ou fornication feras Ou homicide, ce sont trois Or en peux un prendre à ton chois.
Costretto alla scelta, l'eremita elegge fra i tre quello che gli pare minor peccato, l'ubriachezza, e va a desinare in casa d'un mugnaio dei dintorni. Il diavolo ci mette la coda, s'intende, e fornisce la cantina del mugnaio di molti vini e inebbrianti. Beve il mugnaio, beve la moglie e beve l'eremita, il quale in fin di tavola, come quello che dalle lunghe astinenze è fatto più accensibile, è così brillo da non si reggere. Come tornarsene a casa? La mugnaia, buona donna, presa da compassione, gli offre d'accompagnarlo, ed eccoli in istrada ed a braccetto per forza. E via per campi e prati: la capanna dell'eremita è lontana, ed il peccato ci sta sempre alle spalle. Fatto sta che tra il vino, la vicinanza, l'occasione ed il demonio, chi più ci rimette è il mugnaio. I due restano addormentati uno accanto all'altro sul margine della via. Il mugnaio che vede, o meglio, che non vede tornare la moglie, snebbiato dalla gelosia, s'arma d'un'ascia e corre per raggiungerli. Trova i due dormienti e infuriato sta per colpire l'eremita, quando questi svegliatosi gli abbranca l'ascia e glie ne assesta un tal colpo sul capo che lo fredda. Ed ecco che l'eremita s'è ubriacato, ha fornicato ed ha ucciso. Il diavolo la sapeva lunga e la storiella potrebbe suggerire questa morale. Che di tre peccati che s'abbiano da commettere non bisogna mai scegliere il minore.
Nel poema le _Roman de la Rose_ di Jean de Meung, il poeta ci fornisce interessantissimi ragguagli intorno al modo con cui le castellane solevano comportarsi a tavola. Sono consigli dati alle donne.
Et gart que ja henap ne touche Tant cum ele ait morcel en bouche. E badi che mai non tocchi il nappo Fino a che ha il boccone in bocca.
La parola _henap_, _nappo_ indica chiaramente non trattarsi di donne dappoco, ma di gran dame, poichè l'_henap_ era una coppa d'onore per lo più fatta in metallo prezioso, privilegio delle grandi tavole. Seguitiamo i consigli:
Si doit si bien la bouche terdre Qu'el n'i lest nule gresse ærdre. E deve così forbirsi la bocca Che non vi rimanga attaccato l'unto. Au moins en le levre desseure: Almeno al labbro superiore. Car quant gresse en cele demeure Ou vin en perent les maillettes Qui ne sunt ne beles ne netes; Perchè quando l'unto su quello rimane, Ne vanno pel vino le bollicine, Che non sono belle nè pulite. Et boive petit à petit Combien qu'ele ait grant apetit; Ne boive pas à une alaine, Ne henap plein, ne cope plaine Ains boive petit et souvent. E beva poco a poco, Sebbene abbia gran voglia, Nè beva d'un fiato Nappo colmo o coppa colma, Ma a sorsi e spesso. Le bort du henap trop n'engoule Si comme font maintes norrices Qui sont si gloutes et si nices Qu'el versent vin en gorge creuse, Tout ainsinc cum en une huese Et tant a grans gars en entonnent Qu'el s'en confundent et estonnent. E non imbocchi gli orli del nappo Come fanno tante balie Che sono così ghiotte e sciocche Che precipitano il vino nel cavo stomaco Come in uno stivale E in così gran misura ne imbottano Che si smarriscono e intontiscono.
Non pare di leggere nella nomina del Capelan del Porta il predicozzo che il maggiordomo della marchesa Travasa rivolge ai reverendi concorrenti? Ho voluto citare questi pochi versi, perchè a mio avviso essi contribuiscono a darci ragione del maggiore sviluppo che ebbe in Francia la poesia bacchica. Le nostre dame, anche nei più tenebrosi e turbolenti periodi del medio evo, non abbisognavano di tali consigli. Non voglio già vantare la loro continenza, il merito tocca al clima e non a loro, ma sta di fatto che tracannatrici così ingorde di vino non erano nè furono mai. La cenetta squisita e stimolante, se vogliamo, fiorisce molto presso di noi; ma il vino non è di essa nè la maggiore attrattiva nè il maggior peccato. Nei nostri novellieri il vino non fa mai da protagonista, lo si nomina di passata come una cosa di ogni giorno, che non valga il conto di una speciale menzione. Nel Decamerone vediamo Bruno e Buffalmacco ubriacare quello scempio di un Calandrino a fine di rubargli un porco salato; il Bandello ci racconta di un malo scherzo che i mugnai di Parigi (di Parigi notate) ubriachi, fecero a due frati minori e della vendetta che ne trasse il priore del convento; ma l'interesse del racconto non nasce dal vino, nè si può dire che senza di esso il racconto non sarebbe stato. Osservate ancora, che gli ubriachi, presso i nostri novellieri, quelle poche volte che vengono in scena, fanno sempre la peggiore figura: sono scornati, derisi, le toccano d'ogni parte e d'ogni conio. La cosa segue ben diversa in Francia. Là dove, diciamolo, abbondano i migliori vini del mondo, la poesia Bacchica seguita a fiorire e le parole: _verre_, _bouteille_, _pot_, _cave_, _tonneaux_, _tonne_ abbondano nel linguaggio di ogni poeta.
Che possiamo noi contrapporre alle omeriche bevute che s'incontrano nel Rabelais? Là corrono veri fiumi di vino; il libro intero manda come un alito vinoso e ne spumano via le grosse e grasse facezie dei bevitori. Qui citare è impossibile. Ogni venti parole converrebbe scartarne dieci, e le dieci rimaste dirle a bassa voce.
Del resto, mille ragioni d'indole artistica, e mille affatto estranee all'arte combinano per impedire in Italia lo sviluppo rigoglioso della poesia Bacchica.
La nostra vita politica e sociale nei tempi di mezzo, più libera e varia, più alla portata di tutti, faceva rivolgere l'attenzione delle menti poetiche a ben altri soggetti che non fosse il vino. Osservate quanti dei poeti italiani furono segretari di principi ed ambasciatori. Ed anche nei sollazzi presso di noi il vino teneva l'ultimo posto; baldorie e festini quanti volete, e scarmigliati e liberissimi, ma il loro sapiente ed artistico ordinamento accumulava in essi ogni sorta di piaceri, di modo che tutti i sensi ne erano solleticati. Era nel sangue italiano una raffinatezza, un supremo bisogno di modi eleganti, di forme nobili, di esercizi sottilissimi dell'ingegno. Dove trovavano nutrimento e godimento, l'occhio, nei colori, negli addobbi, nelle pitture, nella principesca magnificenza delle tavole, nei lavori artistici di oreficeria e di ceramica; l'orecchio nelle musiche, la mente nelle dispute, nelle declamazioni di versi, nelle letture fatte ad alta voce delle maggiori opere poetiche dell'antichità, ed il cuore negli arrendevoli costumi, che volete dicesse il povero vino, fosse pure Falerno, Siracusa o Lacrima Cristi? A chi veniva in mente di cantarlo? Chi ne avrebbe ascoltate le lodi? Aggiungiamo che il Piemonte e la Lombardia, le due provincie d'Italia che hanno maggior numero di bevitori, diedero in quei tempi pochissimi poeti e che l'Italia di mezzo e più la meridionale, sono parche nel bere. E quando vennero i bei giorni di gloria letteraria per le nostre provincie, i tempi imponevano altri più alti e gravi soggetti all'ispirazione dei poeti. D'altronde, in Francia, dopo il Rabelais, il vino torna ad accompagnarsi coll'amore, come seguiva nelle odi di Anacreonte, e ciò dura fino ai giorni nostri. In Italia l'amore lasciatelo fare, che basta da sè senza nessuna sorta di aiuto.
Versi bacchici però ne avemmo anche noi, e precisamente un ditirambo intitolato da Bacco, ma io non oserei chiamare il Redi poeta del vino; non già perchè manchi Bacco alla sua poesia, ma perchè a mio avviso manca di poesia il suo Bacco. A scuola di rettorica ci mescevano il ditirambo a centellini, stimolandoci la sete con chiose storiche e filologiche, al cui paragone, se i versi non ci parvero la quinta essenza della poesia, bisogna dire che siano freddi e muti davvero.
Immagini stupende ce ne sono, per esempio, questa:
Si bel sangue è un raggio acceso Di quel sol che in ciel vedete, E rimase avvinto e preso Di più grappoli alla rete,
ma Dante aveva detto la stessa cosa, e meglio. Manca al Redi l'infuriare che tanto piace al vecchio Anacreonte, manca l'impeto lirico. Il disordine della sua metrica è ordinato con studio finissimo e compassato e lambiccato; quei versi a scalini che salgono e scendono, non vi menano mai nè in cantina nè su per l'aria a volo colla fantasia. Leggendoli non vi assale mai la voglia matta di uscir dalla regola, di peccare e di far peccare, di accendervi fino alla dimenticanza d'ogni ritegno, di mettere a nudo l'anima vostra e di mostrarne tutte le infermità e le bollenti tenerezze. Il Redi pare a me un buono assaggiatore di vini, membro di un qualche giurì ad un'esposizione enologica, esperto a far confronti, erudito a raccontare la storia d'ogni diverso prodotto, uomo di spirito certo, ma del tutto estraneo a quello che dice. Il vino agisce su di lui come l'amore sui poeti arcadici del secolo passato, non fa nè caldo nè freddo.