Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 15
Se noi raccogliamo il liquido emesso nelle 24 ore e lo trattiamo convenientemente, si ricavano in media 24 grammi di questa sostanza bianca e bene cristallizzata che ha ricevuto il nome di urea. Come vedete dalla dose giornaliera di urea contenuta in questo vaso si tratta qui di una quantità cospicua di materie solide che vengono emesse nelle 24 ore. E si noti che questi 20 grammi di urea ci rappresentano solo l'azoto delle sostanze albuminose che vennero distrutte in un giorno nei tessuti del nostro organismo.
Nel gennaio dell'anno scorso il dottor Munk fece a Berlino le seguenti esperienze. Prese parecchi cani ed amministrò loro per alcuni giorni una quantità di cibo tale che rimanesse costante la quantità di urea emessa: quindi mescolò col cibo dell'alcool, adoperando alcune cautele gastronomiche perchè gli animali non se ne accorgessero e determinava ancora la quantità di urea emessa. Egli trovò che dosi moderate di alcool, quelle che hanno solo un'azione eccitante senza ubbriacare, diminuiscono la produzione di urea dal 6 al 7 %. Ciò vuol dire che l'alcool adoperato con sobrietà può considerarsi come una sostanza nutritiva perchè diminuisce e rallenta il consumo del nostro organismo.
Quando Munk amministrava dosi tali di alcool da produrre l'ubbriachezza, od anche solo uno stato di depressione e di sonno, aumentava pel contrario la produzione dell'urea ed in alcuni casi del 10 p. % sopra la dose normale.
Citai subito le recenti esperienze di Munk, quantunque fosse già stato preceduto da altri, per tralasciare tutta una lunga serie di controversie di cui sono pieni i libri di chimica fisiologica su cui non ho tempo di trattenervi. Sarei però ingiusto se non ricordassi le ricerche del Liebig che rimarranno immortali nella storia del vino. Ecco come egli si esprime in proposito nelle sue lettere sulla chimica.
«Quando un uomo che lavora e non si guadagna colle sue fatiche quanto gli è necessario di alimenti, per cui possa intieramente restaurare le sue forze ed attitudine al lavoro, una ostinata, inesorabile necessità di natura lo spinge a ricorrere all'uso del brantwein; gli tocca di lavorare, ma a lui, per l'insufficiente nutrimento, viene ogni giorno mancando una certa quantità di forza per sostenere la fatica; il brantwein, per l'azione sua sopra i nervi, gli permette di fare, a spese del proprio corpo, riparo alla deficiente forza, per ispenderne così oggi quella quantità che si sarebbe dovuta porre in risparmio pel giorno successivo. È come una lettera di cambio sulla salute; una lettera di cambio, che bisogna prolungare sempre, perchè mancano i mezzi di saldarla; il lavoratore consuma il capitale invece degli interessi, quindi segue in ultimo l'inevitabile fallimento del suo corpo»^[VII-6].
Le osservazioni fatte nell'armata prussiana hanno dimostrato che gli affigliati alle società di temperanza quando sono chiamati sotto le armi resistono assai meno alle marcie ed alle fatiche del campo. Come pure è ammesso da tutti gli igienisti che se nella guerra del 1870 e 71 la salute dell'esercito tedesco fu eccellente, questo si deve a ciò che l'esercito invadente conquistava un paese vinifero.
Si è molto disputato intorno ai vantaggi e ai danni che può arrecar l'alcool. Dopo che lo storico Macaulay rivolse la sua attenzione all'influenza che potè esercitare sulla politica dell'Inghilterra il caffè nel secolo XVII; molti domandano ai fisiologi se il vino, la birra, l'acquavite agiscano sul carattere e sullo sviluppo intellettuale delle varie nazioni.
Credo sia molto difficile per non dire impossibile di rispondere con sicurezza ad una tale domanda; però, giacchè un mio amico accennò in queste conferenze l'opinione del prof. Lombroso intorno alla distribuzione geografica delle bionde e delle brune, dirò che ora nell'Europa in generale sono cattolici i paesi del vino, sono protestanti quelli della birra, e finalmente quelli che bevono l'acquavite sono petrolieri o nihilisti.
Le osservazioni del fisiologo sull'azione del vino non possono arrestarsi all'uso moderato di tale bevanda. Vi sono dei fenomeni più gravi e non meno interessanti pel medico; vi è per disgrazia tutta una serie di fatti che degradano la dignità dell'uomo, e da cui avrei desiderato tener lontana la vostra attenzione, se non fossi obbligato di parlarvene. Per vincere la naturale ripugnanza che ho nel trattare questo argomento devo pensare alla compassione che desta in noi la vista di tanti sventurati che si avvelenano coll'alcool. e al desiderio che nasce spontaneo di sapere quali soccorsi si possano prestare nei casi più gravi di avvelenamento per alcool.
La parola avvelenamento corrisponde qui alla designazione volgare di ubbriachezza, in cui si distinguono due periodi; quello dell'eccitamento in cui si è brilli, e quello successivo della prostrazione e della narcosi.
L'espressione animata ed allegra del volto scompare poco a poco; il viso diventa meno vivace, poi melanconico e quindi inebetito. Alla mobilità grande nei lineamenti della fisionomia, succede un rilassamento completo nei muscoli della faccia. Gli angoli della bocca si abbassano come nel volto di un paralitico. La fronte prima maestosa e serena si corruga, si nasconde sotto i capelli arruffati, si ricopre di un sudore viscido e freddo.
Nel primo periodo l'occhio è lustro, perchè è più copiosa la secrezione delle lacrime che lo inumidiscono. Nel secondo periodo lo sguardo è meno espressivo e meno sicuro. Le palpebre si socchiudono, sono pesanti, perchè il muscolo che le solleva è stanco. Gli oggetti sembrano doppi; perchè i muscoli che muovono il globo oculare non si corrispondono più nelle loro contrazioni. Compare una nebbia a traverso cui si discernono confusamente le cose.
È celebre nella storia dell'Inghilterra un grande uomo di stato, che dopo aver bevuto lautamente fino a sera insieme ad un altro deputato, volle egualmente prendere parte alla seduta del Parlamento. Giunti alla Camera dei Comuni presero entrambi posto nei loro stalli e dopo alcuni istanti di attenzione l'uno esclamò: come va che non vedo il presidente? Ora capisco, disse l'altro, perchè io ne vedo due.
Nell'ultimo periodo l'occhio è immobile, come di vetro, fisso e smarrito nel vuoto.
La voce prima vibrata e piena, è ora fessa, incerta, stonata. La lingua paralizzata, balbuziente, incapace di vibrare e di fremere quando si pronuncia la _r_.
L'ubbriaco parla forte e risponde a sproposito, perchè non sente bene, nè la sua voce, nè quella degli altri. Nelle orecchie ha un susurro, un tintinnio, un bisbiglio che lo insegue dovunque.
Nell'ubbriachezza livida si digrignano i denti, con uno scricchiolio che abbrividisce. Le labbra annerite si atteggiano talora convulsivamente ad un riso sardonico. L'esalazione del fiato diffonde intorno un odore alcoolico grave, ributtante. Respirando lungamente colla bocca aperta, le fauci diventano asciutte, la lingua rasposa, ricoperta di una patina biancastra. La sete è ardente, inestinguibile. La respirazione tranquilla, superficiale; spesso l'espirazione diventa più rapida dell'inspirazione; si fa rumorosa; l'ubbriaco sbuffa.
Mentre si sprofonda nel sopore può mandare gemiti e lamenti interrotti come un uomo che piange. Talora dei sogni morbosi si rivelano con parole dimezzate e confuse che muoiono sulle labbra.
La respirazione nei casi più gravi può divenire intermittente, irregolare; con arresti periodici che prolungandosi diventano la causa precipua della morte.
Nei bambini i sintomi dell'ubbriachezza alcoolica rassomigliano a quelli dell'avvelenamento con sostanze corrosive che siano penetrate nello stomaco.
Il cuore è di tutti gli organi quello che risente meno l'azione dell'alcool. Il polso delle arterie prima forte, frequente, duro: dopo è debole, lento, cedevole. L'abbassamento della temperatura può raggiungere 2° o 3° centigradi.
Quanto ai movimenti dirò che chi è brillo prova la sensazione piacevole di essere più leggiero: il suo gesto è concitato: balla e salta volentieri.
Il primo disordine nella coordinazione dei movimenti compare nelle parti più lontane dal cervello, nelle gambe, che cedono sotto il peso del corpo, vacillano e si incrociano.
L'ubbriaco cammina a stento, non può seguire una direzione costante, ma dondola, serpeggia, barcolla: è incapace di voltarsi con movimento improvviso senza perdere l'equilibrio: si trascina lungo i muri ed è specialmente nella discesa dove più facilmente inciampa e stramazza al suolo.
In un libro tedesco ho trovato una giaculatoria scritta nel 1450 con cui si benediva il vino. Questa preghiera della sbornia finiva presso a poco colle seguenti parole:
«Difendimi, o Dio, anche dal cattivo incontro dei cespugli spinosi quando dovrò scendere giù nella valle. Reggimi sulle mie gambe; fa che io ritorni allegro a casa dalla mia donna, ed io sappia tutto ciò che essa vorrà domandarmi: ed ora salvami, o Dio, da una sconfitta»^[VII-7].
L'effetto paralizzante del vino si diffonde poco per volta alle braccia. Le mani tremano, l'ubbriaco è meno destro nel mescere. Ne vidi uno che per accendere un mozzicone sciupò un'intera scatola di solfanelli, scottandosi il naso e le labbra ed abbruciandosi i baffi, senza che la fiamma potesse arrestarsi un momento sotto la punta del sigaro.
Ma più degradante è lo stato di un uomo affogato nel fumo di una taverna che non sa più dove abbia la bocca e porta incerto il bicchiere sotto il mento per versarsi il vino sul petto. La testa ciondola da tutte le parti, perchè i muscoli del collo non la reggono più sulla colonna vertebrale. Basta tagliare i muscoli dell'occipite ad un cane perchè esso prenda immediatamente l'aspetto e l'incesso di un cane ubbriaco.
Nelle persone molto eccitabili compaiono degli accessi maniaci come di pazzia convulsiva. Oppure si manifesta improvvisamente una depressione profonda cui succede un collasso inquietante. È così che alcune persone cadono al suolo e sono per lungo tempo incapaci di muoversi. Nell'inverno questi ubbriachi abbandonati a loro stessi muoiono pel freddo. Alcuni altri nella stagione meno rigida essendo rimasti per oltre 24 ore nella medesima posizione tenendo un braccio schiacciato sotto il peso del proprio corpo, perdettero dopo la mano per cancrena ed ebbero tutto il braccio edematoso.
L'ubbriaco si addormenta con facilità, il suo sonno è grave, russante: chiamandolo per nome, scuotendolo non si desta, spruzzandogli con acqua il viso apre gli occhi istupiditi e rimpiomba nel suo intontimento.
Spesso si trovano questi ubbriachi distesi al suolo, insozzati negli avanzi dell'orgia, col pallore della morte sul volto. Sollevati cadono colle braccia e le gambe penzoloni come un cencio bagnato. La sensibilità della pelle è scomparsa. Il naso, le mani, i piedi sono freddi. La respirazione sempre più debole non basta più ad alimentare la fiamma della vita.
L'acido carbonico che si accumula nel sangue, perchè non può venire eliminato, dà alla pelle delle mani e del volto un colore paonazzo, ed aggrava precipitosamente lo stato della narcosi alcoolica. Si produce così un secondo avvelenamento che può riescire fatale.
Noi siamo giunti agli estremi aneliti di chi si ammazza coll'alcool; a quell'ultimo confine della vita dove la mano abile di un medico può ancora salvare l'ubbriaco dalla morte per mezzo della respirazione artificiale. Ma se tarda il soccorso incomincia l'agonia e si spegne lentamente la vita per asfissia, o per paralisi del cuore.
Per fortuna questi casi sono rari e l'ubbriachezza fa minor strage in Italia che altrove. Noi siamo per testimonianza degli stranieri il popolo più sobrio e frugale fra le nazioni civili. Ed è quindi con vera soddisfazione che dopo aver sentito terminare parecchie delle precedenti conferenze col dire che noi dobbiamo imitare i francesi nella fabbricazione del vino, che dobbiamo imitare i popoli d'oltre Alpi nel commercio del vino, che dobbiamo imitare gli stranieri nella coltura della vite, posso ora conchiudere che non dobbiamo imitare le nazioni più civili nell'abuso del vino, ma perseverare in quella sobrietà ed in quella frugalità che sono doti meritamente apprezzate in molta parte del popolo italiano.
[VII-1] J. RANKE, _Grundzüge der Physiologie des Menschen_, 1872, pag. 177.
[VII-2] A. MOSSO, Sulle variazioni locali del polso nell'antibraccio dell'uomo. _R. Accademia delle Scienze di Torino_, novembre 1877.
— Sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo. _Atti della R. Accademia dei Lincei_, 1880.
[VII-3] _Opera citata_, Sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo.
[VII-4] A. MOSSO, _Sulle variazioni locali del polso_, pag. 33.
[VII-5] BINZ, Die Ausscheidung des Weingeistes durch Nieren und Lungen. _Archiv f. exp. Path. u. Pharmakologie_, VI. B., pag. 287.
[VII-6] Lettere prime e seconde di Liebig tradotte da F. Selmi. Torino, 1853, pag. 313.
[VII-7]
Und beschirm' mich auch vor dem Strauchen, Wenn ich die Stieg' hinab muss tauchen, Dass ich auf meinen Füssen bleib' Und fröhlich heim geh' zu meinem Weib, Und alles das wisse, was sie mich frag, Nun behüt' mich Gott vor Niederlag.
_Weinsegen_, HANS ROSENBLÜTH.
_G. GIACOSA_ — I POETI DEL VINO
(_Conferenza tenuta la sera delli 8 marzo 1880).
_Signore e Signori_,
Il titolo della mia conferenza non combina esattamente coll'argomento di essa nè coll'ordine che intendo seguire. Meglio che: I poeti del vino, l'avrei chiamata: Il Vino nei Poeti, se questo secondo titolo non implicasse una certa idea di capacità e di recipienza e se per esso i poeti non fossero convertiti in altrettanti orcioli o botti, a grande scapito della propria dignità e del rispetto dovuto alle muse. Vi sono certamente dei Poeti, i quali si sommettono volontariamente a questa _Capitis Diminutio_, ed affogano nel vino le vere o le vantate amarezze credendo forse che a vederci doppio ci si vegga meglio; ma, diciamolo subito, questi non fanno il numero maggiore. Molti hanno cantato il vino e non si conosce di loro che ne bevessero; di taluni anzi, come del Redi, fu scritto che erano astemii; dei più felici descrittori di ubriacature (e parlo dei moderni, ai quali sarebbe quasi impossibile sottrarsi alla vigilanza biografica dei giornali) non ho mai inteso dire che descrivessero per esperienza propria, e invece, cosa ben più rimarchevole, parecchi di quelli che passarono ai posteri per incorreggibili beoni e morirono arsi dall'alcool, non fecero mai nei loro scritti il menomo cenno del vino. Ciò dimostra che la sincerità poetica, non va assomigliata a quella di un testimone chiamato ad asseverare davanti il giudice la verità o la falsità di un fatto determinato quale gli risulta di certa scienza. Guai se i poeti dovessero veramente aver vissute tutte le poesie che hanno scritto, e se l'ispirazione non dovesse essere altro che il frutto della certa esperienza dei sensi. La sincerità del poeta è tutta oggettiva e suo ufficio è di _mostrare_ e non di _aver provato_ o _veduto_.
Dopo questo che ho detto, viene ovvio, che si dividano i poeti del vino in due classi diverse: 1ª quelli che lo hanno cantato, 2ª quelli che lo hanno bevuto. La prima comprende i poeti dei quali per udire menzionato il vino, bisogna cercare le opere; la seconda quelli, che gli fecero una larga e trista parte nella storia della propria vita. La prima è compagnia, non sempre allegra, nè serena (il vino fu invocato più spesso consolatore e lenitore d'affanni, che non datore di gioia), ma non lascia mai nell'animo quel senso di pietà e di sgomento che vi è generato dalla seconda. La prima appartiene alla storia del pensiero umano, la seconda a quella delle umane miserie, e dico miserie, e non brutture, perchè mi propongo di mostrarvi in seguito, che nella vita dei poeti, il vizio del bere, non fu sempre così vergognoso come all'apparenza potrebbe sembrare.
Vediamo dunque di seguire il vino via per le menti dei poeti, e cerchiamo che pensieri vi accenda, di che immagini si vesta, come parli, con quali nomi si chiami, come sia invocato o vituperato, e che luogo tenga nelle opere loro. Qui la domanda se il vino sia un bene od un male non occorre. Tutto ciò che è capace di commuovere fortemente l'anima umana, e di farne scattare quella fiamma o irradiare quella continua luce che si chiama poesia, al giudizio di chi studia i poeti deve apparire come un bene, se non in se stesso, almeno in rapporto colla mente del poeta. Chi di noi oserebbe rimpiangere che vi sia stata la guerra di Troja, quando senza di essa non sarebbero i due più grandi poemi del mondo? L'esempio è solenne, ma di tanto più eloquente. I vizi e le viltà umane ci hanno dato la divina commedia; il più grave peccato d'orgoglio che siasi commesso sotto le stelle, anzi fra le stelle, ha ispirato al Milton il suo caldo poema; si può quasi asserire, che la storia dell'arte è la storia delle maggiori colpe o per lo meno dei maggiori errori dell'uomo. Il vino, come l'amore, deve dunque, al punto di vista dell'arte, esser tenuto per un bene; che se non sale all'altezza dell'amore, ciò forse deriva da che fu meno nocevole di lui e ad ogni modo da che sono in maggior numero ed in età più cara alle muse gli amanti che non i bevitori.
Amante e bevitore sincero, Anacreonte, non disgiunge mai Venere da Bacco, e li chiama belli tutti e due nell'istessa ode, anzi nello stesso verso:
E Amor, dai capei d'oro, Quando letizia fa' giocondo al vecchio Il finir delle cene, Con Vener bella e il bel Lieo sen viene.
Anacreonte è dei pochissimi che non hanno fatto il vino nemico all'amore; li invoca insieme, se ne ispira ad un tempo, Bacco lo fa seguace d'amore, amore lo fa ardere di sete; svergognato vecchio e squisitissimo poeta, colla grazia impudente che ingentilisce persino le più abiette codardie, egli invoca ed esalta le orgie e non va mendicando loro la facile e di poi solita scusa delle angoscie sofferte e della cercata dimenticanza:
Ed io voglio de' balsami Tra le soavi e care Fragranze e i colmi nappi e l'allegria Voglio di Bacco e dell'amica mia, Piena la mente e il petto infurïare.
Infuria spesso Anacreonte, e sfrontato e pazzo com'è, racconta di altri che infuriarono prima di lui, ma per ben diverse cagioni. Infuriarono Alcmeone ed Oreste, poichè le loro madri uccisero, io infurio bevendo. Infuriossi Alcide fra gli archi e le freccie, io infurio bevendo. Infuriò Aiace roteando la spada,
Io questo nappo abbranco E le chiome inghirlando. Arco non stringo e non ho spada al fianco, Onde più che non soglio Infurïare io voglio.
Un'altra volta prega Vulcano, che gli faccia una tazza d'oro, quanto sa profonda, e che su quella gli figuri un suolo fiorito, e tralci ombrosi, e Amore in un tino, intento a pigiare l'uva matura, e Bacco e Batillo con loro. Un'altra volta scrive:
O fanciulle, porgete da bere Ch'io vo' ber finchè bastami il fiato. Ho bevuto, ma voglio ribere, Che tutto ardo anelante, assetato.
Quando gli viene la malinconia dei pensieri gravi, ogni più lugubre riflessione lo rimena al suo tema favorito; non c'è verso che nominando la morte, quel vecchio che l'ha così vicina, si rattristi durevolmente, anzi dall'idea della tomba imminente ricava nuovo stimolo ad amare ed a bere.
Venga a suo tempo Morte. Io vo' scherzare, Vo' rider, vo' saltare Insino all'ultim'ore Con Bacco, e con Amore.
Ai giovani che danzano e tracannano vino, come l'età spensierata lo comporta, egli lancia spesso, non so se le più superbe o grottesche disfide.
Del ber con voi garzoni io vengo a prova.
E fin qui passi, e li avrà forse anche superati, ma aggiunge:
E se danzar vi giova, Invece dello scettro un otre abbranco, Nè duopo ho della canna Che mi puntelli il fianco.
Dio sa che ruzzoloni sui prati fioriti e sotto i pampani ombrosi!
Il breve tempo che mi è concesso e più l'onesta compagnia mi trattengono da nuove citazioni, dalle quali apparirebbe pur sempre meglio la meravigliosa pieghevolezza di quell'ingegno sottile e raffinato e l'arte squisitissima che gli fa ingentilire le più repugnanti laidezze. Il vizio non ebbe e non avrà forse mai più un così elegante apologista. Anzi, anche noi nati e cresciuti in un mondo così diverso dal suo, ed avvezzi a tante maggiori ipocrisie, per chiamarlo vizioso, dobbiamo allontanarci dall'opera sua, come si fa di certi quadri per poterne abbracciare l'insieme. Fino a che la musica dei suoi versi ci carezza e la limpida eleganza delle sue immagini ci seduce, non siamo coscienti del fondo melmoso in cui egli diguazza: il poeta ci afferra, si impadronisce del nostro senso artistico a scapito del morale, ci costringe ad un'ammirazione calda, spensierata, ci eccita e ci sfibra, ci infonde la deliziosa mollezza dei suoi costumi e del suo cielo, e tutto ciò semplicemente e quasi candidamente. Egli è che il suo vizio non è mai volgare, ed i godimenti che egli invoca e sublima si completano attingendo a mille sorgenti di vera poesia. Ad un verso bacchico, segue spesso un verso pieno del più intimo sentimento della natura, un vero quadro di paesaggio in piccolissime dimensioni. Il sole è gran parte delle sue gioie, la freschezza dei luoghi ombrosi è espressa con immagini evidentissime, egli si ubriaca ed ama a suon di cetra in mezzo a danze ed a cori.
Mi sono dilungato a parlarvi di Anacreonte perchè si può ben dire che egli fu il vero ed anzi il solo poeta del vino. Dopo di lui, passeranno molti e molti anni, seguiranno i più gravi fatti che la storia comprenda, e converrà che la civiltà che lo produsse si sfasci, che se ne prepari una nuova e che questa nel suo inizio ecceda in manifestazioni ascetiche, perchè appariscano come una rivolta del sentimento e del diritto umano i canti bacchici dei Goliardi, dei quali vi parlerò in appresso.
I Latini cantarono tutti il vino, ma questo non tenne nelle opere loro nè il primo nè il secondo posto. Virgilio si può dire che lo nomini appena: il Bacco che egli invoca al principio del secondo libro delle Georgiche, più che il Dio del vino, è il Dio della vendemmia, un nume agreste, anzi agricolo, adorato in misura delle ricchezze che largisce:
Huc pater o Lenaee (tuis hic omnia plena Muneribus; tibi pampineo gravidus autumno Floret ager, spumat plenis vindemia labris).
I poeti lirici naturalmente ne discorrono di più ed in modo più soggettivo, e vediamo Orazio menzionarlo parecchie volte con parole che ci fanno sentire chiaro in qual conto lo tenga, tanto che lo mette fra i grandi beni della vita e ce lo nomina ogni qual volta parla dell'abbandono che per morte si farà di essi. Però la ingenua semplicità di Anacreonte è già svanita e molte volte l'inno bacchico assume un carattere solenne e religioso che ci allontana dall'idea pratica del vino. Anche la schiettezza si perde. Orazio, nell'ode ad Apollo, dice che bastano ai suoi festini le olive, la cicoria e la malva, piatti magri come vedete; ma la sua cantina è più ghiotta di lui e gli fornisce tali vini che stonerebbero troppo con quei modesti alimenti. Vediamo già qualche poeta diventare sentimentale e parlare del vino in tono di amarezza. Le orgie non sono più così spontaneamente gioconde, così spensierate come quelle di Anacreonte. Sono anzi molte volte volute, cercate, con uno scopo determinato, estraneo ad esse. L'ubriachezza non è più un fine, ma un mezzo, il mezzo per giungere ad un fine ben più triste e grave: l'oblio.
Sentiamo Tibullo. Egli comincia un'elegia invocando Bacco perchè lo assista nel dolore poichè:
Saepe tuo cecidit munere victus Amor Spesso per opra tua fu vinto Amore,
e la finisce dicendo:
Venit post multos una serena dies Viene alfin dopo molti un dì sereno,
e quel giorno sereno vedrà il poeta briaco fradicio.