Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880

Part 13

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L'Oidio fece la sua prima comparsa nelle stufe di Margate in Inghilterra, ove fu osservato per la prima volta dal signor Tucker, giardiniere, e successivamente studiato dal Berkeley, che in onore del suo scopritore lo chiamò _Oidium Tuckeri_. Dall'Inghilterra questa malattia si diffuse sollecitamente in Francia, ove fu osservata nel 1848, e quindi passò in Svizzera ed in Italia, ove comparve nel 1851. La malattia suole ordinariamente presentarsi poco dopo la fioritura della vite, cioè nei mesi di maggio e giugno, secondo le località. Incominciano a svilupparsi sulle foglie e sui rami delle produzioni filamentose che grado grado si estendono. Successivamente appariscono delle macchie bruniccie sui rami, sulle foglie e sugli acini, che a grado a grado si dilatano e si confondono, mentre si rivestono d'una polvere bianchiccia. I rami, più o meno alterati nei loro tessuti superficiali e profondi, spesso si mortificano e cadono; le foglie si raggrinzano e si disseccano, gli acini rimangono atrofizzati e deformati, la buccia loro si screpola, e ben presto si disseccano o marciscono. Tutti questi danni debbonsi appunto all'Oidio che cagiona le macchie sopra descritte e che si presenta formato da filuzzi esilissimi, i quali strisciano sulla superficie dei vari organi della vite, aderendo a questi per mezzo di corte ramificazioni dette _succiatoi_, cui è affidato l'incarico di succiare il nutrimento dal substrato. Sopra questi filamenti, che costituiscono la fronda del fungo, si producono dei rametti che sorgono verticalmente, i quali nell'estremità loro superiore si segmentano in articolazioni, che sollecitamente prendono forma ellissoidea e si distaccano per costituire le spore. Siccome poi la estremità di rametti siffatti continua a segmentarsi ed a produrre spore per tutta la vita della pianta, e queste facilmente trasportate dal vento, a cagione della loro eccessiva tenuità e leggerezza, germogliano e riproducono la pianta, tostochè si trovino in condizioni favorevoli; agevolmente si comprende quanto facilmente il funesto parassita possa diffondersi e trasportarsi, non solo da un organo all'altro della medesima pianta, ma pure da una pianta all'altra ed a considerevole distanza, e così in breve tempo infestare delle regioni estesissime. Gli studi istituiti sull'Oidio starebbero a dimostrare non essere esso un vegetale che in sè stesso chiuda il ciclo della sua vegetazione, ma una forma particolare di altro organismo di struttura più complicata, che sarebbe un _Erysiphe_, di cui rappresenterebbe la forma più semplice, quella che suol presentarsi nelle prime fasi di sviluppo del fungo e che per gli organi speciali di riproduzione che produce, si suole appellare conidifera. Havvi però, chi vorrebbe considerare l'Oidio come forma conidifera di altro funghetto, anzichè di un _Erysiphe_, cioè della _Spherotheca Castagnei_. Nè sola è la nostra vite ad accogliere un ospite tanto malefico, poichè esso è stato pure osservato sopra alcune specie americane, cioè la _Vitis aestivalis_, la _Vitis riparia_ e la _Vitis condicans_.

L'Oidio va sovente accompagnato da un'altra specie, che per qualche tempo fu ritenuta quale pertinenza dell'Oidio stesso, cioè l'_Ampelomyces quisqualis_ Ces., denominato poi _Cicinnobolus Cesatii_ dal de Bary. Il micelio di questo funghetto cresce frammisto a quello dell'Oidio, e penetra con i suoi filuzzi persino entro a quelli dell'Oidio, sul quale vive parassiticamente. Dai filamenti del micelio si producono dei rametti che sorgono verticalmente e terminano in una cellula claviforme od ellissoidea, che produce nel suo interno numerose sporuline ellissoidee o quasi cilindriche. Sembra che questo funghetto debba ritenersi benefico per la vite, anzichè malefico, giacchè è dimostrato che col suo parassitismo, non solo disturba lo sviluppo dell'Oidio, ma gl'impedisce di fruttificare e lo distrugge. Facilmente si comprende però che tale azione benefica giunge ordinariamente troppo tardi, perchè essa possa far sentire la sua efficacia, ond'essa può ben classificarsi fra quei rimedi che si dicono non recati a tempo. Certamente se noi ci fossimo attaccati all'azione benefica del Cicinnobolus, le nostre raccolte sarebbero andate tutte perdute. Il vero rimedio però che ci ha messo in grado di combattere questo terribile nemico, e liberare i nostri vigneti da sì grave flagello, è stato lo zolfo in polvere, rimedio che fu per la prima volta proposto da un distinto botanico francese, il prof. Duchartre di Parigi.

Nel gruppo dei Gimnomiceti troviamo il _Fusi__sporium Zavianum_ Sacc., che può riuscire nocivo alla coltura delle viti ed il _Gloeosporium ampelophagum_ Sacc., che di recente ha recato danni abbastanza gravi ai nostri vigneti, e che merita perciò alcune parole.

È questo il funghetto che cagiona quella malattia denominata presso di noi _Bolla_, _Picchiola_, _Vaiuolo_, _Nebbia_, e che infestò varie provincie della nostra Italia in questi ultimi anni. Incomincia questa malattia ad apparire in primavera sui rami e sui pampini, in forma di macchie di color bruno rossastro, quasi tonde o bislunghe^[VI-13], con margine di color più scuro e depresse nel centro. Queste macchie si producono pure sopra gli acini in via di maturazione, riducendone la buccia cariacea, onde il loro accrescimento non può che effettuarsi molto imperfettamente, e la loro polpa ne resta più o meno deteriorata ed esausta. Esaminando al microscopio i tessuti occupati da tali macchie, si osservano dei filimenti esilissimi che serpeggiano fra le cellule del tessuto, provocando un ingrossamento nelle loro pareti ed alterandone il contenuto. Nella parte poi più prossima alla superficie, si formano delle piccole sporgenze composte di sottili filamenti disposti in ciuffo od in palizzata, che aprendosi la strada attraverso alla cuticola, si portano in contatto dell'aria e producono nelle loro estremità delle minutissime spore. Si tratta adunque di un funghetto endofito, che cioè si sviluppa nell'interno dei tessuti della pianta che lo ospita. Si ritiene poi che questo malanno non sia cosa nuova, giacchè il Marés dà la traduzione di un passo di Teofrasto, ove non si può fare a meno di riconoscerlo. Il suo infierire in questi ultimi anni fu in relazione con speciali condizioni meteorologiche che si verificarono nei mesi di aprile, giugno e luglio, per le pioggie molto frequenti che si alternarono sovente con giornate nebbiose e calde, onde si ebbero dei rapidi cambiamenti di temperatura, che associati alla umidità in abbondanza, sembrano aver molto favorito lo sviluppo di un tal parassita. Sembra pure che non tutte le varietà sieno egualmente attaccate: quelle dei paesi caldi ed a vegetazione più rigogliosa lo sarebbero più facilmente di quelle dei paesi più temperati. In Toscana ho potuto osservare tale malattia sulle uve _Salamanna_, _Galletta_, _Regina_, _Colombano_, _Sangioveto_, _Montanino_, _Macaja bianca_, _Colore aspro_, _Colore dolce_, _Moscatello_, _Malvagia_, _Aleatico_, _Greco_, _Agrifone_; il _Trebbiano_ ed il _Canajolo_ bianco e nero parrebbero più difficilmente attaccabili. Varii furono i rimedi proposti contro questa malattia. Si propose di recidere i tralci attaccati per promuovere una nuova vegetazione, e di far uso di larghe concimazioni potassiche, si fece uso di zolfo in polvere, di polvere di calce, di solfuro di calcio, di solfato di ferro: ma io tralascio di diffondermi in questi dettagli, invitando coloro che desiderassero notizie più estese a consultare i lavori pubblicati sopra quest'argomento.

Dalla malattia precedentemente descritta va distinta l'_Antrocnosi_, che con quella è stata sovente confusa. L'Antrocnosi è malattia che si sviluppa sulle viti americane alle quali riesce gravemente dannosa. Essa è conosciuta pure coi nomi di _Rot_, _Small pox_ e si produce sugli acini in forma di pustole che somigliano alquanto a quelle del _Gloeosporium ampelophagum_ Sacc. Il funghetto che si considera come causa di tale malattia è quello stesso di cui abbiam parlato di sopra, cioè il _Phoma uvicola_ Berk. et Curt.

Altri malanni, che sogliono pure manifestarsi sulle nostre viti, sono quelli conosciuti sotto i nomi di _Malattia del bianco_ e _Malattia del nero_. La prima di queste si presenta sotto forma di micelii bianchi che invadono il tessuto legnoso fino al punto di uccidere la pianta. Questi micelii sembra che si debbano riferire ad alcune specie di funghi imenomiceti. L'altra malattia si manifesta con un'alterazione del tessuto dei fusti e dei rami lungo i vasi porosi, per la quale i vasi porosi e le cellule legnose circostanti prendono una colorazione scura.

Ma qui non finisce l'enumerazione dei vegetali che hanno relazione col vino, che anzi nel vino stesso abbiamo un'intera Flora, ricca di forme numerose e svariate, il cui studio è ben lungi dal potersi dire completo.

Voi sapete che il mosto dell'uva non si trasforma in vino se non subisce la fermentazione. In conseguenza della fermentazione il mosto s'intorbida, in esso si sviluppa una sostanza gazosa che facilmente si riconosce per acido carbonico, ed il suo sapore di dolce si riduce più o meno piccante. Un fenomeno simile si produce pure nel liquido con cui si prepara la birra. I chimici ci dicono che per effetto della fermentazione lo zucchero contenuto nel mosto si scinde in alcool ed in acido carbonico, con produzione altresì di piccola quantità di glicerina e di acido succinico. Ma come avviene questa trasformazione? Quali sono le cause che la determinano? Al giorno d'oggi si ritiene che il fermento del mosto, il principio cioè che determina la fermentazione, sia rappresentato da una pianticella microscopica che vive nel mosto e che nutrendosi determina la decomposizione dello zucchero in alcool ed in acido carbonico. Ognuna di queste pianticelle, come vedete in questa figura (Fig. 1), consta di alcune cellule riunite in piccola famiglia, spesso a forma di catenella ramosa, la quale è capace di accrescersi per gemmazione e di dividersi in varie altre in modo che da una d'esse molte in breve tempo se ne producono. Entro a queste cellule poi in circostanze speciali si producono pure da 2 a 4 minutissime spore.

[FIGURA: Fig. 1.]

Il nostro Fabbroni, nel cadere del secolo scorso, fu il primo a dimostrare che, affinchè la fermentazione del mosto si effettui, si richiede la presenza di certe sostanze che egli chiamava vegeto-animali, e che adesso diconsi sostanze albuminoidi. Il Gay Lussac dimostrò che non basta la presenza delle sostanze albuminoidi, ma occorre pure la presenza dell'aria affinchè la fermentazione abbia luogo. L'Erxleben nel 1818 osservò pel primo il fermento della birra e riconobbe in esso i caratteri di vegetale. Desmazières, poco appresso, lo ritenne da prima come un infusorio, ma poi lo classificò come un fungo. Il Persoon lo ascrisse pure alla classe dei funghi, formandone il genere Mycoderma, e la stessa opinione seguì pure il Meyen, costituendone il genere Saccharomyces, mentre il Kützing lo giudicava un'alga e lo poneva nei Crypticoccus. Cagnard Latour, avendo osservato la gemmazione delle cellule del fermento, ritenne, come Erxleben, ch'esso fosse la causa della fermentazione, ciò che venne poi confermato dall'esperienze di Schwann, che dimostrò inoltre l'aria essere capace a provocare la fermentazione non di per sè, ma per i germi di organismi ch'essa contiene. Berzelius e Mischerlich spiegarono la fermentazione con la celebre forza catalitica. Sorse poi il Liebig con la sua teoria meccanica della fermentazione, nella quale considerava la fermentazione come un fenomeno chimico, causato dalla decomposizione delle sostanze albuminoidi contenute nel liquido fermentabile. Finalmente il Pasteur in seguito a studii continuati per vari anni, ha rimesso in vigore le idee di Erxleben e di Schwann, dimostrando che i Saccharomyces, che si sviluppano nei liquidi zuccherini, sono da considerarsi come la causa principale della fermentazione. Secondo il Pasteur questi Saccharomyces, che costituiscono il fermento, respirerebbero come gli altri vegetali assorbendo ossigeno allorquando trovansi in contatto dell'aria; ma allorchè sono immersi in liquido fermentabile, non potendo altrimenti appropriarsi l'ossigeno dell'aria, prenderebbero questo elemento dallo zucchero contenuto nel liquido decomponendolo in alcool ed in acido carbonico. In questi ultimi tempi fu fatta un'opposizione molto viva a questa teoria per parte di varii scienziati, fra i quali Brefeld, Treube, Berthelot e Trecul, per adesso però sempre trionfa la teoria del Pasteur.

[FIGURA: (Fig. 2).]

[FIGURA: (Fig. 3).]

[FIGURA: (Fig. 4).]

[FIGURA: (Fig. 5).]

[FIGURA: (Fig. 6).]

[FIGURA: (Fig. 7).]

[FIGURA: (Fig. 8).]

Gli studi fatti dal Rees hanno dimostrato potersi distinguere varie specie di questi Saccharomyces. Il _Saccharomyces ellipsoideus_ Ress. è quello che costituisce il fermento del vino (Fig. 1). _Saccharomyces Cerevisiae_ (Fig. 2) è stato chiamato quello che si sviluppa nel liquido preparato col malto, e che ne determina la fermentazione e la trasformazione in birra. I _Saccharomyces exiguus_ (Fig. 3), _S. apiculatus_ (Fig. 4), _S. pastorianus_ (Fig. 5), _S. conglomeratus_ (Fig. 6), _S. Reesii_ (Fig. 7), si producono pure nel mosto dell'uva. Altre specie sono il _S. albicans_, il _S. glutinis_ ed il _S. mycoderma_ (Fig. 8). Quest'ultimo è particolarmente interessante, inquanto è desso che costituisce quella pruina biancastra che si produce alla superficie del vino, che conservasi in vasi mal chiusi e che chiamasi fiore del vino. Questo gode di una singolare proprietà: poichè mentre i suoi congeneri si compiacciono di vivere in un mare di dolcezza, nutrendosi dello zucchero contenuto nei liquidi fermentabili, egli preferisce i liquidi alcoolici dei quali consuma l'alcool che trasforma in acqua ed acido carbonico, contenendosi come un gran bevitore.

A tutti questi poi si debbono aggiungere tutti quei microfiti che si sviluppano nel vino allorquando esso si altera più o meno, e che secondo il Pasteur debbono considerarsi come cause delle alterazioni medesime. Le differenti malattie cui va soggetto il vino, che si denominano _Spunto_, _Vino cercone_, _Vino girato_, _Vino grasso_ o _filante_, _Amarezza_, ecc., derivano pure da crittogame speciali, che facilmente si possono riconoscere per mezzo del microscopio, come il Pasteur ha dimostrato nella pregiatissima opera pubblicata sotto il titolo di _Études sur le vin_. Io vi dirò poche parole di quello fra questi organismi che è meglio conosciuto, e che si considera come causa dello spunto od acescenza.

[FIGURA: (Fig. 9).]

Il microfito che si suole ritenere come la causa della acescenza del vino, è quello che è conosciuto volgarmente col nome di _Madre dell'aceto_. Scientificamente fu detto, fino a questi ultimi tempi, _Mycoderma aceti_, essendosi creduto che esso fosse affine ai _Saccharomyces_, che pure si includevano nello stesso genere; però recentemente si è riconosciuto che esso non solo deve essere separato dai _Saccharomyces_ per essere incluso nel genere _Bacterium_, ma merita appena di essere distinto dal _Bacterium Termo_, che si considera come la causa delle putrefazioni. Esso consta di cellule minutissime, quasi globose, riunite due a due, oppure in serie a formare come delle coroncine (Fig. 9): cellule che si mantengono alla superficie del liquido formandovi un sottilissimo strato, che successivamente s'ingrossa in una massa mucilagginosa paragonabile ad una cotenna. Il Pasteur che ha molto studiato sopra questa produzione, ha sostenuto ch'essa debba riguardarsi come la causa della malattia dell'acescenza e della produzione dell'aceto, facendo osservare come sia affatto impossibile la trasformazione dell'alcool in aceto per quanto si tenga in contatto dell'aria, senza la presenza del _Bacterium aceti_. In tutti i casi infatti in cui vi ha trasformazione di alcool in aceto, egli dimostra verificarsi la presenza di siffatto microfito. Recentemente però il prof. Herzen ha pubblicato delle osservazioni che sembrano stare in opposizione con una tale teoria. Il prof. Herzen avendo dimostrato che una piccola quantità di acido borico che si aggiunga al vino, toglie ad esso la facoltà di trasformarsi in aceto, per quanto si prolunghi il suo contatto con l'aria in presenza del _Bacterium aceti_, concluderebbe che la trasformazione del vino in aceto dovesse considerarsi come un semplice fenomeno di ossidazione, anzichè come un fatto dipendente dalla nutrizione del _Bacterium aceti_.

Altre piante pure, oltre la vite e le congeneri di cui vi ho parlato, possono fornire bevande spiritose simili al vino.

Colle mele ed anche colle pere si prepara un vino di frutta che si chiama _Sidro_ e che si fabbrica in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Germania, in Russia, in alcune regioni dell'Affrica ed anche in America. S'ignora l'origine di tale bevanda, ma si crede che sieno stati gli Egizii e gli Ebrei i primi a farne uso.

Dalle ciliegie si ottiene pure un liquore spiritoso detto _Kirchwasser_, di cui si fa uso principalmente in Svizzera ed Alemagna. La Foresta nera ne fornisce la qualità più pregiata.

In Inghilterra si adoperano i frutti del _Ribes grossularia_, la comune Uva Spina, per farne un liquore spiritoso.

In America si prepara una specie di vino coi frutti delle piante del genere _Guazuma_ (Büttneriacee) e con i baccelli di varie specie del genere _Prosopis_ (Mimosee) si prepara una specie di birra detta _Aloja_. Allo stesso uso servono nella Senegambia i frutti della _Spondias birrea_ (Anacardiacee).

In generale tutti i frutti dolci possono essere impiegati al medesimo scopo.

Nè solo il succo dei frutti, ma quello pure che si contiene in altri organi delle piante può essere trasformato in bevanda più o meno simile al vino.

Il succo dolce che s'ottiene dall'_Acer saccharinum_ nell'America settentrionale si trasforma in liquore spiritoso per la fermentazione. Il succo delle giovani messe delle Mammee e quello persino delle gemme di alcune specie di abete, si prestano allo stesso uso. Col succo contenuto negli stocchi del gran turco in Bolivia si prepara una birra che chiamasi _Chicha de palo de meiz_. Il melazzo, che si ottiene come residuo della preparazione dello zucchero, dalla canna di zucchero, fornisce il Rhum.

Nel Messico si ottiene una bevanda spiritosa detta Vebli o Pulque dall'_Agave americana_, che adesso cresce pure spontanea nelle parti meridionali della nostra Penisola. Allorquando l'infiorazione è per svilupparsi si recide alla base e dalla ferita si raccoglie l'umore che poi si fa fermentare. Origine consimile hanno pure i vini di palma, chiamati _Toddy_, _Leymi_, _Arrach_, che si preparano facendo fermentare il succo che sgorga dalle ferite fatte nelle infiorazioni di varie specie, quali la _Coripha umbraculifera_, il _Borassus flabelliformis_, il _Cocos nucifera_, il _Sagus Rumphii_, la _Mauritia vinifera_, ecc.

Oltre agli organi contenenti zucchero, possono ottenersi bevande spiritose pure da quelle parti che contengono principii capaci di trasformarsi in zucchero. In questa categoria figurano principalmente i semi feculacei. La più conosciuta fra le bevande che si ottengono dai semi è la birra; bevanda che, come il vino ed il sidro, risale ad un'antichità molto remota, attribuendosene la scoperta ad Osiride, da alcuni, da altri a Cerere, d'onde i nomi di _Cerevitia_, _Cerevisia_, _Ceria_, _Cervogia_, coi quali è stata appellata. La birra si prepara coi semi dell'orzo, che si fanno germogliare affinchè la fecola in essi contenuta si trasformi in zucchero, e quindi si seccano per ottenerne il malto, col quale poi si prepara il liquido che mediante la fermentazione si trasforma in bevanda.

Altra bevanda analoga alla birra è quella che si prepara nel Chilì coi semi del Granturco, detta dai nativi _Chicha_. La _Busa_ dei Tcerkessi, il _Tuack_ dei Dayack, il _Sacki_ dei Giapponesi, il _Sampsu_ dei Chinesi, la _Meriesa_ ed il _Bisbil_ del Soudan, sono pure bibite spiritose preparate con semi di cereali.

Ma uno dei più singolari emuli di Bacco lo troviamo fra i vegetali di struttura più semplice, nella classe dei funghi. L'_Agaricus muscarius_ Fr., specie venefica comunissima nei nostri boschi, nella penisola del Kamchatka presso l'estremo più orientale dell'Asia, viene adoperato in sostituzione al prezioso liquore di Bacco per procurarsi uno stato di ebbrezza piacevole. Un fungo di ordinarie dimensioni o due piccoli bastano per produrre l'effetto, a condizione però che siano trangugiati senza far loro subire la masticazione. Si racconta che gli effetti di tale ebbrezza sono veramente singolari, per lo straordinario stato d'esaltazione che l'accompagna, che dà luogo alle più piacevoli emozioni della mente ed ai movimenti i più disordinati e bizzarri. Si asserisce poi che il veleno passa inalterato nella escrezione renale, onde le orine stesse sono capaci di riprodurre questo stato di ebbrezza, come lo stesso agarico e per più volte di seguito; nè quella rozza gente ha schifo il ricorrere ad una tale bevanda in difetto del desiderato fungo. Io ritengo però che voi non vorrete ripetere un così sozzo esperimento, lasciandone ben volentieri le gioie a quei lontani nostri men che fratelli, e che anzi vorrete sempre anteporre il prezioso liquore di Bacco agli altri tutti che l'arte più raffinata in sì svariati modi ci apparecchia, rammentandovi sempre però quel precetto del nostro poeta _Est modus in rebus_, ecc., e che se il vino può dirsi opera divina, l'ubriachezza è certamente opera del diavolo^[VI-14].

[VI-1] Vedi pure ACERBI G., _Delle viti italiane_ — MENDOLA A., _Elenco di uve_, Favara tip. Parrini e Carini, 1868 — Goethe Herm., _Catalogo ampelografico_ — _Ampelografia italiana_ compilata per cura del comitato centrale ampelografico (in corso di pubblicazione).

[VI-2] DE GUBERNATIS, _Piccola enciclopedia indiana_, 1877, pagine 87 e 388.

[VI-3] SCHIMPER CH., _Traité de Paléontologie végétale_, vol. III, pag. 48.

[VI-4] ENDLICHER ST., _Enchiridion botanicum exhibens classes et ordines plantarum_, ecc., p. 395. — DE CONDOLLE, _Geogr. Bot._, I, 338.

[VI-5] Solum praeter oleam vitemque ceteraque calidioribus terris oriri sueta patiens frugum fecundum, etc.

[VI-6] PLANCHON, Le Phylloxéra en Europe et en Amérique. _Revue des deux Mondes_, 1874. _Vignes américaines_, p. 74, 85, 86 e seg. — TARGIONI TOZZETTI A., _Della malattia del pidocchio nella vite_, Roma, 1875, p. 76.

[VI-7] PIROTTA R., _I funghi parassiti dei vitigni_, Milano, 1877.

[VI-8] THÜMEN, _Die Pilze des Weinstockes_, Wien, 1878.

[VI-9] PLANCHON, F. E., _Les vignes américaines_, Paris, 1875.

[VI-10] _Synopsis der Pflanzenkunde_, Hannover, 1877, p. 1853.

[VI-11] _Comptes rendus_, 1879, p. 600.

[VI-12] PIROTTA R., _Sulla comparsa del Mildew o falso oidio degli americani nei vigneti italiani_, Milano, 1879.

[VI-13] PASSERINI G., _La nebbia del Moscatello ed una nuova crittogama delle viti_, 1876. — SACCARDO P. A., Rivista di viticultura ed enologia italiana. — ARCANGELI G., _Sopra una nuova malattia della vite_. _Nuovo giornale bot. ital._, vol. IX, p. 74, 1877. — RIDOLFI N., _Bullettino della R. Società toscana d'orticultura_, anno IV, p. 370. — GALIMBERTI A. e RAVIZZA F., _Sull'anatracuosi della vite. Studi ed esperienze_, Milano, 1879.

[VI-14] Vinus opus Dei: ebrietas opus diabuli est.

S. GRISOSTOMO.

_A. MOSSO_ — GLI EFFETTI FISIOLOGICI DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera del 1º marzo 1880_).

Il vino è una bevanda così prelibata, che produce degli effetti fisiologici, anche prima di averlo bevuto.

Per dimostrare questo fatto con una esperienza, mi basta di rammentare ad alcuni amici, che sono qui presenti, certe bottiglie di _barolo stravecchio_ che abbiamo bevuto insieme allegramente. Perchè l'esperienza riesca con quella pienezza, che è degna di questa circostanza, dirò loro che alle 9 e mezzo li aspetto per berne qualche altra bottiglia alla salute della mia serata.